Léon Degrelle

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«  Se avessi un figlio, vorrei che fosse come Lei. »
(Adolf Hitler, copertina della rivista Signal nel 1944)

Léon Joseph Marie Ignace Degrelle

Léon Joseph Marie Ignace Degrelle (Bouillon, 15 giugno 1906Málaga, 31 marzo 1994) è stato un politico belga, fu il fondatore del rexismo, movimento nazionalista belga di ispirazione cattolica, e in seguito combatté nel contingente vallone delle Waffen-SS.

Al termine della seconda guerra mondiale, fu una delle principali figure del neofascismo europeo.

Indice

[modifica] Biografia

Degrelle nasce nel borgo medioevale di Bouillon, delle Ardenne belghe, presso il castello di quel Goffredo leggendario condottiero della prima crociata.

Viene educato insieme agli altri sette fratelli e sorelle in maniera spartana: sveglia all'alba, attività sportiva, carne una volta la settimana.

Grazie al padre, deputato, poi governatore del Lussemburgo belga, la sua formazione culturale è di prim'ordine.

Durante il periodo di studi a Lovanio, alla fine degli anni venti, lavora come giornalista all'Avant Guarde.

Nel 1929 diventa redattore capo del quotidiano di Bruxelles Il XX Secolo. Viaggia in Italia, conosce il fascismo e l' Azione Cattolica. Viaggia per il mondo, arriva negli Stati Uniti degli anni Trenta, ma resta colpito soprattutto dal Messico e dalle vicende dei Cristeros su cui scriverà un reportage.

[modifica] Periodo rexista

Tornato in patria, milita inizialmente nelle file dell' Azione Cattolica; nel 1935 fonda un movimento nazionalista Rex, caratterizzato dal misticismo cristiano e da una visione aristocratica e corporativa dello Stato; da qui la sostanziale adesione all'ideologia fascista di Degrelle.

Il movimento si autofinanzia con la distribuzione della stampa di propaganda e con i proventi dei comizi tenuti dallo stesso Leon il quale, rivelatosi eccellente oratore, attira in brevissimo tempo migliaia di proseliti catturando masse di uditori disposte a pagare, pur di ascoltarlo. Si indicono manifestazioni pubbliche, nel corso delle quali i sostenitori sfilano portando come arma, simbolicamente, una ramazza, a testimoniare la volontà di far pulizia del malcostume finanziario e partitico.

Alle elezioni legislative del 1936 il suo partito riscuote un notevole successo, ottenendo ventuno deputati e dodici senatori; il movimento rexista possiede anche un proprio giornale, dal titolo Le Pays réel: tra i suoi obiettivi, fungere da sostegno spirituale per i militanti e da organo d'informazione politica.

Ma il successo di Degrelle, che si presenta come alternativa alla coalizione clerico-marxista, provoca una accesa campagna diffamatoria nei suoi confronti, comportante la falsa accusa di essere al servizio di Hitler. Per buona misura, l'arcivescovo di Malines minaccia di scomunica i sostenitori di Rex ed il movimento si disgrega.

[modifica] La guerra

Nel 1940, prima dell'occupazione del Belgio da parte tedesca, migliaia di rexisti sono imprigionati dalla polizia del proprio Paese come filotedeschi. Lo stesso Degrelle sconta settimane di galera, deportato di città in città, subisce torture nelle vana speranza nutrita dai suoi persecutori di strappargli segreti sui piani hitleriani di invasione.

Degrelle fautore di un'intesa con la Germania è liberato, grazie al nuovo clima di collaborazione che il re Leopoldo III del Belgio ha instaurato col Reich trionfante.

Disgustato dal dilagante opportunismo che ha repentinamente mutato i feroci detrattori di ieri in viscidi adulatori, Leon Degrelle si isola, restando per alcuni mesi fuori dalle scene.

[modifica] Soldato semplice

L'occasione di riproporsi all'attenzione pubblica, e in modo eclatante, avviene nell'estate del '41, quando Hitler decide l'attacco all'Unione Sovietica.

Riflettuto sul fatto dell'inerzia nella quale sono piombati i paesi occidentali, accettando supinamente l'occupazione tedesca, Degrelle arriva alla convinzione che questo comportamento non potrà, a lungo andare, che suscitare il disprezzo dei detentori.

