Guerra in Afghanistan (2001 - in corso)

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Guerra in Afghanistan
in senso orario da in alto a sinistra: marines britannici partecipano alla clearance del distretto di Nad-e Ali nella provincia di Helmand; due cacciabombardieri F/A-18 in missione di combattimento; un guerrigliero anti-talebano in operazione nella provincia di Helmand; un soldato francese pattuglia una vallata nella provincia di Kapisa; un marine americano; insorti talebani in un rifugio; soldati americani preparano un mortaio allo sparo durante una missione nella provincia di Paktika
in senso orario da in alto a sinistra: marines britannici partecipano alla clearance del distretto di Nad-e Ali nella provincia di Helmand; due cacciabombardieri F/A-18 in missione di combattimento; un guerrigliero anti-talebano in operazione nella provincia di Helmand; un soldato francese pattuglia una vallata nella provincia di Kapisa; un marine americano; insorti talebani in un rifugio; soldati americani preparano un mortaio allo sparo durante una missione nella provincia di Paktika
Data 7 ottobre 2001 - (conflitto in corso)
Luogo Afghanistan
Casus belli Attentati dell'11 settembre 2001 da parte di al-Qāʿida
Esito Conflitto in corso
Schieramenti
Coalizione:

ISAF-Logo.svg ISAF (84.271)[1]

  • Stati Uniti Stati Uniti – 60.000
  • Regno Unito Regno Unito – 7.953
  • Germania Germania – 3.084
  • Italia Italia – 2.822
  • Francia Francia – 212
  • Canada Canada – 620
  • Polonia Polonia – 1.099
  • Turchia Turchia – 1.035
  • Romania Romania – 1.018
  • Australia Australia – 3
  • Spagna Spagna – 260

Afghanistan Afghanistan Partecipanti all'operazione Enduring Freedom


Invasione del 2001:

Gruppi Insorgenti:

Invasione del 2001:

Comandanti
Effettivi
ISAF-Logo.svgNATO – ISAF: 131.730[1]

Afghanistan Esercito afgano: 138.200 (2010)[4]
Afghanistan Polizia afgana: 120.500 (2010)[4]
Stati Uniti US Army (non-ISAF): 48.000 (2008)[5][6]

Totale: 438.430 (2010)
Flag of Taliban.svg Talebani: ~36.000[7]

Flag of Jihad.svgal-Qāʿida: 50-500[8][9]
Flag of Jihad.svgHezbi Islami: 1.000[10]
Flag of Jihad.svgIMU: 5.000–10.000[11]
Flag of Taliban.svg Haqqani: 1,000[10]

Flag of Taliban.svg TTP: 30.000–35.000[12]
Flag of Taliban.svg Shura di Quetta:10.000[13]
Flag of Taliban.svg TNSM:4,500
Totale: 93.000 (2010)
Perdite
Forze di sicurezza afgane

6.500+ Morti[14]
[15]
Alleanza del Nord:
200 Morti[16][17][18][19]
Coalizione:
Morti: 2.208 (USA: 1.368, UK: 345, Canada: 154, Italia: 53, Altri: 343)[20]
Feriti: 12.523+ (US: 9,771,[21] UK: 4,091,[22][23] Canada: 1200+,[24] Australia: 162,[25] Romania: 44,[26] Estonia: 43[27])
Pakistan
Morti: 14
Feriti: 3[28]
Contractor:
Morti: 1.764*[29][30]

Feriti: 59.465*[29][30]
Talebani e Insorti

Morti o catturati: 68.000+

Feriti: ignoto
Morti civili: tra 140.000 e 340.000
*I numeri delle perdite tra i contractor, forniti dal US Dept. of Labor , sono combinati per Iraq e Afghanistan.
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La guerra in Afghanistan ha preso inizio il 7 ottobre 2001, con l'invasione del territorio controllato dai talebani, da parte dei gruppi afghani loro ostili dell'Alleanza del Nord, mentre gli USA e la NATO hanno fornito, nella fase iniziale, supporto tattico, aereo e logistico. Nella seconda fase, dopo la conquista di Kabul, le truppe occidentali (statunitensi e britannici in testa) hanno aumentato la loro presenza anche a livello territoriale (Operazione Enduring Freedom).

L'amministrazione Bush ha giustificato l'invasione dell'Afghanistan, nell'ambito del discorso sulla guerra al terrorismo seguito agli attentati dell'11 settembre 2001, con lo scopo di distruggere al-Qāʿida e catturare o uccidere Osama bin Laden, negando all'organizzazione terroristica la possibilità di circolare liberamente all'interno dell'Afghanistan attraverso il rovesciamento del regime talebano. A dieci anni dall'invasione, il 2 maggio 2011, data e ora del Pakistan, le forze statunitensi hanno condotto un'azione ad Abbottabad, vicino ad Islamabad, presso il rifugio del leader di al-Qāʿida Osama Bin Laden, individuato grazie ad un'operazione di intelligence condotta fin dall'agosto dell'anno precedente. Nella notte del 1º maggio 2011, secondo il fuso orario statunitense, il Presidente degli Stati Uniti d'America Obama ne ha annunciato la morte. L'azione militare è stata condotta da truppe di terra con l'ausilio di soldati e intelligence pakistani. Nell'azione sarebbero morti altri membri della sua famiglia. A partire dall'invasione dell'Iraq (2003), la guerra dell'Afghanistan ha perso piorità tra gli obiettivi dell'amministrazione americana, riacquisendola solo a partire dal surge militare del 2009[31].

Prodromi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Attentati dell'11 settembre 2001.

A partire dal maggio 1996, Osama bin Laden e altri membri di al-Qāʿida si stabilirono in Afghanistan e strinsero rapporti di dialogo e collaborazione con il regime talebano del paese, all'interno del quale furono creati diversi campi di addestramento terroristici. In seguito agli attentati alle ambasciate statunitensi in Africa del 1998, gli USA lanciarono da alcuni sottomarini un attacco missilistico diretto a questi campi di addestramento. Gli effetti di tale rappresaglia furono limitati.

Nel 1999 e nel 2000 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò due risoluzioni che stabilivano sanzioni economiche e di armamenti all'Afghanistan per incoraggiare i Talebani a chiudere i campi di addestramento e a consegnare bin Laden alle autorità internazionali per rispondere degli attentati del 1998.

Gli attentati dell'11 settembre 2001 sancirono un inasprimento dei rapporti fra Stati Uniti e governo talebano. Nonostante inizialmente Osama Bin Laden avesse negato qualsiasi coinvolgimento, la "tesi fondamentalista" non fu mai messa in discussione, venne fatta propria dalla stampa ed avvalorata con successivi rapporti in sede di commissione congressuale.

Nel 2004, i canali Occidentali trasmisero un filmato nel quale Osama bin Laden dichiarava che al-Qāʿida fu direttamente coinvolta negli attacchi[senza fonte], il filmato non fu mai sconfessato. Il 21 maggio 2006 venne trovato un messaggio audio pubblicato in un sito internet (giudicato come spesso usato da al-Qāʿida), in cui bin Laden ammetteva di aver personalmente addestrato i 19 terroristi dell'11 settembre[senza fonte].

Il 21 settembre 2001, il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush lanciò un ultimatum ai Talebani[32], in cui fece le seguenti richieste:

  • consegnare tutti i leader di al-Qāʿida in Afghanistan agli Stati Uniti;
  • liberare tutti i prigionieri di nazioni straniere, inclusi i cittadini statunitensi[33];
  • proteggere i giornalisti stranieri, i diplomatici e i volontari presenti in Afghanistan;
  • chiudere i campi d'addestramento terroristici in Afghanistan e consegnare ciascun terrorista alle autorità competenti;
  • garantire libero accesso agli Stati Uniti ai campi d'addestramento per poter verificare la loro chiusura.

