JonBenét Ramsey

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JonBenét Patricia Ramsey (Atlanta, 6 agosto 1990Boulder, 25 dicembre 1996) era una reginetta di bellezza statunitense, famosa perché i concorsi spesso la vedevano vincitrice.

Fu trovata morta all'età di sei anni nella cantina della casa di famiglia quasi otto ore dopo la denuncia di scomparsa. Sul corpo c'erano fratture e segni di molestie sessuali, la bimba era stata colpita alla testa e poi strangolata. Inizialmente le forze dell'ordine del Colorado sospettarono dell'omicidio i genitori o il fratello (quest'ultimo avrebbe agito per gelosia verso la sorellina, coccolatissima per il suo status di reginetta, e i genitori avrebbero coperto la sua implicazione). Tuttavia, la famiglia è stata parzialmente scagionata nel 2003, quando il DNA prelevato dai vestiti della vittima suggerì il loro non coinvolgimento. Il proscioglimento avvenne nel luglio 2008 per mancanza di prove. Nel febbraio 2009, il Dipartimento di Polizia di Boulder ha chiesto al procuratore distrettuale di riaprire l'inchiesta.

I mezzi di comunicazione si sono spesso concentrati sulla partecipazione di JonBenet a concorsi di bellezza per bambini, sull'agiatezza economica dei genitori e sugli elementi insoliti nel caso. Spesso è stata critica la gestione complessiva del caso da parte della polizia. Diverse cause per diffamazione sono state depositate contro gli organi d'informazione da parte dei familiari di JonBénet e dei loro amici. Il caso, che rimane tuttora irrisolto, continua a generare interesse pubblico e dei media.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

JonBenét Ramsey era nata ad Atlanta in Georgia il 6 agosto 1990. Quando aveva nove mesi la sua famiglia si trasferì a Boulder nel Colorado. Il suo nome era una combinazione dei nomi del padre (John Bennet) e il cognome della madre Patricia. Il padre John Bennett Ramsey è presidente di un'azienda informatica di successo. La madre si chiamava Patsy Ramsey (1956-2006) ed era una ex reginetta di bellezza incoronata Miss West Virginia nel 1977. JonBenét aveva anche un fratello, Burke, nato nel 1987, due fratellastri, Andrew e Melinda, questi ultimi nati da un precedente matrimonio del padre e residenti in Georgia con la madre; un'altra sorellastra, Elizabeth (1969-1992) era morta in un incidente stradale. A 6 anni JonBenét vantava già un curriculum da professionista: la madre, rimasta legata al circuito - molto popolare in America - dei concorsi di bellezza, la iscrisse fin da piccola a numerose competizioni in diversi Stati. Patricia Ramsey stessa finanziava alcuni dei concorsi a cui JonBénet partecipava, così come i corsi di arrampicata su roccia e le lezioni di violino. Il suo ruolo attivo negli spettacoli è stato molto analizzato dai media in seguito all'assassinio.

JonBénet è sepolta nel cimitero St. James Episcopal di Marietta (Georgia), accanto alla madre e alla sorellastra Elizabeth Pasch Ramsey (figlia di John e della prima moglie), deceduta a 22 anni con il fidanzato Matthew Derrington in un incidente stradale nel 1992, quando la bimba aveva due anni.

