Judo

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Due lottatori di Judo in azione

Il judo (柔道 Jūdō?, Via della Cedevolezza) è un'arte marziale giapponese e uno sport nato in Giappone alla fine del XIX secolo, i praticanti di tale disciplina vengono denominati judoka (柔道家 jūdōka?) o judoisti.

È anche una disciplina per la formazione dell'individuo nel senso morale e caratteriale. È diventata ufficialmente disciplina olimpica nel 1964, a Tokyo, e ha rappresentato alle Olimpiadi di Atene 2004 il terzo sport più universale, con atleti da 98 paesi.


Indice

[modifica] Descrizione

"Judo" in kanji

Il termine 'jūdō' è composto da due kanji (caratteri giapponesi): 柔 ('Jū', cedevolezza) e 道 (, via), traducibile anche come via dell'adattabilità, della gentilezza; intendendo con questo il principio di adattabilità alle tecniche avversarie sul quale si basa questa disciplina.

[modifica] Storia e filosofia

[modifica] La situazione dell'epoca

Il contesto storico era particolare: Il 1853 aveva segnato una data storica per il Giappone: il commodoro Matthew C. Perry, della Marina Americana, entra nella baia di Tokyo con una flotta di 4 navi da guerra consegnando allo Shogun un messaggio col quale si chiedevano l'apertura dei porti e trattati commerciali. Lo Shogun, probabilmente intimorito dalla dimostrazione di forza, rimise la decisione nelle mani dell'Imperatore che accettò quanto proposto. Per il Giappone, che fino a quel momento aveva vissuto in completo isolamento dal resto del mondo, inizia l'era moderna. La definitiva caduta dell'ultimo Shogun avvenuta nel 1867 ripristinò definitivamente il potere imperiale che, a segno di una definitiva uscita del Giappone dal periodo feudale, promulgò nel 1876 un editto col quale si proibiva il porto delle spade, decretando la scomparsa della classe sociale dei samurai, che avevano dominato per quasi mille anni.

Vi furono importanti cambiamenti culturali nella vita dei giapponesi dovuti all'assorbimento della mentalità occidentale e naturalmente ciò provocò un rigetto per tutto ciò che apparteneva al passato, compresa la cultura guerriera che tanto aveva condizionato la vita del popolo durante il periodo feudale. Il jujitsu, facente parte di questa cultura, scomparve quasi del tutto. Le arti marziali tradizionali vennero ignorate anche a causa della diffusione delle armi da fuoco ed i numerosi dōjō allora esistenti furono costretti a chiudere per mancanza di allievi; i pochi rimasti erano frequentati da ex guerrieri dediti a combattere per denaro e spesso coinvolti in crimini. Questo influenzò ulteriormente il giudizio negativo del popolo nei confronti del jūjitsu nel quale vedeva un'espressione di violenza e sopraffazione.

[modifica] Vita del fondatore

Kanō Jigorō traslitterato in Jigoro Kano

La storia del Judo è inseparabile da quella del suo fondatore, Jigoro Kano. Nato in una famiglia benestante, ebbe modo di praticare vari stili di jujistu durante gli studi superiori e universitari. Ciò gli permise di diventare a 21 anni maestro benemerito (Shihan) nella scuola Tenjin Shin'yō-ryū (specializzata in Katame waza, ossia lotta corpo a corpo, strangolamenti, leve articolari) e diventando informalmente (per riconoscimento del proprio istruttore) maestro di Kitō-ryū, scuola specializzata in Nage waza (tecniche di atterramento al suolo) famosa per praticare lo yoroi gumi uchi (combattimento con l'armatura), una sorta di randori (pratica libera) con tecniche di proiezione, a differenza delle altre scuole che praticavano principalmente i kata (forme preordinate).

[modifica] Il Kodokan

Statua di Jigoro Kano esterna al Kodokan di Tokyo.

I suoi studi gli consentirono nel 1882 di aprire la propria palestra nel tempio buddhista Eishōji a Kamakura[1], dove cominciò ad insegnare il suo stile. Secondo la norma dell'epoca, un maestro in almeno due stili come lui poteva fondarne uno nuovo. Kano riprese allora il termine che Terada Kan'emon, il quinto caposcuola del Kitō-ryū, aveva coniato quando aveva creato il proprio stile, il Jikishin-ryū: "jūdō".[2][3]

Lo stile venne conosciuto anche come Kano Jū-Jitsu o Kano Jū-Dō, poi come Kodokan Jū-Dō o semplicemente Jū-Dō o Jūdō. Nel primo periodo, venne anche chiamato semplicemente Jū-Jitsu.[4]

[modifica] Gli sviluppi

Jigoro Kano nel 1883 era professore universitario di Inglese ed economia, dotato di notevoli capacità pedagogiche, intuì l'importanza che potevano avere lo sviluppo fisico e la capacità nel combattimento se venivano usate proficuamente per lo sviluppo intellettuale dei giovani.

Per prima cosa eliminò tutte le azioni di attacco armato e non che potevano portare al ferimento a volte anche grave degli allievi: queste tecniche furono ordinate solo nei kata, in modo che si potesse praticarle senza pericoli. Poi studiò e approfondì il nage waza appreso alla scuola Kito, formando così un sistema di combattimento efficace e gratificante. Ma la vera evoluzione rispetto al jujitsu si ebbe con la formulazione dei principi fondamentali che regolavano la nuova disciplina: Seiryoku zen'yō (il miglior impiego dell'energia fisica e mentale) e Jita kyo'ei (tutti insieme per crescere e progredire).

Le otto qualità essenziali sulle quali si poggia il codice morale del fondatore, alle quali ogni judoista (jūdōka) dovrebbe mirare durante la pratica e la vita di tutti i giorni sono:

  • L'educazione
  • Il coraggio
  • La sincerità
  • L'onore
  • La modestia
  • Il rispetto
  • Il controllo di sé
  • L'amicizia

Per ottenere ciò, nell'ottica educativa della disciplina, è necessario impiegare proficuamente le proprie risorse, il proprio tempo, il lavoro, lo studio, le amicizie, allo scopo di migliorarsi continuamente nella propria vita e nelle relazioni con gli altri, conformando cioè la propria vita al compimento del principio del "miglior impiego dell'energia". Si stabilì cosi l'alto valore educativo della disciplina del judo, unita alla sua efficacia nel caso venisse impiegato per difendersi dalle aggressioni.