I Talebani non risposero direttamente a Bush, ritenendo che iniziare un dialogo con un leader politico non musulmano sarebbe stato un insulto per l'Islam. Dunque, per mediazione della loro ambasciata in Pakistan, dichiararono di rifiutare l'ultimatum in quanto non vi era alcuna prova che legasse bin Laden agli attentati dell'11 settembre[34].

Il 22 settembre gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita decisero di non riconoscere il governo Talebano in Afghanistan. Solo il Pakistan continuava a mantenere contatti diplomatici col paese.

Sembra che il 4 ottobre i Talebani abbiano proposto in segreto al Pakistan la consegna di bin Laden, e ne abbiano proposto il processo in un tribunale internazionale, sottoposto però alle leggi della Sharia[35]. Si suppone che il Pakistan abbia rifiutato l'offerta. Verso metà ottobre, alcuni membri moderati del regime talebano incontrarono gli ambasciatori statunitensi in Pakistan per trovare un modo di convincere il Mullah Omar a consegnare bin Laden agli Stati Uniti. Bush bollò le offerte dei Talebani come "false" e le rifiutò. Il 7 ottobre, poco prima dell'inizio dell'invasione, i Talebani si dichiararono pubblicamente disposti a processare bin Laden in Afghanistan, ma attraverso un tribunale "islamico"[36]. Gli USA rifiutarono anche questa offerta, giudicandola insufficiente.

Solo il 14 ottobre, una settimana dopo lo scoppio della guerra, i Talebani acconsentirono a consegnare bin Laden a un paese terzo per un processo, ma solo se fossero state fornite prove del coinvolgimento di bin Laden nell'11 settembre[37].

L'atteggiamento della dirigenza statunitense di fronte alla prospettiva di una guerra, decisamente più "interventista" rispetto ad altre situazioni, così come la velocità del dispiegamento militare e l'immediato accordo raggiunto coi ribelli dell'Alleanza del Nord lasciano supporre che gli U.S.A. avessero pianificato l'invasione dell'Afghanistan ben prima dell'11 settembre. È pur vero però che nessun nemico degli Stati Uniti era mai riuscito a portare a termine un attacco aereo di queste proporzioni sul suolo americano dall'attacco a Pearl Harbour, e che l'opinione pubblica americana, colpita simbolicamente con un attacco nel cuore della suo paese, chiedeva soddisfazione.

Il 18 settembre 2001 Niaz Naik ex-Ministro degli Esteri pakistano dichiarò che a metà luglio dello stesso anno venne informato da alcuni ufficiali superiori statunitensi che un'azione militare contro l'Afghanistan sarebbe iniziata nell'ottobre seguente. Naik dichiarò anche che, sulla base di quanto detto dagli ufficiali, gli Stati Uniti non avrebbero rinunciato al loro piano neppure nell'eventualità di una consegna immediata di bin Laden da parte dei Talebani[38]. Naik affermò anche che sia l'Uzbekistan sia la Russia avrebbero partecipato all'attacco, anche se in seguito ciò non si è verificato.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non autorizzò in alcuna risoluzione successiva all'11 settembre[senza fonte] l'uso della forza contro l'Afghanistan nell'ambito dell'operazione Enduring Freedom, al contrario il 20 dicembre 2001 istituì la missione ISAF in Afghanistan.

Il conflitto[modifica | modifica sorgente]

2001[modifica | modifica sorgente]

Fallite le trattative tra governo statunitense e talebani, domenica 7 ottobre 2001 alle ore 20.45 circa dell'Afghanistan (le ore 16.15 circa italiane), le forze armate statunitensi e britanniche iniziarono un bombardamento aereo sull'Afghanistan, con l'obiettivo di colpire le forze talebane e di al-Qāʿida[39]. Attacchi vennero registrati nella capitale, Kabul, dove i rifornimenti di elettricità furono interrotti, a Qandahar, dove risiedeva il leader talebano, il Mullah ʿOmar, e nei campi d'addestramento della città di Jalalabad.

A 45 minuti circa dall'inizio dei bombardamenti, George W. Bush e Tony Blair confermarono ai loro rispettivi paesi che era in corso un attacco aereo contro l'Afghanistan, ma che i bersagli delle bombe erano esclusivamente militari, e che nel frattempo venivano lanciati anche cibo, medicine e rifornimenti alla popolazione afghana[40].

All'incirca nello stesso momento, la CNN trasmise in esclusiva le immagini dei bombardamenti di Kabul in tutto il mondo[41]. Non si conosce ancora quale fu l'esercito che attaccò l'aeroporto cittadino, anche se all'epoca si parlò di elicotteri dell'Alleanza del Nord.

Molte diverse tecnologie furono utilizzate nell'attacco. Il generale dell'aviazione statunitense Richard Myers, capo del Joint Chiefs of Staff, dichiarò che nella prima ondata di bombardamenti furono lanciati circa 50 missili cruise di tipo Tomahawk da parte di sottomarini e bombardieri, tra cui alcuni B-1 Lancer, B-2 Spirit, B-52 Stratofortress e F-16 Fighting Falcon. Due trasporti aerei C-17 Globemaster lanciarono 37.500 razioni giornaliere alla popolazione afghana il primo giorno di guerra. I velivoli operavano ad altitudini elevate, al di fuori della portata di tiro della contraerea talebana.

Poco prima dell'attacco il canale satellitare d'informazione in lingua araba Al Jazeera ricevette un messaggio video pre-registrato di Osama bin Laden. In questo, il leader di al-Qāʿida condannava qualsiasi attacco contro l'Afghanistan, affermando che gli Stati Uniti avrebbero fallito in Afghanistan e poi sarebbero crollati, proprio come l'Unione Sovietica. Bin Laden lanciò dunque un jihad contro gli Stati Uniti.

Campagna aerea[modifica | modifica sorgente]

Prima dell'inizio degli attacchi aerei, i media ipotizzarono che i Talebani avrebbero potuto usare dei missili antiaerei Stinger di fabbricazione statunitense, residuato bellico dell'invasione sovietica degli anni ottanta[senza fonte]. I Talebani erano sguarniti dal punto di vista della contraerea, essendo solo in possesso di alcuni materiali della precedente guerra abbandonati dalle truppe sovietiche [senza fonte]. Pertanto gli elicotteri Apache e diversi altri velivoli poterono operare senza grandi pericoli [senza fonte].

Nel corso dei bombardamenti, nessun aereo statunitense fu abbattuto dal fuoco nemico [senza fonte]. In pochi giorni gran parte dei campi d'addestramento furono danneggiati gravemente e l'antiaerea talebana fu distrutta [senza fonte]. Anche la popolazione civile venne gravemente colpita con l'incedere del conflitto [senza fonte].

Successivamente, gli attacchi furono concentrati su obiettivi di comando, controllo e comunicazione per indebolire le possibilità di comunicazione dei Talebani. Nonostante ciò, a due settimane dall'inizio della guerra i Talebani resistevano ancora sul fronte in cui combatteva l'Alleanza del nord [senza fonte]. L'Alleanza dunque chiese rinforzi aerei sul loro fronte. Nel frattempo migliaia di miliziani Pashtun arrivarono dal Pakistan come rinforzo ai Talebani [senza fonte].

La terza fase dei bombardamenti venne condotta con degli F/A-18 Hornet ed ebbe come obiettivo i trasporti talebani in attacchi specifici mentre altri aerei statunitensi lanciarono bombe cluster sulla difesa talebana. I talebani rimasero duramente colpiti dai continui attacchi statunitensi, mentre l'Alleanza del nord iniziò ad ottenere importanti risultati. Aerei statunitensi arrivarono persino a bombardare una zona nel cuore di Qandahar controllata dal Mullah ʿOmar. Ma, nonostante tutto, fino agli inizi di novembre la guerra proseguiva a rilento.

