Kerboga

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Kerboga o Kerbogha (in Arabo: كربغا, in Turco: Kürboğa) (... – ca. 1102) fu un soldato che divenne Atabeg di Mossul dal 1096 al 1102, al tempo della prima crociata.

Indice

[modifica] Origine

Era un Mamelucco, cioè uno schiavo di origine transcaucasica o esteuropea, per lo più non musulmano, addestrato all'uso delle armi.

[modifica] Biografia

Kerboga fece carriera durante il regno (1072-1092) del sultano selgiuchide, Malik Shah I, che gli affidò incarichi sempre più delicati sino a diventare un ufficiale del sultano. Dopo la sua morte, passò al servizio del figlio, Mahmud I (1092-1094) e, alla morte di questi, del fratello, Barkiyaruq (1094-1105), che, nel 1094, lo inviò ad aiutare Aq Sunqur al-Hajib, che dopo aver occupato Mossul, per conto della zio di Barkiyaruq, Tutush I, sultano di Siria[1], non solo non lo volle riconoscere sultano di tutta la Siria ma si era alleato col sultano dei Selgiuchidi, Barkiyaruq. Dopo la morte di Aq Sunqur al-Hajib, sul campo di battaglia, Kerboga rimase a Mossul e, nel 1096, fu nominato Atabeg[2] di Mossul, capitale della Jazira, per conto del nuovo sultano, il figlio di Aq Sunqur al-Hajib, Imād al-Dīn Zengī, che era un bambino di circa nove anni.
Dato che la Jazira, la regione di cui Mossul era la capitale era una pianura, tra il Tigri e L'Eufrate, molto fertile ed inoltre ricca di nafta[3] Kerboga, 1098, era divenuto il più potente emiro di tutta la Siria.

Nella primavera del 1098, il governatore della città di Antiochia (assediata dall'esercito crociato), il selgiuchide, Yaghisiyan, dopo aver invano chiesto soccorso ai sultani di Aleppo, Ridwān, e Damasco, Duqāq[4], decise di rivolgersi all'Atabeg più potente della Siria, all'Atabeg di Mossul[5], Kerboga, che, con l'approvazione del califfo di Bagdad, Al-Mustazhir, ed il sultano dei selgiuchidi, Barkiyaruq, organizzò una grande armata musulmana[6], per liberare Antiochia dall'assedio dei crociati.
Kerboga si mise in marcia per Antiochia, alla fine di aprile, però era preoccupato per il fatto che nel mese di marzo un gruppo di Crociati[7] si era impadronito della città armena di Edessa, che si trovava sul percorso da Mossul ad Antiochia.
Kerboga decise di attaccare Edessa, per non trovarsi preso tra due eserciti cristiani, uno ad Antiochia ed uno a Edessa. I suoi emiri erano contrari, perché i crociati di Edessa erano solo tremila ed ogni giorno di ritardo avrebbe potuto essere fatale per Antiochia. Kerboga però mise l'assedio a Edessa e solo dopo tre settimane capì che la città era imprendibile in pochi giorni, e solo allora, verso la fine di maggio, decise di riprendere l'avanzata verso Antiochia, con una marcia a tappe forzate.

I difensori di Antiochia, non vedendo arrivare, a metà maggio, gli aiuti sperati comincarono a disperare di salvarsi, nentre, nello stesso mese di maggio, ai capi crociati era giunta voce che l'armata musulmana di Kerboga si stava dirigendo verso Antiochia, per cui un certo numero di crociati, ritenendo la loro situazione molto debole[8] e dando per scontata la sconfitta contro l'armata di Kerboga, tra fine maggio ed i primi di giugno, disertò.[9].
Ma, il 3 giugno i crociati, guidati da Boemondo d'Altavilla, che era riuscito a convincere, Firuz, un responsabile musulmano[10] di una delle torri (la Torre delle due Sorelle) della città a farli passare da una finestra della torre, erano entrati in Antiochia, occupandola tutta, meno la cittadella a sud della città, che era difesa da una guarnigione comandata da Shams ad-Dawla, figlio di Yaghisiyan, che era fuggito nella notte del 3 giugno.

Il 5 giugno Kerboga arrivò in vista della città e si accampò a 8 miglia dalla città, al Ponte di ferro e in tre giorni completò l'accerchiamento. Nel frattempo alcuni emiri dell'armata musulmana si erano recari nella cittadella e, alle domande di Shams al-Dawla, incolparono Kerboga per il ritardo nell'arrivo dell'armata, assegnandogli tutti i difetti possibili: arrogante, pretenzioso, incapace e vigliacco. Per il ritardo era vero ma per il resto erano stati sobillati dal sultano di Damasco, Duqāq, che aveva raggiunto l'armata, ma aveva timore che se Kerboga avesse vinto la battaglia tutta la Siria sarebbe caduta sotto la sua autorità ed in poco tempo aveva convinto i suoi pari grado che il loro vero nemico era Kerboga. Inoltre Kerboga aveva sollevato dall'incarico il legittimo erede di Yaghisiyan, Shams ad-Dawla, che tentava di mettere pace tra le varie fazioni.