Così il capo di Rex promuove, d'accordo con le autorità germaniche, punti d'arruolamento volontario dove gli attivisti rexisti - notoriamente anticomunisti - sottoscrivono l'impegno di recarsi a combattere sul Fronte dell'Est insieme ai soldati del Reich, in nome di una causa comune.

L'8 agosto 1941 parte per il fronte dell'Est il primo contingente costituito da duecento giovani valloni. Degrelle, si arruola volontario con il grado di soldato semplice. La legione arriva intanto a inquadrare un migliaio di uomini di ogni età (vi sono anche reduci della Prima guerra mondiale 1914 - '18) e condizione sociale. In treno da Bruxelles e, dopo aver sostato in Germania per il previsto periodo d'addestramento, si muove alla volta dell' Ucraina.

I Belgi, vengono incorporati dapprincipio nella Wehrmacht, senza troppa convinzione da parte degli alti comandi tedeschi, dotati nemmeno di uniformi adeguate ad affrontare i rigori invernali.

Tra il 1941 ed il 1943, i belgi si spingono fino a combattere nel Caucaso. I valloni, cresciuti fino a costituire una brigata, vengono infine trasformati in corpo d'elite corazzato: la 28. SS-Freiwilligen-Grenadier-Division der SS Wallonien.

Degrelle sale, ad uno ad uno, tutti i gradini di una carriera militare prodigiosa che lo vedrà, al termine del conflitto, generale di corpo d'armata.

Mentre è in vacanza a Bouillon, sua città natale, il sacerdote si rifiuta di dargli la comunione e lui decide di imprigionarlo in una cantina da dove verrà liberato dai tedeschi.

A riguardo della spedizione in Russia affermerà:

« Non è per salvare il capitalismo che noi ci battiamo in Russia. È per questo che i soldati al fronte hanno una tale fiducia (...) Se l'Europa deve essere ancora questa, se deve ritornare ad essere l'Europa dei banchieri, di questa grande borghesia corrotta, della facilità e dell'infiacchimento, ebbene, noi altri, lo diciamo senza giri di parole, preferiamo ancora che il comunismo avanzi e faccia saltare tutto per aria. Auspichiamo che tutto salti piuttosto di vedere ancora rifiorire questo marciume (...) Noi altri guarderemo i caricatori, e dopo aver sbaragliato la barbarie bolscevica, affronteremo i plutocrati, per i quali abbiamo riservato le nostre ultime munizioni »

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[modifica] La scomunica

Quando il vescovo di Namur lo scomunica, allora si volge alla spiritualità delle SS, all'interno delle quali prosegue la sua scalata gerarchica frequentando la scuola di formazione di Bad Tölz.

[modifica] Fronte russo

Tornato in Russia si distingue rompendo l'accerchiamento sovietico a Tcherkassy.

« Avevamo riconquistato una grande foresta in cui erano scaglionate settecento fortificazioni russe. Con, come spettacolo, dei prigionieri tedeschi inchiodati agli alberi, con gli organi sessuali tagliati e piantati in bocca. Anche con delle donne che si gettavano su di noi a centinaia, delle giovani combattenti sovietiche, splendide. Brutta faccenda, falciare belle ragazze che vengono all'assalto [...] Ma, da tutte le parti, spuntavano sempre più assalitori. Ogni giorno era più forte. Il 28 gennaio 1944, l'anello si annodava al sud, eravamo presi nella nassa, come la VI armata di Paulus a Stalingrado. [...] Durante quei ventitré giorni, per darvi una piccola idea di ciò che era lo sforzo di ogni uomo, ho ingaggiato personalmente diciassette corpo a corpo, e sono stato ferito quattro volte. Era la sorte di noi tutti, indistintamente. Immaginate questo: giocare diciassette volte la pelle, col corpo attaccato a colossi che vi strozzeranno se voi non li strangolate! Si rotola nel fango, nella neve, uno sull'altro. Si è feriti in tutti i sensi. Ognuno dei nostri soldati ha conosciuto decine di volte queste angosce [...] Lucien Lippert cadeva alla nostra testa a Novo Buda [...] In condizioni simili, dovetti fare una specie di colpo di stato: prendere il comando della nostra unità. Infatti, nulla mi ci autorizzava, avrei dovuto attendere che l'Alto Comando della Waffen SS procedesse a una nomina. Se non li avessi preceduti, ci avrebbero probabilmente appioppato un Comandante tedesco. Perciò, raggiungendo gli uffici in velocità, mi proclamai Comandante. [...] Ci riunimmo, gli undici comandanti (erano undici, infatti, le unità militari accerchiate, ndr). Il generale Gille, il capo della Wiking, chiese crudamente: "C'è un volontario tra di noi per condurre l'operazione di punta dello sfondamento?". I generali presenti, degli uomini di cinquanta, sessantanni, erano annientati fisicamente, dopo tre settimane di lotta incessante, condotta senza dormire, quasi senza mangiare. [...] Alla domanda di Gille risposi che ero volontario. Potevo ancora, fisicamente e moralmente, gettarmi in un grande sforzo finale. Ma da solo non sarei bastato, certamente. Fu l'incredibile eroismo dei miei soldati che forzò il destino. Non volevamo capitolare. Non importa cosa, ma morire solo in combattimento1. [...] Ottomila soldati, è vero, morirono nel corso dello sfondamento di Cherkassy. Ma cinquantaquattromila, alla fine della serata, erano dall'altra parte, avevano vinto, avevano rotto il fronte sovietico. »

