Isra' e Mi'raj

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Un manoscritto persiano del XV secolo che mostra il viaggio di Maometto da Mecca alla Moschea della Roccia di Gerusalemme e quindi al Cielo. La creatura che Maometto cavalca è il leggendario Burāq.

Con le parole arabe isrāʾ e miʿrāj (in arabo: إسراء ومعراج) ci si riferisce rispettivamente a un miracoloso viaggio notturno del profeta Maometto in sella a Buraq (isrāʾ) e della sua successiva ascesa al Cielo (miʿrāj), con la visione delle pene infernali e delle delizie paradisiache riservate a dannati e beati, fino alla finale ascesa e accostamento ad Allah, con relativa Sua "visione beatifica", impossibile agli occhi di qualsiasi uomo per l'infinità che è uno degli attributi divini.

L'esperienza è narrata dal Corano nelle sure XVII:1, LIII:1-12 e LXXXI:19-25.

Il racconto[modifica | modifica sorgente]

Il racconto fu fatto da Maometto una mattina dopo aver trascorso la nottata, ospite nella casa di Mecca della cugina Umm Hāniʾ, che in gioventù era stata promessa a Maometto per contrarre il tradizionale "matrimonio preferenziale". L'ambiguità del resoconto della straordinaria esperienza narrata non fece capire ai testimoni presenti se il profeta si stesse riferendo a una sua esperienza reale o a una di tipo mistico.

Per lungo tempo (due secoli quasi) l'ambiguità non si dissolse e non mancarono esimi studiosi di "scienze islamiche" (l'esegeta coranico e storico Tabari ad esempio, ma anche il tradizionista Bukhari) che pensarono che la narrazione avesse un significato prettamente esoterico e che fosse quindi una "visione" ( ruʾya ) da interpretare. Prevalse però l'opinione contraria e, a tutt'oggi, l'Islam si riferisce a quell'esperienza come a un fatto realmente accaduto.

Isrāʾ[modifica | modifica sorgente]

Maometto sarebbe stato svegliato da un angelo e trasportato nel corso d'una sola notte (da qui il termine isrāʾ) "dal Tempio Santo al Tempio Ultimo", identificati poi nella Kaʿba della Mecca e nella Spianata del Tempio di Gerusalemme (dove, in effetti, fu poi costruita la moschea detta al-Aqṣā, cioè "Ultima"). Questo sarebbe stato possibile grazie a una fantastica cavalcatura volante, Burāq, dal volto umano femminile, dal corpo a metà strada fra il mulo e l'asino.

In particolare il versetto 1 della sura XVII (la Sura del Viaggio notturno) dice:

« Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio Santo al Tempio Ultimo, dai benedetti precinti, per mostrargli dei Nostri Segni. In verità Egli è l'Ascoltante, il Veggente. »
(Traduzione di Alessandro Bausani)

Miʿrāj[modifica | modifica sorgente]

Nella seconda esperienza Maometto, partito dal "Tempio Ultimo", avrebbe sorvolato il baratro infernale, assistendo alle pene decisamente corporali (fiamme e dolori fisici) inflitti ai dannati in funzione del loro peccato commesso sulla terra, secondo un'anticipazione del cosiddetto "contrappasso" dantesco. In seguito Maometto avrebbe asceso[1] i sette Cieli, in ognuno dei quali avrebbe incontrato un profeta che l'aveva preceduto nel mondo per l'identica missione salvifica del genere umano: Adamo fu il primo, seguito da Yaḥyà (Giovanni Battista) e da ʿĪsā (Gesù), da Yūsuf (Giuseppe) nel terzo Cielo, da Idrīs (Enoch ?), da Hārūn (Aronne) nel quinto, da Mūsā (Mosè) nel sesto Cielo e da Ibrāhīm (Abramo) nell'ultimo.

Maometto venne ammesso infine al supremo cospetto divino, alla distanza di "due archi e meno ancora" (fa-kāna qāba qawsayni aw adnà), con ciò realizzando (per volere insondabile di Dio) l'impresa impossibile agli uomini di vedere con i limitati occhi terreni, l'infinità della Sua Maestà.

Quest'ultima esperienza sarebbe per definizione sovrasensibile e impossibile in vita agli uomini, che hanno sensi del tutto limitati e che, comunque, non possono sopportare la Potenza divina, tanto da essere permessa da Dio all'uomo solo una volta morto allorché questi verrebbe dotato di particolari sensi, che sopravanzerebbero di molto quelli terreni.

Il miracolo voluto da Dio (che, essendo Onnipotente, non conosce limiti alla Sua Volontà) sarebbe proprio quello di aver permesso al Suo profeta ultimo qualcosa di straordinario ma l'ineffabilità della visione non rende possibile che questa possa essere razionalmente descritta e immaginata, sì da costringere a espressioni dalle forti coloriture poetiche e simboliche. Il settimo cielo, dove Maometto contemplerebbe la Maestà divina, presso la "sidrat al-Muntahà ʿinda-hā jannatu l-Māʾwà ("il loto di al-Muntahà presso il quale è il Giardino di al-Māʾwà"), è chiaramente un'espressione mistica sulla quale, infatti, non pochi sufi a lungo e profondamente discetteranno.

