James J. Jeffries

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James Jackson Jeffries
James J Jeffries.jpg
Dati biografici
Nazionalità Stati Uniti Stati Uniti
Altezza 183 cm
Pugilato Boxing pictogram.svg
Dati agonistici
Categoria Pesi massimi
Ritirato 4 luglio 1910
Carriera
Incontri disputati
Totali 22
Vinti (KO) 18 (15)
Persi (KO) 1 (1)
Pareggiati 0
 

James Jackson Jeffries, soprannominato "The Boilermaker" (Carroll, 15 aprile 18753 marzo 1953), è stato un pugile statunitense.

Fu campione del mondo dei pesi massimi dal 1899 al 1905.

La International Boxing Hall of Fame lo ha riconosciuto fra i più grandi pugili di ogni tempo.

Gli inizi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1891 suo padre trasferì la famiglia dalla loro fattoria nell’Ohio a Los Angeles, California, dove il potentemente costruito ed atletico ragazzo boxò da dilettante fino all’età di 20 anni, quando iniziò a combattere da professionista. Lungo la strada che lo condusse al titolo mondiale, Jeffries mise fuori combattimento al 3º round Peter Jackson, il grande pugile nero che John L. Sullivan aveva rifiutato di incontrare.

Campione del mondo[modifica | modifica wikitesto]

Il 9 giugno 1899, a Brooklyn, New York, Jeffries sconfisse Bob Fitzsimmons, conquistando così il titolo mondiale dei pesi massimi. Nell’agosto di quello stesso anno Jeffries si imbarcò per un tour in Europa, esibendosi per i fan. Fu filmato in varie occasioni in cui ripeteva parti dell’incontro in cui aveva vinto il titolo. Spezzoni di questi filmati e di altre sue esibizioni sono arrivati fino ai nostri giorni.

Jeffries detiene il record del più veloce KO in un incontro valido per il titolo dei massimi, 55 secondi nell’incontro con Finnegan. Durante il suo regno di campione, Jeffries difese il proprio titolo 7 volte, comprese le 2 vittorie per KO contro l’ex campione Corbett. Vinse inoltre un incontro ai punti in 25 round contro Tom Sharkey.

Lo stile[modifica | modifica wikitesto]

Le maggiori risorse di Jeffries erano l’enorme forza fisica e la resistenza.

All’apice della propria forma, Jeffries era alto 183 cm, pesava 101 kg e, a dispetto della propria mole, era uno sprinter che poteva correre i 100 m in poco più di 10 secondi e saltare in alto oltre alla propria altezza.

Usando una tecnica insegnatagli dal suo allenatore ed ex campione dei pesi welter e medi Tommy Ryan, Jeffries combatteva con il braccio sinistro disteso in avanti. Mancino naturale, aveva una potenza da KO con un solo pugno nel proprio gancio sinistro. Jeffries ruppe le costole di tre avversari in incontri validi per il titolo: Jim Corbett, Gus Ruhlin e Tom Sharkey. L’allenamento quotidiano di Jeffries comprendeva 8 km di corsa, 2 ore di salto alla fune, allenamenti con la palla della salute, 20 minuti di allenamento con il sacco pesante, e come minimo 12 round di allenamento sul ring. L’allenamento comprendeva anche la lotta.

Jeffries era capace di incassare tremende punizioni mentre sfiniva gli avversari.

Un esempio delle capacità di Jeffries di incassare quantità distruttive di pugni e di recuperare le forze fino a vincere, è quello della rivincita per il titolo mondiale sostenuta contro Fitzsimmons, che è considerato uno dei più grandi picchiatori della storia del pugilato. L’incontro venne disputato a San Francisco il 25 luglio 1902.

Durante il match, per quasi 8 round Fitzsimmons sottopose Jeffries ad un pestaggio brutale. Jeffries subì una frattura al naso, su tutti e due gli zigomi la pelle era aperta fino all’osso, e le sopracciglia di entrambi gli occhi erano tagliate profondamente. Sembrava che l’incontro dovesse essere arrestato, perché il sangue scorreva negli occhi di Jeffries. Poi, nell’8º round, Jeffries fece partire un terrificante destro allo stomaco, seguito da un gancio sinistro alla mandibola, che lasciarono a terra Fitzsimmons privo di sensi. Il grande mediomassimo e massimo Sam Langford, uno dei maggiori di tutti i tempi, pubblicizzò sui quotidiani il proprio desiderio di sfidare chiunque al mondo, eccetto Jim Jeffries.

Il ritiro[modifica | modifica wikitesto]

Jeffries si ritirò imbattuto nel maggio del 1905. Si prestò come arbitro per i 5 anni successivi, arbitrando anche l’incontro in cui Marvin Hart sconfisse Jack Root per il titolo che egli stesso aveva lasciato vacante.

Il rientro[modifica | modifica wikitesto]

James Jeffries durante il match con Jack Johnson

Sei anni dopo il ritiro, Jeffries tornò a combattere il 4 luglio 1910 a Reno, Nevada. Lo fece con il campione nero Jack Johnson, che aveva conquistato il proprio diritto a battersi per il campionato mondiale dei pesi massimi sconfiggendo Tommy Burns a Rushcutters Bay, in Australia, nel 1908.

Il match, che fu organizzato ed arbitrato dal leggendario promoter Tex Rickard, e fu noto come "The Fight of the Century", divenendo presto il campo di battaglia per uno scontro simbolico tra razze. I media, che cercavano ansiosi una "Grande speranza bianca", trovarono un campione per il loro razzismo in Jeffries, che prima del match dichiarò: "Sto affrontando questo incontro con il solo proposito di provare che un uomo bianco è meglio di un Negro."[1] Prima dell’incontro ci fu un’esplosione di entusiasmo, quando una banda a bordo ring suonò un pezzo che si intitolava: "All coons look alike to me" (che tradotto significa: "tutti i procioni per me sono uguali", dove per procioni si alludeva chiaramente al nomignolo spregiativo con cui venivano indicati i neri).[2]

L’incontro fu fermato al 15º round, quando dall’angolo di Jeffries fu gettata la spugna. Jeffries non accampò scuse, riconoscendo che non sarebbe riuscito a sconfiggere Johnson nemmeno nei suoi momenti migliori[3]

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Nei suoi ultimi anni, Jeffries allenò pugili e lavorò come organizzatore di incontri.

Alla sua morte, avvenuta nel 1953, James Jackson Jeffries fu sepolto nell’Inglewood Park Cemetery di Inglewood (California).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Remnick, David "Struggle for his soul", The Observer, 2003-11-02. Retrieved on November 2, 2003
  2. ^ Zinn, Dave "The Hidden History of Muhammad Ali", Edge of Sports
  3. ^ Geoffrey C. Ward, "Unforgivable Blackness: The Rise and Fall of Jack Johnson", Alfred A. Knopf 2004, pp. 544 + iv

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 26747265 LCCN: no2003019543