Il judo mira a compiere la sintesi tra le due tipiche espressioni della cultura giapponese antica e cioè Bun-bu, la penna e la spada, la virtù civile e la virtù guerriera: ciò si attua attraverso la pratica delle tre discipline racchiuse nel judo, chiamate rentai (cultura fisica), shobu (arti guerriere), sushin (coltivazione intellettuale).

Il judo conobbe una straordinaria diffusione in Giappone, tanto che non esisteva una sola città che non avesse almeno un dojo. Parallelamente si diffuse nel resto del mondo grazie a coloro che avevano modo di entrare in contatto col Giappone; furono principalmente commercianti e militari che lo appresero, importandolo poi nel loro paese d'origine. Non meno importante fu la venuta in Europa intorno al 1915 di importanti maestri giapponesi, allievi diretti di Jigoro Kano, che diedero ulteriore impulso allo sviluppo del judo, tra cui Gunji Koizumi in Inghilterra nel 1920 e Mikonosuke Kawaishi in Francia.

Jigoro Kano morì nel 1938, in un periodo in cui il Giappone, mosso da una nuova spinta imperialista, si stava avviando verso la seconda guerra mondiale. Dopo la disfatta, la nazione venne posta sotto il controllo degli USA per dieci anni e il judo fu sottoposto ad una pesante censura poiché catalogato tra gli aspetti pericolosi della cultura giapponese che spesso esaltava la guerra. Fu perciò proibita la pratica della disciplina ed i numerosi libri e filmati sull'argomento vennero in gran parte distrutti. Il judo venne poi "riabilitato" grazie al CIO (comitato olimpico internazionale) di cui Jigoro Kano fece parte quale delegato per il Giappone, e ridotto a semplice disciplina di lotta sportiva ma i suoi valori più profondi sono ancora presenti e facilmente avvertibili dai partecipanti.

[modifica] Ai giorni nostri

Pittogramma olimpico del Judo

A partire dal dopoguerra, con l'organizzazione dei primi Campionati Internazionali e Mondiali, e successivamente con l'adesione alle Olimpiadi, il judo si è sempre più identificato come sport da combattimento, mutuandone le caratteristiche di agonismo che provenivano dalle discipline di lotta occidentali. Si è perciò cominciato a privilegiare la ricerca del vantaggio minimo che permette di vincere la gara, a discapito del gesto fluido più spettacolare ma soprattutto più efficace.

L'entrata in scena, avvenuta negli anni ottanta, degli atleti dell'ex URSS, aventi una lunga tradizione di lotta sambo alle spalle, non ha che aumentato questo fenomeno. Oggi si assiste a numerose tecniche derivate dalla lotta libera che per efficacia sono molto inferiori alle tecniche tradizionali del judo e che ne tradiscono l'indirizzo bujutsu che caratterizza quest'ultime. In conseguenza di ciò, si è sviluppata la tendenza a privilegiare un tipo di insegnamento che metta in condizioni gli allievi di guadagnare da subito punti in gara, privilegiando talora posizioni statiche del tutto contrarie alla filosofia della via della cedevolezza. Purtroppo in questo modo viene spesso tralasciato l'aspetto educativo della disciplina. Questa pratica è spesso indice di scarsa preparazione degli istruttori, che non comprendono la necessità di fornire un'adeguata base tecnica prima di focalizzarsi sulla gara vera e propria.

Allo scopo di riaffermarne il valore, si sono costituite nel tempo Federazioni Sportive anche di carattere internazionale che tendono a far rivivere i principi espressi dal Maestro Jigoro Kano, quantunque anch'esse si dedichino all'attività agonistica. Queste federazioni sono riunite all'interno di Enti di Promozione Sportiva riconosciuti dal CONI, quali, CSI, UISP, CSEN[1], ACSI, ed altre. In Italia la federazione ufficiale appartenente al CONI è la FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali).

Questo non significa però che vi siano due tipi di scuole o che una sia meglio dell'altra: come ebbe a dire lo stesso Jigoro Kano (Yuko no Katsudo, rivista edita in Giappone, 1925) "anche nel periodo antico esistevano Maestri che impartivano nozioni di tipo etico oltre che tecnico: si trattava di esempi illuminati ma che, tenendo fede al loro impegno di Maestri, dovevano necessariamente privilegiare la tecnica. Nel judo invece gli insegnanti devono percepire la disciplina soprattutto come educazione, fisica e mentale". Jigoro Kano aggiungeva inoltre che "per coloro che si dimostrassero particolarmente portati alla competizione è lecito interpretare sportivamente la disciplina, purché non si dimentichi che l'obiettivo finale è ben più ampio". Nella scelta di un dojo è pertanto importante quindi affidarsi a maestri di provata esperienza che tengano corsi per tutti, non solo per l'agonista, e questo può avvenire tanto in ambito Federale quanto in quello Promozionale dove a volte, per dimostrare di non essere da meno, ci si impegna eccessivamente nelle gare.

[modifica] Le tecniche

Ci sono tantissime tecniche che si imparano negli anni. Nel primo e il secondo grado quindi cintura bianca e gialla si imparano circa 15/20 tecniche.

