Irene (imperatrice)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Irene di Bisanzio)
bussola Disambiguazione – Se stai cercando la moglie di Alessio I Comneno, vedi Irene Ducaena.
Irene
Irina ( Pala d'Oro).jpg
Imperatrice d'Oriente
In carica 797-802
Predecessore Costantino VI
Successore Niceforo I
Nascita Atene, 752 ca.
Morte Lesbo, 9 agosto 803
Sepoltura chiesa dei Santi Apostoli, Istanbul
Dinastia Isauriana
Consorte Leone IV il Cazaro
Figli Costantino VI

Irene (in greco: Ειρήνη, Eirēnē; Atene, 752 circa – Lesbo, 9 agosto 803) è stata un'imperatrice bizantina, dal 797 all'802. Fu basilissa dei romei (Imperatrice d'Oriente) e ricevette l'appellativo di Ateniana. Fu l'unica donna ad assumere il titolo imperiale maschile: Zoe e Teodora saranno "solo" imperatrici regnanti.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nozze e Regno di Leone IV (768-780)[modifica | modifica sorgente]

Solido di Costantino VI, insieme alla madre Irene.
Solido di Irene.

Orfana e originaria di Atene, nel 768 sposò l'erede al trono di Bisanzio Leone, figlio dell'Imperatore Costantino V. Il 1º novembre di quell'anno alcune navi andarono a prelevare Irene dal palazzo di Hiera (sulla riva asiatica del Bosforo) per portarla a Costantinopoli dove venne accolta solennemente.[1] Un mese più tardi, il 18 dicembre, lei e Leone si sposarono nella Chiesa di Santo Stefano e Irene ricevette la corona imperiale.[1] Nel 775, alla morte di Costantino V, Leone divenne Imperatore con il nome di Leone IV e Irene di conseguenza divenne Imperatrice.

Nel 776 il marito incoronò il figlio avuto da Irene, Costantino VI, coimperatore: ciò avvenne su istanza dell'esercito, che avrebbe insistito parecchio per spingerlo a incoronare come coimperatore il figlio; si dice che Leone avesse obiettato sul rischio che in caso di rivolta dell'esercito con conseguente nomina di un usurpatore, lo stesso esercito avrebbe potuto uccidergli il figlio, ma l'esercito rispose giurando che non avrebbero accettato altro imperatore al di fuori di suo figlio; anche il popolo insistette parecchio, così, il venerdì Santo del 776, «tutto il popolo, ovvero quelli dei themata [l'esercito], i membri del senato, i tagmata della città, e tutti gli artigiani, giurarono sulla... Croce che non avrebbero accettato altro imperatore al di fuori di Leone e Costantino e tutti i suoi discendenti...»;[2] rassicurato, il giorno successivo Leone, dopo aver nominato suo fratello Eudocimo nobilissimus, procedette con i fratelli e il figlioletto alla Santa Chiesa dove annunciò alla folla riunitasi nella Chiesa che avrebbe acconsentito alle loro richieste;[2] e il giorno dopo (24 aprile) all'ippodromo Costantino fu incoronato dal padre di fronte al patriarca e alla folla.[2] I suoi fratelli erano però delusi per l'incoronazione del nipote perché ambivano essi stessi alla corona imperiale: il mese seguente, nel maggio 776, fu scoperta dall'Imperatore una congiura ordita dal Cesare Niceforo, uno dei suoi fratelli, nel tentativo di impadronirsi del potere;[2] i congiurati vennero puniti con la tonsura e con l'esilio a Cherson.[2]

Sotto l'influenza dell'Imperatrice, che venerava segretamente le immagini sacre, Leone IV fu tollerante con gli iconoduli avviando una persecuzione contro di loro solo verso la fine del regno.[3] La persecuzione coincise con la scoperta nella stanza dell'Imperatrice di due immagini di santi nascoste sotto il cuscino: l'Imperatrice cercò di giustificarsi di fronte al marito, ma ciò non bastò a evitarle la perdita del favore imperiale.[3][4] Poco dopo, tuttavia, Leone IV morì per un malore mentre provava una corona,[5] forse (a dire di Treadgold) avvelenato da Irene o da altri iconoduli.