L'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

Il giorno di Natale del 1996 i Ramsey (John, Patsy, Burke e JonBenét) si recano ad una festa a casa di amici, una delle numerose occasioni mondane cui la famiglia - tra le più in vista nella città di Boulder - partecipa nel periodo natalizio. La famiglia fa rientro attorno alle 22 ed i bambini vengono mandati subito a letto, mentre Patsy e John preparano i bagagli in vista della partenza - programmata per il giorno successivo - nel Michigan. In seguito, Patsy Ramsey dichiarerà di non essere entusiasta alla prospettiva del viaggio, in quanto reduce da un pesante ciclo di chemioterapia cui s'era sottoposta per curare una forma particolarmente aggressiva di cancro alle ovaie. In seguito, alcuni vicini testimonieranno di aver sentito un urlo di un bambino la notte tra il 25 e il 26, ma i familiari dichiareranno di non aver notato nulla di strano che suggerisse la presenza di un intruso in casa. Patsy Ramsey dichiara di aver avuto contezza della sparizione della figlia la mattina del 26 dicembre, quando, attorno alle 6 del mattino, rinvenne sulle scale di servizio che conducevano alla cucina, una lunga lettera di riscatto. Tale insolita missiva, fu accertato in seguito, era stata vergata a penna su due fogli strappati da un quaderno appartenente alla stessa Patsy e, a nome di una non meglio precisata "fazione straniera" che "rispetta il suo lavoro ma non il Paese per il quale lo svolge" ordinava a John Ramsey di preparare la somma in contanti di 118.000 dollari per il rilascio della piccola JonBenét "senza che le fosse torto un capello". Gli inquirenti appurarono che la somma richiesta dai presunti rapitori ammontava all'esatto valore di un bonus che John Ramsey aveva ricevuto quale gratifica natalizia dall'azienda di cui era presidente. Nonostante la lettera imponesse ai famigliari, pena l'immediata esecuzione della bambina, di non contattare alcuno, tantomeno le forze dell'ordine, Patsy Ramsey telefonò immediatamente a polizia, famigliari e amici. La polizia locale - che nel corso dell'anno 1996 non aveva mai dovuto affrontare casi di omicidio né di sequestro di minore - condusse una ricerca sommaria all'interno e all'esterno della casa, senza trovare segni evidenti di intrusione o di effrazione. Le istruzioni della richiesta ammonivano che la raccolta del riscatto sarebbe stata monitorata e che JonBenét sarebbe stata restituita alla famiglia non appena il denaro fosse stato ottenuto. John Ramsey prese accordi per avere immediata disponibilità dell'ammontare del riscatto, che un amico, John Fernie, prelevò la mattina stessa da una banca locale. Attorno alle ore 13 circa, il detective della polizia di Boulder Linda Arndt chiese a White Fleet, un amico dei Ramsey, di accompagnare John Ramsey a ispezionare la casa per controllare se ci fosse "qualcosa di atipico". John Ramsey e due dei suoi amici iniziarono la ricerca nel seminterrato: dopo aver visionato il bagno ed una stanza dedicata agli hobby, si spostarono nella cantina dei vini, una stanza isolata ed appartata, dove Ramsey trovò il corpo di sua figlia, avvolto nella sua coperta bianca preferita. Era riversa supina, con le braccia verso l'alto. Del nastro adesivo le copriva la bocca (in sede di autopsia fu rilevato che era stato con ogni probabilità posizionato post-mortem) e polsi, sopra la sua testa, e collo erano legati con una corda di nylon, stranamente lasciata molto allentata. Il manico rotto di un pennello appartenente a Patsy Ramsey era stato usato per avvolgervi attorno un capo della corda di nylon per formare una garrota. In preda al panico, John Ramsey rimosse il nastro adesivo dalla bocca della figlia e trasportò immediatamente il corpo al piano superiore, coprendolo con alcuni indumenti e lasciandolo lì fino a quando, verso sera, il medico legale dispose il trasporto della salma in obitorio per l'autopsia.

