Kevin Carter

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Kevin Carter

Kevin Carter (Johannesburg, 13 settembre 1960Johannesburg, 27 luglio 1994) è stato un giornalista e fotografo sudafricano, diventato famoso per le sue controverse fotografie sulle condizioni umanitarie in Africa negli anni ‘90. Ha vinto il Premio Pulitzer grazie a uno scatto che testimonia la carestia in Sudan del 1993. Insieme ad altri fotoreporter ha fatto parte del Bang Bang Club. È morto suicida all’età di 33 anni.

Gli inizi[modifica | modifica sorgente]

Kevin Carter nacque a Johannesburg in Sudafrica nel 1960 da una famiglia della medio borghesia che viveva in un quartiere abitato da soli bianchi e da cui i neri venivano allontanati secondo le leggi dell’apartheid. Sono gli anni in cui l’Umkhonto we Sizwe, l'ala armata dell'ANC, iniziò a usare la forza nella lotta contro la segregazione dei neri; Carter si fa trascinare dalle ideologie portate avanti da Mandela ed è scioccato dal modo in cui i neri vengono trattati nella sua città. La sua lotta contro l’emarginazione dei neri lo portò tuttavia ad incontrare le ire della popolazione bianca e a rischiare l’isolamento da parte dei suoi commilitoni.


Dopo gli studi superiori iniziò quelli per diventare un farmacista ma dovette abbandonarli quando venne arruolato nell’esercito dove fece parte dell’aviazione per quattro anni. Ne seguì un periodo di depressione durante il quale tentò di togliersi la vita. Fu allora che decise di cambiare vita e dedicarsi alla fotografia. Abbandonò presto le fotografie sportive con cui aveva cominciato nel 1983 per dedicarsi alla testimonianza delle guerre e delle crudeltà che stavano avvenendo in quegli anni intorno a lui.

I fotoreportage[modifica | modifica sorgente]

Nel 1984 venne assunto dal Johannesburg Star dove conobbe tra gli altri Greg Marinovich, Ken Oosterbroek e Joao Silva con cui costituì un gruppo che sarebbe stato chiamato Bang Bang Club. Comincia così a documentare le crudeltà che la guerra civile aveva portato in Sudafrica: esecuzioni sommarie, uccisioni a colpi di machete e il cosiddetto “necklacing”. Carter è stato il primo giornalista a pubblicare un articolo sull'esecuzione chiamata "supplizio dello pneumatico" in Sudafrica nella metà degli anni ottanta. Successivamente, dirà di quelle immagini: "Ero sconvolto vedendo cosa stavano facendo. Ero spaventato per quello che io stavo facendo. Ma poi le persone hanno iniziato a parlare di quelle immagini... così ho pensato che forse le mie azioni non sono state poi così cattive. Essere stato un testimone di qualcosa di così orribile non fu necessariamente un male." Questo lavoro creò un dilemma interiore in Carter poiché da un lato era sconvolto dalla crudezza delle immagini che ritraeva e dalla sua freddezza nel scattarle, dall’altro era consapevole che in questo modo poteva far accendere l’attenzione globale sulla situazione sudafricana e sperare di poter far cambiare qualcosa.

Il Pulitzer[modifica | modifica sorgente]

In seguito a una serie di problemi con la redazione del giornale dovuti anche al suo abuso di droghe Carter decise di prendersi un periodo di pausa e nel marzo del 1993 si recò in Sudan per documentare la guerra civile in corso e la carestia che aveva sconvolto il paese. È qui che scattò la sua foto più famosa: il ritratto di un bambino denutrito che accasciato a terra cerca di raggiungere il centro di aiuti e sullo sfondo un avvoltoio che lo osserva quasi ne stesse aspettando la sua morte. Immediatamente la foto fece il giro del mondo apparendo nelle copertine delle riviste più importanti e permettendo a Carter di vincere un Pulitzer. Allo stesso tempo dette vita a una serie di polemiche che indagavano il ruolo del fotografo nello scatto della foto. La gente cominciò ad  interrogarsi sul destino del bambino e sulla moralità della fotografia. Carter non fu mai chiaro su quello che successe al momento dello scatto e raccontò diverse versioni della vicenda. Secondo alcune versioni avrebbe aiutato quella che si sarebbe rivelata un bambina, secondo altre avrebbe aspettato per 20 minuti il momento migliore per scattare mentre egli stesso afferma di aver fatto solo il suo lavoro di fotografo e testimone, consapevole di non poter far nulla per cambiare le sorti della bambina. Certo è che lo scandalo mediatico che si creò turbò profondamente Carter che, tormentato dall’immagine della bambina che gli ricorda la figlia piccola che riusciva a vedere solo raramente, cadde in profonda depressione. La sua popolarità crebbe rapidamente quando il New York Times acquistò la foto nel marzo 1993 facendola diventare uno dei simboli della devastazione africana. Questo non fece che aggravare la sua situazione portandolo a peggiorare il suo abuso di droghe al punto che quando gli telefonarono per comunicargli la vincita del premio Pulitzer nel 1994 non capiva cosa stesse succedendo e furono costretti a ripetergli più volte la conversazione.

La morte[modifica | modifica sorgente]

Il 18 aprile dello stesso anno durante una spedizione per fotografare un’esplosione di violenza nelle vicinanze di Johannesburg Ken Oosterbroek, il migliore amico di Kevin, venne ferito e ucciso durante una sparatoria mentre Marinovich riportò gravi ferite. Carter apprese la notizia dalla radio in quanto aveva abbandonato la spedizione per partecipare a un’intervista e ne fu completamente sconvolto, ancor più perché non era presente in quel momento. La situazione per Carter divenne insostenibile al punto che decise di farla finita. Il 27 luglio 1994 guidò il suo pickup fino ad un parco dove giocava da bambino e lì si intossicò con il monossido di carbonio del tubo di scarico, morendo suicida all’età di 33 anni. Nella nota che lasciò scritta scriveva di non poter più sostenere la depressione, la mancanza di soldi e la persecuzione dei ricordi degli omicidi e dei cadaveri e del dolore che aveva visto, dei bambini affamati. La sua speranza era quella di essere abbastanza fortunato da raggiungere l’amico Ken. 

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  1. MacLeod, Scott. "The Life and Death of Kevin Carter", Time magazine, 12 September 1994
  2. Marinovich and Silva (2000)

Altre fonti[modifica | modifica sorgente]

  1. "The Death of Kevin Carter: Casualty of the Bang Bang Club" HBO documentary. 17 August 2006
  2. "The Bang-Bang-Club", film di Steven Silver

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