Konstantinos Kavafis

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Konstantinos Kavafis nel 1900
Il manoscritto di Θερμοπύλες (Thermopyles)

Konstantinos Petrou Kavafis , noto in Italia anche come Costantino Kavafis (Alessandria d'Egitto, 29 aprile 1863Alessandria d'Egitto, 29 aprile 1933) è stato un poeta e giornalista greco.

Kavafis era uno scettico che fu accusato di attaccare i tradizionali valori della cristianità, del patriottismo, e dell'eterosessualità, anche se non sempre si trovò a suo agio nel ruolo di anticonformista.

Pubblicò 154 poesie ma molte altre sono rimaste incomplete o allo stato di bozza. Le poesie più importanti furono scritte dopo il suo quarantesimo compleanno.


Indice

[modifica] Biografia

Kavafis nacque ad Alessandria d'Egitto, da famiglia greca. Suo padre aveva una ben avviata ditta di import-export, tuttavia nel 1870, dopo la morte del padre, Kavafis e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi a Liverpool.

Kavafis tornò ad Alessandria nel 1882.

Lo scoppio delle rivolte nel 1885 costrinse la famiglia a muoversi ancora, questa volta a Costantinopoli. In quell'anno stesso, però, Kavafis ritornò ad Alessandria, dove visse per il resto della sua vita.

Inizialmente lavorò come giornalista, ma poi fu assunto al Ministero egiziano dei lavori pubblici, dove lavorò per trent'anni.

Dal 1891 al 1904 pubblicò alcune poesie, che gli fruttarono una certa fama per tutta la vita. Morì nel 1933.

Dalla sua morte, la fama di Kavafis è cresciuta, e oggi è considerato uno dei più grandi poeti greci.

[modifica] Poetica

Kavafis si dedicò molto a ridare vita alla letteratura greca sia in patria che all'estero. Le sue poesie erano solitamente concise, ma riportano molto bene rappresentazioni della realtà o delle società e degli individui letterari che ebbero un ruolo nella cultura greca.

L'incertezza nel futuro, i piaceri sensuali, il carattere morale e la psicologia degli individui, l'omosessualità e la nostalgia sono alcuni dei suoi temi preferiti.

Come un recluso, egli non fu mai riconosciuto durante la sua vita.

Oltre che i suoi soggetti, anticonvenzionali per l'epoca, le sue poesie mostrano anche un'abile e versatile arte, che viene spesso perduta nella traduzione delle sue opere. La sua poetica viene insegnata nelle scuole greche.

Kavafis nutrì per tutta la vita un senso di chiusura, di segregazione vergognosa e necessaria. Potenze oscure e indefinibili lo hanno murato "inavvertitamente" in una stanza buia, insieme figura della passione e della paradossale ascesi interiore e artistica cui essa lo spingerà, dove il poeta sa di non poter trovare una finestra aperta sul reale e sulla libertà, ed è al tempo stesso lambito dal pensiero angoscioso che l'impossibile finestra gli recherebbe la luce troppo cruda di scoperte ancora peggiori della presente oscurità. Nella solitaria penombra del suo appartamento di Alessandria, con le finestre sempre serrate e il lucore spettrale della lampada a petrolio e delle candele, Kavafis chiedeva alla memoria di ricondurgli i fantasmi della sua giovinezza, di un corpo, di un incontro, fissandoli in una preziosa e sottilmente malinconica rarefazione (talora in alagiche epigrafi funebri, secondo l'immagine di Brame), oppure in una condensazione di passione rinnovata e vittoriosa sull'oblio, specialmente quando è una nuova occasione per resuscitarne una passata, cosicché la ripetizione sospende, per un attimo, il tempo (La tavola accanto).

Già durante l'adolescenza Kavafis scoprì la propria omosessualità; nel lavoro introspettivo e nel fare poetico della maturità vi avrebbe letto e auscoltato i segni mitici delle proprie radici pagane, della libera, autosufficiente e luminosa sensualità precristiana (hellenikì idonì, «piacere greco»). Ma nel poeta opera con altrettanto diritto una coscienza cristiana «infelice», nelle oscure vesti della censura interiore: l'omoerotismo è «amore infecondo», è «lussuria» che ha bisogno di luoghi e contesti infami per accendersi e trovare compimento.

Kavafis ha una percezione inconfondibilmente tragica e classica del destino umano, sebbene si realizzi poeticamente con un'asciuttezza e un orrore spiccatamente moderni: la nostra inquietitudine guasta l'opera sublime e incomprensibile degli dèi (Interruzione); ci sforziamo di schivare una sorte che immaginiamo ineluttabile, ma il vero ineluttabile ci coglie di sorpresa, quando siamo ormai sfiniti nella nostra lotta di segno. La risposta all'ambiguità disperante di questa condanna universale si articola in possibilità diverse o piuttosto in modulazioni di una fondamentale rassegnata lucidità.

La gnome kavafiana recupera movenze antiche in desolate e quasi prosastiche cadenze di contemporanea amarezza, e sente classicamente la grandezza e la potenza come il massimo pericolo,

L'eroismo pregiato da Kavafis è la stoica benedizione di Antonio che saluta, sulla soglia della disfatta, l'Alessandria orgiastica e meravigliosa cui aveva avuto il privilegio di vivere e godere.

