Invasione mongola della Corasmia

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Invasione mongola della Corasmia
parte delle Invasioni mongole
Impero corasmio (1190-1220)
Impero corasmio (1190-1220)
Data 1218 - 1221
Luogo Asia centrale, Iran, Afghanistan e moderno Pakistan
Esito Completa vittoria mongola
Modifiche territoriali Corasmia inglobata nell'Impero mongolo
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
100.000 - 150.000 uomini,
80.000 - 100.000 arcieri a cavallo, con potenti macchine da assedio
400.000 - 450.000 uomini, sebbene non organizzati in eserciti; le guarnigioni solo nelle città e il bassissimo tasso di reclutamento impedirono la mobilitazione della maggior parte di essi.
Perdite
Sconosciute 150.000 soldati uccisi,
2,5 - 4 milioni di civili
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L'invasione mongola della Corasmia durò dal 1219 al 1221[1] e segnò l'inizio l'inizio della conquista mongola degli stati islamici. L'impero mongolo ebbe il suo culmine con la conquista di quasi tutta l'Eurasia, eccetto l'Europa occidentale, la Scandinavia, l'Impero bizantino, la penisola araba, il subcontinente indiano, il Giappone e parte del Sudest Asiatico.

Inizialmente non era intenzione dell'Impero mongolo di invadere l'Impero della Corasmia. Infatti, Gengis Khan inviò un messaggio all'imperatore della Corasmia, ʿAlāʾ al-Dīn Muhammad, indicandolo come suo pari: Tu governi il sole nascente, io il sole che tramonta. L'unificazione originaria dei mongoli di tutte "le persone nelle tende di feltro", prevedeva l'unione di tutte le tribù nomadi in Mongolia, quindi i Turchi e successivamente le altre popolazioni nomadi. Questo avvenne senza grandi spargimenti di sangue e con poche perdite materiali. Anche le invasioni della Cina, fino a quel punto, non avevano provocato più spargimenti di sangue delle invasioni precedenti.[2]

Durante l'invasione, la totale distruzione e la completa devastazione dell'Impero della Corasmia al popolo dei Mongoli è stata attribuita la fama di sanguinari e feroci guerrieri, che li avrebbe accompagnati nelle future campagne.[3] In questa guerra, durata meno di due anni, un enorme impero fu completamente distrutto e intere popolazioni vennero sterminate.

Origini del conflitto[modifica | modifica sorgente]

Dopo la sconfitta dei Kara-Khitan, l'Impero mongolo di Gengis Khan si trovò a confinare con l'Impero di Corasmia, governato dallo Shah ʿAlāʾ al-Dīn Muḥammad. In quel periodo lo Shah aveva preso dei territori sotto il suo controllo ed era impegnato in una disputa con il califfo di Baghdad. Lo Shah aveva rifiutato di fare l'omaggio obbligatorio al Califfo come leader dell'Islam, e aveva chiesto il riconoscimento come Sultano del suo impero, senza le solite tangenti o scuse.

Questo gli causò dei problemi sul confine a sud del paese. L'Impero mongolo entrò in scena in questo periodo.[4] Gli storici mongoli sono inflessibili nel dire che in quel periodo il Grande Khan non avesse intenzione di invadere la Corasmia, bensì avesse interessi commerciali e mirasse a un'eventuale alleanza.[5]

Lo Shah era molto sospettoso riguardo agli accordi commerciali voluti da Gengis Khan e i messaggi dell'ambasciatore inviato dallo Shah a Zhongdu in Cina, descrivevano la barbarie esagerata dei Mongoli quando assaltarono la città durante la guerra con la Dinastia Jīn.[6]

