Josip Broz Tito

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Josip Broz Tito
Josip Broz Tito uniform portrait.jpg

Presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia
Presidente della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia fino al 1963
Durata mandato 14 gennaio 1953 –
4 maggio 1980
Predecessore Ivan Ribar
Successore Lazar Koliševski

Primo ministro della RSF di Jugoslavia
Durata mandato 29 novembre 1945 –
29 giugno 1963
Presidente Ivan Ribar (fino al 1953)
Josip Broz Tito (dal 1953)
Predecessore Carica creata
Successore Petar Stambolić

Segretario generale del Movimento dei paesi non allineati
Durata mandato 1º settembre 1961 –
10 ottobre 1964
Predecessore Carica creata
Successore Gamal Abd el-Nasser

segretario generale della Lega dei Comunisti di Jugoslavia
Durata mandato marzo 1939- 4 maggio 1980
Predecessore Milan Gorkić
Successore Branko Mikulić

Segretario Federale per la Difesa Nazionale della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia
Durata mandato 7 marzo 1945 –
14 gennaio 1953
Predecessore carica istituita
Successore Ivan Gošnjak

Dati generali
Partito politico Partito Comunista dell'Unione Sovietica (1918-1920)
Lega dei Comunisti di Jugoslavia (1920-1980)
Firma Firma di Josip Broz Tito

Josip Broz (grafia cirillica: Јосип Броз, più conosciuto con il nome di battaglia di maresciallo Tito (Тито); Kumrovec, 7 maggio 1892Lubiana, 4 maggio 1980) è stato un rivoluzionario, capo di Stato jugoslavo.

Josip Broz
tito a bihàc nel 1942
tito a bihàc nel 1942
7 maggio 1892 - 4 maggio 1980
Soprannome "tito"
Nato a Kumrovec
Morto a Lubiana
Dati militari
Paese servito impero Austro-Ungarico Jugoslavia
Forza armata Imperial regio Esercito austro-ungarico
Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia
Anni di servizio 1913-1945
Grado maresciallo di Jugoslavia
Guerre prima guerra mondiale
guerra civile russa
guerra civile spagnola
Fronte jugoslavo (1941-1945)

[senza fonte]

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Fu cofondatore del Partito Comunista Jugoslavo (KPJ) nel 1920, membro del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e della polizia segreta sovietica (NKVD).

Comandò dal 4 luglio 1941 l'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, movimento comunista della Resistenza jugoslava contro i tedeschi, gli ustascia croati e gli italiani e ha partecipato in posizione preminente dal 26 novembre 1942 al Comitato Antifascista di Liberazione Nazionale della Jugoslavia (AVNOJ).

Il movimento antifascista titino, grazie ad un'estesa guerriglia ed all'appoggio degli Alleati, in particolare dell'Armata Rossa e della Gran Bretagna, respinse l'Asse dai territori dell'ex Jugoslavia. Sconfisse anche i cetnici (JVUO) del generale Dragoljub Mihailović, movimento di liberazione rivale.

A seguito delle elezioni dell'11 novembre 1945, venne dichiarato decaduto il re Pietro II e costituita la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, una dittatura monopartitica che Tito governò come Primo Ministro tra il 29 novembre 1945 ed il 29 giugno 1963 e come Presidente della Repubblica dal 14 gennaio 1953 alla morte.[1]

Josip Broz Tito il 15 aprile 1952 sposa la sua segretaria ed ex partigiana Jovanka Budisavljević.

Tito è stato uno dei membri fondatori del Cominform,[2] ma ha resistito all'influenza sovietica (cfr. Titismo) ed è divenuto uno dei maggiori promotori del Movimento dei paesi non allineati. Per quanto avesse costituito uno stato autoritario,[3][4][5] Tito è riuscito in vita a promuovere la propria immagine sia in Jugoslavia, presentandosi come simbolo dell'unione tra le nazioni jugoslave, sia in Occidente,[6] avvalendosi, in patria, dell'instaurazione di un culto della personalità della sua figura ed, in Occidente, del peso esercitato sugli equilibri USA-URSS dalla sua politica di stato comunista ma non filo-sovietica.

Il 3 ottobre 2011 la Corte Costituzionale della Slovenia ha dichiarato incostituzionale la dedicazione di una strada di Lubiana a Tito, avvenuta nel 2009, dichiarando che ciò avrebbe comportato la glorificazione del regime totalitario da questi costituito e una giustificazione delle gravi violazioni dei diritti dell'uomo e della dignità umana avvenute durante il suo regime:[7][8][9][10] si tratta della prima decisione in cui un organo giudiziario di uno stato dell'ex Jugoslavia ha preso una posizione netta sulla valutazione dell'opera di Tito.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La casa dove è nato Tito a Kumrovec, Croazia

Josip Broz nasce a Kumrovec (oggi nel nord-ovest della Croazia), un paesino della regione dello Hrvatsko Zagorje, all'epoca parte dell'Impero austro-ungarico. È il settimo dei quindici figli di Franjo e Marija Broz, nata Javeršek.

Dopo aver trascorso alcuni anni della sua infanzia col nonno materno a Podsreda (oggi in Slovenia), frequenta a Kumrovec la scuola elementare fino al 1905. Nel 1907 lascia l'ambiente rurale del paese natale per trasferirsi a Sisak, dove lavora come apprendista fabbro. A Sisak si confronta con le idee e le istanze del movimento dei lavoratori e nel 1910 partecipa alla celebrazione del primo maggio (festa del lavoro).

Nel 1910 entra a far parte del Sindacato dei lavoratori metallurgici e del Partito Social-Democratico della Croazia e della Slavonia. Tra il 1911 e il 1913 lavora brevemente a Kamnik (Slovenia), Cenkovo (Boemia), Monaco, e Mannheim (Germania), dove lavora alla fabbrica automobilistica della Benz. Si sposta quindi a Wiener Neustadt, in Austria, dove lavora alla Daimler come pilota collaudatore. Nel maggio del 1912, intanto, vince una medaglia d'argento ad un torneo di scherma a Budapest.

Francobollo dell'Unione Sovietica, Josip Broz Tito, 1982 (Michel № 5151, Scott № 5019)

Nell'esercito austro-ungarico[modifica | modifica wikitesto]

Nell'autunno del 1913, Josip Broz viene arruolato nell'Imperial regio Esercito austro-ungarico. Allo scoppio della prima guerra mondiale Tito, inviato a Ruma, è arrestato per aver svolto propaganda contro la guerra. Imprigionato nella fortezza di Petrovaradin, nel 1915 è trasferito in Galizia a combattere sul fronte russo, dove si distingue come abile soldato e viene raccomandato per una decorazione militare. Il 25 marzo 1915, giorno di Pasqua, in Bucovina la granata di un obice lo ferisce gravemente e in aprile il suo intero battaglione è catturato dai Russi.

