James Forten

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Ritratto di James Forten.

James Forten (Filadelfia, 2 settembre 1766Filadelfia, 4 marzo 1842) è stato un abolizionista afroamericano e ricco uomo d'affari.

Nel corso della sua vita ha svolto numerosi lavori tra cui il dentista, il falegname, il pastore religioso e il minutemen.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato libero a Filadelfia (Stati Uniti d'America) frequentò la African School, gestita dall'abolizionista Anthony Benezet e fondata dai Quaccheri per i bambini di colore liberi. Dopo la morte del padre Thomas[1], Forten iniziò a lavorare all'età di sette anni per aiutare la madre Margaret e la sorella maggiore Abigail[2], prima come spazzacamino e poi come commesso in un negozio di alimentari. Sua madre insistette perché andasse a scuola per almeno altri due anni.[3]

Forten lasciò la scuola, per lavorare a tempo pieno, a nove anni. Le sue prime esperienze di lavoro ebbero per lui grande importanza e le usò come riferimento per valutare le proprie esperienze per tutto il resto della vita.

All'età di 15 anni, durante la Guerra di indipendenza, Forten lavorò sulla nave corsara Royal Louis, dove pare abbia inventato un dispositivo per manovrare le vele delle navi.[4] Stava giocando a biglie con il figlio del capitano Beasley[5], con cui era diventato amico, quando la nave fu catturata. Grazie a quella amicizia James non venne ridotto in schiavitù, venne trattato come un prigioniero di guerra regolare e fu trasferito sulla nave carcere inglese Jersey.[6]
Dopo la guerra divenne apprendista velaio. Nel 1786 divenne capo officina. In breve Forten mise in piedi una propria azienda di produzione di vele e con il reddito realizzato divenne uno dei neri più ricchi dell'America post-coloniale.

Forten, con l'aiuto del reverendo Richard Allen e di Absalom Jones, arruolò 2.500 neri a guardia di Filadelfia durante la guerra del 1812.

Attivismo politico e sociale[modifica | modifica wikitesto]

(EN)
« Although never elected to political office, and effectively disfranchised, James Forten was a shrewd political operator. Year by year he grew in stature as a public figure. By the 1830s, his was one of the most powerful black voices, not just for men and women of color in his native city, but for many thousands more throughout the North. He knew how to use the press and the speaker’s podium. He knew about building alliances, when to back down and when to press forward with his agenda. His rise to prominence his understanding of the nature of power and authority, his determination to speak out and be heard are object lessons in the realities of community politics. Disfranchised he might have been, but voiceless he never was »
(IT)
« Anche se non eletto a cariche politiche, e di fatto senza diritto di voto, James Forten era un abile politico. Di anno in anno crebbe in statura come personaggio pubblico. Dal 1830, la sua è stata una delle voci più forti tra i neri, non solo per gli uomini e le donne di colore nella sua città natale, ma per molte altre migliaia in tutto il Nord. Sapeva come usare la stampa e il podio dell'oratore. Sapeva costruire alleanze, quando fare marcia indietro e quando andare avanti secondo un suo programma. La sua ascesa alla ribalta, la sua comprensione della natura del potere e dell'autorità, la sua determinazione nel parlare ed essere ascoltato sono dimostrazioni di realismo politico. Senza diritto di voto poteva esserlo, ma senza voce non è mai stato. »
(Julie Winch[3])

Forten utilizzò la ricchezza accumulata come industriale per perorare la moderazione nel bere, il suffragio femminile e soprattutto la parità di diritti per gli afroamericani. Forten riteneva che i neri dovevano lavorare per migliorare la loro situazione negli Stati Uniti e dovevano essere equamente tutelati dalla legge.

"Già nel 1800, fu tra i firmatari di una petizione al Congresso degli Stati Uniti per l'abolizione del commercio degli schiavi e la modifica della Fugitive Slave Law del 1793.[7] Nel 1813 scrisse un pamphlet A Series of Letters by a Man of Color (raccolta di lettere di un uomo di colore), per opporsi a un disegno di legge del Senato della Pennsylvania che limitava l'immigrazione dei neri nello Stato, spesso il primo rifugio per le persone liberate, così come per i fuggitivi."[8]

Forten e il reverendo Allen lavorarono insieme per istituire la prima Convention of Color nel 1817. Questa organizzazione sostenne l'insediamento di schiavi neri fuggiti in Canada, ma si oppose al piano per il rimpatrio dei neri in Africa. Forten non credeva che gli afroamericani dovessero lasciare il "proprio" territorio e pertanto era contro il programma e le attività della American Colonization Society (a favore del loro rimpatrio in Africa). Forten faceva parte del numeroso gruppo che si opponeva a questa organizzazione. Mentre poco prima della Abraham Camp sosteneva la necessità di lasciare l'America, Forten condusse poi una protesta contro la American Colonization Society e in qualità di presidente condusse la protesta tenutasi nella Bethel Church[9] a Filadelfia.[8]

Era in particolare contro la politica britannica di reinsediamento dei neri lealisti veterani della Guerra di indipendenza in Sierra Leone.

"Nel 1817, Forten e il vescovo della African Methodist Episcopal Church (Chiesa Episcopale Metodista Africana, chiamata anche AME Church ) Richard Allen organizzarono 3.000 neri di Filadelfia per protestare contro le attività della American Colonization Society, che stava lavorando per realizzare una colonia fuori dagli Stati Uniti per gli afroamericani".[3]

La Rivoluzione haitiana (1791–1804) faceva ritenere ai neri americani vantaggiosa una eventuale emigrazione nell'isola, dopo che questa aveva conquistato l'indipendenza, visto che era una repubblica guidata da neri. La sua indipendenza introdusse molte dispute complesse tra i neri liberi degli Stati Uniti. James Forten fu uno dei leader neri importanti del tutto contrari ad eventuali emigrazioni. Egli credeva fermamente che ai neri doveva essere concesso un ruolo di parità negli Stati Uniti; riteneva che era molto meglio lottare per una società egualitaria degli Stati Uniti, piuttosto che fuggire dal Paese.

