Jabala ibn al-Ayham

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Jabala ibn al-Ayham (in arabo: جبلة ابن الأيهم) fu l'ultimo sovrano dei Ghassanidi, prima che i domini di questa dinastia - per lo più estesi nell'odierno Stato del Libano, Siria. Giordania e Israele - entrasse a vario titolo (non solo bellico) nel VII secolo nella Umma musulmana.
Jabala aveva a sua disposizione un esercito non trascurabile, per lo più composto da Arabi cristiani, impegnato nella sfavorevole battaglia dello Yarmuk del 636. Dopo la conquista islamica del Levante vicino-orientale, per breve periodo abbracciò nel 638 anch'egli la religione dei conquistatori, prima però di pentirsene e tornare nel 645 ad abbracciare il Cristianesimo monofisita, tipico delle comunità cristiane di Siria-Palestina. Si trasferì quindi nell'Anatolia bizantina, fino alla sua morte nel 645.

Jabala e ʿUmar b. al-Khaṭṭāb[modifica | modifica sorgente]

Ci sono opposte tradizioni concernenti la sua conversione all'Islam. Quella musulmana parla del suo arrivo a Medina, alla corte del secondo Califfo ʿUmar b. al-Khaṭṭāb:

... Dopo l'arrivo di ʿUmar in Siria nell'anno 17 dell'Egira (corrispondente al 638) Jabala ibn al-Ayham fu portato in pellegrinaggio a Mecca. Durante il suo tawaf attorno alla Kaʿba, un uomo povero pestò il suo abito, tanto che Jabala inciampò. Il fatto fece infuriare Jabala a tal punto che questi colpì a un occhio il responsabile. Dopo di che l'uomo se ne lagnò col Califfo ʿUmar b. al-Khaṭṭāb, chiedendo che Jabala fosse tradotto in giudizio. Dopo essersi fatto spiegare l'accaduto, ʿUmar ordinò che Jabala fosse a sua volta colpito nella stessa maniera all'occhio dalla persona lesa,[1] ma Jabala si oppose affermando "Il suo occhio è forse come il mio?". Al che il califfo rispose "L'Islam vi ha reso uguali.". Jabala chiese che il Califfo desse corso alla sentenza la mattina seguente ma durante la notte fuggì verso il suo villaggio. Quindi apostatò e si recò nella terra dei Greci (i Bizantini).

Jabala fu re di Ghassān e successore di al-Ḥārith ibn Abī Shimr.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ In letterale applicazione del comandamento biblico, che compare anche sul Corano, dell'"occhio per occhio, dente per dente".