Reggenza (780-790)[modifica | modifica sorgente]

Alla morte di Leone IV (780), gli succedette il figlio Costantino VI. La reggenza venne assunta dalla madre di questi, Irene, avendo Costantino all'epoca solo nove anni.

Il trono fu subito minacciato dai cinque fratelli dell'Imperatore Leone IV: Niceforo, Cristoforo, Niceta, Antimo ed Eudocimo. Essi erano delusi per il fatto che erano stati scavalcati nella successione dal nipote Costantino dopo essere stati illusi dalla nomina a Cesare o Nobilissimi. Essi dunque, dopo soli due mesi dall'ascesa di Costantino VI, si rivoltarono appoggiando le pretese di Niceforo al trono.[6] La rivolta, a quanto pare appoggiata dagli iconoclasti, fallì e Irene punì i cinque cognati costringendoli a farsi preti.[6] Alla congiura partecipò anche lo strategos di Sicilia, Elpidio, e per arrestarlo inviò una grossa flotta al comando del patrizio Teodoro, che dopo diversi combattimenti, riuscì a recuperare la Sicilia; Elpidio si rifugiò in Africa, dove gli Arabi lo trattarono come se fosse imperatore dei romei e addirittura lo avrebbero incoronato.[7]

In politica dovette subire nel 781 l'attacco arabo-musulmano dell'erede al califfato abbaside Hārūn, figlio di al-Mahdī, che da poco era stato insignito del titolo onorifico (laqab) di Rashīd (Ben guidato [da Dio]). Con poco meno di 100.000 uomini, Hārūn al-Rashīd marciò fino al Bosforo, giungendo ad occupare la riva opposta a Costantinopoli. Irene affidò l'esercito al logoteta postale Stauracio e nel 781 lo mandò contro gli Arabi.[7] Tuttavia, a causa di un tradimento, Stauracio venne fatto prigioniero dai Musulmani per poi essere riscattato da Irene, che non intendeva rinunciare a lui. Una tregua fu concordata dalle parti e Irene acconsentì al versamento dell'equivalente di 90.000 dīnār aurei a Baghdad, ottenendo in cambio la liberazione dei prigionieri caduti in mano musulmana, mentre venivano liberati per converso quelli musulmani presi dai bizantini.

Successivamente Irene inviò il suo fido Logoteta contro gli Slavi, e ben presto Stauracio riuscì a conquistare alcuni territori nella Tracia che permise a Irene di creare un nuovo tema di Macedonia nei territori appena conquistati.

Nel 784 Irene diede inizio al suo piano per abolire l'iconoclastia. Convinse il patriarca Paolo a dimettersi (31 agosto 784) e lo sostituì con uno fedele a lei, Tarasio (25 dicembre 784). Appena eletto, il nuovo patriarca iniziò subito a fare i preparativi per un nuovo concilio che avrebbe condannato l'iconoclastia, che si tenne il 31 luglio 786. Tuttavia il Concilio fu sospeso per l'irruzione, nella Chiesa dove si teneva il concilio, di truppe iconoclaste che, disperdendo l'assemblea riunitasi, rese impossibile lo svolgimento del concilio. Irene non si demoralizzò e, con il pretesto di una guerra contro gli Arabi, inviò le truppe iconoclaste in Asia Minore in modo che non potessero più rovinare i suoi piani, mentre trasferì nella capitale quelle iconodule.

Nel 787 dunque si tenne il settimo Concilio Ecumenico a Nicea, che condannò l'iconoclastia, affermando che le icone potevano essere venerate ma non adorate, e scomunicò gli iconoclasti, ripristinando il culto delle immagini sacre. Alla base della tesi del Concilio stava l'idea che l'immagine è strumento che conduce chi ne fruisce dalla materia di cui essa è composta all'idea che essa rappresenta. Si finiva, in definitiva, per riprendere l'idea di una funzione didattica delle immagini che era stata già sviluppata dai Padri della Chiesa. Ciò nonostante il non aver invitato una delegazione franca pesò molto sui rapporti con Carlo Magno, che decise di non tener conto degli esiti del concilio.

