Protocollo di Milwaukee

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Jeanna Giese

Il protocollo di Milwaukee è un trattamento sperimentale per l'infezione da rabbia in un essere umano. Il trattamento prevede l'induzione del coma farmacologico e la somministrazione di antivirali. Il nome fu dato da Rodney Willoughby, Jr., M.D., il medico che sviluppò il protocollo, dopo la guarigione di Jeanna Giese. Il protocollo di Milwaukee viene talvolta chiamato protocollo di Wisconsin.

Jeanna Giese (Fond du Lac, 13 novembre1989), un'adolescente del Wisconsin, è la prima persona conosciuta ad essere sopravvissuta ai sintomi della rabbia senza il vaccino apposito.

È la sesta persona conosciuta che è sopravvissuta dopo la comparsa dei sintomi della malattia; gli altri cinque sono sopravvissuti grazie allo sviluppo nei loro sistemi immunitari di appositi anticorpi.

Infezione della rabbia[modifica | modifica sorgente]

Nel settembre 2004, Giese, di 15 anni, studentessa alla St. Mary Springs High School, raccolse un pipistrello trovato nella chiesa di S. Patrick della sua città natale Fond du Lac nel Wisconsin. Subì un piccolo morso all'indice sinistro, e fu curata con acqua ossigenata, visto che la madre pensò che non servissero altre cure mediche. Trentasette giorni dopo il morso Giese manifestò i sintomi della rabbia. Venne ammessa all'ospedale con febbre a 39°C, tremori, difficoltà di parola e deambulazione e spasmi al braccio sinistro. Le sue condizioni continuarono a peggiorare e venne trasferita all'ospedale pediatrico del Wisconsin a Wauwatosa. I dottori iniziarono a sospettare la rabbia, e la loro ipotesi fu confermata dai test di laboratorio del Centers for Disease Control (Centro per il controllo delle malattie).

Induzione al coma[modifica | modifica sorgente]

La rabbia è universalmente considerata come fatale, nei soggetti non vaccinati, con la prima manifestazione dei sintomi. I genitori acconsentirono ad un trattamento sperimentale proposto dal suo dottore dell'ospedale. I dottori usarono dei farmaci per indurre Giese in coma con l'aiuto di ketamina, midazolam e fenobarbital, per sedare l'attivà cerebrale, e un cocktail di antivirali (ribavirina e amantadina), mentre aspettavano che il suo sistema immunitario producesse degli anticorpi adatti ad attaccare il virus. Giese fu risvegliata dal coma dopo sei giorni, non appena i segni del progresso del sistema immunitario divennero evidenti.

Dimissioni dall'ospedale[modifica | modifica sorgente]

Dopo trentuno giorni in ospedale, Giese fu dichiarata libera dal virus e rimossa dall'isolamento. La malattia sembrava aver lasciato le sue abilità cognitive largamente intatte. Passò diverse settimane in riabilitazione e fu dimessa il 1 gennaio 2005. Dal novembre di quell'anno fu di nuovo in grado di camminare da sola, tornare a scuola, e iniziare a guidare automobili.

Teorie riguardo alla sopravvivenza[modifica | modifica sorgente]

Le ragioni della sua sopravvivenza rimangono controverse. I dottori di Giese sapevano che la maggior parte delle morti erano causate da temporanee disfunzioni del cervello, non da danni permanenti. Così pensarono che se avessero protetto Giese mettendola intenzionalmente in coma in modo da separare il corpo dal suo cervello, sarebbe sopravvissuta abbastanza a lungo da far combattere il virus dal suo sistema immunitario. Mentre il trattamento sembra aver funzionato come pianificato, altri ricercatori suggerirono che Giese fosse stata infettata da una particolare forma debole del virus, o che lei avesse un sistema immunitario insolitamente forte. Il pipistrello che morse Giese non venne ritrovato per fare dei test, e i dottori furono in grado di isolare gli anticorpi dal sangue della ragazza ma non il virus.

Altri tentativi[modifica | modifica sorgente]

Sono state fatte almeno altre sei prove per curare i sintomi della rabbia usando un simile protocollo, ma senza successo. Nel maggio 2006 all'ospedale pediatrico del Texas fu applicato un trattamento simile a quello usato su Giese, su Zachary Jones, di 16 anni che aveva i sintomi della rabbia, ma inutilmente. Dai primi di ottobre fino ai primi giorni di novembre del 2006, fu provata questa tecnica anche a Shannon Carrol, un bambino di 10 anni, ma anche in questo caso senza successo. Il protocollo seguito nel caso di Jeanna è stato chiamato Jeanna Treatment. Un articolo, uscito nell'aprile del 2007, scritto dal primario che ha seguita la ragazza lo chiamò invece Milwaukee protocol; nell'articolo il primario indicò che coloro che hanno provato a seguirlo hanno sbagliato, non avendo usato la giusta combinazione di farmaci da lui descritta.

Il protocollo ha subito delle revisioni successive, in una delle quali viene omesso l'uso dell'antivirale ribavirina. Due dei 25 pazienti sottoposti al primo protocollo sono sopravvissuti, e vi sono state due ulteriori guarigioni tra i 10 pazienti sottoposti al protocollo revisionato.

Nel giugno 2011, Precious Reynolds di Willow Creek, California, una bambina di 8 anni, sopravvisse anch'essa all'infezione, contratta in aprile e della quale cominciò a mostrare gravi sintomi (che ricordavano quelli della poliomielite) a metà maggio. Secondo il personale ospedaliero, fu seguito il protocollo originale. Precious rimase in terapia intensiva per due settimane e il suo sistema immunitario si rivelò subito forte. Fu in seguito trasferita nel reparto pediatrico.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]