Invasione statunitense dell'Afghanistan
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| Invasione statunitense dell'Afghanistan | |||||||||
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| Parte della Guerra al terrorismo | |||||||||
Soldati della 10^ Divisione da Montagna dell'Esercito degli Stati Uniti in Afghanistan. |
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L'Invasione statunitense dell'Afghanistan è iniziata nell'ottobre 2001, in risposta agli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Segna inoltre l'inizio della guerra al terrorismo, il cui obbiettivo è quello di catturare il leader di al-Qaeda, Osama Bin Laden. L'Alleanza del Nord, formata dai gruppi afghani ostili ai Talebani, ha fornito la maggior parte delle forze di terra, mentre gli USA e la NATO hanno fornito, nella fase iniziale, supporto tattico, aereo e logistico. Nella seconda fase, dopo la riconquista di Kabul, le truppe occidentali hanno aumentato la loro presenza anche a livello territoriale. Negli Stati Uniti la guerra è conosciuta anche col nome militare di Operazione Enduring Freedom.
Scopo ufficiale dell'invasione è di distruggere al-Qaeda, negando la possibilità di circolare liberamente all'interno dell'Afghanistan attraverso il rovesciamento del regime talebano.
[modifica] Prima dell'invasione
A partire dal maggio 1996, Osama bin Laden e altri membri di al-Qaeda si sono stabiliti in Afghanistan e hanno stretto un'alleanza con il regime talebano del paese, all'interno del quale sono stati creati diversi campi di addestramento terroristici. In seguito agli attentati alle ambasciate statunitensi in Africa del 1998, gli USA lanciarono da alcuni sottomarini un attacco missilistico diretto a questi campi di addestramento. Gli effetti di tale rappresaglia furono limitati.
Nel 1999 e nel 2000 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò due risoluzioni che stabilivano sanzioni economiche e di armamenti all'Afghanistan per incoraggiare i Talebani a chiudere i campi di addestramento e a consegnare bin Laden alle autorità internazionali per rispondere degli attentati del 1998.
[modifica] L'11 settembre
| Per approfondire, vedi la voce Attentati dell'11 settembre 2001. |
Successivamente agli attentati dell'11 settembre 2001, gli inquirenti trovarono presto prove dell'implicazione di bin Laden, che in un primo periodo negò ogni coinvolgimento nel caso. Tuttavia nel 2004, poco prima delle elezioni presidenziali, bin Laden dichiarò in un messaggio video che al-Qaeda fu direttamente coinvolta negli attacchi. Il 21 maggio 2006 venne trovato un messaggio audio pubblicato in un sito internet (che il governo statunitense giudica spesso usato da al-Qaeda), in cui bin Laden ammetteva di aver personalmente addestrato i 19 terroristi dell'11 settembre.
Il 21 settembre 2001, il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush lanciò un ultimatum ai Talebani[2], in cui fece le seguenti richieste:
- consegnare tutti i leader di al-Qaeda in Afghanistan agli Stati Uniti;
- liberare tutti i prigionieri di nazioni straniere, inclusi i cittadini statunitensi[3];
- proteggere i giornalisti stranieri, i diplomatici e i volontari presenti in Afghanistan;
- chiudere i campi d'addestramento terroristici in Afghanistan e consegnare ciascun terrorista alle autorità competenti;
- garantire libero accesso agli Stati Uniti ai campi d'addestramento per poter verificare la loro chiusura.
I Talebani non risposero direttamente a Bush, ritenendo che iniziare un dialogo con un leader politico non musulmano sarebbe stato un insulto per l'Islam. Dunque, per mediazione della loro ambasciata in Pakistan, dichiararono di rifiutare l'ultimatum in quanto non vi era alcuna prova che legasse bin Laden agli attentati dell'11 settembre[4].
Il 22 settembre gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita decisero di non riconoscere il governo Talebano in Afghanistan. Solo il Pakistan continuava a mantenere contatti diplomatici col paese.
Sembra che il 4 ottobre i Talebani proposero in segreto al Pakistan la consegna di bin Laden, e ne chiesero il processo in un tribunale internazionale sottoposto alle leggi della Sharia[5]. Si suppone che il Pakistan rifiutò l'offerta. Verso metà ottobre, alcuni membri moderati del regime talebano incontrarono gli ambasciatori statunitensi in Pakistan per trovare un modo di convincere il Mullah Omar a consegnare bin Laden agli Stati Uniti. Bush bollò le offerte dei Talebani come "false" e le rifiutò. Il 7 ottobre, poco prima dell'inizio dell'invasione, i Talebani si dichiararono pubblicamente disposti a processare bin Laden in Afghanistan attraverso un tribunale islamico[6]. Gli USA rifiutarono anche questa offerta giudicandola insufficiente.
Solo il 14 ottobre, una settimana dopo lo scoppio della guerra, i Talebani acconsentirono a consegnare bin Laden a un paese terzo per un processo, ma solo se fossero state fornite prove del coinvolgimento di bin Laden nell'11 settembre[7].
Pare che gli Stati Uniti avessero pianificato l'invasione dell'Afghanistan ben prima dell'11 settembre. Il 18 settembre 2001 Niaz Naik ex-Ministro degli Esteri pakistano dichiarò che a metà luglio dello stesso anno venne informato da alcuni ufficiali superiori statunitensi che un'azione militare contro l'Afghanistan sarebbe iniziata nell'ottobre seguente. Naik dichiarò anche che, sulla base di quanto detto dagli ufficiali, gli Stati Uniti non avrebbero rinunciato al loro piano persino nell'eventualità di una resa di bin Laden da parte dei Talebani[8]. Naik affermò anche che sia l'Uzbekistan sia la Russia avrebbero partecipato all'attacco, anche se in seguito ciò non si è verificato.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non autorizzò l'uso della forza contro l'Afghanistan in nessuna risoluzione successiva all'11 settembre.
[modifica] Il conflitto
[modifica] 2001
Fallite le trattative tra governo statunitense e talebani, domenica 7 ottobre 2001 alle ore 20.45 circa dell'Afghanistan (le ore 16.15 circa italiane), le forze armate statunitensi e britanniche iniziarono un bombardamento aereo sull'Afghanistan, con l'obbiettivo di colpire le forze talebane e di al-Qaeda[9]. Attacchi vennero registrati nella capitale, Kabul, dove i rifornimenti di elettricità furono interrotti, a Kandahar, dove risiedeva il leader talebano, il Mullah Omar, e nei campi d'addestramento della città di Jalalabad.
A 45 minuti circa dall'inizio dei bombardamenti, George W. Bush e Tony Blair confermarono ai loro rispettivi paesi che era in corso un attacco aereo contro l'Afghanistan, ma che i bersagli delle bombe erano esclusivamente militari, e che nel frattempo venivano lanciati anche cibo, medicine e rifornimenti alla popolazione afghana[10].