[modifica] Tipologie di tecniche

Il judo si suddivide in nage waza (proiezioni), katame waza (controlli), e sutemi waza (sacrificio). I tre gruppi comprendono le tecniche applicabili in combattimento

[modifica] Tecniche di proiezione (Nage waza)

Lo scopo delle tecniche utilizzate nel judo è sbilanciare l'avversario per proiettarlo farlo cadere al suolo: ciò è chiamato Nage waza (tecniche di proiezione). L'apprendimento è strutturato secondo un sistema chiamato Go kyo che ordina 40 tecniche in 5 classi in base alla difficoltà di esecuzione e alla violenza della caduta. L'arte di proiettare l'avversario al suolo dalla posizione eretta è definita Tachi waza e si suddivide in tre categorie:

  • tecniche di braccia: te waza
  • tecniche di anca: koshi waza
  • tecniche di gambe: ashi waza

Abbiamo poi le cosiddette tecniche di sacrificio: sutemi waza, dove il praticante accetta di perdere il suo equilibrio, gettandosi egli stesso a terra invece di mantenersi in piedi, per fare cadere il suo avversario. Queste a loro volta sono suddivise in:

  • sacrificio sul dorso della schiena: ma sutemi waza
  • sacrificio sul fianco della schiena: yoko sutemi waza


[modifica] Tecniche di controllo (Katame waza)

Un ulteriore gruppo di tecniche, viene definito Katame waza, tecniche di controllo, suddivise in:

  • tecniche di immobilizzazione, osae komi waza (applicabili dopo aver atterrato l'avversario), in cui si tiene l'avversario a terra con le spalle al tappeto.
  • tecniche di lussazione degli arti, kansetsu waza
  • tecniche di soffocamento e di strangolamento[5] , shime waza (ulteriormente suddivise in "di fronte, da dietro, con le gambe").

La maggior parte di queste tecniche viene effettuata durante la lotta a terra, detta ne waza, ma alcune di esse sono applicabili anche in piedi.

[modifica] Tecniche di colpi all'avversario (Atemi waza)

L'ultimo gruppo di tecniche è chiamato Atemi waza, o l'arte di colpire l'avversario e si divide in:

  • attacchi con gli arti superiori: ude ate (a sua volta suddiviso in Kobushi-ate con il pugno; Yubisaki-ate o colpi portati con la punta delle dita; Tegatana-ate con il lato della mano ed Hiji-ate con il gomito)
  • attacchi con gli arti inferiori: ashi ate (a sua volta suddiviso in Hizagashira-ate ovvero colpi con il ginocchio, Sekito-ate o colpi con l'avampiede; Kakato-ate ovvero colpi portati con il tallone)

La pratica di quest'ultime è effettuata solo nei Kata (forme preordinate) e comprende anche tecniche basilari di attacco-difesa da coltello, bastone, spada e pistola.

[modifica] Le cadute (ukemi)

È molto importante per un jūdōka saper cadere senza farsi male; queste sono le prime nozioni che vengono insegnate. Esistono quattro diversi tipi di cadute:

  • Mae ukemi - caduta in avanti frontale
  • Mae kai ten ukemi oppure "Zem Po Kai Ten Ukemi" caduta in avanti con rotolamento suddivisa in Migi (destra) e Hidari (sinistra).
  • Ushiro ukemi oppure "Ko Ho Ukemi" - caduta indietro
  • Yoko ukemi oppure "Soku Ho Ukemi" - caduta laterale anch'essa divisa in Migi e Hidari.

Il judo moderno interpreta la caduta come una sconfitta: in realtà si tratta di una vera e propria tecnica per consentire al corpo di scaricare l'energia cinetica accumulata durante la proiezione. Se male eseguita, possono verificarsi infortuni quali lussazione della spalla, urti del capo a terra, danni ai piedi ecc.

[modifica] Fasi di esecuzione di una tecnica

La possibilità di poter eseguire con successo una tecnica di proiezione è fondata sull'ottenimento di uno squilibrio (kuzushi) dell'avversario mediante azioni di spinta, trazione, prese sulla giacca. Vengono dette Happo-no-kuzushi "squilibri in ogni direzione" [Happo: ogni direzione; Kuzushi: squilibrio] lungo le quali il baricentro del corpo dell'avversario è spostato rispetto alla posizione naturale. Esse sono disposte idealmente a mo' di rosa dei venti, ossia verso l'avanti, indietro , laterale e le quattro diagonali.

L'esecuzione di una tecnica richiede quindi quattro fasi.

  • Trovare il contatto con l'avversario (Michaku) attraverso le prese (Kumi-kata)
  • Far perdere la posizione o l'equilibrio, ottenendo cioè una delle 8 situazioni descritte (Kuzushi)
  • Solo a questo punto Tori (colui che esegue la tecnica) rompe la sua posizione e prepara la proiezione (Tsukuri).
  • La fase finale è il controllo della caduta dell'avversario (Kake)

[modifica] Principi di esecuzione delle tecniche

  • sen, l'iniziativa
  • go no sen, il contrasto dell'iniziativa
  • sen no sen, l'iniziativa sull'iniziativa

Il principio sen (lett: prima) è tutto ciò che riguarda l'attaccare un avversario (kake) mediante tecniche dirette o concatenate (renraku waza, successione). sen si applica in primo luogo tramite azioni di tsukuri mirate a sviluppare l'azione mantenendo l'iniziativa, continuando ad incalzare l'avversario con attacchi continui atti a portare l'avversario in una posizione vulnerabile che permetta di attaccarlo con la tecnica preferita (tokui waza)

Il principio go no sen si attua con l'uso dei bogyo waza (tecniche di difesa). Dette tecniche, applicabili subendo un attacco per contrastarlo, vengono suddivise in chōwa (schivare), go (bloccare), yawara (assecondare).
Scopo delle tecniche di difesa è recuperare una posizione che permetta di controllare la situazione o di condurre un attacco.

Il principio sen no sen riguarda la controffensiva che tori (colui che agisce) sviluppa nell'istante in cui sta per partire l'attacco di uke(colui che riceve). Dal momento che uke si trova seppur involontariamente in una posizione di precario equilibrio a causa del suo tentativo di tsukuri, occorre anticiparlo prima del suo kake.

L'assidua pratica nel randori (combattimento libero) è fondamentale per sviluppare la capacità di percezione delle azioni dell'avversario. Tale principio realizza il kaeshi , espressione di un modo evoluto di condurre il combattimento in cui si lascia volutamente l'iniziativa all'avversario ma sempre controllando le sue azioni fino a cogliere l'attimo in cui applicare la contro-tecnica.