Il rinvenimento avvenne quasi otto ore dopo la denuncia di scomparsa. Molti criticano l'indagine sostenendo che i funzionari avevano permesso un andirivieni di familiari e amici sulla scena del delitto, cancellando e alterando le prove e che non avevano tentato di raccoglierle prima e dopo il rinvenimento del corpo di JonBenét, forse perché i loro sospetti erano stati immediatamente rivolti ai Ramsey[5]. Alcuni titolari di questa inchiesta iniziarono a riferire tali sospetti ai media locali, che il 1º gennaio riportavano la notizia che il procuratore distrettuale pensava di non sbagliare quando evidenziava che il fatto che il corpo della bimba fosse stato ritrovato in casa sua era un indizio molto forte. Gli inquirenti notarono che le lenzuola del letto di JonBenét erano bagnate; numerosi testimoni confermarono che la bambina (all'epoca di 6 anni) soffriva di enuresi notturna, disturbo generalmente collegato a una situazione di ansia e/o sofferenza, comprensibile in una bimba che, così piccola, riceveva fortissime pressioni a causa delle ambizioni dei genitori. Emersero inoltre indiscrezioni - mai del tutto verificate - in merito ad una forte depressione che avrebbe colpito Patsy Ramsey, a causa del cancro per il quale si stava curando e dei disturbi connessi. La scena del crimine appariva quantomeno singolare, posto che in casa non era stato rubato nulla e non furono rivelati segni di scasso su porte o finestre, circostanze che indussero a ritenere molto probabile che il responsabile dell'omicidio dovesse essere ricercato tra i familiari della bambina. Lo scantinato dove fu rinvenuto il cadavere di JonBenét era un locale pressoché in disuso e la sua ubicazione era ignota persino all'ex domestica, la quale più volte sostenne che la casa era particolarmente difficile da percorrere per qualcuno che non fosse di famiglia, per la sua complessità e perché alcune modifiche inusuali erano state apportate dai Ramsey. I risultati dell'autopsia rivelarono che JonBenét era morta per strangolamento e che presentava una massiccia frattura del cranio di circa 20 cm. La garrota con cui la bambina era stata strangolata era stata ricavata da un pezzo di corda tweed avvolta attorno al manico rotto di un pennello appartenente alla madre e lo strangolamento era avvenuto da dietro, come se l'assassino non avesse voluto guardare in faccia la vittima, il che suggeriva che si trattasse di qualcuno che la conosceva. Il nastro adesivo con cui la bambina era stata imbavagliata appariva intonso, suggerendo che fosse stato applicato dopo la morte, dal momento che non vi erano tracce di saliva che lasciassero supporre il tentativo della vittima di strapparselo via e comunque tale reperto era stato manomesso dai primi soccorritori che, non appena rinvenuto il cadavere, l'avevano rimosso. La corda con cui i polsi della vittima erano stati legati era stata stretta approssimativamente e lasciando abbastanza spazio alle braccia per muoversi liberamente. Inoltre, non c'era alcuna prova di stupro "convenzionale", anche se la violenza sessuale non poteva essere esclusa poiché vi erano segni ambigui che avrebbero potuto essere stati provocati anche da manovre di pulizia effettuate in modo rude, dopo che la bambina aveva bagnato il letto per l'ennesima volta. La causa ufficiale della morte fu dichiarata asfissia a causa di strangolamento associata a trauma craniocerebrale. Le setole del pennello vennero ritrovate in una vasca in cui Patsy Ramsey teneva degli strumenti per dipingere, ma la parte bassa dello strumento non fu mai rinvenuta, nonostante la ricerca in tutta la casa dalle forze dell'ordine nei giorni successivi al delitto[6]. Gli esperti confermarono che la costruzione della garrota aveva richiesto conoscenze specifiche sulla formazione dei nodi.

