John Wilkes

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John Wilkes (1769)

John Wilkes (Londra, 17 ottobre 1725Londra, 26 dicembre 1797) è stato un politico e pubblicista inglese radicale.

Fu protagonista di un'intera stagione della vita politica inglese. Nella sua battaglia per limitare il potere del governo e del parlamento riuscì ad ottenere:

  • il divieto degli arresti arbitrarii;
  • il diritto degli elettori di scegliere i propri candidati (senza veti da parte di governo o parlamento);
  • la libertà dei giornali di criticare il governo e di riportare testualmente le sedute parlamentari.[1]

Personalità e primi anni di vita[modifica | modifica sorgente]

Nacque a St. John's Square, nel Clerkenwell (Londra centro). La sua famiglia non apparteneva alla nobiltà. Suo padre, Israel, era un distillatore e un agente immobiliare. John fu il secondo di sei figli. La famiglia Wilkes apparteneva a una delle chiese dissidenti, tra quelle che si erano dissociate dall'anglicanesimo dopo la sua restaurazione. In particolare, i Wilkes rifiutavano la dottrina della trinità. Infatti la madre, Sarah, scelse per John un precettore di fede ariana. I genitori, avendo compreso di avere un figlio estremamente dotato, lo iscrissero all'Università presbiteriana di Leida, in Olanda.[2]

Nei loro progetti, John doveva diventare un membro dell'alta società. A vent'anni la famiglia combinò il matrimonio di John con Mary Meade, unica erede della migliore amica, vedova, della madre. La moglie portò in dote una tenuta ed una rendita ad Aylesbury (cittadina del Buckinghamshire), dove la sua famiglia di origine era molto conosciuta. Dal matrimonio nacque una figlia, Polly, a cui Wilkes dedicò sempre una grande attenzione. Il legame tra Wilkes e Mary, invece, non durò molto. I due si separarono definitivamente nel 1756.

Wilkes non si sposò nuovamente, ma si guadagnò una reputazione da libertino e mise al mondo almeno altri due figli. Fu membro dei cavalieri di St. Francis of Wycombe, anche conosciuti come “Hellfire Club” o come “Medmenham Monks”, club cui apparteneva anche John Montagu, IV conte di Sandwich e sir Francis Dashwood. Qui fu autore di una burla che potrebbe avere accelerato la dissoluzione dei suoi averi: una sera in cui era prevista la celebrazione di un rituale del club, Wilkes portò un babbuino abbigliato con mantello e corna, provocando una notevole confusione tra gli alticci iniziati.

Un'incisione satirica di William Hogarth, che ritrae Wilkes con una parrucca luciferina, occhi strabici e due edizioni del "North Briton": il n° 17 (che attaccava, tra gli altri, Hogarth stesso) e il n° 45 che attaccava la politica estera del governo.

Dopo il matrimonio, Wilkes poteva vivere agiatamente come proprietario terriero (e magistrato di Aylesbury), ma le sue ambizioni erano ben altre. L'ascesa politica di Wilkes cominciò dopo l'incontro con Thomas Potter, membro del Parlamento nonché figlio dell'arcivescovo di Canterbury. Tramite Potter[3] conobbe William Pitt, il primo ministro dell'epoca. Nel 1754 Wilkes aiutò Potter ad essere rieletto proprio ad Aylesbury. Tre anni dopo, nel 1757, Potter gli rese il favore lasciando vacante il seggio di Aylesbury per occupare il seggio della famiglia Pitt ad Okehampton. La campagna elettorale di Wilkes fu vittoriosa. Parallelamente proseguì la sua carriera militare: nel 1763 ottenne i gradi di colonnello dell'esercito.[4]

La sua ascesa politica fu frenata però da re Giorgio III, che nell'ottobre 1761 fece dimettere William Pitt da primo ministro. Il progetto di Giorgio III era di accrescere il potere della Corona a spese del governo. Intervenne direttamente nell'agone politico creando un suo partito, cui diede il compito di sconfiggere i partiti esistenti, per diventare il primo partito del Paese.