Bloccare, schivare o assecondare un attacco, cioè utilizzare una tecnica di difesa, può metterci nella condizione di poter condurre con successo un nuovo attacco nei confronti dell'avversario, ma è solamente anticipando l'azione nemica che si realizza correttamente un kaeshi. Negli altri casi, è più corretto parlare di contrattacco (giaku geki) piuttosto che di contro-tecnica (kaeshi waza), quantunque a scopo didattico si preferisca utilizzare sempre il termine kaeshi riferendosi alle azioni di attacco-difesa, allo scopo di non generare confusione negli allievi introducendo un concetto di dubbia comprensione.

In altre parole, si ha un kaeshi quando ad un attacco dell'avversario corrisponde un attacco immediato che lo sovrasta, mentre un contrattacco prevede l'utilizzo di una difesa (chowa, go, yawara) prima di eseguire la tecnica voluta. Per quanto veloce possa essere l'esecuzione, c'è sempre un attimo di rottura nell'azione: nel caso del kaeshi, questa rottura non esiste perché la contro-tecnica anticipa l'azione dell'avversario prima che questi abbia potuto dispiegare per intero il proprio attacco.

[modifica] I Kata

Il judo non è solo tecniche di proiezioni, di immobilizzazioni, di leve e di soffocamenti ma, come numerose altre arti marziali, comprende un insieme di kata. I più conosciuti di essi sono:

  • Nage-no-kata (forma delle proiezioni) composto di 5 gruppi (te-waza, koshi-waza, ashi-waza, mae-sutemi-waza, yoko-sutemi-waza)
  • Katame-no-kata (forma dei controlli) composto di 3 gruppi (osae-komi-waza, shime-waza, kansetsu-waza).
  • Kime-no-kata (forma della decisione anticamente chiamato Shobu (arti guerriere), tecniche di combattimento reale)
  • Jū-no-kata (forma dell'adattabilità alla forza nemica)
  • Kodokan Goshin-jutsu (forma di autodifesa - formato nel 1956 ad integrazione del precedente Kime no kata)
  • Koshiki-no-kata (forma antica-riprende le forme della scuola Kito di jujutsu) *[2]
  • Itsutsu-no-kata (forma dei cinque elementi naturali)

Altri Kata meno noti sono:

  • Go-no-kata (il primo kata adottato dal judo caduto in disuso dopo la morte di Jigoro Kano)
  • Seiryoku-zen'yō kokumin-taiiku-no-kata(forma della ginnastica nazionale del miglior impiego dell'energia).
  • Gonosen-no-kata (forma dei contrattacchi - non è riconosciuto ufficialmente dal Kōdōkan di Tokio in quanto creato da Mikonosuke Kawaishi, insegnante di judo in Francia in netto contrasto con il Kodokan di Tokyo).

L'insieme di Nage no kata e katame no kata viene anche definito Randori no kata poiché sono le tecniche applicate nel randori, dal quale sono esclusi gli atemi (colpire di pugno e calci)

Questi kata rappresentano degli esercizi di tecnica, di concentrazione particolarmente difficile e costituiscono la sorgente stessa dei principi del Jūdō. La buona esecuzione di questi kata necessita di lunghi anni di pratica per permettere al jūdōka di afferrarne il senso profondo.

[modifica] Il Dōjō

Il luogo dove si pratica il jūdō si chiama dōjō che significa "luogo di studio della via", parola usata anche nel buddismo ad indicare il monastero come luogo sacro da rispettare. Qui il judo viene praticato su un materassino chiamato tatami. Il tatami tradizionale in Giappone era fatto di paglia di riso, oggi si usano materiali sintetici purché sufficientemente rigidi da potervi camminare sopra senza sprofondare ed adeguatamente elastici da poter attutire la caduta.

Il tatami utilizzato nelle competizioni deve avere le misure minime di m 14 × 14 e massime di m 16 × 16. Al centro vi è l'area di combattimento di dimensioni minime di m 8 × 8 e massime di m 10 × 10; la bordatura rossa di circa un metro di lunghezza, detta area di pericolo, presente in passato è stata abolita nel 2007.

[modifica] L'abbigliamento

I jūdōka portano una tenuta chiamata Jūdōgi composta da pantaloni di cotone bianco rinforzato sopratutto nelle ginocchia (zubon) e una giacca bianca di cotone rinforzato (uwagi) tenuti insieme da una cintura (obi) colorata. Introdotto nel judo per la prima volta, il colore della cintura serve a riconoscere il grado e l'esperienza di un judoista. In gara i contendenti indossano una cintura bianca o rossa da sola o in aggiunta alla propria cintura allo scopo di distinguerli e attribuire i punteggi conquistati in gara. Nei tornei e campionati internazionali ed olimpici uno dei due indossa un judogi di colore blu, per essere meglio distinguibili non tanto dall'arbitro quanto dal pubblico, specialmente televisivo.

[modifica] I gradi e le cinture

I gradi sono attribuiti ad un praticante e permettono di valutare il suo livello tecnico, la sua efficacia in combattimento, il suo grado di anzianità così come le sue qualità morali, ciò che corrisponde al rispetto scrupoloso del codice morale così come un'applicazione sufficiente nella pratica.

La classificazione prevede una prima divisione tra Mudansha (non aventi alcun dan) e Yudansha (portatori di grado dan). Le cinture sono state introdotte essenzialmente dagli occidentali per riflettere il grado. Si trovano nell'ordine la cinture bianca, gialla, arancione, verde, blu, marrone e la famosa cintura nera anche se dopo esiste anche la cintura rossa. Esistono anche le "mezze-cinture", utilizzate in Italia per i giovani judoisti per segnare la progressione tra due cinture: bianco-gialla, gialla-arancione, arancio-verde, verde-blu e la blu-marrone.La cintura nera può essere tutta nera nel caso in cui appartenga ad un uomo, può essere nera con una striscia bianca nel mezzo che percorre tutta la cintura nel caso in cui appartenga ad una donna.

Le cinture di colore dal bianco al marrone corrispondono alle classi, chiamate kyu: il 6° kyu è rappresentato dalla cintura bianca fino al primo kyu per la cintura marrone,nel caso delle donne si utilizza una cintura bianca e nera.