Iniziò dunque la quarta fase d'attacco e sul fronte talebano vennero lanciate quasi 7000 tonnellate di bombe BLU-82 da bombardieri AC-130. Gli attacchi furono di notevole successo. La scarsa preparazione talebana di fronte ad una guerra combattuta principalmente tramite i bombardamenti esaltò gli esiti di questi ultimi, soprattutto sul piano del morale. I combattenti non avevano precedenti esperienze con la potenza di fuoco americana, e spesso stavano addirittura in cima a nude catene montuose dove le Forze Speciali potevano facilmente individuarli e fare intervenire il supporto aereo.

Le milizie talebane vennero decimate, e combattenti americani presero il controllo della sicurezza delle città afghane. Intanto, l'Alleanza del Nord, con la collaborazione di membri paramilitari della C.I.A. e delle Forze Speciali, iniziò la sua parte dell'offensiva: conquistare Mazar-i Sharif, tagliare le linee di rifornimento talebane provenienti dal nord, e infine avanzare verso Kabul.

L'avanzata verso Mazar-i-Sharif[modifica | modifica sorgente]

Il 9 novembre iniziò la battaglia di Mazar-i-Sharif. Gli USA bombardarono a tappeto la difesa talebana, concentrata nelle gole di Chesmay-e-Safa, attraverso le quali si entra nella città. Alle ore 14, l'Alleanza del nord avanzò da sud e da ovest, occupando la base militare principale della città e l'aeroporto, costringendo dunque i talebani alla ritirata verso la città. Nel giro di sole quattro ore la battaglia era conclusa. I talebani si ritirarono verso sud ed est e Mazar-i Sharif venne presa.

Il giorno dopo la città venne data al saccheggio. Miliziani dell'Alleanza del nord che perlustravano la città in cerca di bottino, fucilarono seduta stante numerose persone sospettate di avere simpatie talebane. Venne inoltre scoperto, all'interno di una scuola, un rifugio di circa 520 talebani provati dai combattimenti, per lo più provenienti dal Pakistan. Anch'essi vennero sommariamente giustiziati.

Sempre lo stesso giorno, l'Alleanza progredì rapidamente in direzione Nord. La caduta di Mazar-i Sharif aveva portato alla resa di diverse posizioni talebane. Molti comandanti talebani decisero di cambiare fazione piuttosto che morire. Molte delle loro truppe di prima linea erano state aggirate e circondate nella città settentrionale di Kunduz dato che l'Alleanza del nord li aveva superati andando a sud. Anche nel sud la loro tenuta pareva compromessa. La polizia religiosa interruppe i propri regolari pattugliamenti. Sembrava che il regime sarebbe collassato nel giro di poco tempo.

La caduta di Kabul[modifica | modifica sorgente]

Nella notte del 12 novembre le forze talebane, col favore dell'oscurità, abbandonarono Kabul. L'esercito dell'Alleanza giunse presso la città nel pomeriggio successivo, trovando una resistenza di circa una ventina di soldati nascosti nel parco cittadino. Ora anche Kabul era in mano alleata.

Nel giro di 24 ore dalla caduta di Kabul, vennero prese anche tutte le province lungo il confine iraniano, tra cui anche la città di Herat. I comandanti pashtun locali e gli alleati controllavano ormai il nord-ovest del paese, inclusa Jalalabad. Quel che restava dell'esercito talebano e dei volontari pakistani si ritirò a nord, verso Konduz, e a sud-est, verso Qandahar, per preparare la difesa ad oltranza.

Circa 2000 membri di al-Qāʿida e dei talebani, tra cui forse anche lo stesso bin Laden, si raggrupparono nelle caverne delle montagne di Tora Bora, 50 chilometri a sud-ovest di Jalalabad. Il 16 novembre l'aviazione statunitense iniziò a bombardare la zona, mentre la C.I.A. e le forze speciali reclutarono alcuni capi tribali locali che avrebbero partecipato a un imminente attacco alle caverne.

La caduta di Konduz[modifica | modifica sorgente]

Sempre il 16 novembre iniziò l'assedio di Konduz, che proseguì con nove giorni di combattimenti terrestri e aerei. I talebani all'interno della città si arresero tra il 25 e il 26 novembre. Poco prima della resa alcuni velivoli pakistani evacuarono un centinaio di soldati e membri dell'intelligence del Pakistan inviati in aiuto al regime talebano contro l'Alleanza del nord prima dell'invasione statunitense.

Si crede che almeno 5.000 persone in totale siano state fatte evacuare dalla regione, tra cui anche truppe di al-Qāʿida e dei talebani alleate ai pakistani in Afghanistan[42].

La rivolta di Qala-i-Jangi[modifica | modifica sorgente]

Il 25 novembre, mentre alcuni prigionieri della battaglia di Konduz venivano condotti alla fortezza medievale di Qala-i-Jangi, nei pressi di Mazar-i Sharif, i talebani attaccarono le forze dell'Alleanza del nord. Questo attacco portò alla rivolta di 600 prigionieri i quali occuparono l'ala sud della fortezza in cui era presente un deposito di armi leggere. Un agente della C.I.A., Johnny Micheal Spann, venne ucciso mentre stava interrogando dei prigionieri, divenendo così la prima vittima americana della guerra.

La rivolta venne sedata dopo sette giorni di combattimenti attraverso gli sforzi di un'unità dell'SBS, alcuni Berretti verdi e miliziani dell'Alleanza del nord. I bombardieri AC-130 presero parte all'azione fornendo supporto in diverse occasioni, come anche un raid aereo. I sopravvissuti talebani furono meno di 100, mentre 50 miliziani dell'Alleanza del nord vennero uccisi. La rivolta segnò la fine dei combattimenti nell'Afghanistan settentrionale, zona ormai sotto il controllo alleato, e dell'Alleanza del nord.

La presa di Qandahar[modifica | modifica sorgente]

Verso la fine di novembre Qandahar, luogo di origine dei talebani e ultimo avamposto rimasto a loro, si trovava sotto crescente pressione. Circa 3.000 miliziani guidati da Hamid Karzai, uomo di simpatie filo occidentali e leale nei confronti del precedente governo dell'Afghanistan, avanzò verso la città da est, tagliandone i rifornimenti. Nel frattempo, l'Alleanza del nord proseguiva la sua avanzata da nord e da nordest, mentre circa 1.000 Marines statunitensi, giunti per mezzo di elicotteri CH-53E Super Stallion, stabilirono un campo base a sud di Qandahar.

Il 26 novembre si verificò il primo importante scontro a fuoco nella zona, quando 15 veicoli armati si avvicinarono alla base statunitense, ma vennero distrutti da alcuni elicotteri. Intanto, gli attacchi aerei continuarono a indebolire i talebani all'interno di Qandahar, dove il loro leader, il mullah ʿOmar, si era nascosto. I talebani verso la fine di novembre controllavano solo 4 delle 30 province afghane, Avendo compresdoullah Omar spronò le proprie forze a combattere fino alla morte.

Poiché i Talebani erano sul punto di perdere la loro roccaforte, l'attenzione statunitense si concentrò su Tora Bora. Milizie tribali del posto, che contavano oltre 2.000 uomini sostenuti, finanziati ed organizzati dalle Forze Speciali e dalla CIA, continuavano ad affluire per l'attacco mentre continuavano i pesanti bombardamenti di sospette posizioni di al-Qāʿida. Si riferì di 100-200 civili morti quando 25 bombe devastarono un villaggio ai piedi della regione di Tora Bora e delle Montagne Bianche. Il 2 dicembre, un gruppo di 20 commando statunitensi fu portato in elicottero per supportare l'operazione. Il 5 dicembre la milizia afghana prese il controllo del bassopiano sotto le grotte montagnose tenute dai combattenti di al-Qāʿida e allestì le postazioni dei carri per attaccare le forze nemiche. I combattenti di al-Qāʿida si ritirarono con i loro mortai e lanciagranate su posizioni più elevate.