Prigioniero e rivoluzionario in Russia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo tredici mesi trascorsi in ospedale, nell'autunno del 1916 Tito è inviato in un campo di lavoro negli Urali, dove i prigionieri lo eleggono proprio leader. Nel febbraio 1917, lavoratori in rivolta entrano nella prigione e liberano i prigionieri. Tito si unisce quindi ad un gruppo bolscevico.

Nell'aprile del 1917 è arrestato di nuovo, ma riesce a fuggire per unirsi alle dimostrazioni del 16 e 17 giugno del 1917 a San Pietroburgo. Per fuggire Tito scappa quindi verso la Finlandia. Di nuovo arrestato è costretto a trascorrere tre settimane nella fortezza di Petropavle, per poi essere trasferito nel campo di prigionia a Kungur, riuscendo però a fuggire durante il tragitto in treno. Si nasconde presso una famiglia russa, dove incontra e sposa Pelagija Belousova.

Nel novembre dello stesso anno entra a far parte dell'Armata Rossa ad Omsk (Siberia). Nella primavera del 1918 Tito chiede di essere ammesso nel Partito Comunista Russo. La domanda è accolta. In giugno lascia Omsk per trovare lavoro. È impiegato come meccanico vicino ad Omsk per un anno. Quindi, nel gennaio 1920, Tito e Pelagija compiono un lungo e difficile viaggio di ritorno in Jugoslavia, dove arrivano in settembre.

Ritorno in Jugoslavia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1920 partecipa a Vukovar alla fondazione del Partito Comunista Jugoslavo (KPJ), che nelle elezioni dello stesso anno si dimostra il terzo partito del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, per essere poi messo al bando dal re Alessandro I di Jugoslavia. Tito continua la sua attività politica in clandestinità, nonostante le pressioni del governo sui militanti comunisti. All'inizio del 1921, Tito si sposta a Veliko Trojstvo, vicino a Bjelovar, dove trova lavoro come macchinista.

Nel 1925 Tito si sposta a Porto Re (località a sud di Fiume, all'epoca sede di un importante cantiere navale del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni), dove inizia a lavorare nel suddetto cantiere. Viene eletto rappresentante sindacale e l'anno successivo guida uno sciopero. Viene quindi licenziato, e si sposta a Belgrado, dove lavora in una fabbrica di locomotive a Smeredevska Palanka. Viene eletto commissario dei lavoratori ma è di nuovo licenziato non appena viene rivelata la sua appartenenza al Partito Comunista. Si sposta infine a Zagabria, dove è nominato segretario del sindacato croato dei lavoratori metalmeccanici.

Nel 1934 Josip Broz diviene membro del Dipartimento Politico del Comitato Centrale del KPJ, con sede a Vienna. Assume - anche per non essere scoperto - il nome in codice di Tito. Nel 1935, Tito viaggia in Unione Sovietica, lavorando per un anno nella sezione Balcani del Comintern. È membro del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e della polizia segreta sovietica (NKVD). Nel 1936, il Comintern invia il compagno "Walter" (cioè Tito) in Jugoslavia per attuare una purga nel Partito Comunista Jugoslavo. Nel 1937, il segretario generale del KPJ, Milan Gorkić, è assassinato a Mosca su ordine di Stalin. Lo stesso anno, Tito ritorna in Jugoslavia dopo essere stato nominato da Stalin come segretario generale dell'ancora illegale KPJ. Secondo lo storico Jean-Jacques Marie, c'era un piano per liquidare Tito a Mosca, ma Stalin vi si oppose e lo lasciò ripartire dall'URSS, comunque non prima di aver fatto fucilare sua moglie.[11]

Durante questo periodo, Tito segue fedelmente le politiche del Comintern, criticando l'Italia fascista e la Germania nazista fino al Patto Molotov-Ribbentrop del 1939, per rivolgere quindi la critica alle democrazie occidentali fino al 1941. Quando nel 1940 anche la Francia viene occupata dai nazisti, la prospettiva di un'Europa dominata dal fascismo divenne reale e Stalin non si fidava più del compromesso raggiunto con Hitler nel 1939. Agli occhi di Mosca, Tito ha in mano il modello organizzativo per i comunisti europei nel caso di una definitiva affermazione del fascismo su scala continentale. Negli ultimi anni del Comintern, il KPJ emerse come primus inter pares tra i partiti comunisti europei che operavano nell'Europa caduta nelle mani dei nazisti.[12]

La Resistenza[modifica | modifica wikitesto]

Tito e Ivan Ribar a Sutjeska, 1943

La Jugoslavia il 24 marzo 1941 aderisce al Patto Tripartito sotto le minacce di Adolf Hitler. Il colpo di Stato del 27 marzo 1941, maturato in ambienti militari e auspicato dai servizi segreti inglesi rompe l'accordo con il Patto Tripartito. Seguono manifestazioni di delirante entusiasmo popolare, al quale non è estranea l'attività sotterranea del KPJ. Dopo pochi giorni la Jugoslavia firma un trattato di amicizia con l'URSS.

Il 6 aprile, le forze tedesche, italiane e ungheresi lanciano l'invasione della Jugoslavia. L'esercito tedesco (Wehrmacht Heer) inizia un'avanzata su tre direttrici verso Belgrado, che viene intanto bombardata dalla Luftwaffe, assieme alle altre città jugoslave (Operation Punishment). Attaccate su più fronti e minate dalle frizioni interetniche ed in particolare dalla defezione croata, le forze armate del Regno di Jugoslavia non possono resistere più di tanto, e l'operazione di invasione si conclude in 11 giorni (6-17 aprile 1941). Re Pietro II e alcuni membri del governo si rifugiano in esilio a Londra, mentre altri ministri e militari firmano l'armistizio. Il 19 aprile l'esercito bulgaro procede all'occupazione della Macedonia.

La prima risposta di Tito all'invasione tedesca è la fondazione di un Comitato Militare come parte del Comitato Centrale del Partito Comunista (10 aprile 1941). Il 28 aprile, a Lubiana (Slovenia), si registra la formazione del primo gruppo di resistenza partigiana comunista. Il 1º maggio 1941 viene distribuito un pamphlet redatto da Tito, che chiama la popolazione a raccolta nella battaglia contro l'occupazione.[13]

Tito e i partigiani comunisti affrontarono l'avversione dell'Esercito jugoslavo in patria (Jugoslovenska vojska u otadžbini, JVUO), l'armata dei cetnici, che degenerò in guerra civile. Si trattava di una forza di resistenza anti-comunista, a base etnica serba (invece che ideologica come i partigiani di Tito), anti-nazista, nazionalista, monarchica e comandata dal generale Dragoljub Mihailović, che aveva incluso interi settori dell'esercito jugoslavo rimasti allo sbando ma molte bande cetniche poi non riconobbero la guida di Mihailović quindi si regolarono autonomamente. A lungo i cetnici ricevono aiuti dai britannici, dagli Stati Uniti e dal governo jugoslavo in esilio di Re Pietro II.