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Quello dei valloni è l'ultimo reparto a ritirarsi, retroguardia della divisione Wiking, non cede fino a quando gli viene esplicitamente ordinato di ritirarsi; dei duemila volontari inizialmente costituenti la brigata Wallonie, alla fine dell'agosto 1944 ne restano appena un centinaio, che comunque bloccano l'avanzata sovietica verso Tallinn; lo stesso Léon Degrelle resta ferito e, divenuto comandante della brigata, viene decorato con la Croce di Ferro con fronde di quercia, fu tra i pochi non tedeschi a ricevere questa medaglia.

Ottenuta la Ritterkreutz, la sua popolarità in Germania sale alle stelle, al punto da farlo considerare il delfino del Führer [1]. [2].

[modifica] Dopoguerra

Appena finita la guerra, in fuga dall'Europa occupata dagli Alleati, Degrelle ed alcuni suoi camerati fuggono prima in Danimarca, poi in Norvegia, zone ancora sotto il controllo tedesco. Proprio partendo dalla Norvegia effettuano una fuga con un Heinkel He 111 fornito loro da Albert Speer. Nonostante riescano a superare le linee nemiche ed evitare la caccia e la contraerea alleata, il combustibile non è sufficiente a coprire tutto il percorso, per cui si rende necessario un atterraggio di fortuna appena al di là del confine francese, sulla spiagga basca della baia di San Sebastian in Spagna, dove Degrelle viene raccolto da alcuni bagnanti con varie fratture, anche alla colonna vertebrale.[senza fonte]

Dopo le cure in ospedale, si stabilisce a Malaga ottenendo asilo politico[senza fonte] dal governo spagnolo di Francisco Franco.

Con la Liberazione, Degrelle è chiamato in giudizio per tradimento e condannato a morte in contumacia. Le domande di estradizione non avranno esito positivo, perché Degrelle ha rinunciato alla nazionalità belga per prendere, sotto il falso nome di José Leon de Ramirez Reina, la nazionalità spagnola grazie a un'anziana signora che lo adottò come figlio.[senza fonte]

I suoi genitori e suo fratello vengono però processati e condannati a pesanti pene detentive, forse con l'intenzione di forzarlo a rientrare in patria. Vengono effettuate anche ricerche per scoprire il suo nascondiglio in Spagna, rapirlo e ricondurlo in Belgio, ma la sua falsa identità e l'appoggio del governo spagnolo rendono impossibile questa operazione.

Comincia il suo dopoguerra, fra alti e bassi finanziari, ma sempre fermo nella sua duplice fede, il cattolicesimo integralista e il nazionalsocialismo.

Fino alla morte, Degrelle esalterà i piani di Hitler e del regime nazionalsocialista. Convinto negazionista, dubiterà soprattutto dell'esistenza e della materialità dell'olocausto e in generale la concretezza dei crimini contro l'umanità imputati al regime hitleriano.

Prosegue una intensa opera di proselitismo: scrive libri, tiene conferenze e comizi in tutto il mondo. Diventa una sorta di icona dei movimenti di estrema destra europei[3].

A Bariloche nel 1980 concede un'intervista al giornalista Marco Dolcetta.