All'incirca nello stesso momento, la CNN trasmise in esclusiva le immagini dei bombardamenti di Kabul in tutto il mondo[11]. Non si conosce ancora quale fu l'esercito che attaccò l'aeroporto cittadino, anche se all'epoca si parlò di elicotteri dell'Alleanza del nord.
Molte diverse tecnologie furono utilizzate nell'attacco. Il generale dell'aviazione statunitense Richard Myers, capo del Joint Chiefs of Staff, dichiarò che nella prima ondata di bombardamenti furono lanciati circa 50 missili cruise di tipo Tomahawk da parte di sottomarini e bombardieri, tra cui alcuni B-1 Lancer, B-2 Spirit, B-52 Stratofortress e F-16 Fighting Falcon. Due trasporti aerei C-17 Globemaster lanciarono 37.500 razioni giornaliere alla popolazione afghana il primo giorno di guerra. I velivoli operavano ad altitudini elevate, al di fuori della portata di tiro della contraerea talebana.
Poco prima dell'attacco il canale satellitare d'informazione in lingua araba Al Jazeera ricevette un messaggio video preregistrato di Osama bin Laden. In questo, il leader di al-Qaeda condannava qualsiasi attacco contro l'Afghanistan, affermando che gli Stati Uniti avrebbero fallito in Afghanistan e poi sarebbero crollati, proprio come l'Unione Sovietica. bin Laden lanciò dunque una jihad contro gli Stati Uniti.
[modifica] Campagna aerea
Prima dell'inizio degli attacchi aerei, i media ipotizzarono che i Talebani avrebbero potuto usare dei missili antiaerei Stinger di fabbricazione statunitense, residuato bellico dell'invasione sovietica degli anni '80. Non esistono informazioni dell'esistenza di tali missili, che in ogni caso non sono mai stati utilizzati. I Talebani erano sguarniti dal punto di vista della contraerea, essendo solo in possesso di alcuni materiali della precedente guerra abbandonati dalle truppe sovietiche. Pertanto gli elicotteri Apache e diversi altri velivoli poterono operare senza grandi pericoli.
Nel corso dei bombardamenti, nessun aereo statunitense è stato abbattuto dal fuoco nemico. In pochi giorni gran parte dei campi d'addestramento erano stati danneggiati gravemente e l'antiaerea talebana era stata distrutta. Anche la popolazione civile venne gravemente colpita con l'incedere del conflitto.
Successivamente, gli attacchi furono concentrati su obbiettivi di comando, controllo e comunicazione per indebolire le possibilità di comunicazione dei Talebani. Nonostante ciò, a due settimane dall'inizio della guerra i Talebani resistevano ancora sul fronte in cui combatteva l'Alleanza del nord. L'Alleanza dunque chiese rinforzi aerei sul loro fronte. Nel frattempo migliaia di miliziani Pashtun arrivarono dal Pakistan come rinforzo ai Talebani.
La terza fase dei bombardamenti venne condotta con degli F/A-18 Hornet ed ebbe come obbiettivo i trasporti talebani in attacchi specifici mentre altri aerei statunitensi lanciarono bombe cluster sulla difesa talebana. I talebani rimasero duramente colpiti dai continui attacchi statunitensi, mentre l'Alleanza del nord iniziò ad ottenere importanti risultati dopo anni di conflitto. Aerei statunitensi arrivarono persino ad bombardare una zona nel cuore di Kandahar controllata dal Mullah Omar. Ma, nonostante tutto, fino agli inizi di novembre la guerra proseguiva a rilento.
Iniziò dunque la quarta fase d'attacco e sul fronte talebano vennero lanciate quasi 7 tonnellate di bombe BLU-82 da delle cannoniere AC-130. Gli attacchi furono di notevole successo. Le scarse tattiche talebane aumentarono gli effetti degli attacchi. I combattenti non avevano precedenti esperienze con la potenza di fuoco americana, e spesso stavano addirittura in cima a nude catene montuose dove le Forze Speciali potevano facilmente individuarli e chiamare supporto aereo.
Le milizie talebane vennero decimate, e combattenti stranieri presero il controllo della sicurezza delle città afghane. Intanto, l'Alleanza del Nord, con la collaborazione di membri paramilitari della C.I.A. e delle Forze Speciali, iniziò la sua parte dell'offensiva: conquistare Mazari Sharif, e da quella posizione tagliare le linee di rifornimento talebane provenienti dal nord, e infine avanzare verso Kabul.
[modifica] Avanzata di terra: Mazar-i-Sharif
Il 9 novembre iniziò la battaglia di Mazar-i-Sharif. Gli USA bombardarono a tappeto la difesa talebana, concentrata nella gorgia di Chesmay-e-Safa, attraverso la quale si entra nella città. Alle ore 14, l'Alleanza del nord avanzò da sud e da ovest, occupando la base militare principale della città e l'aeroporto, costringendo dunque i talebani alla ritirata verso la città. Nel giro di quattro ore la battaglia era conclusa. I talebani si ritirarono verso sud ed est e Mazari Sharif venne presa.
Il giorno dopo la città venne data al saccheggio. Miliziani dell'Alleanza del nord che perlustravano la città in cerca di bottino, fucilarono seduta stante numerose persone sospettate di avere simpatie talebane. Venne inoltre scoperto, all'interno di una scuola, un rifugio di circa 520 talebani provati dai combattimenti, per lo più provenienti dal Pakistan. Anch'essi vennero giustiziati.
Sempre lo stesso giorno, l'Alleanza avanzò rapidamente verso nord. La caduta di Mazari Sharif aveva portato alla resa di diverse posizioni talebane. Molti comandanti decisero di cambiare fazione piuttosto che combattere. Molte delle loro truppe di prima linea erano state aggirate e circondate nella città settentrionale di Kunduz dato che l'Alleanza del nord li aveva superati andando a sud. Anche nel sud la loro stretta del potere sembrava quanto meno fragile. La polizia religiosa interruppe i propri regolari pattugliamenti. Sembrava che il regime sarebbe collassato nel giro di poco tempo.
[modifica] La caduta di Kabul
Nella notte del 12 novembre le forze talebane, col favore dell'oscurità, abbandonarono Kabul. L'esercito dell'Alleanza giunse presso la città nel pomeriggio successivo, trovando una resistenza di circa una ventina di soldati nascosti nel parco cittadino. Ora anche Kabul era in mano alleata.
Nel giro di 24 ore dalla caduta di Kabul, vennero prese anche tutte le province lungo il confine iraniano, tra cui anche la città di Herat. I comandanti pashtun locali e i signori della guerra controllavano ormai il nord-ovest del paese, inclusa Jalalabad. Quel che restava dell'esercito talebano e dei volontari pakistani si ritirò a nord, verso Konduz, e a sud-est, verso Kandahar, per preparare la difesa.
Circa 2000 membri di al-Qaeda e dei talebani, tra cui forse anche lo stesso bin Laden, si raggrupparono nelle caverne delle montagne di Tora Bora, 50 chilometri a sud-ovest di Jalalabad. Il 16 novembre l'aviazione statunitense iniziò a bombardare la zona, mentre la C.I.A. e le forze speciali reclutarono alcuni signori della guerra locali che avrebbero partecipato a un imminente attacco alle caverne.