Il 22 giugno (giorno del lancio dell'Operazione Barbarossa contro l'Unione Sovietica), nella foresta di Brezovica presso la città di Sisak, in Croazia, i partigiani jugoslavi formano la famosa Prima Brigata Partigiana di Sisak, per la maggior parte composta di croati della vicina città, una delle prime formazioni militari antifasciste in Europa. Lo stesso giorno, 49 uomini della Brigata attaccano un treno della riserva tedesca.[14] Il 4 luglio, in una riunione del Comitato Centrale, Tito viene nominato Comandante Militare dell'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia e lancia la mobilitazione generale per la resistenza.

I partigiani comunisti iniziano presto un'estesa e vittoriosa campagna di guerriglia, iniziando a liberare parti del territorio. Le attività dei partigiani provocano diverse ritorsioni dei tedeschi e degli ustascia, nazionalisti croati, collaborazionisti, insediatisi in Croazia, contro i civili, che sfociano in eccidi (100 civili per ogni soldato tedesco ucciso, 50 per ogni ferito). L'accettazione, da parte di Tito, di queste dure ritorsioni, a carico, per la maggior parte di civili innocenti, diviene uno dei principali punti di dissenso tra Tito e Mihailović. Secondo alcuni storici,[15] Mihailovic organizza azioni lontano dai centri abitati per evitare le rappresaglie tedesche e concentra i propri sforzi nel recupero e salvataggio degli aviatori alleati sul suolo iugoslavo; Tito vede queste feroci rappresaglie degli occupanti come un'opportunità, un importante fattore di aggregazione e di mobilitazione dell'intera popolazione a favore della resistenza armata. In questa area balcanica il tradizionale dovere della vendetta era infatti fattore più efficace rispetto al culto della patria nel mobilitare la popolazione contro le forze di occupazione. Tito, incurante delle rappresaglie, colpisce duramente gli invasori arrecando loro gravi perdite in termini di uomini e di equipaggiamento ed obbligandoli a distogliere soldati da altri fronti.

Nella “Lotta popolare di Liberazione” jugoslava cessa ogni distinzione tra “fronte” e “retrovia”, tra “interno” e “estero”, tra “militare” e “civile”. Le operazioni al tempo stesso hanno finalità sia politiche che militari e sono rivolte sia verso le forze proprie che verso quelle avversarie. Ciò sarebbe stato impensabile senza uno strumento integrato di informazioni, controllo e repressione politica di un livello tale che non sarà compreso dagli avversari, che si troveranno ad agire nei luoghi, tempi e modi sbagliati. Il controllo totale sulla popolazione diventa una vera e propria risorsa strategica, alla quale gli eserciti tradizionali sono (in parte tuttora) impreparati. In effetti, un tale modo di concepire e condurre una guerra doveva essere spiazzante per gli ufficiali dell'Asse che si trovarono ad affrontarlo.[16]

Tito nominato dall'AVNOJ Maresciallo di Jugoslavia, 1943

Nei territori liberati, i partigiani organizzano comitati popolari con funzioni di governo civile. Tito è il principale leader del Comitato Antifascista di Liberazione Nazionale della Jugoslavia - AVNOJ, riunitosi a Bihać il 26 novembre 1942, e quindi a Jajce il 29 novembre 1943. Nelle sue due sessioni, l'AVNOJ stabilisce le basi federali della Jugoslavia postbellica. A Jaice, Tito è nominato Presidente del Comitato Nazionale di Liberazione. Il 4 dicembre 1943, mentre la maggior parte del paese è ancora occupata dalle forze naziste, ma dopo l'armistizio richiesto dall'Italia, Tito proclama un Governo provvisorio democratico di Jugoslavia.

Dopo la resistenza dei partigiani comunisti agli intensi attacchi dell'Asse tra gennaio e giugno 1943, i leader degli Alleati tolgono il loro supporto ai cetnici per sostenere i partigiani titini, la cui azione contro le forze di occupazione è considerata assai più incisiva. Franklin Delano Roosevelt (USA) e Winston Churchill (UK) si allineano con Stalin nel riconoscere ufficialmente Tito e i suoi partigiani durante la Conferenza di Teheran. Gli aiuti degli Alleati vengono paracadutati ai partigiani direttamente dietro le linee dell'Asse.

Come leader della resistenza comunista, Tito diviene un obiettivo delle forze dell'Asse. I tedeschi arrivano vicini a catturare o uccidere Tito in almeno tre occasioni: nell'offensiva della Narenta (Fall Weiss) del 1943; nella seguente offensiva (Fall Schwarz), in cui, il 9 giugno, Tito viene ferito, ma si salva grazie al sacrificio del suo cane; e il 25 maggio 1944, in cui riesce fortunosamente a scampare ai tedeschi durante l'Operazione Rösselsprung, un lancio di paracadutisti di fronte al quartier generale di Tito a Drvar.

Il Maresciallo Tito durante la Resistenza, 1944

I partigiani vengono supportati direttamente da lanci aerei degli Alleati sui loro quartieri generali; in ciò gioca un ruolo rilevante come collegamento il Brigadiere Fitzroy Maclean. La Balkan Air Force della RAF viene formata nel giugno 1944 per controllare le operazioni di aiuto alle forze partigiane. Al fine di non mettere in dubbio gli stretti legami con Stalin, Tito si mostra spesso in aperto contrasto con gli ufficiali britannici e americani collegati al suo quartier generale. In realtà gli Alleati hanno grande fiducia in lui e gli assegnano un ruolo di primo piano nel futuro dei Balcani. Dopo aver sacrificato Mihailovic, cercano di accondiscendere alle sue richieste in termini di aiuti e di conquiste di territori già italiani. Sarà l'Italia a pagare il prezzo maggiore del distacco della Jugoslavia da Mosca.

Il 28 settembre 1944,[17] la TASS riporta la firma di Tito ad un accordo con l'URSS che consente un "temporaneo ingresso delle truppe sovietiche nel territorio jugoslavo". Con l'aiuto dell'Armata Rossa, i partigiani jugoslavi liberano Belgrado il 18 ottobre 1944, e il resto della Jugoslavia entro il maggio 1945. Alla fine della guerra, a tutte le forze straniere viene ordinato di lasciare il territorio jugoslavo.

L'identità di Tito[modifica | modifica wikitesto]

A partire dagli anni Trenta fu noto con il nome di Tito. L'uso di "nomi di battaglia" era diffuso presso i militanti dell'illegale partito comunista affinché, in caso di arresto, non si potesse risalire alla famiglia dell'arrestato. Durante la resistenza il personaggio di Tito fu investito da un alone di mistero. I referti delle SS lo descrivono come un personaggio di cui si sa poco, salvo vaghe caratteristiche fisiche (anche queste spesso distorte), molto pericoloso, astuto e pieno di risorse. Goebbels non nascose la propria ammirazione per un uomo di cui era difficile seguire le tracce e che anche quando si credeva di averlo intrappolato riusciva a cavarsela.