Esistono al di sopra dei kyu altri gradi chiamati dan: dal I dan al V dan, la cintura è nera; dal VI dan al VIII dan è rappresentato da una cintura a bande rosse e bianche alternate, IX ,X e XI dan la cintura è Rossa, il XII è rappresentato da una cintura bianca più fine e larga (il motivo di tale scelta è l'idea di congiunzione che si vuole dare fra il massimo livello che si può raggiungere e quello più basso). Il I, II e III dan corrispondono al nome giapponese di Deshi (discepolo), il IV e V dan a Renshi (padronanza esterna), il VI e VII dan a Kyōshi (padronanza interiore), il VIII e IX dan a Hanshi (padronanza interiore ed esterna unificata) ed il X dan a Keijin (tesoro vivente). Inoltre il maestro Jigoro Kano, stabilì la possibilità di progredire oltre il X dan istituendo l'XI e il XII dan per coloro che trascendessero anche questo obiettivo, ma nessuno riuscì mai a raggiungerlo.

In Italia, i gradi inferiori alla cintura nera sono rilasciati in seguito ad un passaggio di cintura organizzati dal club. Per ottenere i differenti gradi dan di cintura nera si sostengono degli esami di tecnica, teoria e kata davanti ad una giuria regionale, fino al 3° dan, e nazionale per conseguire il 4° 5° e recentemente, anche il 6° dan, oppure guadagnando dei punti durante combattimenti ufficiali in campionati e trofei, fino al 5° dan. Successivamente al 6° dan, in Italia, i gradi vengono conferiti per meriti federali.

Allievi (Kyū) Gradi superiori (Dan)
Kyū Kanji Rōmaji Colore
6 六級 Rokkyū bianco
5 五級 Gokkyū giallo
4 四級 Yokkyū arancione
3 三級 Sankyū verde
2 二級 Nikyū blu
1 一級 Ikkyū marrone
Dan Kanji Rōmaji Colore
1 初段 Shodan nero
2 二段 Nidan
3 三段 Sandan
4 四段 Yodan
5 五段 Godan
6 六段 Rokudan bianco-rosso
7 七段 Nanadan
8 八段 Hachidan
9 九段 Kudan rosso
10 十段 Jūdan

[modifica] La competizione sportiva (Shiai)

L'obbiettivo di un incontro di judo è lanciare l'avversario a terra sulla sua schiena; o di immobilizzarlo a terra, preferibilmente sulla schiena o forzarlo ad arrendersi per un soffocamento, uno strangolamento o una leva articolare. Ognuno di questi requisiti permette la realizzazione del punto atto a vincere immediatamente l'incontro chiamato ippon.


[modifica] Entrata

Prima del combattimento propriamente detto, i due combattenti effettuano l'entrata sul tatami e fanno il saluto. Salutano una prima volta il tappeto dell'esterno, poi ritornano passando faccia a faccia dietro i giudici d'angolo, per andare a posizionarsi appena fuori dall'area di gara vera e propria. Da quella posizione aspettano il segnale dell'arbitro che farà segno avvicinando le sue braccia tese di fronte a lui. Quando sono a distanza di combattimento, o circa tre metri, si salutano reciprocamente ed aspettano il segnale di partenza Hajime (partenza). Il saluto all'ingresso dell'area di gara, prima previsto, è stato abolito nel 2004.

[modifica] Punteggi

Il judo ha quattro livelli di punteggio, in ordine decrescente: ippon, waza-ari, yuko. Un ippon letteralmentre significa "un punto" e fa vincere l'incontro (esisteva anche "koka", cioè 3 punti, ma è stato abolito).

[modifica] Ippon

Un ippon è assegnato se si effettua uno dei seguenti:

  • una proiezione che fa atterrare l'avversario ampiamente sul dorso, in modo controllato[6] con velocità e forza.
  • un'immobilizzazione dell'avversario a terra di durata sufficiente (venticinque secondi)
  • ottenere la resa dell'avversario. (per motivi medici o più spesso per un soffocamento o uno strangolamento o una leva articolare al gomito).

[modifica] Waza-ari

Un waza-ari è assegnato se si effettua

  • una proiezione che manca di una delle 4 caratterische necessarie all'ippon ovvero ampiamente sul dorso, controllo, tecnica o velocità.
  • un'immobilizzazione dell'avversario a terra di almeno 20 secondi (ma inferiore a 25 secondi).

Un waza-ari è un mezzo punto, e se ne vengono relizzati due costituiscono un punto (waza-ari awasete ippon ) e quindi fanno vincere l'incontro.

[modifica] Yuko

Yuko (Uno yuko è inferiore ad un waza-ari).

A proiezioni che mancano dei requisiti per far ottenere un ippon o un waza-ari possono essere assegnati i punteggi di yuko .

Un'immobilizzazione dell'avversario a terra di almeno 15 secondi (ma inferiore a 20 secondi) viene assegnato uno yuko'.

Il punteggio yuko non si cumula con altri puntenggi, e viene utilizzato per decidere la vittoria in situzioni in cui se si considerassero solo gli ippon e i waza-ari il punteggio sarebbe pari .

Dal 01/01/2009, come si evince dal regolamento arbitrale, il koka è stato abolito ed è considerato un semplice kinza e non da un reale vantaggio.

[modifica] Punteggio totale di un jūdōka e confronto con quello dell'avversario.

Solo il waza-ari si somma e porta a waza-ari awasete ippon (due waza ari valgono ippon).

Una valutazione più alta supera sempre la valutazione più bassa. Così un ippon (o due waza-ari) supera sempre un waza-ari. Un waza-ari supera sempre un numero qualsiasi di yuko.

Quando il punteggio più alto è lo stesso per i due combattenti, il vincitore è quello che ne ha di più. (Quindi ad esempio un jūdōka con un 2 yuko vince rispetto ad un avversario con 1 yuko)

Se anche in questo caso sono in parità, si prende in conto il vantaggio inferiore e così via fino al vantaggio più piccolo. (Quindi ad esempio un jūdōka con 1 waza-ari e 2 yuko vince rispetto ad un avversario con 1 waza-ari e 1 yuko)

[modifica] Punteggio nel combattimento in piedi

Kinza: questo vantaggio non è contabilizzato, ma deve essere preso in conto per l'arbitro per far fermare i combattenti in caso di uguaglianza dello stato di parità. Corrisponde ad un attacco sincero, ininterrotto o no da una caduta dell'avversario sul ventre o sulle ginocchia.