La sola opposizione al re fu rappresentata dai giornali. A quel tempo a Londra vi erano ben 53 quotidiani. Oltre a sapere i fatti del giorno, tutti potevano ampliare la propria cultura personale. Opere generali erano alla portata di tutti: la Cyclopaedia di Ephraim Chambers (uscita nel 1728) costava 4 sterline, ed anche la Encyclopaedia Britannica era alla portata di tutti.[5] Il potere politico, invece, era impermeabile all'investigazione giornalistica. Le sedute del Parlamento, per esempio, non potevano essere divulgate al pubblico.

Wilkes decise di utilizzare l'arma giornalistica come strumento di opposizione. Si alleò con William Pitt e con l'influente lord Temple (cognato di Pitt), contro il nuovo primo ministro (1762), lo scozzese John Stuart; fondò un settimanale satirico, il North Briton – termine dispregiativo con cui gli inglesi indicano gli scozzesi – e iniziò una campagna di stampa contro il premier e contro tutto ciò che era scozzese. Il primo numero del giornale uscì nel giugno 1762. Per tutto il resto di quell'anno i suoi attacchi diretti al primo ministro (e velatamente anche alla Corona), però, non sortirono gli effetti sperati.

Fu un suo articolo pubblicato il 23 aprile 1763 (n. 45) a far cadere il primo ministro. Wilkes criticò aspramente un discorso, preparato dal governo Bute, che re Giorgio III aveva letto in Parlamento il 16 aprile. Secondo Wilkes il governo aveva nascosto la verità ai sudditi sulle trattative seguite alla vittoriosa guerra sulla Francia nel Nordamerica. Il governo affermava che la pace era “giusta”, mentre aveva fatto generose concessioni alla Francia largamente sconfitta (Trattato di Parigi). [6]

Il successore di John Stuart fu George Grenville, che decise di vendicarsi. Il 30 aprile emanò un “mandato d'arresto generale” per chiunque avesse collaborato alla realizzazione del numero del North Briton uscito sette giorni prima. Vennero fermate 49 persone, incluso Wilkes. Invocando l'immunità parlamentare, Wilkes fu presto rilasciato. Dopodiché convinse gli altri 48 a denunciare il governo per arresto illegale.

Statua di John Wilkes in Fetter Lane a Londra.

Mentre Wilkes era detenuto nella Torre di Londra, la sua casa fu perquisita (illegalmente, come poi venne dimostrato). Fu trovata una copia di un libello, Saggio sulla donna (una parodia del Saggio sull'uomo di Alexander Pope), che conteneva volgarità e blasfemie. Per la legge erano reati gravi, davanti ai quali cadeva anche l'immunità parlamentare. Wilkes, infatti, fu convocato il 15 novembre 1763 dalla Camera dei Comuni, alla quale apparteneva. Gli vennero concessi due giorni per preparare una difesa. Ma, avendo sostenuto un duello il giorno 16, dal quale era uscito sconfitto e moribondo, Wilkes preferì la via dell'esilio.[7] Il 23 dicembre partì per la Francia con la figlia Polly. Il 19 gennaio 1764 la Camera dei Comuni votò la sua espulsione, in contumacia, cancellandogli quindi il privilegio parlamentare e consentendo che venisse perseguito per pubblicazione oscena. Il 21 febbraio fu dichiarato colpevole di diffamazione nei confronti della Corona per il numero del North Briton uscito il 23 aprile 1763.

Inaspettatamente, il giorno del pronunciamento pubblico del giudizio, i cittadini londinesi affollarono il tribunale ed impedirono il simbolico abbruciamento di una copia del Saggio sulla donna. Erano circolate per tutta Londra alcune storie che riguardavano la vita privata del pubblico accusatore di Wilkes, John Montagu, conte di Sandwich. Egli, infatti, apparteneva ad un licenzioso sodalizio (conosciuto come Hellfire Club o Medmenham Monks), insieme con Wilkes ed altre personalità della Londra-bene. Lord Sandwich e Wilkes erano stati per lungo tempo amanti della stessa prostituta, Fanny Murray, le cui grazie erano state descritte con dovizia di particolari proprio nel Saggio sulla donna. Agli occhi dei londinesi, quindi, lord Sandwich non aveva nessun titolo per esprimere giudizi morali sul suo “compare” Wilkes.

