K-141 Kursk

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Kursk K-141
Un Oscar II fotografato da un aereo spia Usa
Un Oscar II fotografato da un aereo spia Usa
Descrizione generale
Naval Ensign of Russia.svg
Tipo SSGN
Classe Oscar II
Proprietario/a Russia
Cantiere Sevmash (Severodvinsk)
Entrata in servizio 1995
Destino finale Affondato nel mare di Barents il 12 agosto 2000
Caratteristiche generali
Dislocamento 10 500 in emersione, 13 500 in immersione
Lunghezza 154 m
Larghezza 18,2 m
Altezza 9,2 m
Propulsione 2 reattori nucleari OK-650b, 2 turbine a vapore
Velocità 32 Nodi (59 km/h) sommerso, 16 nodi (30 km/h) emerso nodi
Equipaggio 107 uomini

[senza fonte]

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Il K-141 Kursk, nome completo in russo: Атомная подводная лодка «Курск»?, era un sottomarino a propulsione nucleare della Flotta del Nord appartenente alla classe Oscar I/II. Il sottomarino entrato in servizio nel 1995 presso la base di Severomorsk, era in grado di trasportare e lanciare missili a testata nucleare. Il suo dislocamento era di 10 700 tonnellate in superficie e 13 500 tonnellate in immersione, l'equipaggio tipico era composto da 52 ufficiali e 55 marinai, per un totale di 107 persone. Prima del suo affondamento era uno dei più moderni sottomarini in dotazione alla Voenno-Morskoj flot.

L'incidente del K-141 Kursk[modifica | modifica sorgente]

Il 12 agosto 2000 il sottomarino nucleare era impegnato nel mare di Barents in un'esercitazione militare navale nella quale avrebbe dovuto lanciare dei siluri a salve contro l'incrociatore nucleare, classe Kirov, Pjotr Velikij (in russo: Пётр Великий?, Pietro il Grande). Alle 11:28 locali (07:28 UTC) furono lanciati dei siluri di prova, ma subito vi fu un'esplosione, presumibilmente di uno dei siluri del Kursk. L'esplosione chimica aveva una potenza compresa tra i 100 e i 250 kg di TNT e produsse un'onda sismica di intensità di 2,2 secondo la scala Richter, in conseguenza alla quale il sottomarino si adagiò sul fondo a 108 metri di profondità a circa 135 km da Severomorsk 69°40′N 37°35′E / 69.666667°N 37.583333°E69.666667; 37.583333. Una seconda esplosione avvenne 135 secondi dopo la prima con un'intensità compresa tra i 3,4 e 4,4 della scala Richter, quindi con una potenza compresa tra le 3 e le 7 tonnellate di TNT.[1] L'esplosione sommerse il sottomarino con molti detriti, rendendone difficile il recupero. Dopo vari tentativi di salvataggio falliti da parte dei russi, una nave speciale norvegese equipaggiata con un batiscafo inglese si agganciò con successo al sottomarino affondato, trovandolo tuttavia allagato completamente e senza alcun superstite.

Cronologia[modifica | modifica sorgente]

L'incidente si rivelò fatale per la maggior parte dell'equipaggio, e solo 23 persone non perirono immediatamente. Essi, tra cui Dimitry Kolesnikov, si spostarono nel compartimento nove, attendendo i soccorsi. Anche questi sopravvissuti perirono successivamente, prima che i soccorsi potessero agire. La tragica situazione dei sopravvissuti venne alla luce grazie al ritrovamento di alcuni appunti scritti da Kolesnikov dopo l'incidente. In uno di essi si legge[2][3]:

« ore 13:15 Tutto il personale dai compartimenti sei, sette e otto è stato spostato nel nono. Qui siamo in 23. Abbiamo preso questa decisione in seguito all'incidente. Nessuno di noi può uscire. »

In un messaggio successivo, Kolesnikov scrive:

« ore 15:45. Qui è troppo buio per scrivere, ma ci proverò a tentoni. A quanto pare non ci sono possibilità di salvarsi. Forse solo dal 10 al 20 per cento. Speriamo che almeno qualcuno leggerà queste parole. Qui ci sono gli elenchi degli effettivi che adesso si trovano nella nona sezione e tenteranno di uscire. Saluto tutti, non dovete disperarvi »

Dopo 48 ore la notizia divenne ufficiale, e il 16 agosto il capo di Stato Maggiore della Flotta Russa Mikhail Motsak annunciò la presenza di sopravvissuti, affermando che avrebbero avuto scorte di ossigeno per alcuni giorni. Si susseguirono alcuni tentativi di salvataggio russi: inizialmente venne usata una capsula di salvataggio Pritz e successivamente una capsula Bester più grande[4], ma i tentativi, quattro in tutto, fallirono a causa delle condizioni meteorologiche avverse.

Il giorno seguente Motsak ammise che la situazione era vicina alla catastrofe[5]. Dopo il consenso da parte della Russia ad accettare aiuti, lo stesso giorno salparono dal porto di Trondheim i battelli norvegesi di salvataggio Normand Pioneer e Seaway Eagle[6] con sommozzatori inglesi e norvegesi. Il loro tentativo consisterà nell'utilizzo di un minisommergibile britannico chiamato LR5[7][8], giunto appositamente via aereo per unirsi alla spedizione di salvataggio[9].

Il 19 agosto la nave Normand Pioneer con il batiscafo LR5 giunse sul luogo dell'incidente. I gruppi di soccorso riuscirono ad aprire il portellone posteriore, trovando i compartimenti interni allagati. Il 21 agosto, dopo varie analisi ed ispezioni, viene concluso che non c'è alcun sopravvissuto e le operazioni di salvataggio vengono interrotte[10].

Controversie[modifica | modifica sorgente]

Molti aspetti dell'incidente del Kursk e dei tentativi di salvataggio furono costellati di polemiche e controversie, con molte notizie contraddittorie.

Causa dell'incidente[modifica | modifica sorgente]

La commissione d'inchiesta fu guidata dal procuratore generale Vladimir Ustinov, e concluse il 29 giugno 2002 che le esplosioni a bordo del sottomarino russo furono causate da un siluro difettoso[11], che innescò delle reazioni a catena. Inoltre, i superstiti morirono in circa 8 ore dall'inizio dell'incidente ed i soccorsi non sarebbero stati in grado di aiutarli[12]. Sulla causa dell'incidente giunsero ad una conclusione simile dei ricercatori inglesi[13], che imputarono la prima esplosione ad una fuoriuscita di perossido d'idrogeno, usato come propellente per i siluri. Questo liquido sarebbe esploso innescando gli altri siluri.

Inizialmente venne ipotizzato che il Kursk avesse avuto una collisione con un qualche vascello non russo, non identificato. Questa ipotesi venne affermata da fonti russe, come dall'allora ministro della difesa Marshal Igor Sergeyev[14][15] e dall'allora primo ministro Ilya Klebanov[16]. Inoltre venne alla luce che quel giorno erano presenti due sottomarini statunitensi, che osservavano l'esercitazione,[17] lo USS Memphis e lo USS Toledo, di classe Los Angeles. Gli Stati Uniti negarono immediatamente la collisione tra un loro sottomarino e il Kursk, anche se confermarono la presenza del Memphis e del Toledo[17].

Secondo un'altra teoria, comparsa su un documentario franco-canadese definito credibile da Maurice Stradling, ex alto funzionario del ministero della difesa britannico, il Memphis avrebbe dovuto osservare la situazione da distante, mentre il Toledo avrebbe invece avuto ordini di pedinare il Kursk. Il Toledo avrebbe urtato il sottomarino russo, senza tuttavia causargli gravi danni. Il Toledo, danneggiato, avrebbe tentato di allontanarsi, aiutato dal Memphis. Rilevando che il Kursk stava attivando i sistemi d'arma, il Memphis avrebbe lanciato un siluro di tipo Mark 48, colpendo in pieno la sezione di prua del sommergibile russo, che conteneva i siluri. Ciò avrebbe creato una reazione a catena innescando le cariche dei siluri del Kursk. Sempre secondo questa tesi gli Stati Uniti e la Federazione Russa si sarebbero successivamente accordate e i primi, responsabili dell'incidente, avrebbero indennizzato la Russia cancellando un debito di 10 miliardi di dollari[18].