[modifica] La caduta di Konduz
Sempre il 16 novembre iniziò l'assedio di Konduz, che proseguì con nove giorni di combattimenti terrestri e aerei. I talebani all'interno della città si arresero tra il 25 e il 26 novembre. Poco prima della resa, degli aerei pakistani evacuarono un centinaio di soldati e membri dell'intelligence che erano accorsi in aiuto del regime talebano contro l'Alleanza del nord prima dell'invasione statunitense.
Si crede che almeno 5.000 persone in totale siano state fatte evacuare dalla regione, tra cui anche truppe di al-Qaeda e dei talebani alleate ai pakistani in Afghanistan [12].
[modifica] La rivolta di Qala-i-Jangi
Il 25 novembre, mentre alcuni prigionieri della battaglia di Konduz venivano condotti alla fortezza medievale di Qala-i-Jangi, nei pressi di Mazari Sharif, i talebani attaccarono le guardie dell'Alleanza del nord. Questo incidente portò a una rivolta di 600 prigionieri, i quali occuparono l'ala sud dell'edificio, in cui era presente un deposito pieno di armi, piccole e da esercito. Un agente della C.I.A., Johnny Micheal Spann, venne ucciso mentre stava interrogando dei prigionieri, diventando la prima vittima americana della guerra.
La rivolta venne sedata dopo sette giorni di combattimenti attraverso gli sforzi di un'unità dell'SBS, alcuni Berretti verdi e miliziani dell'Alleanza del nord. Delle cannoniere AC-130 presero parte all'azione fornendo bombardamenti in diverse occasioni, come anche un raid aereo. I sopravvissuti talebani furono meno di 100, mentre 50 soldati dell'Alleanza del nord vennero uccisi. La rivolta segnò la fine dei combattimenti nell'Afghanistan settentrionale, zona ormai sotto il controllo dei signori della guerra dell'Alleanza.
[modifica] La presa di Kandahar
Verso la fine di novembre Kandahar, luogo di origine dei talebani e ultimo avamposto rimasto al movimento, si trovava sotto crescente pressione. Circa 3.000 soldati guidati da Hamid Karzai, uomo di simpatie filo occidentali e leale nei confronti del precedente governo dell'Afghanistan, avanzò verso la città da est, tagliandone i rifornimenti. Nel frattempo, l'Alleanza del nord proseguiva il suo cammino da nord-nordest e circa 1.000 marines statunitensi, giunti attraverso elicotteri CH-53E Super Stallion, stabilirono un campo base a sud di Kandahar.
Il 26 novembre si verificò il primo importante scontro a fuoco nella zona, quando 15 veicoli armati si avvicinarono alla base statunitense, ma vennero distrutti da degli elicotteri. Intanto, gli attacchi aerei continuavano a indebolire i talebani all'interno di Kandahar dove il Mullah Omar era nascosto. Omar, il leader talebano, rimase spavaldo nonostante il suo movimento, verso la fine di novembre, controllasse solo 4 delle 30 province afghane, e spronò le proprie forze a combattere fino alla morte.
Poiché i Talebani erano sul punto di perdere la loro roccaforte, l'attenzione statunitense si concentrò su Tora Bora. Milizie tribali del posto, che contavano oltre 2,000 paramilitari sostenuti, pagati e organizzati dalle Forze Speciali e dalla CIA, continuavano ad affluire per un attacco mentre continuavano pesanti bombardamenti di sospette posizioni di al-Qaeda. Si riferì di 100-200 civili morti quando 25 bombe squarciarono un villaggio ai piedi della regione di Tora Bora e delle Montagne Bianche. Il 2 dicembre, un gruppo di 20 commando statunitensi fu portato in elicottero per supportare l'operazione. Il 5 dicembre la milizia afghana prese il controllo del bassopiano sotto la grotte di montagna dai combattenti di al-Qaeda e allestì le posizioni dei carri per attaccare le forze nemiche. I combattenti di al-Qaeda si ritirarono con mortai, lanciamissili e fucili da assalto per innalzare posizioni fortificate e prepararsi per la battaglia.
Verso il 6 dicembre, Omar iniziò finalmente a dare segno di essere pronto a lasciare Kandahar alle fazioni tribali. Con le sue truppe distrutte dai pesanti bombardamenti statunitensi e rimanendo sempre sul chi vive dentro Kandahar per evitare di diventare un bersaglio, anche il morale del Mullah Omar crollò. Capendo che non avrebbe potuto tenere Kandahar molto a lungo, iniziò a dar segno di voler negoziare per passare la città ai capi tribali, purché lui e i suoi uomini più importanti ricevessero una qualche protezione. Il governo statunitense rifiutò ogni amnistia per Omar o qualunque leader talebano. Il 7 dicembre, il Mullah Mohammad Omar sgattaiolò fuori dalla città di Kandahar con un gruppo di fedelissimi e si spostò a nord ovest nelle montagne dell'Oruzgan, rinnegando la promessa dei Talebani di consegnare i loro combattenti e le armi. Fu visto per l'ultima volta mentre guidava con un gruppo di combattenti su un convoglio di moto. Altri membri della leadership talebana fuggirono in Pakistan attraverso i remoti passaggi di Paktia e della Paktika. In ogni caso, Kandahar, l'ultima città controllata dai Talebani, era caduta, e la maggior parte dei combattenti talebani era sbandata. La città di confine di Spin Boldak si era arresa lo stesso giorno, segnando la fine del controllo talebano in Afghanistan. Le forze tribali afghane guidate da Gul Agha presero la città di Kandahar, mentre i Marines presero il controllo dell'aeroporto fuori città e impiantarono una base statunitense.
[modifica] La battaglia di Tora Bora
| Per approfondire, vedi la voce Battaglia di Tora Bora. |
Combattenti di al-Qaeda resistevano ancora nelle montagne di Tora Bora. La milizia tribale anti-talebana continuava comunque una tenace avanzata attraverso un difficile terreno, accompagnato dai pesanti attacchi aerei portati avanti dalle Forze Speciali statunitensi. Prevedendo la sconfitta e riluttanti a combattere i compagni Musulmani, le forze di al-Qaeda concordarono una tregua per dar loro tempo di consegnare le armi. Col senno di poi, però, molto ritengono che la tregua fosse solo un trucco per permettere a importanti membri di al-Qaeda, incluso Osama bin Laden, di fuggire. Il 12 dicembre, i combattimenti ricominciarono, probabilmente fatti scoppiare da una retroguardia che guadagnava tempo per la fuga del grosso delle forze attraverso le Montagne Bianche verso le aree tribali del Pakistan. Ancora una volta, le forze tribali aiutate dalle truppe per le operazioni speciali statunitensi e da supporto aereo pressarono le posizioni fortificate di al-Qaeda in grotte e bunker sparsi su tutta la regione montuosa. Il 17 dicembre, l'ultimo complesso di grotte era stato preso e i suoi difensori fuggiti. Una perquisizione della zona da parte di truppe statunitensi continuò in gennaio, ma non emerse alcun segno di bin Laden o della direzione di al-Qaeda. È pressoché unanime l'opinione che fossero già fuggiti nelle regioni tribali del Pakistan a sud ed est. Si ritiene che circa 200 combattenti di al-Qaeda siano stati uccisi durante la battaglia, insieme a un imprecisato numero di combattenti tribali anti-Talebani. Non fu riportata la morte di alcun statunitense.