Esiste una quantità di documenti che testimonia le sue molteplici identità. Lo stesso uomo viene fatto risalire a sei, sette identità, tra cui Ivan Brozović e Tito. Le origini del soprannome "Tito" non sono certe, ma la teoria più accreditata, benché non verificata, è che derivi dal fatto che usasse spesso la locuzione "ti to" (in serbocroato "tu questo") per impartire ordini ai suoi uomini. Tuttavia il biografo di Tito, Vladimir Dedijer, afferma che il nome derivi dall'autore croato Tituš Brezovački.

A capo della Jugoslavia socialista e federale[modifica | modifica wikitesto]

Conseguenze della guerra[modifica | modifica wikitesto]

A fine 1944, l'Accordo di Lissa (Viški sporazum), conosciuto anche come Accordo Tito-Šubašić, rappresentò un tentativo di fondere il governo comunista di Tito con il governo in esilio di re Pietro II. Il 7 marzo 1945, il governo provvisorio della Democrazia Federale di Jugoslavia (Demokratska federativna Jugoslavija, DFJ) si riunì a Belgrado. Il governo provvisorio era capeggiato da Tito e non aveva relazioni con il governo jugoslavo in esilio e re Pietro II. Dopo le elezioni dell'11 novembre 1945 (secondo molti di fatto controllate e massicciamente inquinate dai titoisti), il fronte nazionale capeggiato da Tito ottenne la maggioranza assoluta. Tito venne nominato Primo ministro e ministro degli Esteri della DFRJ.

È durante questo periodo che le forze jugoslave e l'Armata Rossa vennero coinvolte nella deportazione delle popolazioni etnicamente tedesche (Volksdeutsche) dalla Jugoslavia, considerate oggettivamente collaborazioniste. Tedeschi etnici, cetnici, ustascia e altre formazioni militari croate e slovene vennero catturati durante gli spostamenti tra le masse di rifugiati, e nonostante le promesse di Tito ai collaborazionisti di una resa sicura, un gran numero di collaborazionisti e supposti tali finirono uccisi (Massacro di Bleiburg).

Altre uccisioni di massa, ad opera dei partigiani jugoslavi, coinvolsero italiani, ungheresi e tedeschi. La popolazione italiana dell'Istria, giudicata sommariamente come fascista, subì i Massacri delle foibe mentre l'etnia italiana presente nella Dalmazia fu considerata collaborazionista con gli invasori italiani e perseguitata. I supposti "fascisti ungheresi" subirono il massacro di Bačka tra 1944 e 1945, mentre con l'Operazione Keelhaul venne ucciso un gran numero di ustascia croati, consegnati dai britannici, presso cui avevano chiesto asilo, agli jugoslavi.

Critici di Tito hanno sostenuto che Tito avesse dato via libera, o comunque non avesse ignorato e vietato i numerosi massacri, che durarono per molte settimane anche dopo la fine della guerra. Altri sostengono che tali eccidi sarebbero da mettere in relazione, almeno in parte, con il nazionalismo delle popolazioni locali e con capi partigiani in cerca di giustizia sommaria contro collaborazionisti veri o presunti e contro popolazioni considerate per etnia o per convenienza collegate alle forze occupanti.

Nel novembre 1945 venne redatta una nuova Costituzione, promulgata il 31 gennaio 1946, sul modello centralista sovietico. Intanto il movimento partigiano venne organizzato in esercito regolare, l'Armata Popolare Jugoslava (Jugoslavenska narodna armija, JNA), inizialmente considerato il quinto più potente esercito in Europa. Tito organizzò anche una forza di polizia segreta, l'Amministrazione di Sicurezza dello Stato (Uprava državne bezbednosti/sigurnosti/varnosti, UDBA). Sia l'UDBA sia il Dipartimento per la Sicurezza del Popolo (Organ Zaštite Naroda (Armije), OZNA) furono incaricati, tra le altre cose, di ricercare, imprigionare e processare un largo numero di collaborazionisti. Essi inclusero anche preti cattolici, a causa del coinvolgimento del clero cattolico croato con il regime ustascia durante la guerra.

Il 29 novembre 1945, re Pietro II di Jugoslavia venne deposto dall'Assemblea Costituente Jugoslava, e il 13 marzo 1946 il generale Dragoljub Mihailović venne catturato dall'OZNA, e quindi ucciso il 18 luglio. Il regime politico di Tito in Jugoslavia aveva molte delle caratteristiche di una dittatura, e non era molto diverso dai regimi imperanti in altri stati comunisti dell'Est dopo la Seconda guerra mondiale. La Lega dei Comunisti di Jugoslavia vinse le prime elezioni del dopoguerra, nelle quali schede semplificate consentivano solo un'alternativa tra "si" e "no". Nonostante la natura controversa di queste votazioni, bisogna notare che Tito riportava al tempo un massiccio supporto popolare. Il partito usò immediatamente i propri poteri per stanare gli ultimi collaborazionisti, nazionalisti e anti-comunisti, usando in parte metodi caratteristici dello Stalinismo (es. i cosiddetti "Processi di Dachau", svoltisi a Lubiana tra il 1947 e il 1949).[18] Il governo di Tito riuscì comunque a unificare un paese che era stato severamente colpito dalla guerra e a reprimere efficacemente i sentimenti nazionalisti e separatisti delle popolazioni, in favore di un comune obiettivo jugoslavo.

Nell'ottobre 1946, nella sua prima sessione speciale in 75 anni, il Vaticano scomunicò Tito e il governo jugoslavo per aver condannato il controverso arcivescovo cattolico Alojzije Viktor Stepinac a sedici anni di prigione per collaborazionismo con le forze di occupazione dell'Asse e per aver forzato conversioni di Serbi al cattolicesimo[19] (la pena fu poi commutata in arresti domiciliari). Col tempo, il regime jugoslavo divenne il meno oppressivo tra gli stati socialisti, anche per quanto riguarda le libertà religiose, in quanto Tito credeva che solo l'oppressione facesse fare proseliti alla religione. Tito, tuttavia, considerò sempre l'attivismo religioso come una potenziale minaccia per il regime.

La rottura con Stalin[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1948, motivato dal desiderio di creare un'economia forte e indipendente, Tito, non deludendo in questo le speranze in lui riposte dagli Alleati, divenne il primo leader comunista (e il solo ad aver successo) a sfidare la leadership di Stalin nel Cominform e le sue richieste di lealtà assoluta.

