Jerry Essan Masslo

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Jerry Essan Masslo (Umtata, 1959Villa Literno, 25 agosto 1989) fu un rifugiato sudafricano in Italia, assassinato da una banda di criminali, la cui vicenda personale emozionò profondamente l'opinione pubblica e portò ad una riforma della normativa per il riconoscimento dello status di rifugiato.

Jerry Essan Masslo

Indice

[modifica] Vicenda

La morte di Jerry Essan Masslo rappresentò per l'Italia la presa d'atto della necessità di garantire adeguati diritti e doveri agli immigrati, che nel corso degli anni ottanta erano cresciuti considerevolmente di numero fino a seicentomila nel 1990.

Poco dopo la sua tragica scomparsa ebbe luogo a Roma la prima manifestazione antirazzista mai organizzata in Italia sino ad allora, con la partecipazione di oltre 200.000 persone, italiani e stranieri.[1]

La vicenda del mancato riconoscimento dello status di rifugiato a Jerry Masslo, in quanto non cittadino dell'Europa dell'est, portò il governo a varare, in tempi record, il Decreto Legge 30 dicembre n. 416, recante norme urgenti sulla condizione dello straniero, convertito poi nella Legge n. 39 del 1990: la legge Martelli.

La legge Martelli, all'articolo 1, riconobbe agli stranieri extraeuropei sotto mandato dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, lo status di rifugiato, eliminando la "limitazione geografica"[2] per i richiedenti asilo politico, stabilita in base alla Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, ratificata in Italia con la legge 24 luglio 1954 n.722. Furono inoltre riconosciuti e garantiti i diritti dei lavoratori stranieri.

La morte di Jerry Essan Masslo segnò l'inizio d'una nuova stagione della convivenza multietnica in Italia.[3]

[modifica] Dal Sudafrica all'Italia

Della vita di Jerry Masslo si possiedono solo poche informazioni, quante bastano perché la sua vicenda possa essere considerata esemplare anche per comprendere il fenomeno dell'immigrazione ed il difficile cammino verso l'integrazione in Italia.

Jerry Masslo nacque a Umtata, attualmente Mthatha, Sudafrica, città che tra il 1976 ed il 1994 è stata capitale del Bantustan del Transkei ("zona al di là del fiume Kei"), da cui provengono molti leader neri del Sud Africa, come Walter Sisulu e Nelson Mandela, che attualmente vive nel villaggio di Qunu, a pochi chilometri da Mthatha.

Nonostante le condizioni di povertà in cui Jerry Masslo è vissuto, una capanna di legno e lamiere, riuscì a portare avanti gli studi, nelle scuole per "soli neri".

Il padre, dopo un interrogatorio da parte della Polizia, non fece più ritorno a casa e diventò uno dei tanti "Missing" ("Scomparsi").

Sposato con tre figli, durante una manifestazione Jerry Masslo perse una figlia, falciata da un proiettile vagante, sparato dalla polizia, alla tenera età di sette anni.

Da studente politicamente attivo, Jerry Masslo aveva simpatie per i movimenti di massa per i diritti della popolazione "coloured" come l'African National Congress-ANC, lo United Democratic Front-UDF e la Black Consciousness-BC, che avevano deciso di opporsi all'apartheid.

A seguito del colpo di Stato del 1987[4] Jerry Masslo decise di andare via dal bantustan. Dopo aver messo in salvo la moglie ed i due bambini nel vicino Zimbabwe, raggiunse Lusaka, nello Zambia, dove vivevano alcuni suoi familiari.

Insieme al fratello decisero di imbarcarsi clandestinamente per l'Europa, aiutati da un loro amico marinaio, nascosti in una scialuppa di salvataggio con viveri ed acqua per il viaggio, su una nave cargo nigeriana.

Durante il viaggio, a causa di una violenta febbre che colpì suo fratello, Jerry Masslo fu costretto a scendere dalla nave alla ricerca di farmaci, a Port Harcourt, in Nigeria. Acquistati i farmaci però non riuscì più a risalire sulla nave che salpò proseguendo il suo tragitto. In seguito Jerry Masslo non riuscì più ad avere notizie di suo fratello.

Per raggiungere l'Europa fu costretto a vendere gli unici oggetti di valore che aveva, un bracciale ed un orologio, ricordo del padre, per poter comprare un biglietto d'aereo per Roma Fiumicino, dove atterrò il 21 marzo del 1988.

Al suo arrivo a Roma Jerry Masslo fece immediatamente domanda d'asilo politico alle autorità di pubblica sicurezza, le quali, istruite a norma del principio della "limitazione geografica", furono obbligate a notificare un diniego, perché l'asilo politico poteva essere richiesto solo dai cittadini dei paesi dell'Est Europa, per cui un cittadino di un paese dell'Africa non poteva avvalersi di questo diritto in Italia.