Il 6 dicembre, il mullah Omar iniziò finalmente a dare segno di essere pronto a lasciare Qandahar alle amministrazioni tribali locali. Con le sue truppe decimate dai pesanti bombardamenti statunitensi e dovendo rimanere asserragliato a Qandahar per evitare di diventare un facile bersaglio, anche il morale del Mullah Omar crollò. Avendo compreso che non avrebbe potuto tenere Qandahar più a lungo, iniziò a dar segno di voler negoziare, per cedere la città ai capi tribali, purché lui e i suoi uomini più importanti ricevessero una qualche protezione. Il governo statunitense rifiutò ogni compromesso per Omar o qualunque leader talebano.

Il 7 dicembre, il mullah Mohammad ʿOmar sgattaiolò fuori dalla città di Qandahar con un gruppo di fedelissimi e si spostò a nord ovest nelle montagne dell'Oruzgan, senza mantenere la promessa di consegnare i suoi combattenti e le armi, che quindi rimasero da soli di fronte agli avversari che avanzavano. Fu visto per l'ultima volta mentre guidava un gruppo di suoi miliziani su un convoglio di moto.

Altri membri della leadership talebana fuggirono in Pakistan attraverso i remoti passaggi di Paktia e della Paktika. In ogni caso Qandahar, l'ultima città controllata dai Talebani, era caduta, e la maggior parte dei combattenti talebani era sbandata. La città di confine di Spin Boldak si arrese lo stesso giorno, segnando la fine del controllo talebano in Afghanistan. Le forze tribali afghane guidate da Gul Agha presero la città di Qandahar, mentre i marines presero il controllo dell'aeroporto al di fuori della città e vi impiantarono una base statunitense.

La battaglia di Tora Bora[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Tora Bora.
Le montagne di Tora Bora

Combattenti di al-Qāʿida resistevano ancora nelle montagne di Tora Bora. La milizia tribale anti-talebana continuava comunque una tenace avanzata attraverso un difficile terreno, accompagnato dai pesanti attacchi aerei portati avanti dalle Forze Speciali statunitensi. Prevedendo la sconfitta e dichiarandosi riluttanti a combattere altri Musulmani, le forze di al-Qāʿida concordarono una tregua per avere il tempo si raccogliere e consegnare le armi. Col senno di poi, però, molto ritengono che la tregua fosse solo un trucco per avere una pausa sufficiente per permettere a importanti membri di al-Qāʿida, incluso Osama bin Laden, di fuggire.

Il 12 dicembre, i combattimenti ricominciarono, probabilmente fatti scoppiare da una retroguardia talebana che guadagnava tempo per la fuga del grosso delle forze attraverso le Montagne Bianche verso le aree tribali del Pakistan. Ancora una volta, le forze tribali afgane aiutate dalle truppe per le operazioni speciali statunitensi e da supporto aereo pressarono le posizioni fortificate di al-Qāʿida in grotte e bunker sparsi su tutta la regione montuosa. Il 17 dicembre, l'ultimo complesso di grotte era stato preso e i suoi difensori fuggiti. Una perquisizione della zona da parte di truppe statunitensi continuò in gennaio, ma non emerse alcun segno di bin Laden o della direzione di al-Qāʿida. È pressoché unanime l'opinione che fossero già fuggiti da tempo nelle regioni tribali del Pakistan a sud ed est. Si ritiene che circa 200 combattenti di al-Qāʿida siano stati uccisi durante la battaglia, insieme a un non definito numero di combattenti tribali anti-Talebani. Non fu riportata la morte di alcun statunitense.

2002: Operazione Anaconda[modifica | modifica sorgente]

Dopo Tora Bora, le forze statunitensi e i loro alleati afghani consolidarono la loro posizione nel paese. A seguito di una Loya jirga o grande concilio di maggiori fazioni afghane, capi tribali, ed ex-esiliati, fu formato a Kabul un governo afghano ad interim sotto la guida di Hamid Karzai. Le forze statunitensi stabilirono la loro base principale nella base aerea di Bagram, poco a nord di Kabul. Anche l'aeroporto di Kabul divenne un'importante area per basi statunitensi. Furono stabiliti molti avamposti nelle province orientali per catturare Talebani e fuggitivi di al-Qāʿida. Il numero di truppe della coalizione a guida statunitense operanti nel paese crebbe fino a più di 10.000. Nel frattempo, i Talebani e al-Qāʿida non si erano arresi. Le forze di al-Qāʿida iniziarono a riorganizzarsi nelle montagne di Shahi-Kot nella provincia di Paktia nel gennaio e febbraio del 2002. Anche un fuggitivo talebano nella provincia di Paktia, il Mullah Saifur Rehman, iniziò a ricostituire alcune delle truppe della sua milizia in supporto ai combattenti talebani. Radunarono più di 1.000 uomini per l'inizio del marzo 2002. L'intenzione dei ribelli era di usare la regione come base per lanciare attacchi di guerriglia e possibilmente una più grande offensiva simile a quella dei mujahidin che combatterono le truppe sovietiche negli anni ottanta.

Le fonti di intelligence degli Stati Uniti e della milizia alleata afghana notarono presto questa disposizione nella provincia di Paktia e prepararono una massiccia forza per contrastarla. Il 2 marzo del 2002 le forze afghane e statunitensi lanciarono un'offensiva contro le forze di al-Qāʿida e dei Talebani radicate nelle montagne di Shahi-Kot a sudest di Gardez. Le forze ribelli, che usavano armi leggere, RPG e mortai, erano trincerate in grotte e bunker in pendii a un'altitudine di più o meno 3.000 m. Usavano la tattica "toccata e fuga", aprendo il fuoco sulle forze statunitensi e afghane e poi ritirandosi nelle grotte e nei bunker per evitare il fuoco di ritorno e gli incessanti bombardamenti aerei. Per peggiorare la situazione per le truppe della coalizione, i comandanti statunitensi inizialmente sottostimarono le forze di al-Qāʿida e dei Talebani ritenendole un piccolo gruppo isolato di meno di 200 unità. Risultò poi che i guerriglieri erano fra i 1.000 e i 5.000, stando ad alcune stime, e che stavano ricevendo rinforzi.[43]

Per il 6 marzo, 8 statunitensi e 7 soldati afghani erano stati uccisi e circa 400 delle forze nemiche erano morti nei combattimenti. Le perdite della coalizione derivavano da un incidente di fuoco amico che uccise un soldato, dalla caduta di due elicotteri a causa di RPG ed armi leggere che aveva ucciso 7 soldati, e dall'inchiodamento delle forze statunitensi inserite in quello che era stato chiamato "Obiettivo Ginger" che causò dozzine di feriti.[44]. Comunque, diverse centinaia di guerriglieri evitarono la trappola fuggendo verso le aree tribali del Waziristan attraverso il confine in Pakistan.

Operazioni post-Anaconda[modifica | modifica sorgente]

Dopo la battaglia a Shahi-Kot, si ritiene che i combattenti di al-Qāʿida stabilirono rifugi presso protettori tribali in Pakistan, da dove ripresero le forze e dopo iniziarono a lanciare incursioni oltre confine contro le forze statunitensi nei mesi estivi del 2002. Unità di guerriglia, in numero compreso fra i 5 e i 25 uomini, attraversano ancora regolarmente il confine dai loro rifugi in Pakistan per lanciare razzi alle basi statunitensi e per tendere imboscate a convogli e pattuglie americani, come a truppe dell'Esercito Nazionale Afghano, a forze miliziane afghane che lavorano con la coalizione a guida statunitense, e a organizzazioni non governative. L'area intorno alla base statunitense a Shkin nella provincia di Paktika ha visto alcune delle attività più dure.

