Jívaro

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I Jívaro (Jívaros o Jibaros: termini dispregiativi che significano "barbari"; essi si autodefiniscono Nijínmanya Shiwiár in achuar ) sono un popolo nativo sudamericano che vive nella regione dell'Ecuador detta montaña, nelle aree confinanti con del Perù settentrionale, sui pendii delle Ande sudorientali e nel bacino dei fiumi Marañón, Santiago e alto Pastaza. I Jívaro non sono mai stati sottomessi: per secoli sono rimasti indipendenti, resistendo prima ai tentativi di conquista degli Inca e poi ai missionari spagnoli del XVI secolo.

Abili guerrieri, usavano cerbottane, archi, lance e scudi e sono famosi per l'usanza di conservare rimpicciolite le teste dei nemici uccisi in battaglia, chiamate tzantzas, affumicate con un complicato procedimento.

Attualmente la popolazione stimata dei 5 sotto gruppi etnici che li costituisce conta tra circa 85.000 individui.

I Shuar (Jívaro) praticano una orticoltura itinerante che produce manioca, mais, fagioli e patate dolci, integrata col prodotto della caccia e della pesca.

La comunità tipica è formata un uomo con le sue mogli e i suoi figli che vivono in una stessa casa. In alcuni casi si trovano due o più di queste comunità familiari a poche centinaia di metri di distanza l'una dall'altra. Le comunità si trasferiscono di solito ogni cinque anni per coltivare nuovi terreni più fertili.

I Shuar (Jívaro) vivono in case di legno ovali chiamate jivarias, ciascuna delle quali ospita una famiglia estesa di circa 40 persone. Le case Jivaro sono grandi approssimativamente 10 metri per 20 metri, con porte alle estremità. Sono costruite primariamente con alberi di palma.

Queste case hanno pavimenti comuni, soffitti a 4 metri e muri a 2 metri. I muri corrono lungo l'esterno della casa, proteggendo gli abitanti. Allo stesso tempo, creano uno spazio interno ombreggiato per la famiglia. Questo spazio interno è diviso in due sezioni: l'Ekent e il Tankamash. L'Ekent è definito come la zona delle donne. Qui, si trova la porta delle donne all'estremità della casa. Una volta attraversata la porta, c'è di solito un tavolo al centro per preparare i pasti. Ai lati, ci sono i letti delle donne, un'area magazzino fuori dalla portata dei bambini e i nidi delle galline.

L'unico uomo autorizzato ad entrare in questa area è il capo della famiglia. L'altra parte della casa è per gli uomini - mariti, ospiti, fratelli e figli. Questa zona, il Tankamash, contiene i letti e le stanze da bagno degli uomini, insieme con una porta di separazione. Le donne possono entrare in questa sezione solamente per servire i pasti.

La famiglie shuar abitano in ciascuna casa dai cinque ai nove anni, a seconda della legna da ardere presente nel posto, della vegetazione e della selvaggina.

Il tipo di insediamento dei diversi gruppi shuar è sempre stato quello sparso. Due, tre case plurifamiliari al massimo (più frequentemente una sola casa isolata), collocate alla distanza media di due, quattro ore di cammino, circondate da piantagioni. Le case di solito sono collocate alla sommità di piccole colline situate a poca distanza da corsi d'acqua di piccole dimensioni.

Un insieme di 7-10 case forma in genere un agglomerato dotato di una certa coesione, che è separato da molte ore di cammino da un’altra area di case disperse. In passato, e solo raramente in tempi recenti, avevano luogo temporanee concentrazioni di tutto l'agglomerato disperso in una sola o due enormi case, in occasione di gravi conflitti tra i gruppi vicini. Alla fine delle ostilità l'agglomerato sociale si disperdeva nuovamente.

In anni molto recenti, l’intervento dell'attività missionaria al nord, e la cattura di gruppi indigeni da parte dei commercianti al sud, hanno determinato la nascita di nuove forme residenziali, mai esistite nel passato: i villaggi nucleati, con consistenza media tra gli 80 e i 150 individui.

La religione shuar è animista e comprende lo sciamanesimo, la stregoneria e l'uso degli allucinogeni. Si ritiene che i Shuar credano in una divinità suprema e in un mito della creazione (che coinvolge il Sole e la Luna) e del diluvio universale, come molti popoli indigeni sudamericani.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Colajanni A., I Jívaro dell’Amazzonia Occidentale, in: AA.VV., Uomini e Re, Laterza, 1982

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Degli Shuar parla lo scrittore Luis Sepulveda nel libro "ritratto di gruppo con assenza " pare che sia stato ospite per parecchi mesi di una tribu' huar e che da un episodio accaduto durante questo periodo sia scaturito il libro " il vecchio che leggeva romanzi d'amore" - anche Burroughs accenna a questa tribù ne "il pasto nudo"

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