[modifica] 2002: Operazione Anaconda
Dopo Tora Bora, le forze statunitensi e i loro alleati afghani consolidarono la loro posizione nel paese. A seguito di una Loya jirga o grande concilio di maggiori fazioni afghane, capi tribali, ed ex-esiliati, fu formato a Kabul un governo afghano ad interim sotto la guida di Hamid Karzai. Le forze statunitensi stabilirono la loro base principale nella base aerea di Bagram, poco a nord di Kabul. Anche l'aeroporto di Kabul divenne un'importante area per basi statunitensi. Furono stabiliti molti avamposti nelle province orientali per catturare Talebani e fuggitivi di al-Qaeda. Il numero di truppe della coalizione a guida statunitense operanti nel paese crebbe fino a più di 10.000. Nel frattempo, i Talebani e al-Qaeda non si erano arresi. Le forze di al-Qaeda iniziarono a riorganizzarsi nelle montagne di Shahi-Kot nella provincia di Paktia nel gennaio e febbraio del 2002. Anche un fuggitivo talebano nella provincia di Paktia, il Mullah Saifur Rehman, iniziò a ricostituire alcune delle truppe della sua milizia in supporto ai combattenti anti-statunitensi. Radunarono più di 1.000 uomini per l'inizio del marzo 2002. L'intenzione dei ribelli era di usare la regione come base per lanciare attacchi di guerriglia e possibilmente una più grande offensiva simile a quella dei Mujahideen che combatterono le truppe sovietiche negli anni '80.
Le fonti di intelligence degli Stati Uniti e della milizia alleata afghana notarono presto questa disposizione nella provincia di Paktia e prepararono una massiccia forza per contrastarla. Il 2 marzo del 2002 le forze afghane e statunitensi lanciarono un'offensiva contro le forze di al-Qaeda e dei Talebani radicate nelle montagne di Shahi-Kot a sudest di Gardez. Le forze ribelli, che usavano armi piccole, RPG e mortai, erano trincerate in grotte e bunker in pendii a un'altitudine di più o meno 3.000 m. Usavano la tattica "toccata e fuga", aprendo il fuoco sulle forze statunitensi e afghane e poi ritirandosi nelle grotte e nei bunker per evitare il fuoco di ritorno e gli incessanti bombardamenti aerei. Per peggiorare ancora la situazione per le truppe della coalizione, i comandanti statunitensi inizialmente sottostimarono le forze di al-Qaeda e dei Talebani ritenendole un piccolo gruppo isolato di meno di 200 unità. Risultò che i guerriglieri erano fra i 1.000 e i 5.000, stando ad alcune stime, e che stavano ricevendo rinforzi. [13]
Per il 6 marzo, 8 statunitensi e 7 soldati afghani erano stati uccisi e circa 400 delle forze nemiche erano morti nei combattimenti. Le perdite della coalizione derivavano da un incidente di fuoco amico che uccise un soldato, dalla caduta di due elicotteri a causa di RPG e piccole armi che aveva ucciso 7 soldati, e dall'inchiodamento delle forze statunitensi inserite in quello che era stato chiamato "Obiettivo Ginger" che causò dozzine di feriti.[14]. Comunque, diverse centinaia di guerriglieri evitarono la trappola fuggendo verso le aree tribali del Waziristan attraverso il confine in Pakistan.
[modifica] Operazioni post-Anaconda
Dopo la battaglia a Shahi-Kot, si ritiene che i combattenti di al-Qaeda stabilirono rifugi presso protettori tribali in Pakistan, da dove ripresero le forze e dopo iniziarono a lanciare incursioni oltre confine contro le forze statunitensi nei mesi estivi del 2002. Unità di guerriglia, in numero compreso fra i 5 e i 25 uomini, attraversano ancora regolarmente il confine dai loro rifugi in Pakistan per lanciare razzi alle basi statunitensi e per tendere imboscate a convogli e pattuglie americani, come a truppe dell'Esercito Nazionale Afghano, a forze miliziane afghane che lavorano con la coalizione a guida statunitense, e a organizzazioni non governative. L'area introno alla base statunitense a Shkin nella provincia di Paktika ha visto alcune delle attività più dure.
Nel frattempo, forze talebane continuarono a rimanere nascoste nelle regioni rurali delle quattro province meridionali che formavano il loro cuore, Kandahar, Zabol, Helmand e Uruzugan. Sulla scia dell'Operazione Anaconda il Pentagono richiese che i Royal Marines britannici, che sono ben addestrati nella guerra di montagna, fossero schierati. Condussero numerose missioni in diverse settimane con risultati piuttosto limitati. i Talebani, che durante l'estate del 2002 erano nell'ordine delle centinaia, evitavano la battaglia con le forze statunitensi e i loro alleati afghani il più possibile e durante le operazioni si rintanavano nelle grotte e nei tunnel delle vaste catene montuose afghane o oltre il confine col Pakistan.[15]
[modifica] 2003-2005: La nuova insurrezione talebana
Dopo aver provato a evitare le forze statunitensi durante l'estate del 2002, i rimanenti Talebani iniziarono gradualmente a riconquistare la loro sicurezza e iniziarono i preparativi per lanciare l'insurrezione che il Mullah Muhammad Omar aveva promesso durante gli ultimi giorni di potere dei Talebani.[16] In settembre, le forze talebane iniziarono il reclutamento nelle aree Pashtun sia in Afghanistan che in Pakistan per lanciare una nuova "jihad", o guerra santa, contro il governo afghano e la coalizione a guida statunitense. In molti villaggi dell'ex-cuore talebano nel sudest dell'Afghanistan cominciarono anche ad apparire pamphlet distribuiti in segreto durante la notte che esortavano alla jihad.[17] Piccoli campi mobili di addestramento fuorono creati lungo il confine con il Pakistan da fuggitivi di al-Qaeda e talebani per addestrare nuove reclute nella guerriglia e nelle tattiche terroristiche, stando a fonti afghane e a un comunicato delle Nazioni Unite.[18] La maggior parte delle nuove reclute era presa dalle madrasa o da scuole religiose delle aree tribali del Pakistan, dove i Talebani erano inizialmente sorti. Le basi maggiori, alcune con almeno 200 uomini, furono create nelle montuose aree tribali del Pakistan nell'estate del 2003. La volontà dei paramilitari pakistani posti ai valichi di confine di evitare infiltrazioni del genere fu messa in discussione, e le operazioni miolitari pakistane si rivelarono di scarso effetto.[19]
I Talebani gradualmente riorganizzarono e ricostituirono le proprie forze durante l'inverno, preparandosi per un'offensiva estiva. Stabilirono un nuovo tipo di operazione: radunarsi in gruppi di circa 50 persone per lanciare attacchi ad avamposti isolati e a convogli di soldati afghani, polizia o milizia e poi dividersi in gruppi di 5-10 uomini per evitare la successiva reazione. Le forze statunitensi in questa strategia venivano attaccate indirettamente attraverso attacchi missilistici alle basi e ordigni esplosivi improvvisati. Per cordinare la strategia il Mullah Omar nominò un concilio di 10 uomini per la resistenza, con sé stesso a capo. Furono decise 5 zone operative, assegnate a vari comandanti talebani come il leader chiave talebano Mullah Dadullah, incaricato delle operazioni nella provincia di Zabul. Le forze di al-Qaeda nell'est avevano la più audace strategia di concentrarsi sugli americani e catturarli quando potevano con elaborate imboscate.