« Noi abbiamo lottato fino alla fine, finché abbiamo potuto, in condizioni orribili; più si avvicinava l'ora della disfatta, più era dura. L'esercito russo era immenso e soprattutto aveva materiale americano immenso, perché sono stati gli americani a vincere in Russia, non i russi. Se ci fossero stati solo i sovietici non ci avrebbero mai sconfitti, mai. Abbiamo combattuto ma alla fine non avevamo veramente più niente; negli ultimi mesi di guerra, durante l'ultima offensiva nel febbraio 1945, avevamo tre obici per cannone, poi ne è rimasto uno solo ... Quando abbiamo sferrato l'ultima offensiva camminavo come sempre davanti ai miei soldati ma avevo preso un bastone per mostrare che non dovevamo aver paura anche se avevamo poche armi. Tutto questo aveva un accento epico, si sapeva che andavamo a morire - abbiamo perso la metà dei nostri uomini nelle ultime settimane e continuavamo pur sapendo che la guerra era persa, perché i russi non invadessero il nostro Paese. È proprio il colmo che ora ci oltraggino, mentre invece senza di noi sarebbero stati perduti. »

Muore in Spagna nel 1994[4]. Il governo belga si è rifiutato di ricevere le spoglie.

[modifica] Figlio mancato di Hitler

Léon Degrelle può essere considerato - con Benito Mussolini - l'unico non tedesco che Hitler stimasse profondamente. Degrelle è un cattolico, esponente di quella linea della Chiesa secondo cui fra comunismo e capitalismo giudaico-pluto-massonico, il male minore è il nazifascismo.

È il simbolo di una mentalità latina impregnata di superomismo romantico e di una avversione profonda per la democrazia.

Degrelle si dimostra leader di incontestabile personalità[senza fonte]: oratore, giornalista, poeta, deputato, soldato, entra nella mitologia nazionalsocialista soprattutto in quanto portatore di una forte compenente di Geist, di Spirito.

[modifica] Il pensiero di Militia

Prima di morire pubblica dei libelli di grande valore storico-politico per il neofascismo; il più celebre è Militia, il cui titolo originale era Les Ames qui brûlent. Il titolo della prima parte la dice lunga: «I cuori vuoti», la decadenza del mondo moderno è descritta nelle pagine di questo primo capitolo pieno di domande rivolte a se stesso e al lettore, indice della totale malinconia ancorata nel cuore di Degrelle; aveva sognato «un secolo di cavalieri, forti e nobili» invece si ritrova stordito col suo «carico di sogni tramontati». Nel secondo capitolo denuncia che «i giardini interiori dell’uomo hanno perduto i loro colori e i loro canti di uccelli». L’unico rimedio alla morte dell’Uomo è il sacrificio che per Degrelle coincide con l’amore. Sostiene che «la felicità esiste solo nel dono, nel dono completo; il suo disinteresse gli conferisce sapori d’eternità», il donarsi completamente è l’unico amore, l’unico che possa dare la felicità eterna; Degrelle dice esplicitamente che l’arte del dono rende dolorosa la vita terrena, ma la cosa più importante è essere puri nel cuore e agire con amore, sempre e comunque. Dobbiamo prendere esempio dai Santi, i quali ci dimostrano che «la perfezione è accessibile a tutti», con una lenta ma inesorabile vittoria sulle debolezze umane; quando riusciremo a controllare noi stessi avremo la forza di comandare gli altri - un po’ come la Grande Guerra Santa di Julius Evola. Nel dodicesimo e nel tredicesimo capitolo Degrelle ha uno sfogo religioso e chiede perdono a Gesù per l’indifferenza degli uomini verso il dolore da lui provato sulla croce. Tuttavia pone all’uomo una natura d’origine divina, e per tanto non dà per scontato il fallimento della conversione ai valori spirituali.

[modifica] Bibliografia

[modifica] Note

  1. ^ Marco Dolcetta, Gli spetti del quarto Reich, Bur Rizzoli, 2007, ISBN 9788817013635
  2. ^ Arrigo Petacco, La nostra guerra, 1940-1945, Mondadori, 1995
  3. ^ A Léon Degrelle viene dedicata una canzone di Massimo Morsello, [1]
  4. ^ Articolo del Corriere della Sera al riguardo la morte di Degrelle 2 aprile 1994, pag.11

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