I sostenitori di questa teoria indicano come prova le immagini del relitto del Kursk quando venne recuperato che mostrerebbero un foro circolare, rivolto verso l'interno, presente sulla fiancata e vicino al luogo dell'esplosione.

All'ipotesi del siluro, ufficiali statunitensi ribatterono affermando che le unità USA erano distanti almeno 5 miglia[19]. Inoltre il Memphis non sarebbe stato danneggiato e uno scontro con un mezzo delle dimensioni del Kursk avrebbe creato pochi danni all'unità russa e avrebbe quasi distrutto quella statunitense[19].

La teoria alternativa venne illustrata in un documentario francese del 2004 intitolato "Kursk: A submarine in Troubled Waters", ripreso in Italia dal programma La storia siamo noi, diretto da Giovanni Minoli.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Forensic seismology.Retrieved on 2007-08-08.
  2. ^ Michael Wines, 'None of Us Can Get Out' Kursk Sailor Wrote, The New York Times, 27-10-2000. URL consultato il 13-08-2008.
  3. ^ Alberto Stabile, L' agonia dei superstiti sul Kursk, La Repubblica, 27-10-2000. URL consultato il 13-08-2008.
  4. ^ globalsecurity.org, Project 1855 Priz Deep-Diving Rescue Vehicle. URL consultato il 14-08-2008.
  5. ^ BBC News, Stricken sub 'severely damaged'. URL consultato il 14-08-2008.
  6. ^ Offshore Technology and the Kursk. URL consultato il 14-08-2008.
  7. ^ Kurks, l'ultima speranza è il batiscafo inglese, Repubblica.it, 19-08-2000. URL consultato il 14-08-2008.
  8. ^ BBC News, What Britain's rescue sub can do. URL consultato il 14-08-2008.
  9. ^ Britain rushes rescue craft to aid Russian sub, CNN, 16-08-2000. URL consultato il 14-08-2008.
  10. ^ CNN, No survivors found on Russian sub; rescue called off, 21-08-2008. URL consultato il 14-08-2008.
  11. ^ RAI News, Kursk, nessun responsabile. Fu colpa di un missile difettoso. URL consultato il 14-08-2008.
  12. ^ CNN, 'Hell' inside Kursk revealed, 08-11-2001. URL consultato il 14-08-2008.
  13. ^ New theory for Kursk sinking, 07-08-2001. URL consultato il 14-08-2008.
  14. ^ Patrick E. Tyler, Russians Point To a Collision In Sub Sinking, The New York Times, 18-08-2001. URL consultato il 14-08-2008.
  15. ^ Christopher Drew, Russia's Suspicion of Foreign Sub a Reminder of Cold War Chases, The New York Times, 22-08-2000. URL consultato il 14-08-2008.
  16. ^ Michael Wines, Russian Official Says Evidence Points to Collision With the Sub, The New York Times, 09-11-2000. URL consultato il 14-08-2008.
  17. ^ a b Russia Identifies U.S. Sub, The New York Times, 01-09-2000. URL consultato il 14-08-2008.
  18. ^ Franco Venturini, Ipotesi-choc sul Kursk: colpito da siluro Usa, Corriere della Sera, 06-08-2005. URL consultato il 13-08-2008.
  19. ^ a b Steven Lee Myers, Christopher Drew, U.S. Spy Sub Said to Record Torpedo Blast Aboard Kursk, The New York Times, 29-08-2000. URL consultato il 13-08-2008.

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