Forten non fu sempre contro l'emigrazione e il progetto della American Colonization Society di "... inviare i neri liberi e liberati in Africa. In una occasione, aveva perfino dato i soldi per l'American Colonization Society. Sostenne anche Paul Cuffee... che trasportò trentotto persone in Sierra Leone nel 1815. Forten in seguito cambiò idea. In seguito ritenne che l'American Colonization Society lavorasse contro gli interessi dei neri americani e divenne un fiero oppositore della ri-africanizzazione".[8]

Nel 1833 Forten aiutò William Lloyd Garrison e Robert Purvis a creare l'American Anti-Slavery Society. Nel corso degli anni diede loro un generoso sostegno finanziario. Contribuì anche con articoli occasionali al giornale abolizionista di Garrison The Liberator.

Nel 2002, Molefi Kete Asante, ha inserito James Forten nella lista dei 100 afroamericani più importanti della storia.[10]

Matrimoni e famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Forten si era sposato due volte; la sua prima moglie, Martha "Patty" Beatty[11] morì dopo pochi mesi di matrimonio nel 1804 e, nel 1806, si sposò con Charlotte Vandine (1785-1884). Ebbero nove figli:

  • Margaretta Forten (1806-1875)
  • Charlotte Forten (1808-1814)
  • Harriet Forten Purvis (1810-1875)
  • James Forten Jr. (1811- circa 1870)
  • Sarah Louisa Forten Purvis (1814-1884)
  • Robert Bridges Forten (1813-1864)
  • Mary Theresa Forten (1815-1842)
  • Thomas Willing Francis Forten (1817-1897)
  • William Deas Forten (1823-1909).

James Jr. e Robert seguirono la strada del padre nella conduzione della ditta di veleria.

Come suo padre, il figlio Robert divenne un energico attivista contro la schiavitù. Le figlie Harriet e Sarah Louisa sposarono i fratelli, anche loro abolizionisti, Robert Purvis e Joseph Purvis, rispettivamente. La figlia Margaretta divenne una militante della Female Anti-Slavery Society di Filadelfia nel 1845 ed educatrice.

La nipote Charlotte Forten Grimké portò avanti gli ideali ereditati dalla famiglia diventando poetessa, educatrice e, naturalmente, abolizionista.

(EN)
« When James Forten died, he left behind an exemplary family, a sizable fortune, and a legacy of philanthropy and activism that inspired generations of black Philadelphians. »
(IT)
« Quando James Forten morì, lasciò dietro una famiglia esemplare, una considerevole fortuna, e un patrimonio di filantropia e attivismo che ha ispirato generazioni di neri di Filadelfia. »
(Tonya Bolden[8])

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il cognome dei genitori in alcuni documenti risulta Fortune: Julie Winch, op. cit., p. 12
  2. ^ Nome di origine ebraica. Vedi Abigaille, variante italiana poco diffusa.
  3. ^ a b c Julie Winch, op. cit.
  4. ^ Il fatto non è certo: non è stato trovato alcun brevetto a suo nome. Vedi: Julie Winch, op. cit., p. 73
  5. ^ Beasley: alcune fonti riportano Bazely. Vedi Julie Winch, op. cit., p. 44-46 e Cindy Vallar, op. cit.
  6. ^ Julie Winch, op. cit., p. 46
  7. ^ La Fugitive Slave Law obbligava gli schiavi fuggiti da uno stato a ritornarvi.
  8. ^ a b c d Tonya Bolden, op. cit.
  9. ^ La Mother Bethel African Methodist Episcopal Church (o Mother Bethel A.M.E. Church) venne fondata da Richard Allen nel 1794. È tuttora presente a Filadelfia. Coordinate geografiche: 39°56′35″N 75°09′09″W / 39.943056°N 75.1525°W39.943056; -75.1525
  10. ^ (EN) Molefi Kete Asante, 100 Greatest African Americans: A Biographical Encyclopedia, titolo alternativo: One hundred greatest African Americans, Amherst, New York, Prometheus Books, 2002, pp. 345, ISBN 1-57392-963-8.
  11. ^ Beatty o Beatte. Vedi: Julie Winch, op. cit., p. 108. Patty è un diminutivo comune in inglese per Martha, Matilda e Patricia.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Julie Winch, A Gentleman of Color: The Life of James Forten, New York, Oxford University Press, 2002, pagine 528, ISBN 0-19-508691-0.
    Anteprima limitata (Google Libri): (EN) A Gentleman of Color: The Life of James Forten (di Julie Winch), Oxford University Press. URL consultato il 20 marzo 2010.
  • (EN) Tonya Bolden, Strong Men Keep Coming: The Book of African American Men, Wiley, 1999, pagine 308, ISBN 0-471-34873-2.
  • (EN) Willard Sterne Randall, Nancy Nahra, Forgotten Americans: Footnote Figures Who Changed American History, Perseus Books Group, 1999, pp. 277, ISBN 0-7382-0150-2.
  • Richard Newman, "Not the Only Story in 'Amistad': The Fictional Joadson and the Real James Forten" Pennsylvania History 67, no. 2, Spring 2000, 218-239.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 37845366

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