Nel frattempo, forze talebane continuarono a rimanere nascoste nelle regioni rurali delle quattro province meridionali che formavano il cuore del potere talebano: Qandahar, Zabol, Helmand e Uruzugan. Sulla scia dell'Operazione Anaconda il Pentagono richiese che i Royal Marines britannici, che sono ben addestrati nella guerra di montagna, fossero schierati. Condussero numerose missioni in diverse settimane con risultati piuttosto limitati. i Talebani, che durante l'estate del 2002 erano nell'ordine delle centinaia, evitavano la battaglia con le forze statunitensi e i loro alleati afghani il più possibile e durante le operazioni si rintanavano nelle grotte e nei tunnel delle vaste catene montuose afghane o oltre il confine col Pakistan.[45]

2003-2005: la nuova insurrezione talebana[modifica | modifica sorgente]

Dopo aver provato a evitare le forze statunitensi durante l'estate del 2002, i rimanenti Talebani iniziarono gradualmente a riconquistare la loro sicurezza e iniziarono i preparativi per lanciare l'insurrezione che il Mullah Muhammad Omar aveva promesso durante gli ultimi giorni di potere dei Talebani.[46] In settembre, le forze talebane iniziarono il reclutamento nelle aree Pashtun sia in Afghanistan che in Pakistan per lanciare una nuova "jihad", o guerra santa, contro il governo afghano e la coalizione a guida statunitense. In molti villaggi dell'ex-cuore talebano nel sudest dell'Afghanistan cominciarono anche ad apparire pamphlet distribuiti in segreto durante la notte che esortavano alla jihad.[47] Piccoli campi mobili di addestramento furono creati lungo il confine con il Pakistan da fuggitivi di al-Qāʿida e talebani per addestrare nuove reclute nella guerriglia e nelle tattiche terroristiche, stando a fonti afghane e a un comunicato delle Nazioni Unite.[48] La maggior parte delle nuove reclute era presa dalle madrasa o da scuole religiose delle aree tribali del Pakistan, dove i Talebani erano inizialmente sorti. Le basi maggiori, alcune con almeno 200 uomini, furono create nelle montuose aree tribali del Pakistan nell'estate del 2003. La volontà dei paramilitari pakistani posti ai valichi di confine di evitare infiltrazioni del genere fu messa in discussione, e le operazioni militari pakistane si rivelarono di scarso effetto.[49]

I Talebani gradualmente riorganizzarono e ricostituirono le proprie forze durante l'inverno, preparandosi per un'offensiva estiva. Stabilirono un nuovo tipo di operazione: radunarsi in gruppi di circa 50 persone per lanciare attacchi ad avamposti isolati e a convogli di soldati afghani, polizia o milizia e poi dividersi in gruppi di 5-10 uomini per evitare la successiva reazione. Le forze statunitensi in questa strategia venivano attaccate indirettamente attraverso attacchi missilistici alle basi e ordigni esplosivi improvvisati. Per coordinare la strategia il Mullah ʿOmar nominò un consiglio di 10 uomini per la Resistenza, con sé stesso a capo. Furono decise 5 zone operative, assegnate a vari comandanti talebani come il leader chiave talebano Mullah Dadullah, incaricato delle operazioni nella provincia di Zabul. Le forze di al-Qāʿida nell'est avevano la più audace strategia di concentrarsi sugli americani e catturarli quando potevano con elaborate imboscate.

Il primo segno che le forze talebane si stavano riorganizzando emerse il 27 gennaio 2003 durante l'Operazione Mongoose, quando un gruppo di combattenti alleati dei Talebani e con l'Hezbi Islami furono scoperti e attaccati dalle forze statunitensi al complesso di grotte di Adi Ghar, 24 km a nord di Spin Boldak. Fu registrata la morte di 18 ribelli e nessuno statunitense. Si sospettò che la zona fosse una base per portare rifornimenti e combattenti dal Pakistan. I primi attacchi isolati da gruppi talebani relativamente grandi a obiettivi afghani avvennero più o meno in quello stesso periodo.

Mentre l'estate continuava, gli attacchi crescevano gradualmente di frequenza nel cuore del "territorio talebano". Dozzine di soldati governativi afghani, organizzazioni non governative e lavoratori umanitari, e diversi soldati statunitensi morirono in raid, imboscate e attacchi missilistici. In aggiunta agli attacchi delle guerriglia, i combattenti talebani iniziarono a radunare le loro forze nel distretto di Dai Chopan, un distretto nello Zabol che attraversa anche la provincia di Qandahar e l'Uruzgan ed è proprio al centro del territorio talebano. Il distretto di Dai Chopan è un angolo remoto e scarsamente popolato dell'Afghanistan del sudest composto di alture, montagne rocciose intervallate da stretti anfratti. I combattenti talebani decisero che quella era l'area perfetta per fare una roccaforte contro il governo afghano e le forze della coalizione. Durante il corso dell'estate si radunò nell'area quella che era forse la più grande concentrazione di militanti talebani dalla caduta del regime, con più di 1.000 guerriglieri. Più di 200 persone, incluse molte dozzine di poliziotti afghani, furono uccise nell'agosto del 2003 mentre i combattenti talebani prendevano forza.

Risposta della coalizione[modifica | modifica sorgente]

Come risultato, le forze della coalizione iniziarono a preparare offensive per sradicare le forze ribelli. Nel tardo agosto 2005, le forze governative afghane aiutate dalle truppe statunitensi e da pesanti bombardamenti aerei americani avanzarono sulle posizioni talebane dentro la roccaforte di montagna. Dopo una battaglia durata una settimana, le forze talebane erano sbaragliate con più di 124 combattenti morti (stando a stime del governo afghano). Portavoce talebani, comunque, negarono un così alto numero di perdite, e le stime statunitensi furono un po' più basse.

Secondo le ultime registrazioni, le perdite totali talebane, ribelli, e dei gruppi terroristici, ammonterebbero a quasi 1.000.000 di morti dall'inizio degli attacchi alleati[senza fonte]. Il Times sostiene un più probabile numero stimato (poco più di 200.000).

2006: la NATO nell'Afghanistan meridionale[modifica | modifica sorgente]

Dal gennaio 2006, una forza internazionale di assistenza per la sicurezze (ISAF) della NATO iniziò a rimpiazzare truppe statunitensi nell'Afghanistan meridionale come parte dell'Operazione Enduring Freedom. La 16ª Brigata aerea britannica di assalto (in seguito rinforzata da Royal Marines) formava il cuore della forza nell'Afghanistan meridionale, insieme a truppe ed elicotteri da Australia, Canada e Olanda. La forza iniziale era composta da circa 3.300 Britannici, 2.300 Canadesi, 1.400 Olandesi, 280 Danesi, 300 Australiani e 150 Estoni. Il supporto aereo era fornito da aerei ed elicotteri da combattimento statunitensi, britannici, olandesi, norvegesi e francesi.

Nel gennaio 2006, l'obiettivo della NATO nell'Afghanistan meridionale era di formare squadre di ricostruzione provinciale guidate dai Britannici nell'Helmand e l'Olanda e il Canada avrebbero dovuto guidare simili progetti rispettivamente nell'Oruzgan e nella provincia di Qandahar. Figure talebane locali si opposero alla forza in arrivo e promisero di resistere.

L'Afghanistan meridionale affrontò nel 2006 la più grande ondata di penetrazione nel paese dalla caduta del regime talebano nel 2001, fu realizzata da forze NATO a guida statunitense. Le operazioni NATO furono governate da comandanti britannici, canadesi e olandesi. L'Operazione Avanzata Montana venne lanciata il 17 maggio 2006. In luglio forze canadesi lanciarono l'Operazione Medusa in un ulteriore tentativo di liberare le aree dai Talebani, sostenuti in ciò dalle forze statunitensi, britanniche, olandesi e danesi. In seguito le operazioni NATO inclusero l'Operazione Furia Montana e l'Operazione Falcon Summit. La lotta per le forze NATO si intensificò nella seconda metà del 2006. La Nato ebbe successo in vittorie tattiche sui Talebani restringendone fortemente le aree controllate, ma i Talebani non furono completamente sconfitti, e la Nato dovette continuare le operazioni nel 2007.

