Iris (opera)

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Iris
Iris planifolia RHS.jpeg
Lingua originale italiano
Musica Pietro Mascagni
Libretto Luigi Illica
Atti tre
Epoca di composizione 1896-1898
Prima rappr. 22 novembre 1898
Teatro Roma, Teatro Costanzi
Personaggi
  • Il cieco (basso)
  • Iris (soprano)
  • Osaka (Jor) (tenore)
  • Kyoto (baritono)
  • Una geisha (soprano)
  • Un merciaiolo (tenore)
  • Un cenciaiolo (tenore)
  • Musmè, merciaioli, suonatori ambulanti, saltimbanchi, samurai, borghesi, cenciaioli

Iris è un'opera di Pietro Mascagni su libretto di Luigi Illica. Opera simbolista, e non verista come gran parte dei precedenti lavori di Mascagni, è famosa per il coro iniziale "Inno del sole", che fu l'inno ufficiale delle Olimpiadi di Roma del 1960. Lanciò in Italia la moda dell'esotismo nippofilo, ripresa con maggior successo da Giacomo Puccini in Madama Butterfly.

Venne rappresentata in prima assoluta al Teatro Costanzi di Roma nel 1898.

Ruolo Registro Cast della première, 22 novembre 1898
(Conduce: Pietro Mascagni)
Iris soprano Hariclea Darclée
Il Cieco basso Giuseppe Tisci Rubini
Osaka tenore Fernando De Lucia
Kyoto baritono Guglielmo Caruson
Geisha soprano Ernestina Tilde Milanesi
Haberdasher tenore Eugenio Grossi
Rag merchant tenore Piero Schiavazzi
Coro: negozianti, lavandaie, geishe, samurai, cittadini

Genesi[modifica | modifica sorgente]

Nel 1896 da Luigi Illica propose un’opera giapponese a Mascagni, per dare una risposta italiana al simbolismo e al gusto per l’esotico crescente nella cultura europea. Mascagni accoglie il progetto «con entusiasmo che non ha l’eguale» e si mette a studiare «il tipo armonico giapponese» che porteranno all'uso di gong o della scala esatonale. Parte della trama si ispira a The Dream of the Fisherman's Wife a sua volta ispirato a Kinoe no Komatsu. Il compositore, durante la stesura, avvertendo la mancanza di un forte mordente teatrale, avrebbe preferito un finale scenografico, trionfale a concludere l'opera, modifica che però non avvenne.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Iris, un'ingenua figlia di un vecchio cieco, vive lieta godendo delle semplici cose della natura, attirandosi le attenzioni di un nobile, Osaka; egli la rapisce tramite un teatrino di pupi che l'incantano. Iris viene condotta allo Yoshiwara, luogo di perdizione, mentre crede ancora di sognare, o di trovarsi in paradiso; Osaka cerca di sedurla ma riuscendo solo a terrorizzare la fanciulla.

Lapide commemorativa dell'esecuzione dell'Iris alla riapertura del Teatro Sociale di Rovigo.

Stanco e infastidito della semplicità di Iris, Osaka la lascia in balìa di Kyoto, che la espone nella casa di piacere. Là, raggiunta e maledetta dal padre che non sa del rapimento, Iris si getta, per la vergogna, in un baratro. Iris muore sotto il bacio del sole, che trasforma il suo corpo nel fiore che ha il suo nome.

Critica[modifica | modifica sorgente]

La critica ha avuto nella storia un giudizio piuttosto severo per questo lavoro, per una somma di motivi:

  • il Giappone raffigurato nell’Iris è sostanzialmente una terra di fantasia, un paese di sogno inventato, ben diverso da quello ‘autentico’ di Butterfly, che Puccini riempì di temi giapponesi originali e di scale pentafoniche e esatonali per dare maggiore verità ambientale alla sua opera
  • la vicenda è esile e debole nella logica drammaturgica
  • i personaggi sono appena delineati e vuoti nelle muoversi della trama
  • lo spettatore ha difficoltà ad essere introdotto pienamente nella vicenda.

Detto questo si possono trovare elementi a favore dell'opera: nel rifiuto di logicità e profondità a favore di una sensazione d'esotismo, Mascagni si rende innovatore e riesce a comporre un musica che sola sostiene tutto il lavoro nella sua complessità (come nel noto Inno al sole). Iris si rivela una pagina autenticamente mascagnana proprio per la bellezza e l’empito dell’invenzione melodica e per la ricchezza dei particolari strumentali.