Di fronte al diniego opposto dalla Polizia, Jerry Masslo chiese ed ottenne di essere messo in contatto telefonico con la sede italiana di Amnesty International, che dopo avere ascoltato la sua storia lo mise in contatto con l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Alle sollecitazioni dell'UNHCR presso il Ministero dell'Interno, fu contestato dai funzionari del Viminale che la richiesta non poteva essere accolta in quanto, oltre alla "riserva geografica", erano interessati dagli "accadimenti in Sud Africa una pluralità di suoi connazionali senza però denotare intenti persecutori diretti e personali nei confronti del richiedente".

La decisione definitiva e non impugnabile però consentiva il rilascio di Jerry Masslo, dopo due settimane di trattenimento in una cella dell'aeroporto di Roma Fiumicino, in quanto all'epoca non era previsto alcun meccanismo coercitivo di accompagnamento alla frontiera. Poteva rimanere in Italia sebbene senz'alcuno status giuridico definito.[5]

In seguito Jerry Masslo, accolto presso una struttura della Comunità di Sant'Egidio, la "Tenda di Abramo", fece domanda di espatrio per il Canada, indicando nel modulo la volontà di voler ricongiungersi con la moglie ed i figli.

Accolto presso la struttura di accoglienza, incominciò ad imparare la lingua italiana e ad esercitare dei lavori occasionali. Nell'estate successiva decise di spostarsi a Villa Literno, dove gli era stato riferito da altri immigrati era possibile lavorare per la raccolta del pomodoro.

[modifica] La raccolta del pomodoro a Villa Literno

Le condizioni di vita delle migliaia di immigrati che già da alcuni anni raggiungevano Villa Literno, per cercare lavoro nelle campagne, erano durissime.

Villa Literno alla fine degli anni ottanta era una città di circa 10.400 abitanti, che viveva prevalentemente di agricoltura, in cui un ruolo preponderante era svolto dalle attività economiche collegate al controllo del territorio da parte del clan dei casalesi. I campi di pomodoro finanziati dall'Aima e dalla CEE richiedevano, durante il periodo della raccolta, un massiccio impiego di forza lavoro bracciantile, non disponibile tra gli italiani alle condizioni economiche dei produttori. Per questo motivo la città cominciò a diventare meta degli immigrati, che seguivano la stagionalità dei lavori in agricoltura, spostandosi di volta per volta nelle località dove veniva richiesto il lavoro, attraverso delle vere e proprie catene di richiamo. Durante il periodo della raccolta del pomodoro la popolazione immigrata raggiungeva anche le quattromila unità.[6]

Jerry Masslo, ogni mattina all'alba, insieme a centinaia di immigrati, raggiungeva il quadrivio del paese, ribattezzato dai liternesi la "piazza degli schiavi", per attendere l'arrivo dei caporali e recarsi nei campi a raccogliere il pomodoro.

Il lavoro poteva durare anche quindici ore al giorno e veniva pagato a "cassette" (ottocento o mille lire a cassetta), i contenitori da 25 kg di prodotto che dovevano essere riempiti e contati a fine giornata per il calcolo della paga giornaliera. Per poter raggiungere una paga giornaliera di 40.000 Lire era necessario riempire più di quaranta casse.

La notte, insieme ad altri immigrati, Jerry Masslo alloggiava, come gran parte degli immigrati, nei ruderi dei casolari in campagna, dormendo su cartoni, senza luce né servizi igienici.

Nell'estate del 1988 rimase due mesi a Villa Literno, dopodiché, finita la stagione della raccolta, ritornò a Roma presso la struttura di accoglienza che l'aveva accolto, la "Tenda di Abramo".

Le condizioni lavorative a Roma non cambiarono per lui ed intanto il visto per il Canada non veniva rilasciato. L'estate successiva ritornò a Villa Literno per lavorare alla raccolta del pomodoro.

La situazione che vi trovò era diversa rispetto all'anno precedente, nelle baracche dove dormivano gli immigrati stava maturando la consapevolezza sulle condizioni di sfruttamento alle quali gli immigrati erano costretti a sottostare. Alle riunioni partecipava attivamente anche Jerry Masslo. Gli immigrati si erano appellati al sindacato, ma le resistenze erano forti.