Nel novembre del 2006, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU) avvertì che l'Afghanistan sarebbe potuto divenire uno stato fallito a causa della crescente violenza talebana, la crescita della produzione di droga illegale, e la fragile istituzione dello Stato.[50] Nel 2006, l'Afghanistan si classificò 10º nella classifica degli Stati falliti, da 11º nel 2005.[51] Dal 2005 al 2006, il numero di attacchi suicidi, attacchi di fuoco diretto, e ordigni esplosivi improvvisati sono tutti cresciuti.[52]. Documenti di intelligence declassificati mostrano come i rifugi di al-Qāʿida, dei Talebani, di Haqqani Network e di Hezb-i-Islami sono cresciuti di quattro volte nell'ultimo anno in Afghanistan. La campagna in Afghanistan ha eliminato con successo i Talebani, ma ha avuto molto meno successo nel raggiungere l'obiettivo primario di assicurare che al-Qāʿida non potesse più operare in Afghanistan.

2007: offensiva della Coalizione[modifica | modifica sorgente]

Il 13 gennaio 2007 una forza britannica, guidata dai Royal Marines, lanciò un'operazione per attaccare un'importante rocca talebana nella provincia meridionale dell'Helmand.[53] Dopo diverse ore di intensi combattimenti i Marines si raggrupparono e si scoprì che il caporale Matthew Ford del 45º Commando dei Royal Marines era scomparso. Fu lanciata una missione di recupero per ritrovare il caporale Ford usando quattro marine volontari legati alle ali di due elicotteri Apache. Gli elicotteri non potevano volare a più di 80 km/h per assicurare almeno la minima sicurezza dei passeggeri extra dall'impatto delle pale rotanti. Gli Apache atterrarono sotto il fuoco; una volta dentro il campo, i quattro marine scesero e riuscirono a recuperare il corpo del caporale Ford. Esso fu portato fuori nella stessa maniera in cui i marine erano stati portati dentro. Un terzo Apache volava sopra e assicurava fuoco di copertura. Nessuno dei soccorritori fu ferito nella missione di recupero. Si pensa che questa sia stata la prima volta che un Apache sia stato utilizzato in una maniera del genere.

Nel gennaio e nel febbraio del 2007, i Royal Marines britannici portarono avanti l'Operazione Vulcano per eliminare i ribelli dalle postazioni di fuoco nel villaggio di Barikju, a nord di Kajaki. Nel marzo fu lanciata l'operazione "Achille" in cui parteciparono oltre a soldati americani e britannici, anche olandesi e canadesi. L'obiettivo dell'offensiva fu quello di togliere la provincia di Helmand dalle mani dei Talebani. Il 13 maggio viene annunciata la morte del Mullah Dadullah, uno dei più importanti comandanti talebani, durante uno scontro fra Talebani e truppe afghane e della coalizione.

Nel dicembre del 2007 i Talebani abbandonarono la città di Musa Qala nelle mani dell'esercito regolare, dopo alcuni giorni di assedio che causò anche vittime civili: fino ad allora era la città più importante controllata dai Talebani.

2009: operazione "Colpo di Spada"[modifica | modifica sorgente]

Un bambino ferito in un bombardamento aereo alleato, Ospedale di Fararh, 2009.

Nel luglio 2009 le forze della coalizione lanciarono una vasta offensiva, denominata "Colpo di Spada" (Khanjar), nella valle di Helmand, roccaforte dei Talebani nel sud del paese. Definita la più imponente operazione aerotrasportata dai tempi della guerra in Vietnam, l'offensiva vide sul campo 4000 militari americani e 650 tra soldati e poliziotti afghani.

L'obiettivo dell'operazione era quella di scacciare i talebani dai villaggi e consolidare la presenza delle forze della coalizione in vista delle elezioni del 20 agosto, in quella che fu una replica della strategia adottata nel 2008 in Iraq. L'offensiva vide una recrudescenza degli scontri tra le forze ISAF e i talebani, che costarono nel solo mese di luglio 79 morti tra i soldati americani e britannici. Fra i talebani si contarono più di 400 morti. All'operazione "Colpo di Spada" si susseguirono altre offensive militari che presero il via alcune settimane dopo, tra queste quella denominata "Easter Resolve II", il cui obiettivo era sottrarre alla guerriglia talebana il distretto di Nawzad per tagliare i rifornimenti.

Reazioni internazionali[modifica | modifica sorgente]

Supporto internazionale[modifica | modifica sorgente]

La prima ondata di attacchi fu condotta solo da forze americane e britanniche. Fin dal primo periodo d'invasione, queste forze furono incrementate da truppe e aerei da Australia, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Olanda, Nuova Zelanda e Norvegia fra le altre. Nel 2006 erano presenti circa 33.000 soldati.[senza fonte]

Le forze internazionali si occuparono inoltre di dare supporto ed addestramento all'esercito afghano che contava sui 94.000 effettivi ed alla polizia che ne contava invece sugli 80.000.[54]

Il 1º dicembre 2009 il presidente USA Obama dichiarò di voler mandare altri 30.000 soldati nel paese portando il numero complessivo statunitense oltre i 100.000; fu altresì previsto un rafforzamento degli altri contingenti internazionali con un invio ulteriore dalle 5 alle 10.000 unità.[55]

La Forza Internazionale di Assistenza alla Sicurezza (ISAF)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi International Security Assistance Force.

L'International Security Assistance Force (ISAF) fu una forza internazionale di stabilizzazione dell'Afghanistan autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 20 dicembre 2001. Al 5 ottobre 2006 l'ISAF contava un personale di circa 32.000 uomini da 34 nazioni.[56]

Il 31 luglio 2006, la Forza Internazionale di Assistenza per la Sicurezza guidata dalla NATO ha assunse il comando del sud del Paese, e il 5 ottobre 2006 anche dell'Afghanistan orientale.

Il contingente ISAF, ad ottobre 2009, disponeva di 67.700 soldati nel paese, di cui 36.000 circa statunitensi.[54]

I Contractors[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Compagnia militare privata.

A dicembre 2009 sono presenti circa 104.000 contractors, soldati delle milizie private, per conto del Pentagono. Tuttavia in seguito al previsto aumento delle truppe nel paese questa cifra sarà destinata a salire a circa 160.000 effettivi, risultando così la forza militare più numerosa nel paese.[57]

Sforzi diplomatici[modifica | modifica sorgente]

Incontri di vari leader afghani furono organizzati dalle Nazioni Unite e si svolsero in Germania. Non parteciparono Talebani. Questi incontri produssero un governo ad interim e un accordo per permettere a una forza di peacekeeping delle Nazioni Unite di entrare nell'Afghanistan. Le risoluzioni ONU del 14 novembre 2001 includevano una "condanna dei Talebani per avere permesso che l'Afghanistan venisse usato come base per l'esportazione del terrorismo attraverso la rete al-Qāʿida e altri gruppi terroristici e per aver garantito sicuro asilo a Osama bin Laden, al-Qāʿida e altri loro associati, e in questo contesto supporto alla popolazione afghana per rimpiazzare il regime talebano".

La risoluzione ONU del 20 dicembre 2001, "Supporto agli sforzi internazionali per sradicare il terrorismo, in accordo con lo statuto delle Nazioni Unite e anche riaffermazione della sua risoluzione 1368 (2001) del 12 settembre 2001 e 1373 (2001) del 28 settembre 2001."

Sforzi umanitari[modifica | modifica sorgente]

Si ritiene che in Afghanistan ci siano stati 1 milione e mezzo di persone che soffrivano per fame impellente, mentre 7 milioni e mezzo fossero sfferenti per il risultato della grave situazione generale del Paese - la combinazione di guerra civile, carestia legata alla siccità, e, in estensione, per l'oppressivo regime talebano e poi l'invasione a guida statunitense.

