Juhayman al-Otaybi

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Juhayman al-Otaybi

Juhayman al-Otaybi, in lingua araba جهيمان بن محمد بن سيف العتيبي (16 settembre 19369 gennaio 1980), è stato un attivista e ribelle saudita noto per aver compiuto il sequestro della Grande Moschea della Mecca, sito santo dell'islam, negli ultimi mesi del 1979.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Otaybi era nato ad al-Sajir, nella provincia di Al-Qasim, uno degli insediamenti fatti costruire da re ibn Saud per ospitare le famiglie dei beduini Ikhwan che avevano combattuto per lui. L'insediamento di al-Sajir (noto come hijra) venne popolato dai membri della tribù di Otaybi, quella degli 'Utaybah, una delle preminenti della regione di Najd[1]. Molti Otaibi parteciparono alla Battaglia di Sabilla durante la Rivolta Ikhwan contro ibn Said, e fra questi suo padre e suo nonno (che vennero uccisi). Otaybi pertanto crebbe ascoltando storie di battaglie e di come i monarchi sauditi avevano i principi religiosi dello Stato saudita.[2] Egli fece parte dell'esercito dell'Arabia Saudita dal 1955 al 1973.

La sua dottrina era racchiusa in questi otto punti:

  1. L'imperativo di emulare le rivelazioni e l'esempio del Profeta, di propagare la fede e dare vita ad un colpo di Stato militare.
  2. La necessità per i musulmani di rovesciare i loro attuali governanti corrotti, che mancano degli attributi islamici perché il Corano non riconosce alcun re o dinastia.
  3. I requisiti per la legittima sovranità sono la devozione all'Islam e la sua pratica, la sovranità del Libro Sacro e non la repressione, le radici tribali Quraysh e l'elezione da parte dei credenti musulmani.
  4. Il dovere di basare la fede islamica sul Corano e la Sunnah e non su interpretazioni equivoche (taqlid) degli ulama e sul loro "scorretto" insegnamento nelle scuole coraniche e nelle università.
  5. La necessità di isolarsi dal sistema socio-politico, rifiutando di accettare le posizioni ufficiali.
  6. L'avvento del Mahdi dal lignaggio del Profeta attraverso Husayn ibn Ali per rimuovere le ingiustizie esistenti e portare equità e pace tra i fedeli.
  7. Dovere di respingere tutti gli adoratori degli dei (shirk), compresi gli adoratori di Ali, Fatima e Maometto, i Khawarij e anche la musica.
  8. Il dovere di creare una comunità islamica puritana che protegga l'Islam dagli infedeli e nessun tribunale straniero.

Nei tardi anni 1970 si trasferì a Riyadh, dove richiamò l'attenzione delle forze di sicurezza saudite. Assieme a circa 100 dei suoi seguaci venne arrestato nell'estate del 1978 per manifestazioni contro la monarchia, ma vennero tutti rilasciati dopo che ibn Baz li interrogò e disse che erano innocui.

Egli sposò sia la figlia del principe Sajer Al Mohaya che la sorella di Muhammad ibn Abdullah al-Qahtani.

Accuse di Juhayman ai governanti sauditi[modifica | modifica sorgente]

Juhayman disse, a sua giustificazione, che la Dinastia Saudita aveva perso la sua legittimazione a seguito della corruzione e l'imitazione dell'Occidente, e l'eco della carica di suo padre, nel 1921, contro ibn Saud.

Sequestro della Grande Moschea[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sequestro della Grande Moschea.
Ufficiali di Juhayman

Il 20 novembre 1979 — primo giorno dell'anno islamico 1400 — la Grande Moschea della Mecca venne sequestrata da un gruppo, ben organizzato, di 400 o 500 uomini al comando di al-Otaybi.

Il sequestro durò tre settimane prima che le forze speciali saudite tentassero di entrare nella moschea. Esse tentarono diversi metodi per abbattere le porte della moschea, tra cui i carri armati, ma non riuscirono ad entrare a causa della robustezza delle porte. Si pensò anche all'intervento di commando francesi ma si presentò il dilemma di come consentire ad un non-musulmano l'ingresso nella Kaaba. Si giunse infine a trovare la soluzione; impiegare dei mullah convertiti quali membri del commando francese per far sembrare politicamente corretto il loro intervento. Vennero usate armi chimiche per uccidere i terroristi. Pochissimi di loro uscirono vivi o privi di sensi. Questi vennero arrestati e giustiziati entro 10 giorni. Coloro che entrano per primi nella moschea, si trovarono di fronte un tappeto di cadaveri e di rifiuti. I ribelli sopravvissuti cercarono di fuggire attraverso le gallerie dell'acqua intorno alla moschea, che però vennero svuotate per prendere i ribelli.

Quando Juhayman venne arrestato si rifiutò di parlare fino a quando un gruppo di studiosi da Medina, che erano stati i suoi insegnanti, guidati da Shaykh Muhammad al-Amin ash-Shanqeeti, gli resero visita in carcere e lo abbracciarono piangendo chiedendogli di dare una giustificazione al suo gesto. Juhayman rispose che era motivata dai tumulti di quel tempo e che sperava che se essi avessero implorato Allah e chiesto perdono per lui, forse, Allah lo avrebbe perdonato.

Juhayman e 67 membri del suo gruppo vennero successivamente decapitati dal governo saudita.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Lunn 2003: 945
  2. ^ Lacroix & Holoch 2011: 93

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Mordechai Abir, Saudi Arabia in the Oil Era: Regime and Elites Conflict and Collaboration, Boulder, CO, Westview Press, 1988, ISBN 0-8133-0643-4.
  • R. Hrair Dekmejian, Islam in Revolution: Fundamentalism in the Arab World, Syracuse, NY, Syracuse University Press, 1985, ISBN 0-8156-2329-1.
  • Douglas F. Graham, Peter W. Wilson, Saudi Arabia: The Coming Storm, Armonk, NY, M.E. Sharpe, 1994, ISBN 1-56324-394-6.
  • Lacroix, S., & Holoch, G. (2011). Awakening Islam: The politics of religious dissent in contemporary Saudi Arabia. Cambridge, Mass: Harvard University Press.
  • Gudrun Krämer, Good Counsel to the King: The Islamist Opposition in Saudi Arabia, Jordan, and Morocco in Joseph Kostiner (a cura di), Middle East Monarchies: The Challenge of Modernity, Boulder, CO, Lynne Rienner, 2000, pp. 257–287, ISBN 1-55587-862-8.
  • Robert Lacey, The Kingdom, New York, NY, Harcourt Brace Jovanovich, 1981, ISBN 0-15-147260-2.
  • John Lunn, Saudi Arabia: History in The Middle East and North Africa 2003, 49ª ed., Routledge, 2002, ISBN 9781857431322.
  • William B. Quandt, Saudi Arabia in the 1980s: Foreign Policy, Security, and Oil, Washington, D.C., Brookings Institution, 1981, ISBN 0-8157-7286-6.
  • Malise Ruthven, Islam in the World, Oxford, Oxford University Press, 2000, ISBN 0-19-513841-4.
  • Yaroslav Trofimov, The Siege of Mecca: The Forgotten Uprising in Islam's Holiest Shrine and the Birth of Al Qaeda, New York, Doubleday, 2007, ISBN 978-0385519250.

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