Influenze nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

La narrazione si diffuse ovviamente in tutto il mondo islamico. In al-Andalus, di essa vennero a conoscenza anche gli ambienti cristiani dei Mozarabi, che ne riprodussero presto versioni negli idiomi volgari proto-spagnoli, chiamandoli libri "della Scala" (nel senso di "scalata" al Cielo). Da qui trasse origine una vastissima letteratura nelle altre lingue neo-latine, germaniche e slave.

La struttura topografico-concettuale dell'Inferno e del Paradiso ha quasi certamente influenzato la Divina Commedia dantesca. L'ipotesi, affacciata per la prima volta dallo studioso gesuita Miguel Asín Palacios, generò una feroce polemica fra vari studiosi, per lo più (ma non solo) dantisti, espressi in margine alle celebrazioni del VI centenario dantista. Essi rifiutarono per lo più aprioristicamente qualsiasi possibile "contaminazione" islamica del capolavoro di Dante, mentre gli islamisti, sia pure in modo altalenante,[2] senza mettere in alcun modo in discussione l'originalità poetica e ideologica della Divina Commedia, accettarono una simile contaminazione, alla luce del fatto che l'Alighieri, da uomo di grande e vivace cultura, non poteva ignorare il contenuto di alcune fra le tante versioni dei Libri della Scala redatte in lingue volgari.

Nel secondo dopoguerra Enrico Cerulli, già Governatore d'Etiopia e in età più avanzata Presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei, in due lavori di censimento e collazione della letteratura europea riguardante i Libri della Scala, ha potuto ricostruire i numerosi tramiti percorsi dalle versioni romanze dei vari "Libri della Scala" in tutta Europa e attestare in particolare l'esistenza, proprio all'epoca di Dante, di una versione in latino, approntata dal notaio Bonaventura da Siena, opera della quale un intellettuale acuto e curioso come Dante non poteva essere all'oscuro, quand'anche non fosse approdata nella loro comune terra toscana.

Non trascurabile poi il fatto che Messer Brunetto Latini, uno dei maestri di Dante (ricordato nel suo stesso capolavoro,. sia pure nell'Inferno), si fosse recato per qualche mese nel 1260 presso la corte di Alfonso X el Sabio, re di Castiglia e di León, in rappresentanza della Repubblica fiorentina.[3] Sembrerebbe implausibile che l'autore de Il Tesoretto non avesse portato con sé, al suo ritorno in patria, materiale su questo genere letterario grandemente diffuso in terra spagnola, di cui già parlava ad esempio nel suo Dittamondo Fazio degli Uberti.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ La radice araba <ʿ - r - j> significa per l'appunto "scalare", "ascendere"
  2. ^ Ad esempio l'arabista Giuseppe Gabrieli, dopo aver accolto positivamente la tesi di Asín, ebbe un ripensamento in merito, attenuando fortemente i suoi primi entusiasmi.
  3. ^ Enrico Cerulli, Il "Libro della Scala"..., p. 5 della Prefazione.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • A. Bevan, Muhammad's Ascension to Heaven, in: Studien zu Semitischen Philologie und Religionsgeschichte Julius Wellhausen, Topelman, 1914, pp. 53–54.
  • B. Schrieke, "Die Himmelsreise Muhammeds", in: Der Islam 6 (1915–16), pp. 1-30.
  • Miguel Asín Palacios, La escatología musulmana en la Divina Comedia, Real Academia Española (26-1-1919), Madrid (tr. it. Dante e l’Islam. L’escatologia islamica nella Divina Commedia, Parma, Nuove Pratiche Editrice, 1994).
  • Miguel Asín Palacios, Historia y crítica de una polémica, Madrid-Grandada, 1943 (II edición).
  • Enrico Cerulli, Il 'Libro della Scala' e la questione delle fonti arabo-spagnole della Divina Commedia, Roma (Città del Vaticano), Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949.
  • Il Corano, introduzione, traduzione e commento Alessandro Bausani, Firenze, Sansoni, 1961 (e successive ristampe).
  • Enrico Cerulli, Nuove ricerche sul Libro della Scala e la conoscenza dell'Islam in Occidente, Roma (Città del Vaticano), Biblioteca Apostolica Vaticana, 1972.
  • C. Saccone (a cura), Il Libro della Scala di Maometto, (traduzione di R. Rossi Testa), SE, Milano 1991 (Oscar Mondadori 1999).
  • C. G. Antoni, (a cura di), Echi letterari della cultura araba nella lirica provenzale e nella Commedia di Dante, Ed. Campanotto, Pasian di Prato (UD) 2006
  • Serena Modena, Bonaventura da Siena in RIALFrI (Repertorio Informatizzato dell'Antica Letteratura Franco-Italiana)
  • Serena Modena, Le Livre de l'eschiele Mahomet, in "RIALFrI"

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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