Kartir

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Katir in un rilievo a Naqsh-e Rajab.

Kartir Hangirpe (il nome è scritto anche Kardēr o Kerdir) fu un importante gran-sacerdote zoroastriano della seconda metà del III secolo, consigliere di tre imperatori sasanidi.

Kartir fu probabilmente decisivo nel trionfo del Mazdeismo sull'altra corrente del Zoroastrismo, lo Zurvanismo: nella sua iscrizione a Naqsh-e Rajab, Kartir afferma di aver deciso che c'è un paradiso e c'è un inferno, mettendosi dunque in opposizione ai principi dello Zurvanismo. Cionondimeno, il fatto che proprio durante il regno di Sapore I (241-272), dal quale Kartir fu nominato consigliere, lo Zurvanismo sia sorto e si sia sviluppato, genera una contraddizione ancora oggetto di studi.

Allo stesso tempo Kartir è considerato come uno dei principali sostenitori del movimento iconoclasta che causò la decadenza del culto dei templi, una forma di venerazione aliena alla tradizione religiosa indo-iraniana ereditata dai Babilonesi e introdotta sei secoli prima da Artaserse II come strumento di raccolta delle tasse. Fu durante l'epoca di Kartir come gran-sacerdote che i templi furono spogliati delle loro statue per legge e, in seguito, abbandonati o convertiti a templi del fuoco (Atar).

Secondo quanto raccontato nelle sue iscrizioni, Kartir giunse al potere sotto il regno di Sapore I, che servì come consigliere e che accompagnò durante i viaggi. Il figlio di Sapore, Ormisda I (272-273), nominò Kartir Moabadan-Moabad, "sacerdote dei sacerdoti", una posizione che Kartir sfruttò senza pietà per promuovere i propri interessi e colpire sacerdoti di rango inferiore con opinioni in contrasto con la sua. Sotto i sovrani successivi, Kartir richiese la persecuzione di aderenti ad altre religioni, in particolare i Manichei, il cui profeta Mani fu condannato a morte da Bahram I (273–276), probabilmente dietro istigazione di Kartir; la persecuzione terminò sotto Narsete (293–302), probabilmente dopo la morte del gran-sacerdote.

Le notizie su Kartir sono riportate esclusivamente nelle sue iscrizioni sulla Ka'ba-i Zartosht a Naqsh-i-Rustam e a Naqsh-e Rajab.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Mary Boyce, Some reflections on Zurvanism in Bulletin of the School of Oriental and African Studies, 19/2, London, SOAS, 1957, pp. 304–316.
  • Mary Boyce, On the Zoroastrian Temple Cult of Fire in Journal of the American Oriental Society, 95/3, Ann Arbor, AOS/UMich. Press, 1975, pp. 454–465. DOI:10.2307/599356.
  • Mary Boyce, Iconoclasm among Zoroastrians in Studies for Morton Smith at sixty, Leiden, Neusner, 1975, pp. 93-111. .
  • Philip Huyse, Kerdir and the first Sasanians in Nicholas Sims-Williams (ed.) (a cura di), Proceedings of the Third European Conference of Iranian Studies, vol. 1, Wiesbaden, 1998, pp. 109–120.
  • Martin Sprengling, Kartir. Founder of Sassanian Zoroastrianism in American Journal of Semitic Languages and Literature, vol. 57, n. 57, 1940, pp. 197–228. DOI:10.1086/370575.
  • Richard Charles Zaehner, Zurvan, a Zoroastrian dilemma, Oxford, Clarendon, 1955. ISBN 0-8196-0280-9, (1972 Biblo-Moser ed).