Principio di irretroattività

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Il Principio di irretroattività, uno dei principi cardine del diritto italiano, vieta l'applicazione di una norma penale a quelle condotte messe in atto prima della sua entrata in vigore secondo l'articolo 11 delle preleggi e secondo l'articolo 25, comma 2 della Costituzione. Tuttavia questo principio trova applicazione solo per quanto riguarda le norme penali in malam partem, cioè sfavorevoli al reo: se la legge penale varia in modo favorevole al reo, essa è applicabile anche in via retroattiva (in ossequio al più ampio principio del favor rei).[1]

Più specificatamente secondo l'articolo 2, commi 2 e 3 del codice penale nessuno può essere punito per un fatto che secondo una legge posteriore non è reato e se vi è stata sentenza di condanna ne cessano gli effetti e l'esecuzione; inoltre se vi è stata condanna a pena detentiva e la legge posteriore prevede solo la pena pecuniaria la pena detentiva si converte in pena pecuniaria. Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile (art. 2, comma 4 c.p.).

Riferimenti a tale principio si ritrovano nell'art. 2, comma 1, del Codice penale e nell'art. 25, comma 2, della Costituzione oltre che nell'articolo 14 delle preleggi. Si è discusso se applicare o meno il medesimo principio al diritto processuale penale, dato che il legislatore non ha espresso con chiarezza la situazione nella norma; si è deciso in senso negativo, dato che una norma penale procedurale non può dirsi sempre favorevole o sfavorevole, al contrario di una norma penale sostanziale.

Principio di irretroattività in materia penale[modifica | modifica wikitesto]

Il principio di irretroattività prevede l'impossibilità di punire un comportamento umano per un fatto che, al momento della sua commissione, non era sancito come reato da alcuna legge preesistente. Il principio di irretroattività trova i suoi natali dai pensatori illuministi dell'800, i quali ritenevano fosse altamente lesivo delle libertà personali punire un comportamento che, per quanto contro la morale comune, non era vietato da alcuna norma precedentemente sancita.

L'art. 25 co. 2 Cost. e art. 2 co. 1 c.p. impongono il divieto per il legislatore di applicare retroattivamente una legge penale successiva sfavorevole all'agente: ovvero una legge di diritto penale sostanziale che:

  1. individua una figura di reato integralmente nuova
  2. amplia una figura di reato preesistente
  3. comporta una disciplina meno favorevole per l'agente e una pena principale o accessoria e effetti penali più severi.

per la procedura penale, invece, vale il principio tempus regit actum.

L'art. 2 co. 2-4 c.p. impone l'obbligo di applicare retroattivamente una legge penale successiva favorevole all'agente, in due casi:

  1. abolizione del reato: si applica retroattivamente anche già pronunciata sentenza definitiva di condanna (retroattività illimitata);
  2. successione di leggi modificative della disciplina con effetti favorevoli all'agente: modifica la disciplina del reato, e si applica retroattivamente se la sentenza definitiva non è stata ancora pronunciata.

Disciplina di modifica del reato: reato dapprima punito anche con pena detentiva, diventa punibile con pena pecuniaria. Si applica retroattivamente anche con sentenza definitiva. Non si può applicare tale principio alle leggi eccezionali e temporanee.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Paolo Monti, Caratteri generali del diritto in Il diritto...e il rovescio, 2ª ed., Bologna, Zanichelli [marzo 2004], 15 febbraio 2006, p.18.

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