Di ulteriore interesse è che il califfo di Baghdad, al-Nāṣir, tentò di istigare una guerra tra i Mongoli e lo Shah, alcuni anni prima dell'effettiva invasione mongola. Questo tentativo di alleanza con Gengis fu fatto a causa della disputa tra al-Nāṣir e lo Shah, ma Gengis Khan non era interessato ad alleanze con regnanti che imponevano il loro potere supremo, che ne fossero o meno titolari. Questo segnò l'estinzione del Califfato ad opera del nipote di Khan, Hulegu. Al tempo, questo tentativo del califfo si tradusse nella pretesa dello Shah di essere dichiarato sultano della Corasmia, cosa che al-Nāṣir non aveva intenzione di concedere, come lo Shah rifiutò di riconoscere l'autorità del califfo. Comunque qualche studioso si è spinto a dire che Gengis rifiutasse il ricorso alla guerra con il Khwārezmshāh, dal momento che era impegnato in una guerra con la Dinastia Jīn e stava guadagnando molto con il commercio con l'Impero della Corasmia. Gengis spedì una carovana di 500 uomini per stabilire un legame commerciale ufficiale con la Corasmia. Comunque il governatore della città di Otrar, Inalčuq, arrestò i membri della carovana mongola, dichiarando che si trattava di una cospirazione contro la Corasmia. Comunque sembra improbabile che tutti i membri della carovana fossero spie, non è nemmeno probabile che Gengis provasse a provocare un conflitto con l'Impero della Corasmia, considerando che stava ancora combattendo con i Jin nel nord della Cina.[5]

Gengis Khan inviò un secondo gruppo di tre ambasciatori (un musulmano e due Mongoli) per incontrare lo Shah in persona e chiedere la liberazione della carovana imprigionata a Otrar e una punizione per il governatore che li aveva imprigionati senza ragione. Lo Shah rasò entrambi gli ambasciatori mongoli e decapitò il musulmano prima di rimandarli da Gengis Khan. Muhammad ordinò inoltre di uccidere tutti i membri della carovana. Questo fu visto come un grave affronto a Khan, che considerava gli ambasciatori sacri e inviolabili.[7] Questo spinse Khan ad attaccare la dinastia di Corasmia. I Mongoli attraversarono le montagne Tian Shan ed entrarono nell'impero dello Shah nel 1219.

Prima invasione[modifica | modifica sorgente]

Dopo aver ottenuto informazioni da molte fonti, in primo luogo dalle spie lungo la via della seta, Gengis Khan preparò in fretta l'esercito, che fu organizzato in modo diverso rispetto alle guerre precedenti.[8] Questi cambiamenti consistevano in unità di supporto alla sua temuta cavalleria, pesante e leggera. Ancora basandosi sui tradizionali vantaggi della sua cavalleria nomade, Gengis incorporò molti aspetti dell'arte bellica cinese, in particolare quelli dell'assedio. Il suo equipaggiamento per l'assedio comprendeva arieti, polvere da sparo, trabucchi, ed enormi archi da assedio in grado di tirare frecce di 20 piedi nell'area di assedio. Inoltre la rete di spie mongole era formidabile. I mongoli non attaccavano mai un avversario senza prima averne conosciuto accuratamente la forza militare ed economica e l'abilità a resistere. Per esempio, Subutei e Batu Khan spesero un anno di tempo per studiare l'Europa centrale, prima di distruggere gli eserciti di Ungheria e Polonia in due battaglie distinte, in due giorni.[9]

La grandezza dell'esercito messo in campo da Gengis è ancora da definire, il range prevede dai 90.000 ai 250.000 soldati e Gengis aveva portato con sé i suoi migliori generali. Inoltre si avvalse di molti stranieri, in particolare di origine cinese. Questi erano esperti nell'arte dell'assedio, nella costruzione di ponti, nella medicina e in varie altre attività.

Il minareto della Kukeldash Madrasa - eretta da ʿAbdullāh Khān (1557-1598) - a Samarcanda.

In questa invasione, Gengis Khan usò per la prima volta l'attacco indiretto che diventerà un segno distintivo delle sue future battaglie e delle campagne di suo figlio e di suo nipote. Khan divise i suoi eserciti e ne spedì una parte alla sola ricerca ed esecuzione dello Shah, in modo che il comandante di un Impero grande quanto quello mongolo, con un grande esercito, fosse costretto a scappare all'interno del suo stesso impero per avere in salvo la vita.[4] L'esercito mongolo diviso distrusse a fasi l'esercito dello Shah e cominciò la completa devastazione del paese. Questa devastazione avrebbe segnato molte delle conquiste future. L'esercito dello Shah, che contava su circa 400.000 uomini, fu diviso tra le maggiori città. Lo Shah era sicuro che il suo esercito, se organizzato in una sola unità sotto una sola guida, poteva essere convinto ad una rivolta contro di lui. Inoltre i messaggeri dello Shah dalla Cina indicavano i mongoli come inesperti nell'assedio e con grossi problemi nella costruzione di postazioni fortificate. Le decisioni dello Shah di suddividere le truppe si dimostreranno disastrose.