Wilkes trascorse il 1763 e tutto il 1764 a Parigi, dove Polly compì gli studi. Si innamorò di un'italiana, Gertrude Corradini. Con lei, nel 1765 si trasferì in Italia. Per mantenere il suo elevato (e dispendioso) tenore di vita, vendette la residenza di Aylesbury nonché la propria biblioteca personale. Fece domanda di grazia al re, che però fu respinta.[8]

Deciso ad ottenere giustizia, nel 1768 tornò a Londra. Non fu immediatamente emanato un mandato di arresto nei suoi confronti, poiché il governo temeva le reazioni di una vasta parte del popolo che lo appoggiava. Presso i londinesi Wilkes rimaneva un personaggio molto popolare. Il governo, invece, gli era ideologicamente ostile. Wilkes puntò a conquistare nuovamente un seggio al Parlamento, per poi farsi giudicare dalla Corte Superiore di Giustizia (King's Bench). Dapprima si candidò alle elezioni del 25 marzo (si votava nella City), arrivando però ultimo. Tre giorni dopo, alle elezioni del Middlesex (in pratica la Greater London con la campagna circostante, dove aveva un grande seguito) vinse con un vantaggio di tremila voti sul secondo. Sapendo a quale rischio andava incontro, il 20 aprile 1768 Wilkes si presentò spontaneamente davanti alla prigione della Corte. La sua provocazione ebbe successo: si sistemò in un confortevole appartamento rifornito di vivande e vino, portatigli direttamente dai suoi sostenitori e votanti.[9]

Qui Wilkes attese il pronunciamento della Corte Superiore di Giustizia, che fu emanato il 16 giugno. Gli fu nuovamente sfavorevole: il capo del collegio giudicante (Lord Chief Justice), William Murray, lo condannò a un anno per il famoso numero del North Briton del 23 aprile 1763 ed a un anno per il Saggio sulla donna, insieme ad una multa di mille sterline. La legge però consentiva a Wilkes di rimanere parlamentare. Egli ricominciò ad accusare il governo; le sue opinioni apparvero sui principali giornali londinesi.

Il governo, ancora più determinato di prima nell'escludere Wilkes dalla scena politica, fece pressioni sulla Camera dei Comuni, che a fine anno 1768 votò la sua espulsione con 219 favorevoli e 137 contrari. Wilkes tornò di nuovo in prigione. Era il 10 maggio 1768. Davanti al carcere i suoi sostenitori manifestarono al grido "Niente giustizia, niente pace". Le truppe aprirono il fuoco sui manifestanti disarmati causando la morte di 7 persone e il ferimento di altre 15.

Wilkes si ricandidò pochi mesi dopo: il 16 febbraio 1769 vinse di nuovo incontrastato le elezioni in Middlesex. Il giorno dopo il parlamento lo dichiarò ineleggibile in quanto era stato dichiarato espulso. Un mese prima Wilkes aveva deciso di fare politica anche a livello locale. La Città di Londra (City of London) godeva di una giurisdizione speciale: si amministrava da sola e non era soggetta né al parlamento né al governo nazionali. Wilkes fu eletto consigliere di Farringdon Without.[10]

In marzo la politica nazionale gli diede una delusione, seguita da una soddisfazione. Wilkes si candidò di nuovo al parlamento. Vinse, ma l'assemblea gli rinnovò l'ostracismo, sancendo l'elezione di Henry Luttrell, il candidato del partito di governo. Al momento dell'insediamento di quest'ultimo, però, il governo si trovò in minoranza; così il primo ministro dovette rassegnare le dimissioni.

Le elezioni nel Middlesex avevano avuto larga eco nei giornali londinesi. Il ruolo della stampa stava crescendo: la gente desiderava informarsi e voleva sapere anche che cosa veniva discusso in parlamento. I resoconti parlamentari divennero un appuntamento fisso dei lettori londinesi.