Yuko: è dato quando mancano due dei tre elementi dell'ippon. Corrisponde ad una caduta sul fianco se la tecnica eseguita è sufficientemente energica, oppure ad una caduta più di schiena ma dove manca forza e velocità nell'azione.

Waza-ari: è attribuito quando manca uno solo dei tre elementi dell'ippon. Corrisponde ad un impatto sulla schiena ma dove o la forza o la velocità della proiezione sono insufficienti. Può essere dato anche in seguito ad una caduta sul fianco seguita immediatamente di un contatto delle spalle al tappeto.

Ippon è dato in seguito ad una proiezione con impatto sulla schiena con forza e velocità e comporta la vittoria. (È inoltre possibile ottenere un ippon per resa dell'avversario in seguito a strangolamento o soffocamento o leva al gomito, ma in pratica sono decisamente rari perché è più difficili effettuarli stando in piedi di quanto lo sia effetuare una proiezione dell'avversario)

Occorre dire che a volte nel corso della competizione si verificano situazioni in cui è difficile stabilire la corretta valutazione. Il compito dell'arbitro è anche valutare chi dei due combattenti mantiene un comportamento più attivo premiandolo con una valutazione superiore (beninteso non al primo attacco), oppure in alternativa sanzionare l'altro per passività.

[modifica] Punteggio nel combattimento a terra

Un vantaggio è dato in combattimento al suolo dopo un'immobilizzazione dell'avversario. Affinché ci sia immobilizzazione, occorre che le due spalle dell'avversario tocchino il tappeto e che il controllo si faccia con il busto girato verso il tappeto. L'arbitro grida allora osae-komi avanzando il braccio teso, il palmo rivolto verso il basso ed il piede posto in direzione dei combattenti ed il cronometro di immobilizzazione si mette in marcia. Si giudica che l'avversario sia riuscito ad uscire dell'immobilizzazione quando la sua uscita è totale: o è sul ventre, con le due spalle rivolte verso il tappeto, o ha rovesciato completamente il suo avversario, o abortisce il controllo avverso avvolgendo la gamba o il busto del suo avversario con le sue gambe. L'arbitro grida allora toketa agitando lateralmente il braccio teso in direzione dei combattenti. Si ferma allora il cronometro e si conta il numero di secondi che indica. Durante questo tempo, il combattimento continua finché l'arbitro dà il segnale di arresto matte, quando non c'è più un seguito tecnico interessante. I vantaggi sono dati secondo il tempo di immobilizzazione:

  • Yuko: da 15 secondi e fino a 19 secondi
  • Waza-ari: da 20 secondi e fino a 24 secondi
  • Ippon: 25 secondi

Nel caso in cui il combattente che sta immobilizzando l'avversario abbia già a suo vantaggio un punteggio di "waza-ari" la vittoria verrà data allo scoccare dei 20 secondi.

Un kinza può essere conteggiato su un'immobilizzazione di meno di 10 secondi.

La vittoria, per ippon, è data anche in seguito ad un abbandono dell'avversario. Nel combattimento al suolo, l'abbandono è indotto molto frequentemente da uno soffocamento o una dolorosa leva al gomito, l'unica autorizzata nel judo. Per segnalare il suo abbandono, il combattente batte due o più volte il palmo della mano sul corpo dell'avversario o sul tappeto. Se non può utilizzare le mani gli è consentito chiedere la resa battendo il piede a terra o dicendo maitta, che in giapponese significa "mi arrendo" o "pietà". L'immobilizzazione e la resa per tecniche a terra (soffocamento, leva) sono più frequenti nei combattimenti femminili che non in quelli maschili, per via della diversa distribuzione del peso corporeo che favorisce tali tecniche.

[modifica] Arbitraggio

Gli arbitri di jūdō hanno per missione:

  • di accordare parzialmente i vantaggi o la vittoria al combattenti in seguito alle tecniche riuscite;
  • di mantenere l'interesse del combattimento e di assicurare la sicurezza dei combattenti di fermare e far riprendere il combattimento quando è necessario;
  • di informare i combattenti ed il tavolo, e se possibile gli spettatori, dello svolgimento del combattimento, per esempio quando c'è inizio di immobilizzazione e dei punteggi;
  • di fare rispettare le regole e di applicare le sanzioni appropriate quando necessario.

Nelle competizioni ufficiali, tre arbitri assicurano l'arbitraggio: un arbitro detto "arbitro centrale" in posizione in piedi e che si sposta coi combattenti e due arbitri detti "arbitri di angolo" che si trovano seduti ai due angoli opposti della superficie di combattimento. L'arbitro centrale, in seguito a tecnica valida e valutabile o nell'assegnazione di una penalità deve esprimere chiaramente e tempestivamente, con dei segni convenzionali, la propria decisione. Il ruolo degli arbitri di angolo è di dare il loro parere in caso di disaccordo con la decisione dell'arbitro centrale. Per ciò, utilizzano gli stessi gesti di arbitraggio dell'arbitro centrale. Quando uno solo dei due arbitri di angolo da il suo parere, l'arbitro centrale prende atto del suggerimento ma non può modificare la propria decisione se la stessa è già stata espressa dal relativo gesto. Se entrambi i due arbitri di angolo sono d'accordo contro il parere dell'arbitro centrale, questo deve modificare la sua decisione. L'arbitro d'angolo determina anche se un'azione sul bordo è valida o no a seconda che l'azione stessa abbia dimostrato la sua efficacia dentro o fuori dai limiti del tatami, ovvero un'azione può continuare e terminare all'esterno dell'area di combattimento se colui che subisce (Uke) esce dall'area di gara dopo aver ormai del tutto perso l'equilibrio.