Nel 787 Irene stipulò un'alleanza con Carlo Magno e progettò il matrimonio tra la figlia di questi, Rotrude, e suo figlio, ma successivamente Irene ruppe l'accordo - si disse perché timorosa che Carlo Magno avrebbe spinto Costantino VI a svincolarsi dalla tutela materna[8] - e costrinse Costantino a sposare la figlia di un piccolo nobile bizantino: Maria d'Amnia, proveniente dalla Paflagonia.[9]

Costantino VI e Irene coimperatori (790-797)[modifica | modifica sorgente]

Nonostante Costantino VI avesse raggiunto la maggiore età, Irene continuava ad amministrare al suo posto gli affari di stato, cosa che Costantino non accettava più. Dando la colpa di ciò a Stauracio, nel 790 Costantino ordì una congiura contro di lui ma Irene riuscì a soffocare la congiura e fece arrestare il figlio facendolo anche frustare.[9] Irene tentò quindi di convincere l'esercito a legittimarle il potere assoluto sullo Stato (anche se Costantino VI, nei piani di Irene, sarebbe rimasto comunque coimperatore) costringendolo a giurare «Finché tu vivrai, noi non riconosceremo tuo figlio come imperatore»[9], ma pur ottenendo l'appoggio delle truppe della capitale, l'opposizione delle truppe anatoliche (favorevoli all'iconoclastia e dunque a Costantino VI) le impedì la realizzazione dei suoi piani; infatti esse nominarono unico imperatore Costantino VI (ottobre 790) costringendo l'ambiziosa imperatrice ad abbandonare il palazzo imperiale e a ritirarsi nel Palazzo di Eleuterio. Due anni dopo tuttavia, grazie all'appoggio dei suoi partigiani, Irene riuscì di nuovo a ottenere il titolo di imperatrice, regnando insieme al figlio.

Irene cercò quindi di cospirare per rendere il figlio impopolare. Dapprima fece in modo che suo figlio sospettasse della fedeltà del generale Alessio Mosele, spingendolo con la sua influenza a farlo arrestare e accecare.[10] L'accecamento di Mosele fece perdere a Costantino VI il favore delle truppe anatoliche, che insorsero.[10] Costantino VI sedò questa rivolta con molta violenza, perdendo definitivamente il sostegno delle truppe anatoliche (793).[10] Successivamente Irene spinse Costantino VI a ripudiare la moglie, da cui divorziò, e a sposarsi con Teodota (795).[11] Tale decisione rese Costantino VI impopolare anche tra gli ortodossi, specialmente gli Zeloti, che lo accusavano di adulterio.[11]

Durante il soggiorno a Prusa, Costantino VI, saputo che la moglie aveva avuto un figlio, tornò a Costantinopoli per raggiungerla (ottobre 796) e Irene approfittò dell'assenza del figlio persuadendo molti degli ufficiali della guardia ad attuare un colpo di stato che portasse alla detronizzazione di Costantino e all'elevazione al trono di Irene.[12] Per realizzare il loro piano dovevano però impedire che Costantino VI riguadagnasse popolarità trionfando contro gli Arabi: quindi con i loro intrighi fecero sì che la campagna contro i Musulmani risultasse un insuccesso.[13]

In un momento in cui Costantino VI era estremamente impopolare, Irene ne approfittò per deporlo conscia che non avrebbe trovato opposizioni. Il 17 luglio 797 si tentò di tendere un agguato al basileus per assassinarlo, ma Costantino riuscì a sfuggire e trovò rifugio in Asia Minore, dove avrebbe potuto contare dell'appoggio delle truppe anatoliche.[13] Irene, disperata, vedendo che i suoi complici esitavano e la popolazione era favorevole a Costantino VI, pensò in un primo momento di implorare la grazia al figlio, poi decise di giocare la sua ultima carta minacciando molti dei cortigiani che si erano compromessi con lei a rivelare a Costantino VI la loro intenzione di tradirlo se non l'avessero aiutata.[13] Viste le minacce, i congiurati decisero di aiutare Irene: Costantino VI venne portato a forza a Costantinopoli, detronizzato e accecato nella stessa stanza dov'era stato battezzato (15 agosto 797).[13] Irene continuò a governare come unica imperatrice.

