Jesus' Son

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Jesus' Son
JesusSon-1999.png
Billy Crudup e Samantha Morton in una scena del film
Titolo originale Jesus' Son
Paese di produzione Canada, Stati Uniti d'America
Anno 1999
Durata 107 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Alison Maclean
Soggetto Denis Johnson
Sceneggiatura Elizabeth Cuthrell, David Urrutia e Oren Moverman
Produttore Elizabeth Cuthrell, Lydia Dean Pilcher, David Urrutia, Margot Bridger (co-produttore), Oren Moverman (produttore associato)
Produttore esecutivo Steven Tuttleman
Casa di produzione Evenstar Films, Jesus' Son Productions
Distribuzione (Italia) Key Films
Fotografia Adam Kimmel
Montaggio Stuart Levy e Geraldine Peroni
Musiche Joe Henry
Scenografia David Doernberg, Andrea Stanley, Geri Radin-Episcopo
Costumi Kasia Walicka-Maimone
Interpreti e personaggi
Premi

Jesus' Son è un film del 1999 diretto da Alison Maclean, tratto dall'omonima raccolta di racconti di Denis Johnson.

È stato presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, dove ha vinto due premi minori, il Leoncino d'oro e il Premio OCIC.

Il titolo è ispirato ad un verso della canzone Heroin di Lou Reed: «when I am rushing on my run and I feel just like Jesus' Son».[1]

Trama[modifica | modifica sorgente]

Iowa, anni settanta, profonda provincia americana. Un giovane sbandato, soprannominato FH (fuckhead, "cazzone" nell'edizione italiana) per la sua capacità di cacciarsi nei guai e combinare casini, conduce svagato una vita vagabonda, senza meta né obiettivi precisi, costantemente sotto l'effetto della droga, tirando avanti tra espedienti vari per procurarsi l'eroina, incontri con la gente più strana ed eventi bizzarri.

L'amore per Michelle sembra dargli finalmente una direzione e FH arriva a trovare un lavoro regolare, come infermiere al pronto soccorso, quando lei rimane incinta. Ma il tentativo di costruirsi un'esistenza stabile, come una vera famiglia, è fallimentare e di breve durata: Michelle decide di abortire e di andarsene con un altro uomo. Quando poi si ritrovano e tornano insieme, la felicità è di breve durata, perché Michelle muore di overdose sotto gli occhi di FH, incapace di intervenire per salvarla.

Dopo aver rischiato a sua volta la stessa fine ed essersi disintossicato, inizia a lavorare presso una clinica per anziani e disabili non autosufficienti dove, a contatto con disgrazie e sofferenze peggiori della sua, scopre di poter dare un senso alla propria vita aiutando gli altri.

Stile[modifica | modifica sorgente]

Il film ha una struttura non lineare, episodica, per mantenere quella della raccolta di racconti da cui è tratto. Sono state scelte però le storie più funzionali alla costruzione di una linea narrativa chiara ed è stato ampliato il ruolo del personaggio di Michelle, per avere un collegamento tra le varie vicende.[1]

Lo stato di percezione alternata, allucinata del protagonista è resa attraverso l'utilizzo di effetti speciali ed animazioni.

Critica italiana[modifica | modifica sorgente]

Secondo il Dizionario Mereghetti «la regista è così innamorata del suo antieroe da perdere un po' il senso della misura, tra visioni surreali e poesia dei falliti, rischiando la maniera. E anche nella ricostruzione d'epoca non si scorge una necessità profonda».[2] Per Irene Bignardi (La Repubblica) invece la regista «ha il merito di saper condurre l'edificante recupero di FH con estrema naturalezza, e senza mai sovrimporre alla storia un risvolto moralista o edificante».[3]

Per Fabio Ferzetti (Il Messaggero) il film è un «American graffiti all'Lsd. Un Candido a spasso negli anni 70 [...] un film inclassificabile con pagine di esilarante humour noir», che vince il confronto con il simile Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam.[4] Secondo Michele Anselmi (L'Unità) è un film «bizzarro, visionario, neanche troppo modaiolo», dall'«umorismo macabro e grottesco».[5]

Roberto Nepoti (La Repubblica) lo definisce «il ritratto insieme beffardo e livido, pessimistico e grottesco, di una generazione affetta da nomadismo esistenziale e da miti autolesionistici», dalla «messa in scena bizzarra e visionaria, vagamente fuori moda».[6] In termini simili si esprime anche Enrico Magrelli (FilmTV): «Il ritratto livido, scanzonato e stonato di una generazione di falsi fenomeni. Esempio compiuto dell'estetica Sundance».[7]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Cristina Piccino, Alison Maclean. Un cocktail di anime caotiche "sparate" in vena in Il manifesto, 11 settembre 1999.
  2. ^ Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008. Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2007. ISBN 9788860731869 p. 1540
  3. ^ Irene Bignardi, Notte noiosa per la Deneuve E dalla Nuova Zelanda strani incontri on the road. Presentati il francese Le vent de la nuit di Philippe Garrel e Jesus' Son della regista Alison Mc Lean in La Repubblica, 11 settembre 1999.
  4. ^ Fabio Ferzetti, Jesus' Son, passeggiata nel delirio dalla provincia Usa in Il Messaggero, 25 agosto 2000.
  5. ^ Michele Anselmi, Jesus' Son, un Idiota tra i tossici in L'Unità, 11 settembre 1999.
  6. ^ Roberto Nepoti, Quanta nostalgia per i folli anni 70 in La Repubblica, 30 agosto 2000.
  7. ^ Enrico Magrelli, Soggetti e situazioni bordeline in un ritratto scanzonato di una generazione di falsi fenomeni in FilmTV, 5 settembre 2000.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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