Isaac Albéniz

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Isaac Albéniz

Isaac Manuel Francisco Albéniz (Camprodon, 29 maggio 1860Cambo-les-Bains, 18 maggio 1909) è stato un pianista e compositore spagnolo, considerato fra i maggiori esponenti della sua scuola nazionale.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nato a Camprodon nel 1860, nella provincia catalana di Girona in Spagna, Albéniz fu un bambino prodigio. Nel 1864, a soli quattro anni, debuttò al pianoforte davanti al grande pubblico del teatro Romea di Barcellona. Dopo aver assunto lezioni private da Antoine François Marmontel a Parigi, dove continuava a esibirsi, nel 1867 sostenne e superò l'esame di ammissione al conservatorio della capitale francese. La sua iscrizione ufficiale però, fu rifiutata a causa della troppo giovane età e il giovane promettente pianista Albéniz venne respinto. Pertanto chiese di essere ammesso al conservatorio di Madrid, ma anche in codesto istituto Albéniz ben presto non si trovò a suo agio. Era un allievo molto ribelle, eccentrico e intollerante a certe "bigotterie" accademiche impostegli da alcuni dei suoi insegnanti, in particolare nell'affinamento della tecnica pianistica. Dopo aver litigato in toni pesanti con il suo maestro, Albéniz lo rinfacciò e lo maledisse, e decise da quel momento di non mettere mai più piede in un Conservatorio di musica proseguendo interamente la sua formazione sia pianistica nonché della composizione da autodidatta.[1]

Il giovane Albéniz era un ragazzo indisciplinato. Si sa con certezza che fuggì di casa rimanendo via per più di un mese; ma tale fuga è stata probabilmente mitizzata dalle biografie, sostenendo che egli si sia addirittura imbarcato per Porto Rico pagandosi il viaggio con i concerti. Qui sarebbe stato rintracciato dal padre Ángel, ispettore doganale appena trasferito a Cuba, ottenendo poi il permesso di proseguire.[1] Non è implausibile che l'allora tredicenne musicista abbia avviato il suo tour nelle Americhe proprio al seguito del genitore.

In tutti i casi, il giovane Isaac tenne - in date imprecisate intorno al 1875 - concerti negli Stati Uniti, a Londra e a Lipsia, per essere poi ammesso al conservatorio di quest'ultima città. Di qui, si trasferì poco dopo al conservatorio di Bruxelles, dove confermò la pessima fama del suo carattere. Divenne infine allievo di Liszt a Budapest, Weimar e Roma.[1]

Lo scapestrato giovane avrebbe messo, di colpo e definitivamente, la testa a posto sposando nel 1883 l'allieva Rosina Jordana. Nel frattempo aveva fatto la conoscenza di Felipe Pedrell, considerato il fondatore della scuola musicale nazionale spagnola. Questi lo esortò a sviluppare il patrimonio musicale nazionale, che Albéniz avrebbe poi calato nelle sue celebri suite.

Dopo un periodo di vita familiare a Madrid, fu di nuovo a Parigi e a Londra, dove visse dal 1889, stabilendo in Francia (1893) la residenza principale. A Parigi strinse amicizia con Chausson, Debussy, Dukas, Fauré e insegnò pianoforte alla Schola cantorum.[1]

Nel 1900, mentre iniziava a soffrire di disturbi renali, tornò a comporre per il pianoforte. L'opera considerata il suo capolavoro, la suite Iberia, risale appunto agli ultimi anni, dal 1905 in poi. Morì, non ancora quarantanovenne, a Cambo-les-Bains il 18 maggio 1909, di nefrite cronica o "morbo di Bright". Fu sepolto al Cementiri del Sudoest di Barcellona.

Caratteri dell'opera di Albéniz[modifica | modifica sorgente]

Erede del virtuosismo lisztiano, conoscitore delle nuove tendenze musicali francesi (aveva studiato e vissuto a Parigi), Albéniz realizza, con de Falla, Turina e Granados (ciascuno a suo modo, sulla scia di Pedrell) la definitiva emancipazione della scuola spagnola dai modelli stranieri. Celebre è la sua produzione per pianoforte, con la Suite española op. 47, España, Recuerdos de viaje e Iberia.

Famosissimo in tutto il mondo è il quinto brano della Suite española, Asturias (Leyenda), anche e soprattutto nella trascrizione per chitarra di Andrés Segovia. Molti altri brani di Albéniz si prestarono alla trascrizione per questo strumento.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Roland de Candé. Storia universale della musica. Editori Riuniti. 1980.

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