Essendo Costantino VI estremamente impopolare, pochissimi piansero la sua morte e i più videro il colpo di stato attuato da Irene come un atto di liberazione da un tiranno. Solo Teofane nella sua Cronaca, pur lodando nel suo complesso la figura di Irene, sembrò aver realizzato la gravità del suo crimine:

« Il sole si oscurò per 17 giorni senza irradiare, tanto che i vascelli erravano sul mare; e tutti dicevano che era per via dell'accecamento dell'Imperatore che il sole rifiutava la sua luce. E così salì al trono Irene, madre dell'Imperatore. »
(Teofane, Cronaca.)

Regno[modifica | modifica sorgente]

Essendo la prima imperatrice bizantina ad essere imperatrice regnante e non imperatrice consorte, assunse il titolo di basileus (imperatore/re) al posto di quello di basilissa (imperatrice/regina).

Per non perdere popolarità Irene mitigò l'imposizione fiscale, abolendo la tassa cittadina a Costantinopoli (che era molto alta), riducendo i dazi che i mercanti erano tenuti a pagare nei porti di Costantinopoli e favorendo i monasteri, che appoggiavano la sua politica. Questa politica fiscale, pur garantendole popolarità, danneggiò il sistema erariale bizantino.

Irene dovette affrontare il problema della successione al trono, che alla sua morte sarebbe rimasto vacante: dei figli di Costantino VI, l'unico maschio ancora in vita era nato dopo l'accecamento del sovrano e dunque era considerato bastardo e in quanto tale impossibilitato a succedere a Irene.[14] I due eunuchi che consigliavano Irene, Stauracio ed Ezio, si contesero la successione, ambendo entrambi a porre sul trono di Bisanzio uno dei loro parenti.[14] Ezio e Stauracio erano acerrimi nemici e ognuno cercava di provocare la caduta in disgrazia dell'altro, con intrighi vari.[15]

Il fatto che il trono "romano" fosse occupato da una donna spinse il Papa a considerare il trono "romano" vacante, nominando "Imperatore dei Romani" il re dei Franchi e dei Longobardi Carlo Magno, il giorno di natale dell'anno 800. La nascita di un nuovo Impero d'Occidente non fu ben accolta dall'Impero d'Oriente che tuttavia non aveva i mezzi per intervenire. Nell'802 Carlo Magno tentò di risolvere il problema inviando dei messi a Costantinopoli per proporre a Irene di sposarlo in modo da «riunificare l'Oriente e l'Occidente». Tuttavia le negoziazioni non andarono a buon fine perché nello stesso anno l'Imperatrice Irene fu detronizzata da una congiura che pose sul trono Niceforo I.[15] Mentre Irene si trovava in villeggiatura nel palazzo di Eleuterio, i congiurati approfittarono della sua assenza per presentarsi al Sacro Palazzo con ordini contraffatti dell'Imperatrice che intimavano di nominare Imperatore Niceforo affinché le fosse di aiuto nel combattere Ezio.[16] I soldati a guardia del palazzo non dubitarono dell'autenticità dell'ordine e consegnarono il palazzo ai congiurati, che sparsero la voce della proclamazione a Imperatore di Niceforo I, mentre Irene veniva arrestata e segregata nel Sacro Palazzo.[16]

Morte[modifica | modifica sorgente]

Nonostante le promesse di Niceforo, che le aveva garantito che l'avrebbe trattata «come si addice a una basilissa», Irene venne segregata dapprima in un monastero nell'Isola dei Principi e poi (novembre 802) nell'isola di Lesbo[17] e quivi morì il 9 agosto 803.