Il Pakistan, le Nazioni Unite, ed organizzazioni umanitarie private internazionali, iniziarono a dedicarsi per il grande sforzo umanitario necessario, in aggiunta ai già grandi sforzi dedicati per i rifugiati e per il cibo. Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite sospese le attività in Afghanistan all'inizio dei bombardamenti. Le attività ripresero però all'inizio del (dicembre 2001), con una distribuzione giornaliera di 3.000 tonnellate di beni di consumo, cibi e medicinali. Si ritiene comunque che 30.000 tonnellate di cibo siano state necessarie (dal gennaio 2002) per dare sufficiente aiuto.

La Focus Humanitarian Assistance (FOCUS), un'affiliata dell'Aga Khan Development Network (ADKN), continuò a operare con attività di riabilitazione e aiuto, mantenendo le sue operazioni nonostante la crisi e la chiusura di varie frontiere afghane. Durante il 2001, procurò cibo e altre assistenze a più di 450.000 persone in Afghanistan, distribuendo 1.400 tonnellate di cibo a circa 50.000 persone vulnerabili per la fine del settembre 2001. Per l'ottobre del 2001 aveva distribuito più di 10.000 tonnellate di cibo in Badakhshan, con altre 4.000 tonnellate nel programma per la distribuzione a persone vulnerabili nelle aree di montagna della provincia. FOCUS aveva anche creato un programma agrario attraverso finanziamento di villaggi agricoli, nel progetto che potessero, a loro volta, produrre 30.000 tonnellate di cereali all'anno.[58]

Il 1 novembre, C-17 statunitensi volando a 10.000 m d'altezza lanciarono 1.000.000 di pacchi di cibo e medicine contrassegnati con una bandiera americana. Medici Senza Frontiere la definì un'operazione di propaganda trasparente, e disse che usare medicinali senza consultazione medica è molto più probabilmente nocivo che benefico. Thomas Gonnet, capo delle operazioni di Azione Contro la Fame in Afghanistan disse che era un'"azione di marketing".

Proteste, dimostrazioni e manifestazioni[modifica | modifica sorgente]

Ci furono molte piccole proteste in varie città e campus universitari degli Stati Uniti e in altri Paesi nei primi giorni dopo l'inizio della campagna di bombardamento. Erano per lo più pacifiche, ma in Pakistan, precedentemente alleato dei Talebani, ci furono proteste maggiori e scioperi generali. Alcuni di essi furono soppressi dalla polizia con morti fra i manifestanti. Sia nelle nazioni islamiche che in quelle non islamiche, furono organizzate proteste e manifestazioni di varia grandezza contro l'attacco dell'Afghanistan. Molti manifestanti pensavano che l'attacco all'Afghanistan fosse un'aggressione ingiustificata. Alcuni ritenevano che avrebbe causato la morte di molti innocenti impedendo ai lavoratori umanitari di portare cibo nella nazione[senza fonte].

Opinione pubblica[modifica | modifica sorgente]

Nell'ottobre del 2001 sondaggi indicarono che circa l'88% degli statunitensi sosteneva la guerra in Afghanistan contro il 10% che disapprovava[59] e anche nel Regno Unito i favorevoli al conflitto erano più del 60% del campione intervistato.

Nel dicembre 2006, il 61% degli Americani riteneva che gli Stati Uniti avessero preso la decisione giusta riguardo l'uso della forza militare, contro il 29% che si opponeva.[60] Nel settembre del 2009 la situazione si è ribaltata: negli Stati Uniti la percentuale dei contrari alla guerra in Afghanistan ha superato, per la prima volta dal 2001, quello dei favorevoli, scesi al 47% secondo un sondaggio del Washington Post e della ABC News, addirittura al 41% secondo un altro sondaggio della Cnn. In Gran Bretagna, secondo un sondaggio commissionato dal Daily Telegraph, il 62% della popolazione vuole il ritiro delle truppe. Lo stesso chiedono il 56% degli italiani, secondo un sondaggio realizzato nel 2009 dall'Istituto Ipr Marketing per conto de La Repubblica, il quale ha rivelato che 7 italiani su 10 sono contrari all'invio di nuove truppe[61].

Nel 2010 la percentuale di statunitensi che continua ad approvare l'intervento militare in Afghanistan scende al 37%[62] mentre il Canada attualmente vede il 59% della propria cittadinanza contraria alle opinioni militari[63].

Morti civili dell'invasione (2001-2002)[modifica | modifica sorgente]

Stando a Marc W. Herold[64], almeno 3.700 e più, probabilmente quasi 5.000 civili, furono uccisi come risultato dei bombardamenti statunitensi del primo anno di guerra.[65] Lo studio di Herold ha omesso quelli uccisi indirettamente, quando i raid aerei tagliarono gli accessi agli ospedali, al cibo o all'elettricità. Allo stesso modo non sono contati le vittime delle bombe in seguito morte per le ferite. Quando c'erano diverse cifre di morti per lo stesso episodio, nel 90% dei casi il Professor Herold ha scelto la cifra più bassa[senza fonte].

Alcune persone, comunque, contestano le stime di Herold. Joshua Muravchik dell'American Enterprise Institute e Carl Conetta del Progetto sulle Alternative per la Difesa mette in discussione il massiccio uso da parte di Herold della Stampa Islamica Afghana (portavoce ufficiale dei Talebani) e lamenta che i riscontri forniti loro fossero sospettabili. Conetta lamenta anche errori statistici nello studio di Herold[66][67]. Lo studio di Conetta sostiene che le vittime civili siano fra le 1.000 e le 1.300[68]. Uno studio del Los Angeles Times sostiene il numero di morti collaterali fra le 1.067 e le 1.201[senza fonte].

Massacro di Shinwar[modifica | modifica sorgente]

Il 4 marzo 2007, almeno 12 civili furono uccisi e 33 rimasero feriti da Marines statunitensi nel distretto di Shinwar nella provincia di Nangrahar dell'Afghanistan.[69] Marines americani reagirono smodatamente a un'imboscata esplosiva, colpendo con fuoco di mitragliatrici gruppi di passanti lungo 10 miglia della strada.[70] Fu richiesto che la 120ª unità di marine statunitensi responsabile per l'attacco lasciasse il Paese perché l'incidente danneggiava le relazioni dell'unità con la popolazione locale afghana.[71]

Commercio di eroina[modifica | modifica sorgente]

Nel 2000, i Talebani, a causa della sovrapproduzione di oppio dell'anno precedente, avevano imposto la proibizione della produzione, che portò a riduzioni del raccolto fino al 90%.[72] Poco dopo l'invasione dell'Afghanistan a guida statunitense del 2001, comunque, la produzione di oppio incrementò nuovamente.[73] Nel 2005 l'Afghanistan aveva riconquistato la sua posizione di primo produttore mondiale di oppio e produceva il 90% dell'oppio mondiale, la maggior parte del quale veniva trasformato in eroina, poi venduta in Europa e Russia.[74] Mentre gli sforzi degli Stati Uniti e degli alleati di combattere il commercio di eroina hanno fatto passi avanti, lo sforzo è ostacolato dal fatto che molti sospetti trafficanti sono ora alti ufficiali del governo Karzai.[74] In effetti, recenti stime del Ufficio delle Nazioni Unite su Droghe e Crimine evidenziano che il 52% del PIL afghano, cioè 2,7 miliardi di dollari all'anno, è generato dal commercio di eroina.[75] La crescita della produzione è da collegare alla situazione della sicurezza in peggioramento, infatti la produzione è marcatamente inferiore nelle aree con sicurezza stabile.[76]

Abusi contro i diritti umani[modifica | modifica sorgente]

Stando a un reportage di una TV australiana, gli Stati Uniti applicarono una pressione psicologica per costringere i combattenti talebani a uscire allo scoperto[senza fonte]. Il reportage sostenne che membri della 173d Brigata Aerotrasportata bruciarono corpi di Talebani per ragioni igieniche[senza fonte].