L'autopsia rivelò inoltre che JonBenét aveva mangiato ananas una o due ore prima di essere uccisa, anche se i genitori sostennero che la bambina era già addormentata quando la famiglia aveva fatto ritorno a casa attorno alle 22 e che durante la cena cui avevano partecipato non erano stati serviti piatti a base di ananas .[7]. Foto della casa, scattate il giorno in cui fu ritrovato il corpo di JonBenét, mostrano una ciotola sul tavolo della cucina contenente ananas e cucchiaio, sul quale la polizia affermò di avere rilevato le impronte di Burke, il fratello all'epoca di nove anni e di Patsy.[8]. Tuttavia sia Patsy che John dissero di non ricordarsi di aver messo la ciotola sul tavolo né di avere dato da mangiare dell'ananas a JonBenét; inoltre sostennero fermamente che Burke aveva dormito tutto il tempo, svegliandosi diverse ore dopo l'arrivo della polizia[7][8]. Alcune fonti riferirono che non vi erano impronte nei terreni innevati circostanti la casa, ma alcuni giornalisti scoprirono che la neve intorno alle porte della casa era stata spazzata via ed in ogni caso tale elemento si sarebbe rivelato di scarsa utilità, posto l'arrivo a casa Ramsey, fin dalle prime ore del mattino, di numerosi amici e parenti, che si erano mossi in casa e nelle immediate vicinanze. La polizia non riportò segni di effrazione, anche se una finestra del seminterrato, rotta prima di Natale, non era stata sistemata né protetta e alcune porte erano aperte, circostanze che vennero diffuse solo un anno dopo.

Nel dicembre del 2003 gli investigatori forensi raccolsero da un campione di sangue misto trovato sulla biancheria intima di JonBenét abbastamza materiale da poter creare un profilo DNA[10]. Tale profilo appartiene a un individuo di sesso maschile sconosciuto; sottoposto al sistema DNA combinato dell'FBI Index (CODIS), un database contenente più di 1,6 milioni di profili di DNA, soprattutto di criminali condannati, il campione non ha ancora trovato una corrispondenza. Successive indagini evidenziarono che nei mesi precedenti vi erano stati più di 100 furti con scasso nel quartiere ove risiedevano i Ramsey e che 38 criminali sessuali registrati vivevano entro due miglia (3 km) di raggio dalla casa -un'area che comprende metà della popolazione della cittadina di Boulder- ma che nessuno di questi aveva alcun coinvolgimento nell'omicidio. [11] Il 16 agosto 2006, il quarantunenne John Mark Karr (ora Alexis Reich), ex insegnante, confessò l'omicidio durante il processo a suo carico per pornografia infantile a Sonoma County, California. Le autorità lo avevano rintracciato dopo che aveva inviato e-mail sul caso Ramsey a Michael Tracey, professore di giornalismo presso l'Università del Colorado[12]. Una volta arrestato a Bangkok, in Thailandia, confessò di essere stato presente nel momento in cui la bimba moriva, affermando si era trattato di un incidente. Quando gli fu chiesto esplicitamente se fosse innocente, rispose: "No" [13]. Tuttavia, il DNA di Karr non coincideva con quello trovato sul corpo di JonBenét Ramsey. Il 28 agosto 2006, i pubblici ministeri annunciarono che non sarebbe stata presentata alcuna accusa a suo carico per l'omicidio di JonBenet Ramsey[14][15][16]. Agli inizi di dicembre dello stesso anno, comunque, i funzionari del Dipartimento di Homeland Funzionari della sicurezza riferirono che gli investigatori federali stavano continuando a controllare una sua possibile complicità nel delitto. Nessuna prova è mai venuta alla luce contro l'allora sposato Karr, residente ad Alabama, vicino a Boulde. Indizi che lo collegano all'omicidio sono molto circostanziali. Per esempio la grafia di Karr è stata giudicata particolarmente affine alla scrittura della richiesta di riscatto, il suo modo di scrivere le lettere E, T e M è stato reputato molto raro. Il 9 luglio 2008 l'ufficio del procuratore distrettuale di Boulder annunciò che, a seguito dei campioni di DNA e delle tecniche di prova di nuova concezione, i membri della famiglia Ramsey non erano più considerati sospetti nel caso.[17][18]. Una lettera ufficiale di scuse venne consegnata a John Ramsey dal Procuratore Distrettuale della Contea Lacy Maria Nel gennaio 2009, Stan Garnett, il nuovo procuratore, dichiarò di voler guardare il caso con occhi nuovi. Il 2 febbraio 2009 il capo della polizia annunciò che Mark Beckner Garnett avrebbe assunto il caso e che la sua squadra avrebbe ripreso a indagare l'omicidio. "Alcuni casi non vengono mai risolti, ma alcuni sì", ha detto Beckner. "E non si può rinunciare".[4]