Intanto a Villa Literno cominciarono a moltiplicarsi gli episodi d'intolleranza nei confronti degli immigrati. Dopo il lavoro, gli immigrati non potevano più passeggiare liberamente, per timore che venissero malmenati da alcuni ragazzi del paese, che avevano organizzato dei veri e propri "squadroni" che pestavano gli immigrati per terrorizzarli e costringerli a stare lontani dalle vie del centro della città.

Per le strade i carabinieri trovarono dei volantini rivolti ai liternesi che venivano incitati alla violenza contro gli immigrati, in cui era scritto: « È aperta la caccia permanente al nero. Data la ferocia di tali bestie […] e poiché scorrazzano per il territorio in branchi, si consiglia di operare battute di caccia in gruppi di almeno tre uomini ».[7]

La situazione degli immigrati nelle campagne di Villa Literno intanto incominciò a destare l'attenzione dei media italiani, e una telecamera di una troupe del Tg2, che stava intervistando gli immigrati sulle loro condizioni, raccoglierà anche una testimonianza di Jerry Masslo.

[modifica] L'assassinio di Jerry Masslo

Quasi al termine della stagione di raccolta nei campi, la sera del 24 agosto 1989, Jerry Masslo si era ritirato nel capannone di via Gallinelle, dove dormiva con altri 28 immigrati.

Un gruppo di quattro persone, con i volti coperti, fece irruzione con armi e spranghe chiedendo che venissero consegnati loro tutti i soldi che avevano addosso. Per gli immigrati, che non avevano altro sistema che conservare tra i loro indumenti tutto il denaro che guadagnavano, significava dover consegnare agli assalitori tutto ciò che avevano guadagnato in due mesi ed oltre di lavoro.[8]

I Funerali di Jerry Masslo

Alcuni consegnarono subito il denaro, altri si rifiutarono. Al rifiuto degli immigrati di consegnare il denaro uno dei ladri colpì alla testa, con il calcio della pistola, un sudanese di 29 anni, Bol Yansen. Jerry Masslo, che era rimasto in piedi davanti ai balordi rifiutandosi di dare loro i suoi risparmi, fu colpito all'addome da tre colpi di pistola calibro 7,65. Nel trambusto successivo alla sparatoria gli assalitori fuggirono via, per timore della reazione degli immigrati. Nella sparatoria venne ferito anche Kirago Antony Yrugo, cittadino keniano, che riuscì a sopravvivere, Jerry Masslo morì prima dell'intervento dei medici.

La Cgil per Jerry Masslo chiese i funerali di Stato, che si tennero il 28 agosto alla presenza del Vicepresidente del Consiglio Gianni De Michelis e di altre rappresentanze delle istituzioni.

Ai funerali accorsero le televisioni di tutta Italia per riprendere l'evento, il Tg2 si collegò in diretta, e trasmise nella consueta rubrica Nonsolonero, per intera, l'intervista rilasciata da Jerry Masslo:

«  [...] Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà, un'accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato ed allora ci si accorgerà che esistiamo  »
(Jerry Essan Masslo)

[modifica] Le reazioni alla morte di Jerry Essan Masslo

La morte di Jerry Masslo ebbe un grande risalto mediatico.

Il Tg3 nazionale aprì con la notizia: "Squadrone della morte a Villa Literno spara sui lavoratori di colore". Nei giorni successivi intervennero sulla vicenda l'ONU, il Papa, il Presidente della Repubblica e tutto il mondo politico italiano, il sindacato e l'associazionismo.

Il 20 settembre 1989 a Villa Literno si tenne il primo sciopero degli immigrati contro il caporalato al servizio della camorra, un evento di portata storica per l'Italia.

Il 7 ottobre 1989 a Roma si svolse la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo, con alla testa uno striscione che ricordava il profugo politico sudafricano. In quella stagione si formerà la prima generazione di antirazzisti in Italia.

L'allora Presidente della Camera, Nilde Iotti, incontrò una delegazione di immigrati a Villa Literno.

Nel febbraio del 1990 entra in vigore la legge Martelli, primo discusso tentativo di affrontare i temi dell'immigrazione in un paese che scopriva di essere diventato non più terra d'emigrazione ma luogo dove migliaia di stranieri, che all'epoca avevano superato abbondantemente il mezzo milione di presenze, decidevano di trasferirsi per migliorare le proprie condizioni di vita.

Nell'estate del 1990 venne realizzato a Villa Literno il Villaggio della Solidarietà, una grande tendopoli dotata di servizi per gli immigrati, intitolata a Jerry Masslo, allestita grazie all'impegno volontario di giovani provenienti da tutta Italia.