Culto[modifica | modifica sorgente]

Nell'864 Irene fu canonizzata e il suo corpo trasferito nella chiesa dei Santi Apostoli di Costantinopoli, ma la sua tomba fu poi violata dai crociati nel 1204 e distrutta dai turchi ottomani nel 1461. La Chiesa ortodossa la venera il 7 agosto.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Diehl, op. cit., p. 64.
  2. ^ a b c d e Teofane, AM 6268.
  3. ^ a b Diehl, op. cit., p. 67.
  4. ^ Cedreno, II,19-20: «...[Leone IV] scoprì sotto il guanciale di sua moglie Irene due icone... Condotta un'indagine, scoprì che [alcuni funzionari di palazzo] gliele avevano portate. Li sottopose a torture e punizioni. Quanto a Irene, la rimproverò severamente... e non volle più avere relazioni coniugali con ella.»
  5. ^ Teofane, AM 6272.
  6. ^ a b Teofane, AM 6273.
  7. ^ a b Teofane, AM 6274.
  8. ^ Diehl, op. cit., p. 77.
  9. ^ a b c Diehl, op. cit., p. 78.
  10. ^ a b c Diehl, op. cit., p. 80.
  11. ^ a b Diehl, op. cit., p. 81.
  12. ^ Diehl, op. cit., p. 82
  13. ^ a b c d Diehl, op. cit., p. 83.
  14. ^ a b Diehl, op. cit., p. 85.
  15. ^ a b Diehl, op. cit., p. 86.
  16. ^ a b Diehl, op. cit., p. 87.
  17. ^ Diehl, op. cit., p. 88.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Nicola Bergamo, Costantino V Imperatore di Bisanzio, Rimini, Il Cerchio, 2007, ISBN 88-8474-145-9.
  • Charles Diehl, La civiltà bizantina, 1962, Garzanti, Milano
  • Charles Diehl, Figure bizantine, introduzione di Silvia Ronchey, 2007 (1927 originale), Einaudi, ISBN 978-88-06-19077-4
  • Dominique Barbe, Irène de Byzance, Paris 2006.
  • Alain Ducellier, Michel Kapla, Bisanzio (IV-XV secolo), Milano, San Paolo, 2005, ISBN 88-215-5366-3.
  • Anna Maria Fontebasso, Lettere di Pharan - l'ascesa al potere di Irene di Bisanzio, Firenze 1988.
  • Gerhard Herm, I bizantini, Milano, Garzanti, 1985.
  • John Julius Norwich, Bisanzio, Milano, Mondadori, 2000, ISBN 88-04-48185-4.
  • Alexander P Kazhdan, Bisanzio e la sua civiltà, 2a ed, Bari, Laterza, 2004, ISBN 88-420-4691-4.
  • Ralph-Johannes Lilie, Bisanzio la seconda Roma, Roma, Newton & Compton, 2005, ISBN 88-541-0286-5.
  • Becher Matthias, Carlo Magno, Il Mulino, Bologna, 2000
  • Georg Ostrogorsky, Storia dell'Impero bizantino, Milano, Einaudi, 1968, ISBN 88-06-17362-6.
  • Giorgio Ravegnani, La storia di Bisanzio, Roma, Jouvence, 2004, ISBN 88-7801-353-6.
  • Giorgio Ravegnani, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004.
  • Giorgio Ravegnani, Bisanzio e Venezia, Bologna, il Mulino, 2006.
  • Giorgio Ravegnani, Introduzione alla storia bizantina, Bologna, il Mulino, 2006.
  • Giorgio Ravegnani, Imperatori di Bisanzio, Bologna, Il Mulino, 2008, ISBN 978-88-15-12174-5.
  • Mirko Rizzotto, Irene Imperatrice romana d'Oriente, 2008, Pagine Svelate, Gerenzano (Varese), ISBN 88-95906-02-0
  • Silvia Ronchey, Lo stato bizantino, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 88-06-16255-1

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Imperatore bizantino Successore CoA of the Byzantine Empire.svg
Costantino VI 797-802 Niceforo I

Controllo di autorità VIAF: 77237243 LCCN: n83185800