L'adesione della Jugoslavia al Cominform esigeva un'obbedienza assoluta da parte di Tito alla linea fissata dal Cremlino. Tito, forte della liberazione della Jugoslavia dall'occupazione nazifascista da parte dei suoi partigiani, desiderava invece restare indipendente dalla volontà di Stalin. Le relazioni tra URSS e Jugoslavia ebbero subito dei momenti di tensione, a partire dalla censura sovietica sui messaggi che la resistenza jugoslava lanciava da Radio "Jugoslavia Libera", che trasmetteva da Mosca.

Tito prese quindi diverse iniziative sgradite ai dirigenti sovietici:

  • il sostegno ai comunisti greci dell'ELAS, un'insurrezione che Stalin riteneva un'avventura;
  • il progetto di una federazione balcanica con Albania, Bulgaria e Grecia

A partire dal 1945, Stalin iniziò a nominare uomini a lui devoti all'interno del governo e del Partito Comunista Jugoslavo. Allo stesso tempo, Tito rifiutò di lasciar subordinare la sua polizia, l'esercito e la politica estera, così come di veder creare delle società miste di produzione, attraverso le quali i sovietici avrebbero potuto controllare le branche essenziali dell'economia del paese.

Nel marzo 1948, Stalin richiamò tutti i consiglieri militari e gli specialisti civili presenti in Jugoslavia. Poco dopo, una lettera del Comitato Centrale sovietico inizia a criticare le decisioni del PC jugoslavo. Allo stesso modo, i dirigenti jugoslavi vicini a Tito fecero blocco attorno a lui e quelli fedeli a Mosca furono esclusi dal Comitato Centrale e arrestati. Il Cremlino giocò l'ultima carta portando la questione davanti al Cominform, ma Tito si oppose. A questo punto il Cominform considerò il rifiuto jugoslavo come un tradimento. Escludendo la Jugoslavia dal Cominform, Stalin sperò di provocare una sollevazione nel paese. Ma ciò non avvenne e il Partito Comunista jugoslavo, epurato dai "cominformisti", elesse un nuovo Comitato Centrale totalmente devoto a Tito.

La rottura con l'Unione Sovietica portò molti riconoscimenti internazionali a Tito, ma creò anche un periodo di instabilità (il periodo dell'"Informbiro"). La via nazionale jugoslava al comunismo venne definita Titismo da Mosca, che, incoraggiò le purghe contro sospetti titini negli altri paesi del blocco comunista.[20] Nel contesto della spaccatura tra cominformisti e titoisti, Tito diede vita in patria ad un clima fortemente repressivo. Oppositori politici, "cominformisti" o presunti tali (tra l'altro parecchi comunisti italiani - tanto autoctoni che immigrati - accusati di stalinismo[21]), vennero rinchiusi in campi di prigionia, tra i quali spiccava il campo di Isola Calva (Goli Otok), dopo processi e condanne sommari.

Durante la crisi, Winston Churchill portò un discreto sostegno a Tito, chiedendogli in cambio di ritirare i suoi partigiani comunisti dalla Grecia e di cessare gli aiuti. Da parte sua, Churchill fece sapere a Stalin di non toccare la Jugoslavia. Stalin tentò di sottomettere la Jugoslavia attraverso l'arma economica. Ridusse le esportazioni dell'URSS verso Belgrado del 90% e obbligò gli altri stati dell'Europa orientale a fare altrettanto. Questo blocco economico costrinse Tito ad aumentare i suoi scambi con i paesi occidentali. Pur restando fedele al socialismo e richiamandosi agli stessi principi dell'Unione Sovietica, la Jugoslavia ne rimase politicamente indipendente. Tito rimise dunque in discussione la direzione unica del mondo socialista impressa dall'URSS, aprendo la strada all'idea di un socialismo nazionale. Solamente la destalinizzazione lanciata da Nikita Sergeevič Chruščёv permetterà una normalizzazione dei rapporti tra URSS e Jugoslavia.

Le leggi sull'autogestione[modifica | modifica wikitesto]

Il 26 giugno 1950 l'Assemblea Nazionale jugoslava approvò una legge cruciale, scritta da Tito e Milovan Gilas, sull'autogestione (samoupravljanje): un tipo indipendente di socialismo che sperimentò la condivisione dei profitti tra gli operai nelle industrie controllate dallo stato. Il 13 gennaio 1953, la legge sull'autogestione venne posta a base dell'intero ordine sociale in Jugoslavia. Tito successe inoltre a Ivan Ribar come Presidente della Jugoslavia il 14 gennaio 1953.

La politica estera negli anni cinquanta[modifica | modifica wikitesto]

Eleanor Roosevelt con Tito alle Isole Brioni nel 1953.

Tito divenne famoso nel perseguire una politica estera di neutralità durante la Guerra fredda e nello stabilire stretti rapporti con i paesi in via di sviluppo. Il forte credo di Tito nell'autodeterminazione causò un precoce strappo con Stalin e, di conseguenza, con il blocco orientale. I suoi discorsi pubblici spesso reiteravano che la politica di neutralità e cooperazione con tutti paesi è naturale che finché questi paesi non usano la propria influenza per premere la Jugoslavia a scegliere campo. Le relazioni con gli Stati Uniti e i paesi dell'Europa Occidentale erano generalmente cordiali.

Dopo la morte di Stalin, Tito rigettò l'invito dell'URSS di una visita per discutere la normalizzazione delle relazioni bilaterali. Nikita Sergeevič Chruščёv e Nikolaj Aleksandrovič Bulganin visitarono Tito a Belgrado nel 1955 e chiesero scusa per i misfatti del governo di Stalin.[22] Tito visitò l'URSS nel 1956, segnalando che l'animosità tra URSS e Jugoslavia stava scemando.[23] Comunque, le relazioni tra URSS e Jugoslavia avrebbero raggiunto un altro punto basso alla fine degli anni sessanta.

Tito sviluppò anche buone relazioni con la Birmania di U Nu, viaggiandovi nel 1955 e ancora nel 1959, nonostante Ne Win non ricambiasse la visita nel 1959. La Jugoslavia aveva una politica liberale rispetto ai viaggi, permettendo agli stranieri di viaggiare liberamente attraverso il paese, e ai suoi cittadini di viaggiare per tutto il mondo,[24] il che era generalmente limitato da parte dei paesi comunisti. Un gran numero di cittadini jugoslavi lavorarono in Europa occidentale.

Il movimento dei Non Allineati[modifica | modifica wikitesto]

A seguito della Conferenza di Bandung del 1955, Tito si avvicinò a Gamal Abd el-Nasser e Jawaharlal Nehru, che rincontrò nella Conferenza di Brioni nel 1956. Con la Conferenza di Belgrado del 1961, Titò co-fondò il Movimento dei paesi non allineati assieme all'egiziano Gamal Abd el-Nasser, l'indiano Jawaharlal Nehru, l'indonesiano Sukarno e il ghanese Kwame Nkrumah, in quella che fu definita "l'iniziativa dei cinque", stabilendo forti legami con i paesi del terzo mondo. Questa mossa ebbe un grande successo nel migliorare la posizione diplomatica della Jugoslavia. Tito coltivò anche ottimi rapporti con l'Etiopia e in particolare con l'Imperatore Haile Sellassie, considerato leader carismatico dell'Africa e fu più volte ospite ad Addis Abeba.