Il primo segno che le forze talebane si stavano riorganizzando venne fuori il 27 gennaio 2003 durante l'Operazione Mongoose, quando un gruppo di combattenti alleati coi Talebani e con l'Hezbi Islami furono scoperti e attaccati dalle forze statunitensi al complesso di grotte di Adi Ghar, 24 km a nord di Spin Boldak. Fu registrata la morte di 18 ribelli e nessun statunitense. Si sospettò che la zona fosse una base per portare rifornimenti e combattenti dal Pakistan. I primi attacchi isolati da gruppi talebani relativamente grandi a obiettivi afghani avvennero più o meno in quello stesso periodo.
Mentre l'estate continuava, gli attacchi crescevano gradualmente di frequenza nel cuore del "territorio talebano". Dozzine di soldati governativi afghani, organizzazioni non governative e lavoratori umanitari, e diversi soldati statunitensi morirono in raid, imboscate e attacchi missilistici. In aggiunta agli attacchi delle guerriglia, i combattenti talebani iniziarono a radunare le loro forze nel distretto di Dai Chopan, un distretto nello Zabol che attraversa anche il Kandahar e l'Uruzgan ed è proprio al centro del territorio talebano. Il distretto di Dai Chopan è un angolo remoto e scarsamente popolato dell'Afghanistan del sudest composto di alture, montagne rocciose intervallate da stretti anfratti. I combattenti talebani decisero che quella era l'area perfetta per fare una roccaforte contro il governo afghano e le forze della coalizione. Durante il corso dell'estate si radunò nell'area quella che era forse la più grande concentrazione di militanti talebani dalla caduta del regime, con più di 1.000 guerriglieri. Più di 200 persone, incluse molte dozzine di poliziotti afghani, furono uccise nell'agosto del 2003 mentre i combattenti talebani prendevano forza.
[modifica] Risposta della coalizione
Come risultato, le forze della coalizione iniziarono a preparare offensive per sradicare le forze ribelli. Nel tardo agosto 2005, le forze governative afghane aiutate dalle truppe statunitensi e da pesanti bombardamenti aerei americani avanzarono sulle posizioni talebane dentro la roccaforte di montagna. Dopo una battaglia durata una settimana, le forze talebane erano sbaragliate con più di 124 combattenti morti (stando a stime del governo afghano). Portavoce talebani, comunque, negarono l'alto numero di perdite e le stime statunitensi erano un po' più basse. Secondo le ultime registrazioni , le perdite totali talebane , ribelli e dei gruppi terroristici ammontano a quasi 1.000.000 di morti dall'inizio degli attacchi alleati[citazione necessaria]. Il Times sostiene che i ridotti movimenti ed attentati pianificati da Al Qaeda (effettivamente sempre meno incisiva) di fatto dimostrino un numero tale, rispetto al più contradditorio numero di morti odierno (poco piu' di 200.000)
[modifica] 2006: La NATO nell'Afghanistan meridionale
Dal gennaio 2006, una forza internazionale di assistenza per la sicurezze (ISAF) della NATO iniziò a rimpiazzare truppe statunitensi nell'Afghanistan meridionale come parte dell'Operazione Enduring Freedom. La 16^ Brigata aerea britannica di assalto (in seguito rinforzata da Royal Marines) formava il cuore della forza nell'Afghanistan meridionale, insieme a truppe ed elicottei da Australia, Canada e Olanda. La forza iniziale era composta da circa 3.300 Britannici, 2.300 Canadesi, 1.400 Olandesi, 280 Danesi, 300 Australiani e 150 Estoni. Il supporto aereo era fornito da aerei ed elicotteri da combattimento statunitensi, britannici, olandesi, norvegesi e francesi.
Nel gennaio 2006, l'obiettivo della NATO nell'Afghanistan meridionale era di formare squadre di ricostruzione provinciale guidate dai Britannici nell'Helmand e l'Olanda e il Canada avrebbero dovuto guidare simili progetti rispettivamente nell'Oruzgan e nel Kandahar. Figure talebane locali si opposero alla forza in arrivo e promisero di resistere.
L'Afghanistan meridionale ha affrontato nel 2006 la più grande ondata di violenza nel paese dalla caduta del regime talebano causata dalle forze a guida statunitense nel 2001, in quanto le truppe NATO appena dispiegate hanno affrontato militanti ribelli. Le operazioni NATO sono state guidate da comandanti britannici, canadesi e olandesi. L'Operazione Avanzata Montana venne lanciata il 17 maggio 2006 con l'intento di sradicare le forze talebane. In luglio Forze canadesi lanciarono l'Operazione Medusa in un tentativo di liberare le aree dai Talebani una volta per tutte, supportati dalle forze statunitensi, britannici, olandesi e danesi. In seguito le operazioni NATO hanno incluso l'Operazione Furia Montana e l'Operazione Falcon Summit. La lotta per le forze NATO era intensa nella seconda metà del 2006. La Nato ha avuto successo nel conseguire vittorie tattiche sui Talebani e negò loro aree, ma i Talebani non erano ancora completamente sconfitti e la Nato ha dovuto continuare le operazioni nel 2007.
[modifica] 2007: Offensiva della Coalizione
Il 13 gennaio 2007 una forza britannica, guidata dai Royal Marines, lanciò un'operazione per attaccare un importante rocca talebana nella provincia meridionale dell'Helmand.[20] Dopo diverse ore di intensi combattimenti i Marines si raggrupparono e si scoprì che il caporale Matthew Fors del 45° Commando dei Royal Marines era scomparso. Fu lanciata una missione di recupero per ritrovare il caporale Ford usando quattro marines volontari legati alle ali di due elicotteri Apache. Gli elicotteri non potevano volare a più di 80 km/h per assicurare la salvezza dei passeggeri extra dall'urto delle pale rotanti. Gli Apache atterrarono sotto il fuoco; una volta dentro il campo, i 4 marines scesero e riuscirono a recuperare il corpo del Caporale Ford. Esso fu portato fuori nella stessa maniera in cui i marines erano stati portati dentro. Un terzo Apache volava sopra e assicurava fuoco di copertura. Nessuno dei soccorritori fu ferito nella missione di recupero. Si pensa che questa sia stata la prima volta che un Apache è stato utilizzato in una maniera del genere.