Per farsi comprendere, l'arbitro utilizza dei termini di arbitraggio in giapponese corredati da un gesto, per essere compreso anche da lontano. Di seguito un elenco dei termini di arbitraggio impiegati in competizione con l'eventuale gesto accompagnatorio tra parentesi ed il loro significato:

[modifica] Terminologia

  • Hajime — (lett. inizio) inizio del combattimento
  • Matte (braccio teso con palmo diretto verso il tavolo della giuria) — (lett: aspettate) fermatevi e ritornate al posto
  • Soremade — fine del combattimento
  • Sonomama (toccando i due combattenti) — (lett. "Restate come siete") quando l'arbitro vuole verificare qualche cosa senza modificare la posizione dei combattenti durante la lotta a terra
  • Yoshi (toccando brevemente i due combattenti) — (lett: bene) riprendete il combattimento, dopo Sonomama
  • Hantei(braccio alzato in verticale) — decisione dei giudici
  • Yuko (braccio teso di fianco a 45 gradi, dita tese) — vantaggio medio
  • Waza-ari (braccio teso di fianco a 90 gradi, dita tese) — mezzo punto
  • Waza-ari Awasete Ippon (braccio teso di fianco a 90 gradi, dita tese, poi sale in posizione di Ippon) - 2 Waza-ari ossia un Ippon
  • Ippon (braccio teso al di sopra la testa, dita tese) — (lett: un punto) vittoria acquisita e fine del combattimento
  • Osae-komi (braccio teso in avanti a 90 gradi palmo verso terra) — inizio dell'immobilizzazione
  • Toketa (agita il braccio teso in avanti a 90 gradi a destra e sinistra col palmo di taglio) — uscita dall'immobilizzazione
  • Shido (indica col dito il combattente sanzionato) — sanzione lieve. Il primo shido, corrisponde ad un koka, per l'avversario, il secondo, corrisponde ad uno yuko, il terzo, ad un waza-ari.
  • Hansoku-make - sanzione grave, che presa direttamente, comporta la squalifica. Oppure al 4° Shido, comporta la sconfitta dell'atleta, con l'eventuale possibilità di essere recuperato.

Esistevano in precedenza due altre sanzioni: Chūi (errore medio) e Keikoku (avvertimento prima della squalifica), queste sono state soppresse nel 2002: tutti gli errori che erano sanzionati con un Chūi o un keikoku, ora sono qualificati come Shido.

[modifica] Sanzioni

Gli shido si accumulano: due shido danno uno yuko all'avversario, il terzo un waza-ari eliminando lo yuko, il quarto comporta la squalifica, detta hansoku make,per il combattimento in corso ma non necessariamente dalla competizione. L'hansoku make dato per motivazioni tecniche (passività, falso attacco, ...) comporta solo la perdita del combattimento in corso e il combattente può essere ripescato durante lo svolgimento della gara e mantiene comunque la posizione acquisita mentre l'hansoku make impartito per motivazioni comportamentali (offesa all'avversario o agli arbitri, atti contro lo spirito sportivo,...) comporta l'esclusione definitiva dalla gara e la perdita della posizione acquisita fino a quel momento.

Gli shido sequenziali hanno sostituito l'utilizzo delle penalità di Chui e keikoku rendendo più semplice il compito dell'arbitro.

Gli shido sono dati principalmente per errori del tipo: non combattività (passività), rifiuto del combattimento, fuga o uscita volontaria della zona di combattimento, atteggiamento eccessivamente difensivo, braccia tese, busto completamente piegato verso la parte anteriore, gesti vietati (dita dentro la manica, mani sul viso dell'avversario,...).

Gli hansoku make sono dati o per accumulo di 4 shido o dopo un gesto contrario allo spirito del judo come non tener conto dell'arbitro, delle osservazioni fatte a questo o dopo un'azione che mette in pericolo l'avversario o sé stesso. I gesti pericolosi sono numerosi ma estremamente facili da evitare se il praticante ricerca innanzitutto l'efficacia e se è pienamente consapevole di che cosa significhi praticare un judo pulito e improntato al rispetto nei confronti dell'avversario

[modifica] Uscita

Quando l'arbitro ha dato il segnale di fine ed ha designato il vincitore, i due combattenti escono effettuando l'inverso dell'entrata: si salutano con l'inchino (segno di sportività e anche darsi la mano), salutano la zona di combattimento per salutare infine il tappeto alla loro uscita.

[modifica] I "punti judo"

Una speciale classifica viene redatta nei tornei per stabilire a quale società sportiva viene attribuita la vittoria. I punti conquistati dagli atleti vengono convertiti in numeri e sommati per determinare la classifica di società secondo la tabella seguente:

  • ippon 10 punti
  • waza ari 7 punti
  • yuko 5 punti

anche le sanzioni sono conteggiate ma in negativo

  • shido I nessun punto
  • shido II -5 punti
  • shido III -7 punti
  • hansokumake -10 punti

Questo sistema, talora osteggiato dai sostenitori del judo tradizionale, fa si che vengano premiate le società numerose che talora portano in gara anche atleti alle prime armi sperando guadagnino qualche punto prezioso.

[modifica] Altre forme di arbitraggio

Nelle antiche ryu di jujutsu le sfide avevano termine quando uno dei due si dichiarava sconfitto. Tale tradizione continuò in Giappone anche quando il Kodokan dovette affrontare le scuole superstiti di jujutsu che affermavano la loro superiorità, arrivando ad incontri che potevano durare anche un'ora. Successivamente, quando il judo si affermò definitivamente venne creato il primo sistema di gara chiamato Sanbon Shiai (gara ai 3 punti, intendendo con ciò che chi realizzava due ippon aveva vinto). Tale tipo di competizione, ormai molto rara, sopravvive ancora in alcune gare organizzate da Enti Sportivi Promozionali.

Un altro tipo di arbitraggio attualmente in uso in queste associazioni (UISP, CSEN, ACSI), è denominato arbitraggio tradizionale, in quanto si rifà alla prima regolamentazione del Kodokan, che prevedeva un solo arbitro sul tatami. Si ha quindi l'assenza dei giudici di sedia ed inoltre vengono assegnate solo le valutazioni di waza ari e ippon. Naturalmente l'arbitro tiene in conto delle azioni dei combattenti per assegnare la vittoria in caso che nessuno realizzi un waza ari o un ippon. Inoltre gli atteggiamenti troppo difensivi vengono sanzionati in maniera maggiore di quanto fatto negli arbitraggi Federali. Tale sistema è premiante nei confronti del combattente più attivo, poiché l'accumulo di sanzioni va a vantaggio dell'avversario.