La Repubblica Socialista Federale[modifica | modifica wikitesto]

Il 7 aprile 1963, il paese cambiò ufficialmente nome in Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Le riforme incoraggiarono l'impresa privata e rilassarono le restrizioni alla libertà di parola e di espressione religiosa.[24] Nel 1966 Tito firmò un accordo con il Vaticano, che garantiva nuove libertà alla Chiesa Cattolica Romana di Jugoslavia, in particolare nell'insegnamento del catechismo e nell'apertura di seminari. Il nuovo socialismo di Tito trovò opposizione da parte dei comunisti ortodossi, che culminò con la cospirazione capeggiata da Aleksandar Ranković,[25] capo della sicurezza. In seguito alle dimissioni di Rankovic, ci fu una liberalizzazione, di cui beneficiarono soprattutto artisti e scrittori.

Lo stesso anno Tito dichiarò che da quel momento i comunisti avrebbero dovuto tracciare il percorso della Jugoslavia con la forza delle proprie opinioni (implicando una garanzia di libertà di espressione e l'abbandono dei metodi dittatoriali). L'Agenzia di Sicurezza dello Stato (UDBA) vide ridotti i propri poteri e il proprio staff ad un massimo di 5.000 persone. Il 1º gennaio 1967, la Jugoslavia fu il primo paese comunista ad aprire le sue frontiere a tutti i visitatori stranieri, abolendo il regime dei visti.[26]

La politica estera negli anni sessanta[modifica | modifica wikitesto]

Lo stesso anno Tito divenne attivo nel promuovere una risoluzione pacifica del conflitto arabo-israeliano. Il suo piano chiedeva agli Arabi di riconoscere lo Stato di Israele in cambio del ritorno dei territori conquistati da Israele.[27] Gli arabi rifiutarono la sua idea di "terre per il riconoscimento".

Nel 1967, Tito offrì al leader cecoslovacco Alexander Dubček la sua disponibilità a volare a Praga, con un preavviso di sole tre ore, se Dubček avesse avuto bisogno di aiuto nell'affrontare i Sovietici.[28] Tito criticò violentemente l'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia nel 1968, il che contribuì a migliorare la sua immagine nei paesi occidentali.

A causa della sua neutralità, la Jugoslavia fu l'unico paese comunista ad avere relazioni diplomatiche con governi di destra anticomunisti. Ad esempio, fu l'unico paese comunista autorizzato ad avere un'ambasciata nel Paraguay di Alfredo Stroessner.[29] Comunque, una notevole eccezione alla posizione neutrale della Jugoslavia verso i regimi anticomunisti si ebbe nel caso del Cile di Augusto Pinochet; anche la Jugoslavia troncò le relazioni diplomatiche dopo il colpo di Stato del 1973 che depose Salvador Allende.[30]

Gli anni settanta e le riforme costituzionali del 1974[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1971 Tito fu rieletto Presidente della Jugoslavia per la sesta volta. Nel suo discorso di fronte all'Assemblea Federale egli introdusse 20 radicali emendamenti costituzionali che avrebbero costituito un rinnovato schema su cui basare lo stato. Gli emendamenti prevedevano:

  • una presidenza collettiva, costituita da 22 membri eletti dalle sei repubbliche e dalle due provincie autonome. La Presidenza Collettiva avrebbe avuto un singolo Presidente, a rotazione tra le sei repubbliche. In caso di mancato accordo dell'Assemblea Federale sulla legislazione, la presidenza collettiva avrebbe avuto il potere di legiferare per decreto.
  • un governo più forte, con un considerevole potere di iniziativa legislativa, indipendente dal Partito Comunista. Djemal Bijedic venne scelto come Primo Ministro.
  • il decentramento del paese con una maggiore autonomia alle repubbliche e alle provincie. Il governo federale avrebbe mantenuto l'autorità solo sulla politica estera, di difesa, di sicurezza interna, gli affari monetari, il libero commercio interno e i prestiti per lo sviluppo delle regioni più povere. Il controllo dell'educazione, della sanità e degli affitti sarebbero stati esercitati interamente dai governi delle provincie.[31]

All'inizio degli anni settanta, l'intervento di Tito stroncò i movimenti di rinnovamento nella politica che erano emersi alla fine degli anni sessanta in Serbia, Croazia e Slovenia e destituì le élite comuniste che si accingevano a liberalizzare la politica economica e sociale in quelle repubbliche. Negli anni successivi, la Jugoslavia vide un periodo di accentuata repressione politica che sollevò aspre contestazioni soprattutto tra i croati. Durante la "Primavera croata" del 1970 (anche masovni pokret o maspok, cioè "movimento di massa"), il governo represse sia le dimostrazioni pubbliche sia le idee dissenzienti all'interno del Partito Comunista. Nonostante la repressione, molte delle domande del maspok vennero più tardi messe in opera con la nuova costituzione.

Il 16 maggio 1974, la nuova Costituzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (SFRJ) venne approvata, e Josip Broz Tito fu nominato Presidente a vita. La nuova Costituzione portava l'impronta del teorico sloveno Edvard Kardelj che, in vista della futura scomparsa di Tito, aveva elaborato un modello con-federale basato sulla cooperazione democratica tra le dirigenze comuniste delle varie repubbliche e province autonome, che mantenevano però l'egemonia assoluta nei loro rispettivi paesi.

Ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la revisione costituzionale del 1974, Tito prese sempre più il ruolo di anziano padre della patria, mentre diminuiva il suo coinvolgimento diretto nella politica interna e nel governo. Nel gennaio 1980, Tito fu ricoverato al centro clinico di Lubiana (Klinični center Ljubljana) per problemi di circolazione alle gambe. La sua gamba sinistra fu amputata poco dopo. Morì in clinica il 4 maggio 1980, tre giorni prima del suo 88º compleanno. Il suo funerale vide l'arrivo di molti uomini di stato la cui presenza cercava di attirarsi le simpatie della nuova dirigenza jugoslava, che si trovava in piena guerra fredda priva della guida carismatica.[32]

In base al numero di politici e delegazioni di stato presenti, fu il maggiore funerale di stato nella storia.[33] Erano presenti quattro re, 31 presidenti, sei principi. 22 primi ministri e 47 ministri degli esteri, da 128 paesi da entrambe le parti della Cortina di Ferro, tra cui Indira Gandhi, Margaret Thatcher e Willy Brandt.[34] Il record fu superato solo dai funerali di Papa Giovanni Paolo II nel 2005. Tito è sepolto a Belgrado, nel mausoleo Kuća Cveća (La casa dei fiori) a lui dedicato. Numerose persone visitano il luogo come un santuario dei "bei tempi", nonostante non venga più mantenuta una guardia d'onore.

