Konstantin Vladimirovič Rodzaevskij

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Konstantin Vladimirovich Rodzaevskij

Konstantin Vladimirovič Rodzaevskij (in russo: Константин Владимирович Родзаевский; Blagoveščensk, 11 agosto 1907Mosca, 30 agosto 1946) è stato un politico russo. Leader del Partito Fascista Russo, che guidò dall'esilio in Manciuria.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Il fascismo nell'Estremo Oriente[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Partito Fascista Russo.

Rodzaevskij nacque a Blagoveščensk, nella Siberia più orientale, da una famiglia della classe media. Nel 1925, all'età di 18 anni, fuggì dall'Unione Sovietica per recarsi in Manciuria. Ad Harbin si iscrisse all'Accademia di Legge e aderì alla neonata Organizzazione Fascista Russa fondata dal Professor N.I. Nikiforov. Essa raccolse numerosi emigrati giunti dall'URSS.

Il 26 maggio 1931 Rodzaevskij divenne Segretario Generale di una nuova formazione politica, il Partito Fascista Russo. Nel 1934, a seguito di un incontro a Tokyo con Anastasij Vonsjackij, la cosiddetta "Organizzazione Fascista Panrussa" fondata da quest'ultimo l'anno precedente ed il Partito Fascista Russo si fusero in un solo movimento, con a capo lo stesso Rodzaevskij. Tuttavia, appena un anno dopo, i due partiti si separarono nuovamente a causa di profondi dissidi interni.

Il principale modello politico di Rodzaevskij fu Benito Mussolini ed, in genere, il fascismo italiano. A testimonianza di ciò, i militanti del partito indossavano camicie nere come i fascisti italiani, anche se, nello stesso tempo, uno dei simboli adottati dal movimento fu la svastica, utilizzata dai nazionalsocialisti. Altri emblemi ricorrenti negli ambienti del partito furono quelli tipici della tradizione dell'Impero russo. Come motto ufficiale si optò per "Dio, Nazione, Lavoro!". Il partito si dotò anche di due organi di stampa, il Nash Put' (La Nostra Via) e il Nacija (Nazione). In questi due giornali Rodzaevskij scrisse anche degli articoli di contenuto antisemita.

Il movimento fu fornito di armi da parte dell'Esercito Imperiale Giapponese e istituì un'organizzazione internazionale, con sede centrale ad Harbin, allo scopo di riunire i simpatizzanti e gli appartenenti all'Armata Bianca. Ciò consentì a Rodzaevskij di costruire una rete di collegamenti in 26 nazioni del mondo, compresi gli USA. Fu così che il partito arrivò a contare 20.000 militanti, con 600 sezioni sparse per il mondo.

Il Manciukuò e la Seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

La svastica di Manzhouli.

A seguito della fondazione del Manciukuò, Rodzaevskij fece parte di un selezionato gruppo di ospiti che rese omaggio all'Imperatore Hirohito del Giappone, durante le celebrazioni del 2.600º anniversario della nascita dell'Impero del Sol Levante. La trasformazione della Manciuria in uno Stato satellite giapponese, diede a Rodzaevskij un impulso ancora più aggressivo nei confronti dell'odiata Unione Sovietica. Egli ordinò che venisse installata una grande luce a neon a forma di svastica nei pressi di Manzhouli, a circa 3 chilometri dal confine sovietico. Essa avrebbe dovuto rappresentare una dimostrazione di forza antibolscevica e, a questo scopo, fu tenuta accesa giorno e notte.

Quello in cui sperava Rodzaevskij era la creazione di un fronte antisovietico composto da fascisti, uomini dell'Armata Bianca come il generale Vladimir Kislitsin e giapponesi, che fosse in grado di liberare la Russia dal dominio comunista. Questo proposito sembrò potersi concretizzare con la formazione del cosiddetto Distaccamento Asano, una forza speciale di soli russi interna all'Armata del Kwantung, organizzata per compiere azioni di sabotaggio antisovietico nel caso di invasione giapponese della Siberia. Tuttavia, allo scoppio della seconda guerra mondiale furono proprio i giapponesi a limitarne le azioni di sabotaggio. Sul finire del conflitto, il Partito Fascista Russo cessò di esistere.

Il ritorno in Russia e la morte[modifica | modifica wikitesto]

Al termine della guerra, Rodzaevskij sembrò maturare l'idea che il regime sovietico, grazie a Stalin, si stesse evolvendo in senso nazionalistico. Per questa ragione, il 22 agosto 1945 si autoconsegnò alle autorità sovietiche, con una lettera il cui contenuto mostra somiglianze con il moderno nazionalbolscevismo:

« al Capo dei popoli, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo dell'URSS, Generalissimo dell'Armata Rossa, Iosif Vissarionovic Stalin (…) Vorremmo portare sotto i vessilli staliniani, sotto gli ieri odiati e domani adorati vessilli dell'Armata Rossa, sotto i vessilli della Nuova Russia e della rivoluzione, ciò che resta della nostra organizzazione in tutti i paesi del mondo: in Asia, in Europa, nell'America del Nord e in quella del Sud, in Australia, affinché l'ex Unione fascista russa affluisca nell'alveo della riconciliazione con la Patria e il beneamato Governo di milioni di russi ancora disseminati all'estero. (…) Senza rifiutare le mie idee, tanto più che esse in parte coincidono con le idee guida dello Stato sovietico, ma rifiutando decisamente i vent'anni della mia esistenza antisovietica, consegno me stesso, i miei amici, i miei camerati, la mia organizzazione nelle mani di coloro ai quali il popolo sovietico ha affidato i suoi destini storici in questi infuocati anni cruciali. La morte senza la Patria, la vita senza la Patria oppure il lavoro contro la Patria sono un inferno. Vogliamo morire per ordine della Patria o fare in qualsiasi luogo per la Patria un qualsiasi lavoro. (…) Gloria alla Russia![1] »

Tornato in URSS, dove gli fu promessa la libertà ed un lavoro presso un giornale sovietico, fu viceversa arrestato (assieme al compagno di partito Lev Okhotin), processato e condannato a morte. Il 30 agosto 1946 fu fucilato alla Lubjanka.

Nel 2001 è stato ripubblicato un suo libro dal titolo "L'ultima volontà di un fascista russo" (Zaveshchanie russkogo fashista).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ K. Rodzaevskij, Lettera a Stalin, in: Sergej Kulesov - Vittorio Strada, Il fascismo russo, Marsilio, Venezia, 1998, pp. 238-239

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Sergej Kulesov - Vittorio Strada, Il fascismo russo, Marsilio, Venezia, 1998
  • John J. Stephan, The Russian Fascists Tragedy and Farce in Exile, 1925-1945, Harper Row
  • K.V. Rodzaevskij, L'ultima volontà di un fascista russo (К. В. Родзаевский. Завещание Русского фашиста. М., ФЭРИ-В, 2001)

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