[modifica] Categorie di peso

Uomini
Fino a 55 kg 55-60 kg 60~66 kg 66~73 kg 73~81 kg 81~90 kg 90~100 kg Oltre 100 kg
Donne
Fino a 48 kg 48~52 kg 52~57 kg 57~63 kg 63~70 kg 70~78 kg Oltre 78 kg

[modifica] Il judo in Italia

[modifica] Cenni storici

Le prime testimonianze si riferiscono ad un gruppo di militari appartenenti alla nostra Marina i quali nel 1905 tennero una dimostrazione di "lotta giapponese" (cosi veniva definito il judo) davanti all'allora re d'Italia Vittorio Emanuele III.

Gli ufficiali Moscardelli e Piazzolla, in servizio a Yokohama in Giappone ottennero, secondo quanto contenuto negli archivi della Marina, il 1° dan di judo nel 1889.

Bisognerà però aspettare altri 15 anni perché si incominci a parlare di judo, grazie all'opera di un altro marinaio, Carlo Oletti, che diresse i corsi di judo per l'esercito che erano stati istituiti nel 1920.

Fino al 1924 il judo resterà confinato nell'ambito militare, allorquando fu costituita la FILG (Federazione Italiana lotta giapponese), assorbita poi nel '31 dalla FIAP (Federazione Italiana Atletica Pesante), e quindi nel '74 dalla FILPJ, (Federazione Italiana Lotta Pesi Judo), che a sua volta, inglobando anche il karate, cambierà denominazione in FILPJK (Federazione Italiana Lotta Pesi Judo Karate) nel 1995; infine nel luglio del 2000 l'Assemblea nazionale decide di scindere la federazione FILPJK e nasce la FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali)[7]

Particolare merito spetta, per la divulgazione in Italia del judo e della sua organizzazione federale, dapprima al Maestro Benemerito (onorificenza questa rilasciata dalla Federazione Italiana solo a poche persone) Tommaso Betti Berutto, autore del testo di riferimento per intere generazioni di jūdōka italiani "Da cintura bianca a cintura nera", e all'Avv. Augusto Ceracchini, pioniere della disciplina, per cinque volte campione d'Italia, istitutore dell'Accademia Nazionale Italiana Judo, ente predisposto alla formazione degli insegnanti tecnici, negli anni '70.

[modifica] Alcune Famose Associazioni Sportive Judoistiche Italiane

[modifica] Medagliere Olimpico

Medaglie d'oro:

Medaglie d'argento:

Medaglie di bronzo:

[modifica] Campionati Mondiali

[modifica] Campionati Europei

[modifica] Alcuni campioni

[modifica] Del passato

[modifica] 10º Dan[13]

[modifica] Odierni

[modifica] Note

  1. ^ Japan Times, 30 March 1913; see also Kodokan.
  2. ^ Waterhouse, David. "Kanō Jigorō and the Beginnings of the Jūdō Movement", Toronto, symposium, 1982, pp. 170-171.
  3. ^ Draeger, Donn F. Martial Arts and Ways of Japan: Volume II; Classical Budo and Bujutsu. Weatherhill, Tokyo, 1973.
  4. ^ Ad esempio, Tsunejiro Tomita stesso fu autore del libro Judo: La moderna scuola del Jū-Jitsu all'incirca nel 1906 (di Gregory, O.H. e Tomita, Tsunejiro. Chicago, O.H. Gregory.)
  5. ^ Sebbene nella pratica i due termini "tecniche di soffocamento" e "tecniche di strangolamento" vengano utilizzati intercambibilmente come fossero sinonimi secondo una più precisa distinzione che alcuni effettuano nell'ambito del judo le tecniche di soffocamento si riferiscono a quelle che interrompono il flusso d'aria e quindi la respirazione, mentre le tecniche di strangolamento a quelle che agiscono in altro modo ad esempio interrompendo il flusso sanguigno al cervello.
  6. ^ Le regole richiedono un certo controllo (essere in grado di controllare la tecnica in ogni sua parte è indice non soltanto di rispetto nei confronti dell'incolumità del compagno-avversario, ma anche di maestria e di padronanza della tecnica stessa)
  7. ^ Altra federazione nata dalla FILPJK è la FIPCF (Federazione Italiana Pesistica e Cultura Fisica).
  8. ^ http://www.fiammegialle.org/it/discipline/homepage.asp?classe=Judo - Sito web ufficiale delle Fiamme Gialle
  9. ^ http://www.polizia-penitenziaria.it/fiammeazzurre.asp - Sito web ufficiale delle Fiamme Azzurre
  10. ^ http://www.akiyamasettimo.too.it/ - Sito web ufficiale dell'associazione Akiyama di Settimo Torinese
  11. ^ http://www.judocentotorri.it/ - Sito web ufficiale dell'associazione Judo Cento Torri
  12. ^ http://www.asdjudookarezzo.it/ - Sito web ufficiale dell'associazione Ok Judo Arezzo
  13. ^ Profilo dei 10º dan

[modifica] Bibliografia

  • Jigoro Kano Judo Jujutsu ed. Mediterranee ISBN 88-2721125-X
  • Jigoro Kano Fondamenti del judo ed. Luni ISBN 88-7984-072-X
  • Isao Okano Judo vitale vol.1 e 2 ed. Mediterranee ISBN 88-272-0349-4
  • Tommaso Betti Berutto Da cintura bianca a cintura nera ed. Nuova Editrice Spada
  • Sakujiro Yokoyama Judo kyohan (uno dei testi classici sul judo risalente ai primi del '900, pubblicato per la prima volta nel 1908 in Francia col titolo Judo manuel de jujutsu de l'école de Kano a Tokyo e successivamente nel 1915 in Inghilterra col titolo originale. Qui è possibile leggere una buona traduzione dell' edizione inglese).

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

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