Kubaba

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Bassorilievo raffigurante la dea Kubaba con il copricapo cilindrico, l'ovario d'oppio e lo specchio

Kubaba, anche Kug-Baba o Kubau (... – ...), è stata regina dei Sumeri.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La cosiddetta Casa di Kubaba è riportata nel regno di Puzur-Nirah, re di Akšak[1]. Il suo regno, l'unico della terza dinastia di Kish, fu caratterizzato da pace e prosperità; fu contemporanea del terzo protoperiodo dinastico dei Sumeri, e sembra che sia durato per quasi un secolo. Collocandola in un contesto storico, il regno di Kubaba dovrebbe inserirsi fra il XXV ed il XXIII secolo a.C. Santuari in suo onore si diffusero in tutta la Mesopotamia: nell'area hurrita venne chiamata anche Kebat o Hepat, un titolo della dea madre hurrita Hannahannah, dal significato di "madre".

Culto[modifica | modifica wikitesto]

Kubaba divenne la dea tutelare protettrice dell'antica città siriana di Karkemish, nei pressi dell'Eufrate, nel tardo periodo hurrita e all'inizio dell'età ittita. Alcuni reperti archeologici conservati presso il Museo della Civiltà Anatolica di Ankara la ritraggono seduta su un trono, mentre indossa un copricapo cilindrico (una sorta di polos), mentre in una mano tiene uno specchio circolare, e nell'altra l'ovario maturo di un fiore di oppio. Secondo l'interpretazione di Mark Munn, quando il suo culto si diffuse nel resto del Vicino Oriente il suo nome venne adattato per la principale divinità femminile dei regni anatolici che seguirono gli Ittiti. Infine divenne per i Frigi la matar kubileya. La dea frigia inoltre presenta alcune somiglianze con Kubaba, divinità principale di Sardi, conosciuta dai Greci come Kybebe.[2] Il nome di Kubaba in Siria venne modificato come Heba, divenendo poi Hawah, la dea-serpente siriana, madre di tutti gli esseri viventi, forse collegandosi in questo modo al mito biblico di Eva.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Citato nelle Cronache di Weidner, verso 38; più avanti si riporta che "Kubaba diede del pane al pescatore e gli diede dell'acqua, e lei gli fece offrire il pesce a Esagila", al verso 43
  2. ^ Erodoto, Storie, V, 102, 1.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Jean Bottéro, Samuel Noah Kramer, Uomini e dèi della Mesopotamia, Einaudi, Torino 1997, ISBN 88-06-12737-3
  • Mark Munn, Kybele as Kubaba in a Lydo-Phrygian Context, in "Hittites, Greeks and Their Neighbors in Central Anatolia", 2004, abstract.
  • C.H.E. Haspels, The Highlands of Phrygia, 1971.
  • Walter Burkert, Greek Religion, III, 1985.
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