Sebbene stanchi dei viaggio, i Mongoli vinsero la loro prima battaglia contro l'esercito corasmio. Un esercito mongolo di 25.000/30.000 uomini, sotto il comando di Joči, attaccò l'esercito dello Shah nel sud della Corasmia e impedì alle forze dello Shah il tentativo di costringerli a rifugiarsi nelle montagne.[10] L'esercito principale dei Mongoli, comandato da Gengis Khan in persona, raggiunse la città di Otrar nell'autunno del 1219. Dopo un assedio di cinque mesi, l'esercito di Khan organizzò l'attacco alla maggior parte della città entrando da un cancello che non era controllato.[10] Passarono un altro paio di mesi prima che la città cadesse. Inalčuq combatté fino alla fine, si arroccò nella parte alta della cittadella e negli ultimi momenti di assedio buttò mattonelle ai mongoli che arrivavano. Gengis uccise molti degli abitanti schiavizzando i sopravvissuti. Uccise Inalčuq, probabilmente facendogli ingoiare oro o argento fuso come punizione per la cattura della carovana mongola.

Rovine del palazzo di Muhammad a Urgench.

Gli assedi di Bukhara, Samarcanda e Urgench[modifica | modifica sorgente]

Gengis mise il generale Jebe a capo di un piccolo esercito e lo mandò a sud, con l'intenzione di scoraggiare ogni intenzione dello Shah riguardo a quella parte dell'impero. Inoltre, Gengis e Tolui, a capo di un esercito di circa 50.000 uomini, fiancheggiarono Samarcanda e andarono verso ovest per mettere sotto assedio Bukhara. Per fare questo, attraversarono l'impossibile deserto di Kyzyl Kum, usando le varie oasi indicate dai nomadi catturati. I Mongoli arrivarono alle porte di Bukhara quasi senza essere visti. Molti tattici militari considerano l'attacco a sorpresa di Bukhara uno degli attacchi meglio riusciti nella storia della guerra.[11]

Bukhara non era molto fortificata, con un fossato e un muro singolo, e la cittadella tipica della Corasmia. La guarnigione di Bukhara era composta da soldati turchi e comandata da generali turchi, che tentarono di rompere l'assedio il terzo giorno. L'esercito, di circa 20.000 uomini, fu annientato in aperta battaglia. I governatori della città aprirono le porte ai mongoli, sebbene una piccola unità di turchi difesero la cittadella per altri 22 giorni. I sopravvissuti della cittadella furono giustiziati, gli artigiani furono mandati in Mongolia, i giovani che non avevano combattuto furono arruolati nell'esercito mongolo, mentre il resto della popolazione fu schiavizzato.

Durante il saccheggio della città venne appiccato un fuoco che ne rase al suolo la maggior parte.[10] Gengis Khan ordinò di riunire la popolazione nella moschea principale della città, dove dichiarò di essere "il flagello di Dio, mandato per punirli per i loro peccati", prima di ordinare la loro esecuzione.

Dopo la caduta di Bukhara, Gengis si diresse verso la capitale della Corasmia, Samarcanda, dove arrivò nel marzo 1220. Samarcanda aveva fortificazioni migliori e più di 100.000 uomini a difenderla. Quando Gengis cominciò l'assedio, i suoi figli Čaghatai e Ögödei si unirono a lui dopo la distruzione di Otrar e unirono le forze mongole per l'assalto della città. I mongoli attaccavano usando i prigionieri come scudi umani. Gli avversari ritentarono, Gengis riunì una guarnigione di 50.000 uomini fuori dalle fortificazioni di Samarcanda e li distrusse in aperta battaglia. Lo Shah Muhammad tentò di liberare la città due volte, ma fu respinto. Il quinto giorno, circa 2.000 soldati si arresero. I rimanenti, irriducibili sostenitori dello Shah, si chiusero nella cittadella. Dopo la caduta della fortezza, Gengis rinnegò ogni termine di resa e giustiziò ogni soldato che aveva osato prendere in mano un'arma contro di lui a Samarcanda. La popolazione fu evacuata e riunita in una pianura fuori dalla città, dove venne uccisa e venne costruita una piramide con le teste dei morti come simbolo della vittoria mongola.[12]