Il parlamento si attivò per bloccare le cronache parlamentari; Wilkes le incoraggiò e sostenne gli stampatori di giornali che trasferivano la loro sede nella City, dove non aveva giurisdizione la legge del parlamento. Al potere del Parlamento egli oppose il privilegio della City of London. Il parlamento continuava a dare la caccia, sia ai giornali, sia ai parlamentari suoi amici con il pretesto di accusarli per articoli oltraggiosi.[11] Nel 1770 lo stesso sindaco di Londra, Brass Crosby, fu convocato dal parlamento e imprigionato per alcuni giorni. L'anno dopo toccò a Wilkes, ma egli rifiutò la convocazione, ma la Camera di Comuni decise di soprassedere, per paura di rendersi impopolare. Fu diffuso un comunicato dove si affermava:

“I ministri riconoscono che Wilkes è troppo pericoloso per mettersi contro di lui. Quindi Sua Maestà dichiara che non avrà più nulla a che fare con quel diabolico Wilkes.” (27 marzo 1771)

L'aver garantito la libertà di stampa rappresentò un grande successo politico per Wilkes. Egli proseguì la sua rapida ascesa: fu eletto sindaco della City di Londra per l'anno 1774. Wilkes confermò le sue grandi qualità di leader, rendendosi ancora più popolare e rispettato.

Nel 1782 riuscì finalmente a far revocare l'espulsione dal Parlamento. Il suo successo personale sanciva un nuovo principio: nessuna autorità poteva esercitare un'ingerenza sulla volontà popolare espressa mediante il voto.

Il crescente conservatorismo dei suoi ultimi anni (compreso l'avvicinamento al credo anglicano) lo allontanò dai radicali e gli costò la perdita del seggio parlamentare nelle elezioni generali del 1790. In seguito Wilkes si ritirò dalla politica attiva.

Morì nel 1797.

Personalità[modifica | modifica sorgente]

A causa di uno sgradevole strabismo e della sua mascella prominente, Wilkes era notoriamente brutto, definito all'epoca come “il più brutto uomo d'Inghilterra”. Egli aveva tuttavia un carisma che si imponeva sui difetti estetici. Si vantava del fatto che "gli sarebbe bastata una mezz'ora per cancellare la sua faccia a parole" anche se il tempo necessario variava nelle diverse occasioni in cui Wilkes ripeté l'affermazione.

Era noto per la sua sagace eloquenza e per le sue pronte risposte agli insulti. Ad esempio, quando un costituente gli disse che piuttosto che votare lui avrebbe votato il diavolo, Wilkes rispose: "Naturalmente, e se il tuo amico decide di non candidarsi posso contare sul tuo voto?" In un'altra occasione, in uno scambio con John Montagu, conte di Sandwich, che dichiarò "Signore, non so proprio se voi morirete sulla forca o per la sifilide." Wilkes replicò: "Questo, signore, dipenderà dal fatto che io abbracci i vostri principi oppure la vostra donna."

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Richard Newbury, Il puttaniere gentiluomo che inventò la libertà di stampa (cartaceo) in Il Foglio, 21 settembre 2013. URL consultato il 3/10/2013.
  2. ^ R. Newbury, Il Foglio, 21/09/2013, cit.
  3. ^ Thomas Potter morirà prematuramente nel 1759.
  4. ^ R. Newbury, Il Foglio, 21/09/2013, cit.
  5. ^ R. Newbury, Il Foglio, 21/09/2013, cit.
  6. ^ R. Newbury, Il Foglio, 21/09/2013, cit.
  7. ^ R. Newbury, Il Foglio, 21/09/2013, cit.
  8. ^ R. Newbury, Il Foglio, 21/09/2013, cit.
  9. ^ R. Newbury, Il Foglio, 21/09/2013, cit.
  10. ^ R. Newbury, Il Foglio, 21/09/2013, cit.
  11. ^ R. Newbury, Il Foglio, 21/09/2013, cit.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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