I regali ricevuti da Tito durante la sua presidenza sono conservati nel Museo della Storia della Jugoslavia (già Museo 25 maggio e Museo della Rivoluzione), a Belgrado. La collezione è senza prezzo: include lavori di molti artisti famosi a livello mondiale, tra cui stampe originali dei Capricci di Francisco Goya. Il Governo Serbo pianifica di fondere la collezione con quella del Museo Storico della Serbia.[35]

Statua di Tito a Kumrovec, Croazia, dell'artista Antun Augustinčić (1900-1979)

Durante la sua vita, e specialmente nei primi anni dopo la sua morte, molti luoghi furono rinominati in omaggio a Tito. Molti di questi sono da allora ritornati ai loro nomi originali. Tra questi Podgorica, oggi capitale del Montenegro, fino al 1992 Titograd. L'aeroporto internazionale di Podgorica è ancora identificato col codice TGD. Numerose strade di Belgrado sono tornate ai loro nomi pre-comunisti. Nel 2004, la statua di Tito di Antun Augustinčić presso il suo luogo natale a Kumrovec venne decapitata da un'esplosione,[36] e successivamente riparata. Nel 2008, 2000 protestanti marciarono su piazza Maresciallo Tito a Zagabria per chiedere la restaurazione dell'antico nome di Piazza del Teatro, senza esito.[37] Nella città costiera croata di Abbazia, così come in moltissime altre città dell'area jugoslava, tra cui anche Sarajevo la strada principale o una delle principali arterie ancora mantengono il nome del Maresciallo Tito.

Eredità politica[modifica | modifica wikitesto]

A partire dai suoi ultimi mesi di vita furono sollevati molti dubbi sulla possibilità che i suoi successori mantenessero l'unità della Jugoslavia. Dubbi confermati dagli eventi storici successivi: divisioni etniche e conflitti nazionalisti crebbero fino a scoppiare nelle decennali Guerre jugoslave, una decade dopo la morte di Tito.

Tito aveva tenuto unito il Paese sostituendo il nazionalismo pan-jugoslavo ai nazionalismi delle singole repubbliche. Le tensioni nazionaliste delle varie etnie venivano da lui manipolate come strumenti per mantenere il proprio ruolo di mediatore "super partes".

Lo strappo di Tito dall'Unione Sovietica, e l'indipendenza del Titismo dalle politiche di Mosca strategicamente produsse un difficile accesso dell'URSS nel Mediterraneo, obiettivo geopolitico russo da secoli[senza fonte]. La trasformazione di fatto della Jugoslavia in uno stato cuscinetto ridusse il livello della militarizzazione dell'Adriatico quale mare di confine, con presenza di forze armate navali di entrambi i blocchi, come viceversa avveniva nel mar Baltico, ove ogni tanto avvenivano "cacce" a presunti sottomarini sovietici che sconfinavano nelle acque territoriali svedesi.[38]

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Sono numerose le critiche a Tito. Tra le maggiori risalta l'accusa di democidio fattagli da alcuni accademici come Rudolph Joseph Rummel che ritiene: oltre 1.072.000 Jugoslavi sono morti per colpa diretta o indiretta di Tito tra il 1944 ed il 1987.[39]

Crimini contro l'umanità[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esodo istriano.

Il regime di Tito viene ritenuto colpevole[senza fonte] di crimini contro l'umanità come:

  • massacro di Bleiburg e le stragi sommarie di circa 12.000 ex miliziani anticomunisti sloveni (domobranci) nel giugno 1945;
  • Fossa comune di Tezno, teatro di un massacro avvenuto poco dopo la fine della seconda guerra mondiale;
  • le persecuzioni anti-italiane e i massacri delle foibe definiti dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano come pulizia etnica[40] nelle regioni a ridosso del confine italo-jugoslavo che causarono la tragedia dell'esodo giuliano dalmata. Questi ultimi massacri si verificarono poco dopo la fine della guerra e si cercarono di spiegare come vendetta dei partigiani contro i fascisti, ma nella realtà furono attuate contro tutti coloro che rappresentavano o potevano rappresentare, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, lo Stato italiano in quelle terre (Istria e Trieste) che il nuovo regime comunista jugoslavo rivendicava apertamente. A conferma di un'autentica campagna d'intimidazione contro gli italiani, vi sono anche le affermazioni di Milovan Gilas, vice capo del governo e segretario della Lega dei Comunisti di Jugoslavia che, in un'intervista rilasciata a Panorama il 21 luglio 1991, ammetteva senza giri di parole: "Ricordo che io e Kardelj (dirigente del partito comunista sloveno, ndr) andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alle autorità alleate che quelle terre erano jugoslave e non italiane. Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza nei centri abitati, anche se non nei villaggi. Bisognava dunque indurli ad andare via con pressioni d'ogni genere. Così ci venne detto e così fu fatto. »";
  • pulizia etnica contro cittadini di etnìa tedesca;[41]
  • massacro di Bačka ossia pulizia etnica contro cittadini di etnia ungherese e tedesca nonché pulizia politica contro serbi anticomunisti;
  • massacri di Kočevski rog ordinati per rappresaglia contro miliziani anticomunisti sloveni in maggioranza nonché croati e serbi;
  • i soprusi e le uccisioni perpetrati tra il 1945 e 1955 in vari campi di concentramento (quali Teharje in Slovenia e Isola Calva in Croazia) contro oppositori politici.
  • repressione, crimini e uccisioni contro sacerdoti e membri della Chiesa ortodossa serba e delle altre comunità cristiane nel periodo 1941-1948[42].

Culto della personalità[modifica | modifica wikitesto]

Caratteristica una "filastrocca" sulla Jugoslavia, citata spesso dagli estimatori di Tito: «Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito» a significare l'unione di tante diversità che Tito era riuscito ad attuare e che crollò dopo la sua morte.

A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, Tito celebrò il proprio compleanno il 25 maggio, a ricordo del giorno in cui scampò miracolosamente all'uccisione per mano tedesca. Pertanto, il 25 maggio fu proclamato giorno di festa nazionale in Jugoslavia. Una staffetta di giovani portava lungo tutte le principali città jugoslave un bastone riccamente intagliato - simbolo del comando - e lo consegnava a Tito la sera del 25 maggio nello stadio di Belgrado, nel corso di una grande cerimonia ginnico/sportivo/militare. Non è che uno degli esempi del vero e proprio culto della personalità che si sviluppò per quarant'anni in Jugoslavia: si contano a decine le canzoni, le poesie ed i romanzi dedicati a Tito.