Nel gennaio e nel febbraio del 2007, i Royal Marines britannici portarono avanti l'Operazione Vulcano per eliminare i ribelli dalle postazioni di fuoco nel villaggio di Barikju, a nord di Kajaki. Nel marzo è stata lanciata l'operazione "Achille" in cui partecipano oltre a soldati americani e britannici, anche olandesi e canadesi. L'obiettivo dell'offensiva è quello di togliere la provincia di Helmand dalle mani dei Talebani. Il 13 maggio viene comunicata la morte del Mullah Dadullah, uno dei più importanti comandanti talebani, durante uno scontro fra Talebani e truppe afghane e della coalizione.
Nel dicembre del 2007 i Talebani lasciano la città di Musa Qala nelle mani dell'esercito regolare dopo alcuni giorni di assedio che causa anche vittime civili: fino ad allora era la città più importante controllata dai Talebani.
[modifica] Rischio di uno stato fallito
Nel novembre del 2006, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti avvertì che l'Afghanistan sarebbe potuto divenire uno stato fallito a causa della crescente violenza talebana, la crescita della produzione di droga illegale, e la fragile istituzione dello Stato. [21]Nel 2006, l'Afghanistan si classificò 10° nella classifica degli Stati falliti, da 11° nel 2005.[22] Dal 2005 al 2006, il numero di attacchi suicidi, attacchi di fuoco diretto, e ordigni esplosivi improvvisati sono tutti cresciuti.[23]. Documenti di intelligence declassificati mostrano come i rifugi di al-Qaeda, dei Talebani, di Haqqani Network e di Hezb-i-Islami sono cresciuti di quattro volte nell'ultimo anno in Afghanistan. La campagna in Afghanistan ha eliminato con successo i Talebani, ma ha avuto molto meno successo nel raggiungere l'obiettivo primario di assicurare che al-Qaeda non potesse più operare in Afghanistan. Questa teoria si è però indebolita negli ultimi mesi , poiché sia con l'uccisione di Benhazir Butto in Pakistan (attentato quasi disperato e senza la classica organizzazione suicida) e qualche attentato in nord Africa, Al Qaeda sembra perdere sempre più terreno sia nella propria regione d'origine, sia nelle cellule che nel 2001-2003 erano dislocate in Europa dove non si è più verificato nessun attentato. Ricordiamo come molto spesso (anche dopo la Seconda Guerra mondiale e la Guerra in Vietnam) le testate giornalistiche maggiori facessero stime assolutamente prive di fondamento in aree di guerra difficili da gestire se non con il tempo ed il taglio dei fondi all'organizzazione nemica (dimostratasi una delle armi migliori in quasi tutte le guerre)
[modifica] Reazioni internazionali
[modifica] Supporto internazionale
La prima ondata di attacchi fu condotta solo da forze americane e britanniche. Fin dal primo periodo d'invasione, queste forze furono incrementate da truppe e aerei da Australia, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Olanda, Nuova Zelanda e Norvegia fra le altre. Nel 2006 ci sono state circa 33.000 truppe in Afghanistan.
[modifica] La Forza Internazionale di Assistenza alla Sicurezza (ISAF)
| Per approfondire, vedi la voce International Security Assistance Force. |
L'International Security Assistance Force (ISAF) è una forza internazionale di stabilizzazione dell'Afghanistan autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 20 dicembre 2001. Al 5 ottobre 2006 l'ISAF contava un personale di circa 32.000 uomini da 34 nazioni. [1]
Il 31 luglio 2006, la Forza Internazionale di Assistenza per la Sicurezza guidata dalla NATO ha assunto il comando del sud del Paese, e il 5 ottobre 2006 anche dell'Afghanistan orientale.
[modifica] Sforzi diplomatici
Incontri di vari leader afghani furono organizzati dalle Nazioni Unite e si svolsero in Germania. Non partecipavano Talebani. Questi incontri produssero un governo ad interim e un accordo per permettere a una forza di peacekeeping delle Nazioni Unite di entrare nell'Afghanistan. Le risoluzioni ONU del 14 novembre 2001, includevano una "condanna dei Talebani per avere permesso che l'Afghanistan venisse usato come base per l'esportazione del terrorismo attraverso la rete al-Qaeda e altri gruppi terroristici e per aver garantito sicuro asilo a Osama bin Laden, al-Qaeda e altri loro associati, e in questo contesto supporto alla popolazione afghana per rimpiazzare il regime talebano".
La risoluzione ONU del 20 dicembre 2001, "Supporto agli sforzi internazionali per sradicare il terrorismo, in accordo con lo statuto delle Nazioni Unite e anche riaffermazione della sua risoluzione 1368 (2001) del 12 settembre 2001 e 1373 (2001) del 28 settembre 2001."
Le Nazioni Unite non solo condannano il regime talebano, ma assicurano che ancora oggi ci sia una missione di peacekeeping, sotto le Nazioni Uniti.
[modifica] Sforzi umanitari
Si ritiene che in Afghanistan ci siano 1 milione e mezzo di persone che soffrano per la fame impellente, mentre 7 milioni e mezzo soffrano come risultato della grave situazione del Paese - la combinazione di guerra civile, carestia legata alla siccità, e, in estensione, per l'oppressivo regime talebano e l'invasione a guida statunitense.
In Pakistan, le Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie private hanno iniziato a moltiplicarsi per il grande sforzo umanitario necessario in aggiunta ai già grandi sforzi per i rifugiati e per il cibo. Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite ha temporaneamente sospeso le attività in Afghanistan all'inizio dei bombardamenti. Gli sforzi, all'inizio (dicembre 2001), ripresero con una distribuzione giornaliera di 3.000 tonnellate. Si ritiene comunque che 30.000 tonnellate di cibo saranno necessario (dal gennaio 2002) per dare sufficiente aiuto alle folle impoverite.