Esperti, media e genitori hanno sostenuto negli anni diverse ipotesi al limite della speculazione. Per molto tempo la polizia locale sostenne l'ipotesi che la madre Patsy Ramsey, in un impeto di rabbia dopo che la bimba aveva bagnato nuovamente il letto, l'avesse ferita gravemente la notte stessa e avesse poi provveduto a ucciderla in un secondo momento, per collera o per coprire la lesione originaria. Nel novembre 1997 gli esperti grafologi annunciarono che era stata Patsy Ramsey, molto probabilmente, a scrivere la richiesta di riscatto[19][20][21]. Secondo una relazione del Colorado Bureau of Investigation "Ci sono indicazioni che l'autore della richiesta di riscatto sia Patricia Ramsey, ma non dimostrano definitivamente questa ipotesi[22]". Un'altra ipotesi è che John Ramsey avesse abusato sessualmente di sua figlia uccidendola per coprire il misfatto. Il figlio Burke, che aveva nove anni al momento della morte di JonBenet, entrò nell'inchiesta sia come testimone che come presunto assassino e gli fu chiesto di testimoniare in udienza grand jury [23]. Nel 1999 il governatore del Colorado, Bill Owens, chiese ai genitori di JonBenet Ramsey di "smettere di nascondersi dietro i loro avvocati, smettere di nascondersi dietro la loro società di pubbliche relazioni"[24]. I sospetti della polizia erano concentrati quasi esclusivamente sui membri della famiglia Ramsey, anche se i genitori della ragazza non avevano precedenti penali. I Ramseys hanno sempre affermato che il reato era stato commesso da un intruso. Assunsero John E. Douglas, ex capo della Unità di Scienze Comportamentali dell'FBI, per esaminare il caso. Douglas concluse che il crimine era stato molto probabilmente un rapimento andato male, e che non erano coinvolti membri della famiglia Ramsey nell'omicidio. Le sue argomentazioni battevano sui seguenti punti: (A) Nessuna prova fisica collegava John e Patsy all'omicidio, e prove fisiche trovate vicino al corpo di JonBenet suggerivano la presenza di una persona non identificata in casa Ramsey. (B) Non c'era alcun motivo plausibile perché i Ramsey uccidessero la figlia. Douglas considerò l'ipotesi della rabbia perché la bambina aveva bagnato il letto come assurda poiché senza precedenti e in contrasto con il comportamento tenuto sempre da Patsy. (C) Non vi erano indizi di abuso fisico, negligenza, molestie sessuali, o disturbi di personalità gravi in casa Ramsey prima del delitto, comportamenti normalmente associati con la maggior parte dei casi di bambini uccisi dai genitori. (D) Il comportamento di John e Patsy Ramsey dopo il delitto era in linea con i genitori di altri bambini uccisi e non era coerente con casi noti di genitori che hanno ucciso i loro figli.