Tito fu notoriamente un amante della bella vita, e questo suo tratto si accentuò negli anni coinvolgendo l'intero apparato statale. Possedeva decine di residenze ufficiali sparse per il paese, fra le quali la più famosa era la Villa Bianca all'interno dell'Arcipelago delle Isole Brioni in Istria: una zona interdetta alla navigazione e di fatto buen retiro del capo dello stato, comprendente addirittura un sorprendente zoo privato. Possedeva pure uno degli yacht più grandi e lussuosi dell'epoca, il Galeb, che utilizzò per un famoso viaggio ufficiale in Gran Bretagna e che - si notò all'epoca - era più grande perfino del Britannia dei reali inglesi. Usava per spostarsi in Jugoslavia anche un treno privato (Treno Blu), fatto arredare in modo lussuoso da artigiani jugoslavi, austriaci e italiani. Possedeva una collezione di automobili, comprendente le famose Cadillac con sedili su misura, centinaia di orologi compresi rari modelli in platino e oro, nonché centinaia di vestiti e divise, tanto da essere perennemente seguito da un addetto all'abbigliamento che ogni giorno gli preparava i completi per i vari impegni pubblici e privati.

Grande cacciatore, non si peritava di utilizzare le riserve boschive nei boschi montenegrini e sloveni per la caccia ai grandi mammiferi come cervi ed orsi, utilizzando i fucili creati esclusivamente per lui dall'italiana Beretta. In occasione di visite ufficiali in paesi africani, come l'Etiopia, chiedeva che venissero organizzate battute di caccia grossa. Centinaia di battitori setacciavano la zona per permettere a Tito di abbattere le prede più ambite. Come ulteriore nota di colore, di Tito si ricordano le varie frequentazioni femminili fino in tarda età, l'amore per le bevande alcoliche e per il fumo: in nome della solidarietà politica e di un'antica amicizia Fidel Castro faceva pervenire a Tito intere casse degli adorati sigari cubani, che lui offriva ai vari ospiti di ogni estrazione e tipo - comprese le attrici italiane Gina Lollobrigida e Sophia Loren - di cui amava circondarsi.[senza fonte]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia commemorativa per il 2500º anniversario dell'impero persiano (Impero d'Iran) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa per il 2500º anniversario dell'impero persiano (Impero d'Iran)
— 14 ottobre 1971[43][44]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Maria Dicosola, url = http://books.google.it/books?id=3ojn9qtWOUcC&pg=PA135, Giuffrè Editore, 2010.
  2. ^ Ian Bremmer, The J Curve: A New Way To Understand Why Nations Rise and Fall, Pag. 175
  3. ^ Mark F. Ettin e Jay W. Fidler, Group Psychotherapy and Political Reality: A Two-Way Mirror, International Universities Press, 2002, p. 193, ISBN 0-8236-2228-2.
  4. ^ Neven Andjelic, Bosnia-Herzegovina: The End of a Legacy, Frank Cass, 2003, p. 36, ISBN 0-7146-5485-X.
  5. ^ Stephen Tierney, Accommodating National Identity: New Approaches in International and Domestic Law, Martinus Nijhoff Publishers, 2000, p. 17, ISBN 90-411-1400-9.
  6. ^ Melissa Katherine Bokovoy, Jill A. Irvine, Carol S. Lilly, State-society relations in Yugoslavia, 1945–1992; Palgrave Macmillan, 1997 p.36 ISBN 0-312-12690-5
    "Of course, Tito was a popular figure, both in Yugoslavia and outside it."
  7. ^ Il testo della decisione U-I-109/10 della Corte Costituzionale della Slovenia del 3 ottobre 2011 in sloveno
  8. ^ Naming Street After Tito Unconstitutional
  9. ^ STA: Court Says Naming Street After Tito Unconstitutional (II)
  10. ^ Court in Slovenia bans Tito road name - Stabroek News - Guyana
  11. ^ Jean-Jacques Marie, Staline, Fayard, 2001
  12. ^ William Klinger, Tito (1892-1980): un'intervista con Geoffrey Swain in Quaderni, Centro di ricerche storiche – Rovigno, XXI, 2010, pp. 377-425.
  13. ^ Stvaranje Titove Jugoslavije, page 84, ISBN 86-385-0091-2
  14. ^ Articolo in francese
  15. ^ G. Rumici, Infoibati, 1943-1951, Milano, Mursia 2002; p. 19
  16. ^ William Klinger, Nascita ed evoluzione dell'apparato di sicurezza jugoslavo 1941-1948 (PDF) in Fiume, nº 19, Società di studi fiumani, 2009, pp. 13-49.
  17. ^ Stvaranje Titove Jugoslavije, page 479, ISBN 86-385-0091-2
  18. ^ Democide and mass murders
  19. ^ Excommunicate's Interview - Time Magazine, October 21, 1946
  20. ^ No Words Left? 22 agosto 1949.
  21. ^ Giacomo Scotti, Goli Otok: Italiani nel gulag di Tito, LINT Editoriale, 1997, ISBN 88-8190-229-X
  22. ^ Come Back, Little Tito 6 giugno 1955.
  23. ^ Discrimination in a Tomb 18 giugno 1956.
  24. ^ a b Socialism of Sorts 10 giugno 1966.
  25. ^ Unmeritorious Pardon 16 dicembre 1966.
  26. ^ Beyond Dictatorship 20 gennaio 1967.
  27. ^ Still a Fever 25 agosto 1967.
  28. ^ Back to the Business of Reform 16 agosto 1968.
  29. ^ Paraguay: A Country Study, "Foreign Relations": "Foreign policy under Stroessner was based on two major principles: nonintervention in the affairs of other countries and no relations with countries under Marxist governments. The only exception to the second principle was Yugoslavia."
  30. ^ J. Samuel Valenzuela and Arturo Valenzuela (eds.), Military Rule in Chile: Dictatorship and Oppositions, p. 316
  31. ^ Yugoslavia: Tito's Daring Experiment 9 agosto 1971.
  32. ^ Josip Broz Tito Statement on the Death of the President of Yugoslavia 4 maggio 1980.
  33. ^ Several authors; "Josip Broz Tito - Ilustrirani življenjepis", page 166
  34. ^ Jasper Ridley, Tito: A Biography, page 19
  35. ^ Status of the Museum of the History of Yugoslavia, B92
  36. ^ U Kumrovcu Srušen I Oštećen Spomenik Josipu Brozu Titu – Nacional
  37. ^ Thousands of Croatians rally against 'Tito' square
  38. ^ Ola Tunander, The Secret War Against Sweden – US and British Submarine Deception in the 1980s, Routledge, online
  39. ^ I massacri di Tito (in inglese)
  40. ^ http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/02_Febbraio/10/napolitano.shtml Napolitano: «Foibe, ignorate per cecità»
  41. ^ L'espulsione dei tedeschi dalla Jugoslavia dal sito del Museo Virtuale delle Intolleranze e degli Stermini
  42. ^ Projekat Rastko Velibor V. Dzomic: Stradanje srbske crkve od komunista
  43. ^ Badraie
  44. ^ Badraie

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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