La Focus Humanitarian Assistance (FOCUS), un'affiliata dell'Aga Khan Development Network (ADKN), continua a operare con attività di riabilitazione e aiuto, mantenendo le sue operazioni nonostante la crisi e la chiusura di varie frontiere afghane. Durante il 2001, procurò cibo e altre assistenze a più di 450.000 persone in Afghanistan, distribuendo 1.400 tonnellate di cibo a circa 50.000 persone vulnerabili per la fine del settembre 2001. Per l'ottobre del 2001 aveva distribuito più di 10.000 tonnellate di cibo in Badakhshan, con altre 4.000 tonnellate sulla sua strada per la distribuzione a persone vulnerabili nelle aree a grande altitudine della provincia. FOCUS aveva anche creato un programma agrario attraverso organizzazioni di villaggi erbosi nella provincia che loro ritenevano potesse produrre più di 30.000 tonnellate di cereali all'anno.[24]
Il 1 novembre, C-17 statunitensi volando a 10.000 m d'altezza lanciarono 1.000.000 di pacchi di cibo e medicine contrassegnati con una bandiera americana. Medici Senza Frontiere la definì un'operazione di propaganda trasparente e disse che usare medicinali sena consultazione medica è molto più probabilmente nocivo che benefico. Thomas Gonnet, capo delle operazioni di Azione Contro la Fame in Afghanistan disse che era un'"azione di marketing".
[modifica] Proteste, dimostrazioni e manifestazioni
Ci furono molte piccole proteste in varie città e campus universitari degli Stati Uniti e in altri Paesi nei primi giorni dopo l'inizio della campagna di bombardamento. Erano per lo più pacifiche, ma in Pakistan, precedentemente alleato dei Talebani, ci furono proteste maggiori e scioperi generali. Alcuni di essi furono soppressi dalla polizia con morti fra i manifestanti. Sia nelle nazioni islamiche che in quelle non islamiche, furono organizzate proteste e manifestazioni di varia grandezza contro l'attacco dell'Afghanistan. Molti manifestanti pensavano che l'attacco all'Afghanistan fosse un'aggressione ingiustificata. Alcuni ritenevano che avrebbe causato la morte di molti innocenti impedendo ai lavoratori umanitari di portare cibo nella nazione.
Inoltre, nel 2006, si affermò che l'FBI non avesse "alcuna prova certa" che collegasse bin Laden agli attacchi dell'11 settembre.
[modifica] Opinione pubblica
Nell'ottobre del 2001 sondaggi indicarono che circa l'88% degli Americani sosteneva la guerra in Afghanistan contro il 10% che disapprovava. Nel Regno Unito, il 65% sosteneva l'azione militare.
Nel dicembre 2006, il 61% degli Americani riteneva che gli Stati Uniti avessero preso la decisione giusta riguardo l'uso della forza militare, contro il 29% che si opponeva. [2]
Attualmente in Canada, l'opinione pubblica è piuttosto equamente divisa nella maggior parte del Paese e fortemente contraria in Quebec.
[modifica] Morti civili dell'invasione (2001-2002)
Stando a Marc W. Herold Dossier on Civilian Victims of United States' Aerial Bombing, almeno 3.700 e più probabilmente quasi 5.000 civili furono uccisi come risultato dei bombardamenti statunitensi. [3] Lo studio di Herold ha omesso quelli uccisi indirettamente, quando i raid aerei tagliarono gli accessi agli ospedali, al cibo o all'elettricità. Allo stesso modo non sono contati le vittime delle bombe in seguito morte per le ferite. Quando c'erano diverse cifre di morti per lo stesso episodio, nel 90% dei casi il Professor Herold ha scelto la cifra più bassa.
Alcune persone, comunque, contestano le stime di Herold. Joshua Muravchik dell'American Enterprise Institute e Carl Conetta del Progetto sulle Alternative per la Difesa mette in discussione il massiccio uso da parte di Herold della Stampa Islamica Afghana (portavoce ufficiale dei Talebani) e lamenta che i riscontri forniti loro fossero sospettabili. Conetta lamenta anche errori statistici nello studio di Herold[4] [5]. Lo studio di Conetta sostiene che le vittime civili siano fra le 1.000 e le 1.300[6]. Uno studio del Los Angeles Times sostiene il numero di morti collaterali fra le 1.067 e le 1.201.
[modifica] Massacro di Shinwar
Il 4 marzo 2007, almeno 12 civili furono uccisi e 33 rimasero feriti da Marines statunitensi nel distretto di Shinwar nella provincia di Nangrahar dell'Afghanistan.[25] Marines americani reagirono a un'imboscata esplosiva con eccessiva forza, colpendo con fuoco di mitragliatrici gruppi di passanti lungo 10 miglia della strada. [26] Fu richiesto che la 120^ unità di marine statunitensi responsabile per l'attacco lasciasse il Paese perché l'incidente danneggiava le relazioni dell'unità con la popolazione locale afghana.[27]
[modifica] Commercio di droga
Nel 2000, i Talebani, a causa della sovrapproduzione di droga dell'anno precedente, avevano imposto la proibizione della produzione di oppio, che portò a riduzioni del 90%.[28] Poco dopo l'invasione dell'Afghanistan a guida statunitense del 2001, comunque, la produzione dell'oppio s'incrementò notevolmente.[29] Nel 2005 l'Afghanistan aveva riconquistato la sua posizione di primo produttore mondiale di oppio e produceva il 90% dell'oppio mondiale, la maggior parte del quale è trasformato in eroina e venduto in Europa e Russia.[30] Mentre gli sforzi degli Stati Uniti e degli alleati di combattere il commercio di droga hanno fatto passi avanti, lo sforzo è ostacolato dal fatto che molti sospetti trafficanti di droga sono ora alti ufficiali del governo Karzai.[31] In effetti, recenti stime del Ufficio delle Nazioni Unite su Droghe e Crimine evidenziano che il 52% del PIL afghano, cioè 2,7 milioni di dollari all'anno, è generato dal commercio di droga.[32] La crescita della produzione è da collegare alla situazione della sicurezza in peggioramento, infatti la produzione è marcatamente inferiore nelle aree con sicurezza stabile.[33]
[modifica] Abusi contro i diritti umani
Stando a un reportage di una TV australiana, gli Stati Uniti applicarono una pressione psicologica per costringere i combattenti talebani a uscire allo scoperto. Il reportage sostenne che membri della 173d Brigata Aerotrasportata bruciarono corpi di Talebani per ragioni igieniche.
Un soldato per operazioni psicologiche, il sergente Jim Baker fu registrato mentre leggeva un messaggio ai Talebani: "Attenzione, Talebani, siete tutti dei cani codardi. Permettete che i vostri combattenti siano lasciati rivolti a ovest e bruciati. Siete troppo spaventati per recuperare i loro corpi. Questo prova semplicemente che voi siete le femminucce che abbiamo sempre pensato voi foste." Fu trasmesso anche un altro soldato mentre diceva cose come: "Voi attaccate e fuggite come le donne. Vi fate chiamare Talebani ma siete una disgrazia per la religione musulmana e portate vergogna sulla vostra famiglia. Venite e combattete come uomini invece che come i cani codardi che siete." Stando a un reportage del Japan Today, autorità statunitensi stanno indagando sull'incidente per determinare se le azioni delle truppe hanno violato la Convenzione di Ginevra
Il massacro di Dasht-i-Leili probabilmente capitò nel dicembre del 2001, quando un numero (discusso, fra i 250 e i 3.000) di prigionieri talebani furono fucilati o soffocati a morte in container di metallo di camion mentre venivano trasportate da soldati statunitensi e dell'Alleanza del Nord da Kunduz alla prigione di Sheberghan nell'Afghanistan settentrionale.[7] Queste affermazioni sono contestati dal giornalista Robert Young Pelton, che era presente all'ora dell'avvenimento. [8]
Esistono dichiarazioni che soldati della coalizione abbiano torturato prigionieri durante interrogatori; molte proteste si focalizzano sul campo di prigionia statunitense a Camp X-Ray nella Baia di Guantanamo, a Cuba.
