Iscrizione della catacomba di Commodilla

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1leftarrow.pngVoce principale: Catacombe di Commodilla.

L'iscrizione della catacomba di Commodilla è un breve testo inciso nella cornice di un affresco nella cripta dei santi Felice e Adautto, all'interno delle catacombe di Commodilla, a Roma. Il graffito occupa un posto importante nella storia della lingua italiana, dal momento che rappresenta una delle prime testimonianze del volgare italiano come lingua indipendente dal latino.

Il testo e il significato[modifica | modifica wikitesto]

Il testo dell'iscrizione è il seguente:

« Non dicere ille secrita a bbo­ce »
« Non pronunciare i segreti a voce (alta) »
(Traduzione in italiano corrente)

L'indicazione si riferisce ai mysteria, o orazioni segrete, le quali, secondo le indicazioni dello scrivente, andavano pronunziate a bassa voce.

La datazione[modifica | modifica wikitesto]

L'iscrizione è certamente successiva alla realizzazione dell'affresco, che si colloca nel VI o nel VII secolo, e all'introduzione dell'uso di recitare i mysteria a bassa voce, uso documentato a partire dall'VIII secolo. Si sa, inoltre, che verso la metà del IX secolo la cappella fu abbandonata, per cui si data il graffito tra l'VIII e il IX secolo, periodo confermato dalle analisi della grafia.

Analisi del testo[modifica | modifica wikitesto]

La lingua utilizzata è un idioma volgare ancora immaturo, che si presenta molto vicino al latino. La parola ille, dal latino ILLAE ("quelle"), non conserva il significato originario, ma ha valore di articolo femminile plurale. Quanto a secrita, si tenga conto che la lettura corretta è "secreta", con la E chiusa invece della I, secondo una grafia in uso nelle scritture pre-carolinge. Interessantissima è la forma bboce: in principio, la parola era stata scritta come boce, ma in seguito qualcuno, non si sa se lo stesso scrivente o qualcun altro, forse accortosi che la grafia non rispecchiava in pieno la pronunzia, aggiunse, in piccolo, una seconda B. Questo è un preziosissimo indizio, utile a ricostruire la pronunzia dei parlanti romani dell'epoca, caratterizzata da due fenomeni, il raddoppiamento fonosintattico, cioè la tendenza, tipica ancor oggi nella zona, ad allungare le consonanti in certe situazioni, e il betacismo, che porta alla confusione tra V e B (per questo dal latino VOCEM si ha bboce). La correzione indica anche una presa di coscienza, da parte dello scrivente, della distanza tra la lingua latina e quella volgare.

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