Notando che una grande percentuale di omicidi infantili sono commessi dai genitori e dalla famiglia della vittima, Douglas non incolpò gli investigatori per questo abbaglio; tuttavia criticò le autorità di Boulder per l'indagine profondamente sbagliata, a partire dal non aver chiuso e preservato la scena del crimine), ulteriormente ostacolata da influenze politiche e il rifiuto di chiedere un aiuto esterno di maggior peso ed esperienza. Fino ad allora la polizia di Boulder aveva in genere gestito uno o due omicidi all'anno e aveva poca esperienza: la consulenza FBI o hands-on di indagine in passato avevano già aiutato altre autorità locali a risolvere omicidi sconcertanti. Douglas concluse che era ormai improbabile che qualcuno potesse risolvere il caso. Lo scenario più probabile sulla base delle prove era che JonBenet fosse stata uccisa da un giovane inesperto (ad esempio, la probabile penetrazione digitale della vagina della bimba era in linea con gli altri reati a sfondo sessuale perpetrati da giovani animati da una curiosità immatura sull'anatomia femminile), sessualmente ossessionato dalla bimba e/o desideroso di estorcere denaro dalla sua famiglia benestante. Douglas respinse le ipotesi che Patsy avesse scritto la richiesta di riscatto, sostenendo che essa era stata scritta prima del delitto. Per sua esperienza affermava che sarebbe praticamente impossibile per chiunque rimanere composto abbastanza da scrivere una lettera dettagliata nel periodo immediatamente successivo a un omicidio. Inoltre, per sostenere la sua ipotesi che la nota è stata scritta prima dell'omicidio, Douglas sostenne che essa era farcita da frasi prese in prestito da film come Ransom - Il riscatto (1996) e Speed (1994), che, ipotizzava, avrebbero ispirato l'autore del reato. Lou Smit, un detective esperto che aiutò le autorità Boulder all'inizio del 1997, in origine sospettò i genitori, ma dopo aver valutato tutti gli elementi che erano stati raccolti, concluse che un intruso aveva commesso il reato[25]. Douglas apprezzò la scoperta Smit circa le foto dell'autopsia: quella che sembrava essere la prova precedentemente trascurata di una "pistola di stordimento" usata per sottomettere JonBenet. Anche se non era più un investigatore ufficiale del caso, Smit continuò a lavorare su di esso fino alla sua morte nel 2010[26]. Stephen Singular, giornalista investigativo e autore del libro Presumed Guilty: An Investigation Into the JonBenet Ramsey Case, the Media, and the Culture of Pornography, suggeriva l'esistenza di un collegamento fra l'omicidio e l'industria della pornografia infantile. Facendo riferimento a consultazioni con specialisti di cyber-crimine, sostenne che JonBenet, a causa della sua esperienza nei concorsi di bellezza, era il prototipo perfetto del bambino che potrebbe essere trascinato nel mondo della pornografia infantile ed era un candidato naturale ad attirare l'attenzione e di pedofili[27].

A causa delle prove contraddittorie, il grand jury non è riuscito a incriminare i Ramsey o chiunque altro per l'omicidio di JonBenet. Non molto tempo dopo l'omicidio, i genitori si trasferirono in una nuova casa ad Atlanta. Due dei principali ricercatori coinvolti nel caso si dimisero, uno perché era convinto che l'inchiesta era viziata dal fatto di aver trascurato l'ipotesi intruso, e l'altro perché credeva che l'inchiesta non era riuscita a perseguire con successo i Ramsey. [6] Tuttora gli investigatori stanno cercando di identificare un possibile sospetto. Patricia "Patsy" Ramsey è morta di cancro alle ovaie il 24 giugno 2006, all'età di 49 anni[28].

Possibili soluzioni[modifica | modifica wikitesto]

Il giallo della uccisione della baby-modella resta quindi ancora tutto da essere risolto. I principali indiziati rimasero i genitori; la polizia del Colorado aveva seguito inizialmente la pista (poi rivelatasi sbagliata) della colpevolezza dei genitori della bimba che erano stati poi scagionati. Un'ipotesi investigativa fu anche la possibilità che l'assassino fosse il fratellino, geloso delle attenzioni che la sorellina minore riceveva grazie alla sua bellezza. Prove e indizi emersi in un secondo tempo giustificherebbero anche la teoria di un intruso; il tempo perduto seguendo la pista (forse) sbagliata aveva reso poi più difficile mettersi sulle tracce di un assassino alternativo. Tutte le persone vicine alla famiglia o in qualche modo collegate a questa storia furono contattate tra cui tutti i dipendenti dell'azienda del padre, le persone che avevano partecipato alla festa di Natale, anche il fotografo che aveva immortalato JonBenét pochi giorni prima. I genitori della bambina negli anni successivi all'omicidio hanno partecipato a numerosi talk show dove hanno professato la loro innocenza. Hanno scritto anche un libro dove dichiarano la loro estraneità ai fatti.

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