Splende nelle sue opere, con fiera e abbandonata vividezza, l'eroismo di un poeta che vince, nell'avventura di un eros difficile e segreto, i demoni del veto interno e esterno e sa estrarre dal fango dell'abiezione la perla minacciata dalla bellezza.

[modifica] Opere

[modifica] Comprensione

Poesia degli anni maturi dell'autore greco, in cui si riversa tutta la trascorsa esperienza privata del poeta , con i suoi rimorsi e le sue esitazioni, come unico e fragile esorcismo del declino.

In questa poesia è filtrata la molteplice vita di Alessandria, città sensibile, dissoluta e cosmopolita, che vi assurge a grande mito ellenico, e della vita atemporale del mito partecipa il recupero del passato attraverso le letture erudite guidate dalla fantasia.

Nel periodo della decadenza greca (l'Ellenismo soprattutto tardo) e poi dell'Impero Romano d'Oriente e di Bisanzio, Kavafis proietta le proprie vicende biografiche e talora quelle dell'attività storica e culturale, traendone, in epigrammi squisitamente Alessandrini e poemetti della sapiente costruzione narrativa, personaggi e quadri preziosi e perfetti, incarnazioni orgogliosi e tristi di un'Alessandria eterna.

Prime strofe:
Anni di giovinezza, vita di voluttà...
Come ne scorgo chiaramente il senso.
Quanti rimorsi inutili, superflui...
Ma il senso mi sfuggiva, allora.
Nella mia giovinezza scioperata
si formavano intenti di poesia,
si profilava l'àmbito dell'arte.
Perciò cosí precari i miei rimorsi!
E gl'impegni di vincermi e mutare,
che duravano, al più, due settimane.
trad. F. M. Pontani (1961)

[modifica] Cesarione

È un poema scritto nel 1918 nel quale Kavafis richiama in vita il fantasma dell'oscuro monarca bizantino Cesarione e lo arricchisce di un'esamplarità straziante.

Prima strofa:
Ieri, di notte, un poco per approfondire
un'epoca, e un poco per diletto,
per trascorrere il tempo, volli aprire
un volume d'epigrafi dei Tolemei. L'ho letto.
Le lodi innumeri, le adulazioni
somigliano per tutti. Tutti sono gloriosi,
magnifici, possenti, generosi,
ogni loro intrapresa è sapientissima.
Le donne, le Cleopatre, le Berenici, anch'esse
sono tutte mirabili regine e principesse.
trad. F. M. Pontani (1961)

[modifica] Miris

Meraviglioso poema nel quale il protagonista, un giovinetto cristiano alessandrino nel crepuscolo del Gentilesimo (IV secolo), compagno dei pagani nella brillante e spregiudicata vita della grande metropoli cosmopolita, è una strana e affascinante maschera di Kavafis che nella cristiana Bisanzio scorgeva la continuità con la Grecia ellenistica e ritrovava, immutabile, in se stesso quella polarità, tragicamente iscritta in tutta l'esperienza moderna.

Prime strofe:
Come udii la sciagura, la morte di Miris,
andai da lui. (Non metto piede, in genere,
in case di cristiani,
specie quando ci sono lutti, o feste).
Ma rimasi nell'andito. Non volli
addentrarmi di più: m'avvidi bene
che i parenti del morto mi guardavano
con perplesso disagio.
trad. F. M. Pontani (1961)

[modifica] Itaca

Struggente poesia sul senso della vita[1], concepita come viaggio verso una meta che si raggiungerà dopo lunghe peregrinazioni. Il riferimento mitologico è al celeberrimo viaggio di Ulisse nell'Odissea. Il poeta afferma in questa lirica che non bisogna avere fretta di giungere a destinazione, alla propria "Itaca", ma bisogna approfittare del viaggio (e quindi della vita) per esplorare il mondo, crescere intellettualmente e ampliare il proprio patrimonio di conoscenze. In ultima analisi, il senso di Itaca è proprio quello di fungere da stimolo per il viaggio, più che da meta da raggiungere e fine a se stessa. "Itaca" è un viaggio nel quale non è importante se la meta è poi deludente. È giusto apprendere il più possibile durante il viaggio, vivere esperienze, tenendo sempre presente il sentimento forte e deciso che porterà a destinazione. E se poi Itaca sarà peggio di quanto ci si aspettava, valeva la pena raggiungerla per tutto ciò che si è vissuto per arrivarci.

Prima strofa:
Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Posidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l'emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Posidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.
trad. F. M. Pontani (1961)

È facile evincere da questi assaggi poetici la continua, disperata ricerca di una bellezza misteriosa e inafferrabile, un'evocazione di attimi nascosti e di amori cantati ora con accenni violentemente sensuali ora accorati e nostalgici, mescolati a una tragica visione della storia intesa come eterno scontro tra gli uomini e il destino.

[modifica] Bibliografia

[modifica] Note

  1. ^ Alcuni commentatori indicano un frammento di Petronio (XLIV) quale fonte d'ispirazione: «Linque tuas sedes, alienaque litora quaere / o iuvenis: maior rerum tibi nascitur ordo. / Ne succumbe malis: te noverit ultimus Ister / te Boreas gelidus securaque regna Canopi / quique renascentem Phoebum cernuntque iacentem: / maior in externas Ithacus descendat harenas». Anche se cosí fosse, la rielaborazione e l'arricchimento effettuati da Kavafis sono talmente rilevanti da sommergere lo spunto.

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