Kristian Digby

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Kristian Digby

Kristian Digby (Torquay, 24 giugno 1977Newham, 1º marzo 2010) è stato un conduttore televisivo e regista britannico.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Dichiaratamente omosessuale,[1] ha debuttato nel mondo della televisione a cavallo tra gli anni novanta e gli anni duemila su ITV plc conducendo il programma Nightlife. Precedentemente ha partecipato ai programmi serali di LBC Sunday Night e One Night Strand.[2] Nello stesso tempo ha diretto i programmi televisivi Homefront, Fantasy Rooms e She's Gotta Have It[2] mentre nel 2001 ha condotto il programma That Gay Show su BBC Choice.[3]

Dal 2003 ha condotto diversi programmi per la BBC, tra cui il noto To Buy or Not to Buy.[2] Ha inoltre condotto altri programmi come Uncharted Territory, Holiday, Trading Up, Living in the Sun e Open House, quest'ultimo in onda la mattina.[2]

Successivamente ha condotto i programmi mattutini Buy It, Sell It, Bank It e To Build or Not to Build.

È stato trovato morto nel suo appartamento a Newham, Londra, il 1º marzo 2010. In seguito all'intervento dei medici, sono stati rinvenuti nella stanza in cui è deceduto degli oggetti, una cintura e una borsa, che sono stati associati ad una pratica di autoerotismo estremo che ha portato l'uomo alla morte per asfissia e sono stati raccolti come prove.[4] Le circostanze della morte non sono ancora state accertate.[5]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ BBC presenter Kristian Digby found dead in 'unexplained' circumstances
  2. ^ a b c d Kristian Digby, NCI Management Ltd. (archiviato dall'url originale il 22 gennaio 2008). [collegamento interrotto]
  3. ^ TW:Kristian Digby, Rainbow Network, 7 ottobre 2002. (archiviato dall'url originale il 27 settembre 2007).
  4. ^ Russell Jenkins, TV presenter Kristian Digby died after 'solo sex game went wrong' in Times Online, 2 marzo 2010.
  5. ^ Press Association, BBC television presenter Kristian Digby found dead: Circumstances of To Buy or Not to Buy presenter's death are 'unexplained', police say in The Observer, 1º marzo 2010.

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