I crociati erano sì difesi dalle mura di Antiochia, ma non ricevevano rifornimenti e così altri nobili abbandonarono i loro compagni. Ma, per la prima volta, essi si dettero un comando unificato e scelsero come capo Boemondo d'Altavilla, che decise di affronare gli assedianti in campo aperto[11].
Il 28 giugno, l'esercito crociato uscì dalla città e passò il ponte sull'Oronte per posizionarsi a nord della città, senza che Kerboga intervenisse[12] a impedire o almeno ostacolare il passaggio dei crociati sul ponte[13]. Così, mentre i crociati si dispirgavano per il combattimento, una parte delle truppe musulmane, che volevano attaccare al ponte, lasciarono il campo prima dell'inizio della battaglia mentre il resto delle truppe si accusavano a vicenda di vigliaccheria e tradimento. Kerboga che si era posizionato all'ala sinistra dello schieramento, constatando che il controllo delle truppe gli stava sfuggendo di mano, chiese una tregua[14], che i crociati non solo non gli concessero ma attaccarono senza nemmeno rispondergli, obbligandolo a ordinare un attacco di cavalieri-arcieri, che non ottenne l'effetto sperato perché nel frattempo Duqāq e la maggior parte degli emiri aveva lasciato il campo di battaglia. Kerboga con le sue truppe era rimasto inattivo e alla vista della sconfitta del primo attacco, non solo non intervenne ma diede l'ordine di ritirata, rientrò al proprio campo, diede fuoco alle tende e fuggì dal campo di battaglia, trasformando la ritirara in rotta e permettendo ai crociati di riportare una netta vittoria senza praticamente combattere. Anzi i crociati, temendo una trappola evitarono di inseguire i fuggiaschi che poterono così rientrare a Mossul.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce assedio di Antiochia (1098).

Tornato a Mossul, con la sua reputazione di soldato annientata, morì pochi anni dopo.

[modifica] Note

  1. ^ Tutush I, alla morte del fratello, Malik Shah I, si era proclamato sultano di Siria, rendendosi indipendente dai sultani successivi, Mahmud I e Barkiyaruq.
  2. ^ Atabeg letteralmente vuol dire padre del principe, quindi Kerboga divenne il vero governatore della provincia in nome del sultano.
  3. ^ Le sorgenti di nafta altro non erano che sorgenti di petrolio che a quei tempi veniva usato per scopi curativi, immergendovisi, o allo stato di bitume, per cementare i mattoni o per intonacare gli hammam, ed infine per scopi bellici, ad esempio era uno degli elementi costituenti del fuoco greco.
  4. ^ I due sultani, Ridwān, di Aleppo, e Duqāq, di Damasco, erano fratelli, erano i figli del sultano di Siria, Tutush I, ma erano acerrimi nemici e si combatterono per tutta la vita.
  5. ^ Anche se Mossul distava 15 giorni di marcia, alla notizia che alla fine di aprile l'armata si era messa in marcia da Mossul verso Antochia dette una nuova speranza ai difensori, mentre gettò nello sconforto i crociati, che dopo sei mesi di assedio erano indeboliti e con scarse provviste alimentari.
  6. ^ Secondo il cronista dell'epoca, Alberto di Aquisgrana, nella cronaca della prima crociata valutò la forza dell'armata musulmana in 12000 uomini.
  7. ^ Baldovino di Buglione si era fatto nominare erede dal signore della città di Edessa, Thoros, che pochi giorni dopo era stato linciato dalla folla, senza che il figlio adottivo intervenisse.
  8. ^ I crociati avevano impiegato oltre sei mesi a portare a termine l'assedio e i difensori sino ad allora avevano potuto fare entrare in città le derrate alimentari necessarie e con delle sortite riuscivano anche a intercettare i convogli che le portavano ai crociati. La prospettiva ora di venire anche accerchiati non era per molti di loro allettante.
  9. ^ Tra coloroche disertarono vi fu anche Stefano II di Blois, che, lasciata Antiochia, il 2 giugno, a metà giugno, mentre era sulla strada del ritorno a casa incontrò l'imperatore dell'impero d'Oriente, Alessio I Comneno che arrivava in soccorso dei crociati, con le sue truppe, e gli riferì che la situazione era disperata convincendolo a tornarsene a Costantinopoli.
  10. ^ Firuz, secondo lo storico del XII secolo, Ibn al-Athir, era un fabbricante di corazze, addetto alla difesa delle torri, di origine armena e di religione musulmana, che voleva vendicarsi di Yaghisiyan perché lo aveva accusato di praticare il mercato nero e quindi gli aveva inflitto una pesanre ammenda.
  11. ^ Fu deciso il giorno 28 giugno, dopo che il 14, era stata ritrovata la reliquia della Sacra Lancia (a quei tempi era ritenuta la lancia con cui Longino aveva trafitto il costato di Gesù), che, anche se non tutti i capi della crociata credettero alla reliquia, aveva ridato entusiasmo al campo crociato.
    Secondo lo storico curdo del XII secolo, Ibn al-Athir, il monaco Pietro Bartolomeo, che sosteneva di avere avuto una visione di dove la lancia si trovava, in effetti l'aveva sotterrata lui stesso. e per questo la trovò.
  12. ^ Oltre alle truppe siriache di Mossul di Kerboga all'assedio partecipavano anche truppe provenienti da Aleppo e da Damasco ed anche altre truppe mesopotamiche e anatoliche. E in un dibattito tra i vari comandanti fu deciso di non intervenire al passaggio delle truppe crociate sul ponte dell'Oronte.
  13. ^ Kerboga riteneva che un attacco troppo massiccio all'inizio avrebbe spaventato i crociati, che sarebbero potuti rientrare in città, dopo aver subito poche perdite. A coloro che suggerirono di colpire i crociati man mano che uscivano dalla porta, Kerboga rispose "Aspettate che siano tutti fuori e li uccideremo sino all'ultimo uomo".
  14. ^ La richiesta di tregua lo screditò definitivamente agli occhi dei suoi soldati e ridiede fiducia ai crociati.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Bibliografia

  • William B. Stevenson, "La prima crociata", cap. XX, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 718-756.
  • Amin Maalouf, Le crociate viste dagli arabi, ed. S.E.I., 1989, pp. 42-52
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