Un soldato per operazioni psicologiche, il sergente Jim Baker fu registrato mentre leggeva un messaggio ai Talebani: "Attenzione, Talebani, siete tutti dei cani codardi. Permettete che i vostri combattenti siano lasciati rivolti a ovest e bruciati. Siete troppo spaventati per recuperare i loro corpi. Questo prova semplicemente che voi siete le femminucce che abbiamo sempre pensato voi foste"[77]. Fu trasmesso anche un altro soldato mentre diceva cose come: "Voi attaccate e fuggite come le donne. Vi fate chiamare Talebani ma siete una disgrazia per la religione musulmana e portate vergogna sulla vostra famiglia. Venite e combattete come uomini invece che come i cani codardi che siete"[77]. Stando a un reportage del Japan Today, autorità statunitensi stanno indagando sull'incidente per determinare se le azioni delle truppe hanno violato la Convenzione di Ginevra[senza fonte].

Il massacro di Dasht-i-Leili probabilmente capitò nel dicembre del 2001, quando un numero (discusso, fra i 250 e i 3.000[78]) di prigionieri talebani furono fucilati o soffocati a morte in container di metallo di camion mentre venivano trasportate da soldati statunitensi e dell'Alleanza del Nord da Kunduz alla prigione di Sheberghan nell'Afghanistan settentrionale.[79] Queste affermazioni sono contestati dal giornalista Robert Young Pelton, che era presente all'ora dell'avvenimento.[80]

Esistono dichiarazioni che soldati della coalizione abbiano torturato prigionieri durante interrogatori; molte proteste si focalizzano sul campo di prigionia statunitense a Camp X-Ray nella Baia di Guantanamo, a Cuba[81].

Abdul Wali morì il 21 giugno 2003, in una base vicino Asadabad. Fu probabilmente colpito dall'ex-ranger e contractor della CIA David Passaro, che fu arrestato il 17 giugno 2004 per quattro accuse di assalto. Il processo è fissato per l'estate del 2006.[82] Nel 2004, il gruppo per i diritti umani con sede negli Stati Uniti Human Rights Watch pubblicò un rapporto intitolato "Enduring Freedom - Abusi delle forze statunitensi in Afghanistan", contenente molte affermazioni di abusi da parte delle forze americane.

Nel febbraio 2005, l'American Civil Liberies Union pubblicò documenti che avevano ottenuto dall'esercito statunitense, che mostravano che, dopo lo scandalo di Abū Ghurayb, l'esercito in Afghanistan aveva distrutto fotografie che documentavano l'abuso sui prigionieri in loro custodia. Le fotografie erano state scattate nell'area del campo di fuoco Tycze, e intorno ai villaggi di Gujay e Sukhagen. Si affermò che le foto ritraessero soldati che posavano con detenuti bendati e incappucciati durante esecuzioni simulate.

Il 24 settembre del 2006, Craig Pyes del LA Times pubblicò i risultati di una investigazione insieme all'organizzazione non-profit Crimes of War Project, dichiarando che 10 membri dell'ODA 2021 del 1/20 Gruppo di Forze Speciali, aerotrasportate della Guardia Nazionale dell'Alabama durante gli ultimi mesi del loro turno all'inizio del 2003 in una base a Gardez avevano torturato un contadino e sparato, uccidendolo, a Jamal Nasir, una recluta diciottenne dell'Esercito Nazionale Afghano. Questo fatto fu guidato dal Warrant Officer Ken Waller e dallo Staff Sergent Philip Abdow. Probabilmente loro guidarono possibili testimoni in caso di investigazione.[83][84]

Le torture[modifica | modifica sorgente]

Nel marzo del 2002, alti ufficiali della CIA autorizzarono tecniche di interrogatorio che facevano ricorso a metodi di tortura.[85] L'amministrazione Bush dichiarò, all'indomani degli attentati dell'11 settembre che i membri di al-Qāʿida catturati sul campo di battaglia dovevano essere tutelati dalla Convenzione di Ginevra.[86]

Dimostrazione del waterboarding in una protesta durante la visita di Condoleezza Rice in Islanda, maggio 2008

Le tecniche di interrogatorio andavano dalle semplici percosse, come scuotere e schiaffeggiare, fino a veri e propri metodi di tortura come: incatenare i prigionieri in posizione eretta, tenere il prigioniero in una cella fredda e bagnarlo con acqua, spostare di continuo il prigioniero nudo da una stanza con temperatura molto bassa in una con temperatura molto alta (e poi viceversa, di continuo) ogni tot ore, oppure l'utilizzo di musica (in genere heavy metal) a volume molto alto per oltre 24 ore, per tormentare la persona e impedirle di pensare o rilassarsi. Un metodo molto noto è inoltre il waterboarding. Il waterboarding è una tecnica di tortura che consiste nel versare acqua sulla faccia di un detenuto impedendogli quindi di respirare. La tortura viene interrotta non appena si raggiunge il quasi annegamento della vittima, onde evitare che muoia, dopodiché, quando la vittima ha ripreso il fiato la tortura ricomincia. Le torture vengono in genere ripetute svariate volte a sessione, fino a quando la vittima non accorda di fornire informazioni (spesso anche inventate) o firmare una confessione (autentica, oppure redatta a cura dei torturatori). Gli Stati Uniti operarono in una prigione segreta a Kabul dove queste tecniche erano utilizzate.[87]

Più di 100 legali statunitensi dichiararono inequivocabilmente che il waterboarding è tortura.[88] Il Senatore John McCain definì il waterboarding un'esecuzione simulata ed una "tortura molto seria".[89] La CIA ha dichiarato che non considera il waterboarding tortura.

Costo della guerra per l'Italia[modifica | modifica sorgente]

Il costo della guerra in Afghanistan previsto nel 2011, da parte italiana fu di 650 milioni di euro[90]. La presenza fu di 4.200 soldati italiani presenti in Afghanistan, 750 mezzi terrestri tra carri armati, blindati, camion e ruspe, 30 velivoli di cui 4 caccia-bombardieri, 8 elicotteri da attacco, 4 da sostegno al combattimento, 10 da trasporto truppe, e 4 droni.

A questo vanno aggiunti 2 milioni di euro a favore dell’esercito afgano, 2 milioni di euro a favore della polizia afgana, più 367 000 euro per il personale della Croce Rossa Italiana attiva in Afghanistan, per un totale di circa 654.367.000 €

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b International Security Assistance Force (ISAF): Key Facts and Figures (PDF), ISAF, 1º dicembre 2013. URL consultato il 7 febbraio 2014.
  2. ^ Aunohita Mojumdar, Correspondent of The Christian Science Monitor, Outpost attack in Afghanistan shows major boost in militant strength, Csmonitor.com. URL consultato il 2 ottobre 2008.
  3. ^ See Operation Oqab
  4. ^ a b Afghan National Security Forces (ANSF), NATO, 26 ottobre 2010.
  5. ^ Congressional Research Services Report for Congress — U.S. Forces in Afghanistan — Updated July 15, 2008"
  6. ^ RS22633 – U.S. Forces in Afghanistan – July 15, 2008
  7. ^ Major-General Richard Barrons puts Taleban fighter numbers at 36,000
  8. ^ Joshua Partlow, Moins de 50 combattants d’al-Qaida en Afghanistan, slate.fr, 11 novembre 2009. URL consultato il 1º luglio 2010.
  9. ^ Roberston, Nic., Cruickshank, Paul. Al Qaeda's training adapts to drone attacks. CNN. 31 July 2009.
  10. ^ a b A Sober Assessment of Afghanistan — washingtonpost.com, Washingtonpost.com. URL consultato il 2 ottobre 2008.
  11. ^ Uzbek Fighters in Pakistan Reportedly Return to Afghanistan, Jamestown.org. URL consultato il 2 ottobre 2008. [collegamento interrotto]
  12. ^ Jayshree Bajoria, Pakistan's New Generation of Terrorists, Council on Foreign relations, 26 ottobre 2009. URL consultato il 6 aprile 2010.
  13. ^ Pakistan Observer – Newspaper online edition – Article, Pakobserver.net, 30 luglio 2009. URL consultato il 9 febbraio 2010. [collegamento interrotto]
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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