Abdul Wali morì il 21 giugno 2003, in una base vicino Asadabad. Fu probabilmente colpito dall'ex-ranger e contractor della CIA David Passaro, che fu arrestato il 17 giugno 2004 per quattro accuse di assalto. Il processo è fissato per l'estate del 2006. [9]
Nel 2004, il gruppo per i diritti umani con sede negli Stati Uniti Human Rights Watch pubblicò un rapporto intitolato "Enduring Freedom - Abusi delle forze statunitensi in Afghanistan", contenente molte affermazioni di abusi da parte delle forze americane.
Nel febbraio 2005, l'American Civil Liberies Union pubblicò documenti che avevano ottenuto dall'esercito statunitense, che mostravano che, dopo lo scandalo di Abu Grahib, l'esercito in Afghanistan aveva distrutto fotografie che documentavano l'abuso sui prigionieri in loro custodia. Le fotografie erano state scattate nell'area del campo di fuoco Tycze, e intorno ai villaggi di Gujay e Sukhagen. Si affermò che le foto ritraessero soldati che posavano con detenuti bendati e incappucciati durante esecuzioni simulate.
Il 24 settembre del 2006, Craig Pyes del LA Times pubblicò i risultati di una investigazione insieme all'organizzazione non-profit Crimes of War Project, dichiarando che 10 membri dell'ODA 2021 del 1/20 Gruppo di Forze Speciali, aerotrasportate della Guardia Nazionale dell'Alabama durante gli ultimi mesi del loro turno all'inizio del 2003 in una base a Gardez avevano torturato un contadino e sparato a morte Jamal Naseer, una recluta 18enne dell'Esercito Nazionale Afghano. Questo fatto fu guidato dal Warrant Officer Ken Waller e dallo Staff Sergent Philip Abdow. Probabilmente loro guidarono possibili testimoni in caso di investigazione. [10] [11]
[modifica] Polemiche sulla tortura
Nel marzo del 2002, alti ufficiali della CIA autorizzarono dure tecniche di interrogatorio.[34] L'amministrazione Bush dichiarò, all'indomani degli attentati dell' 11 settembre che i membri di al-Qaeda catturati sul campo di battaglia non erano soggetti alla Convenzione di Ginevra.[35]
Le tecniche di interrogatorio includevano scuotere e schiaffeggiare, incatenare i prigionieri in posizione eretta, tenere il prigioniero in una cella fredda e bagnarli con acqua, e il waterboarding. Il waterboarding consisteva nel versare acqua sulla faccia di un detenuto finché non credesse di soffocare o annegare. Gli Stati Uniti operarono in una prigione segreta a Kabul dove queste tecniche erano utilizzate.[36]
Più di 100 importanti professori di legge statunitensi dichiararono inequivocabilmente che il waterboarding è tortura.[37] Il Senatore John McCain definì il waterboarding un'esecuzione simulata e una "tortura molto seria".[38] La CIA ha stabilito che non considera il waterboarding tortura.
[modifica] Voci correlate
- Invasione sovietica dell'Afghanistan
- Attentati dell'11 settembre 2001
- International Security Assistance Force
- Guerra in Iraq
- Linea Durand
[modifica] Note
- ^ http://www.icasualties.org/oef/
- ^ trascrizione dell'ultimatum sul sito della CNN
- ^ sito del Guardian
- ^ sito della CBS
- ^ sito di Justice, not Vengeance
- ^ "U.S. rejects Taliban offer to try bin Laden" articolo di CNN.com del 21 ottobre 2001
- ^ "Bush rejects Taliban offer to hand Bin Laden over" articolo di Guardian.co.uk del 14 ottobre 2001
- ^ "US planned attack on Taleban" articolo di BBC News del 18 settembre 2001
- ^ articolo su CNN.com del 7 ottobre 2001
- ^ Articolo su Australianpolitics.com del 7 ottobre 2001
- ^ sito della CNN
- ^ sito del New Yorker, articolo su MSNBC.com, e articolo su BBC.co.uk
- ^ "Operation Anaconda costs 8 U.S. lives", articolo di CNN.com del 4-3-2002
- ^ accessdate=2007-02-28 "Operation Anaconda entering second week", articolo di CNN.com del 8-3-2002
- ^ "U.S. remains on trail of bin Laden, Taliban leader", articolo di CNN.com del 14-3-2002
- ^ "Asia: Afghanistan: Taliban Leader Vows Return", articolo del New York Times del 13-11-2004
- ^ "Leaflet War Rages in Afghan Countryside" articolo dell'Associated Press del 14-2-2003
- ^ "Taliban regroups - on the road", articolo del Christian Science Monitor del 17-6-2003
- ^ "Taliban appears to be regrouped and well-funded", articolo del Christian Science Monitor del 8-5-2003
- ^ "Marines attempt daring Apache rescue during Afghanistan Operation (Video)", del Ministero britannico della Difesa, del 17-1-2007
- ^ "Afghanistan could return to being a 'failed State', warns Security Council mission chief"
- ^ "Sudan tops 'failed states index'"
- ^ "One War We Can Still Win
- ^ "Afghanistan Rehabilitation and Relief Accelerates Despite Heightened Tension", articolo dell'Aghe Khan Development Network del 5-10-2001
- ^ "Pentagon inquiry finds US Marine unit killed Afghan civilians"
- ^ Marines’ "Actions in Afghanistan Called Excessive"
- ^ "Marine Unit Is Told To Leave Afghanistan"
- ^ http://www.unodc.org/unodc/en/speech_2001-10-12_1.html
- ^ http://abcnews.go.com/International/story?id=79842&page=1
- ^ http://www.csmonitor.com/2005/0513/p01s04-wosc.html
- ^ http://www.csmonitor.com/2005/0513/p01s04-wosc.html
- ^ http://www.msnbc.msn.com/id/10663339/
- ^ http://www.unodc.org/unodc/en/press_release_2007_03_05.html
- ^ ABC News, Descritte le Dure Tecniche di Interrogatorio della CIA
- ^ Le Convenzioni di Ginevra
- ^ Gli Stati Uniti operarono in una segreta "Prigione Oscura" a Kabul
- ^ Lettera aperta al Procuratore Generale Alberto Gonzales
- ^ Il Terribile Rintocco della Tortura
[modifica] Bibliografia
- Maddalena Oliva, Fuori Fuoco. L'arte della guerra e il suo racconto, Bologna, Odoya, 2008 ISBN 978-88-628-8003-9.