Nel corso dei primi anni novanta presero corpo le prime forme di accoglienza per immigrati e per l'integrazione scolastica dei loro figli.[9]

Nonostante la nascita di alcune associazioni, tra queste un'associazione fondata da medici intitolata a Jerry Masslo, la condizione dei migranti nelle campagne di Villa Literno non ricevette adeguate misure di sostegno per l'organizzazione di servizi di accoglienza, assistenza ed integrazione.

L'assenza di strutture di accoglienza obbligò i migranti ad organizzarsi in un insediamento intorno ad un casolare diroccato, che arrivò ad ospitare fino a 2500 persone. Le difficili condizioni igienico sanitarie fecero diventare famoso l'insediamento con il nome di "Ghetto di Villa Literno".

I clan della camorra, infastiditi dalla eccessiva attenzione mediatica che le campagne di Villa Literno riscuotevano per l'utilizzo massiccio dei braccianti immigrati, reagirono causando il rogo del Ghetto di Villa Literno, nonostante l'intenzione della prefettura di Caserta di individuare una soluzione alternativa, con un progetto di oltre un miliardo di lire, di cui avrebbe dovuto farsi carico l'amministrazione di Casal di Principe entro l'estate, prima del vertice G7 che si sarebbe tenuto a Napoli. La concomitante tragedia dell'assassinio di don Giuseppe Diana spostò però drammaticamente l'attenzione mediatica dagli immigrati al grave problema di ordine pubblico rappresentato dal clan dei casalesi, il tempo necessario affinché il "Ghetto" di Villa Literno venisse incendiato nell'autunno del 1994.

Mons. Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta definì l'incendio del Ghetto di Villa Literno, un "incendio di Stato".[10]

[modifica] Note

  1. ^ Guglielmo Pepe "Scende in piazza l'Italia antirazzista", La Repubblica, 07 ottobre 1989 - Vedi in Articoli dagli archivi di La Repubblica
  2. ^ La limitazione geografica, prevista dalla Convenzione di Ginevra del il 28 luglio 1951, offriva agli Stati contraenti la possibilità di limitare gli obblighi loro derivanti dalla Convenzione stessa, all'art. 1, alle persone divenute rifugiate in seguito ad "avvenimenti verificatisi in Europa" soltanto e non anche "altrove" (limitazione tuttora vigente in alcuni Paesi membri: Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Principato di Monaco, Malta, Turchia, Ungheria, etc.; e, fino all'applicazione della legge Martelli, il 31 dicembre 1989, in vigore anche in Italia).
  3. ^ Guido Bolaffi. Il popolo dei clandestini. La Repubblica, 15 dicembre 1989. URL consultato il 29-08-2009.
  4. ^ Nel 1987, il generale Bantubonke "Bantu" Holomisa, comandante della Forza di Difesa del Transkei, prese il potere con un colpo di stato. Benché i governi del Sudafrica e del Transkei negarono l'esistenza di un golpe, Holomisa divenne il nuovo capo di Stato. Nel 1990 il generale Holomisa riuscì a salvarsi da un fallito tentativo di colpo di stato, su richiesta da parte della comunità internazionale in merito al destino dei suoi oppositori rispose che "essi erano morti durante gli scontri con la forza di difesa del Transkei". Successivamente, nel 1996, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione del Sud Africa appurò che gli oppositori del regime erano stati in realtà giustiziati senza regolare processo. Fonte:http://www.doj.gov.za/trc/media/1996/9606/s960619e.htm
  5. ^ "C'era una volta Jerry Essan Masslo di Jean René Bilongo" - Vedi in Collegamenti esterni
  6. ^ Emilio Piervincenzi, "L' alba a piazza degli schiavi", La Repubblica, 12 agosto 1990 - Vedi in Articoli dagli archivi di La Repubblica
  7. ^ Francesca Molinaro. La triste storia di Jerry, rifugiato politico in Italia, divenuta emblema del razzismo e della violenza ancora forte nella società. Dire Fare Scrivere anno III, n. 18, 10-07-2007. URL consultato il 22-08-2009.
  8. ^ Giovanni Marino, "Settantuno anni di carcere agli assassini di Jerry Masslo", La Repubblica, 17 ottobre 1990 - Vedi in Articoli dagli archivi di La Repubblica
  9. ^ Prefazione di Padre Alex Zanotelli. A UN PASSO DAL SOGNO - Gli avvenimenti che hanno cambiato la storia dell'immigrazione in Italia, di Giulio Di Luzio, Besa Editore, Lecce. Articolo 21. URL consultato il 22-08-2009.
  10. ^ Luca Rossomando. Una rotonda sul ghetto. Napoli Monitor, 25 febbraio 2009. URL consultato il 22-08-2009.

[modifica] Collegamenti esterni

[modifica] Articoli dagli archivi di La Repubblica

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