Durante il periodo della caduta di Samarcanda, Gengis Khan ordinò a Subedei e Jebe, due dei suoi migliori generali, di uccidere lo Shah. Lo Shah era fuggito a ovest con i suoi soldati più fedeli e il figlio, Jalāl al-Dīn, in una piccola isola nel Mar Caspio. Fu lì che nel dicembre del 1220 lo Shah morì. Molti studiosi attribuiscono la sua morte ad una polmonite, mentre altri citano l'improvviso shock per la perdita del suo impero.

Nel frattempo, la ricca città commerciale di Urgench era ancora nelle mani delle forze corasmie. In precedenza la madre dello Shah aveva governato la città, ma scappò quando scoprì che il figlio si era nascosto nel Mar Caspio. Fu catturata e mandata in Mongolia. Khumar Tegin, uno dei generali di Muhammad, si dichiarò Sultano di Urgench. Joči, che era stato in battaglia nel nord durante l'invasione, si avvicinò alla città da quella direzione, mentre Gengis, Ögödei, e Čaghatai attaccarono da sud.

L'assalto a Urgench si dimostrò la battaglia più dura per i mongoli. La città era costruita lungo il fiume Amu Darya, in un'area paludosa del delta. Il terreno non era adatto ad un assedio e non c'erano molte pietre per le catapulte. I mongoli attaccarono lo stesso e la città cadde solo dopo che i difensori furono combattuti blocco dopo blocco. Le perdite mongole erano più alte del normale, a causa della difficoltà di adattare le tattiche mongole al combattimento in città.

La presa di Urgench fu complicata anche dalle continue tensioni tra Khan e suo figlio maggiore, Joči, a cui era stata promessa la città in premio. La madre di Joči era la stessa dei suoi fratelli: la giovane moglie di Khan e in apparenza l'amore della sua vita, Börte. Solo i suoi figli erano considerati i figli e successori "ufficiali" di Khan, piuttosto che quelli avuti dalle altre 500 o quasi "mogli e consorti". C'era una polemica sul concepimento di Joči; nel primo periodo in cui Gengis Khan era al potere, Börte fu catturata e stuprata mentre era prigioniera. Joči nacque nove mesi dopo. Mentre Gengis Khan decise di riconoscerlo come figlio (in primo luogo per l'amore che provava per Börte), le questioni che riguardavano la paternità di Joči non smisero mai.[2]

Queste tensioni si fecero sentire quando Joči cominciò i negoziati con i difensori, provando a farli arrendere in modo da non danneggiare la città. Questo fece arrabbiare Čaghatai e Gengis risolse il litigio tra fratelli nominando Ögödei come comandante delle forze nella città dopo la caduta di Urgench. La rimozione di Joči dal comando e il saccheggio della città che gli era stato promesso, lo esasperarono e lo allontanarono dal padre e dai fratelli. Questo fu l'evento che diede l'impeto decisivo alle azioni future di un uomo che si vide scavalcato dal fratello minore, a dispetto delle sue note capacità militari.[4]

Come sempre gli artigiani vennero inviati in Mongolia, le donne giovani e i bambini furono donati ai soldati mongoli come schiavi, e il resto della popolazione fu massacrata. Lo studioso persiano Joveyni stabilì che 50.000 mongoli uccisero 24 persone ciascuno, il che significa che morirono 1,2 milioni di persone. Mentre questa sembra un'esagerazione, il saccheggio di Urgench è considerato uno dei più sanguinari massacri nella storia dell'umanità.

Questa è stata la completa distruzione della città di Gurjang, a Sud del lago d'Aral. Al momento della sua resa i mongoli ruppero le dighe e invasero la città, poi massacrarono i sopravvissuti.

La campagna di Khorasan[modifica | modifica sorgente]

Mentre i Mongoli si dirigevano a Urgenč, Gengis inviò il figlio minore Tolui, a capo di un esercito, verso l'ovest della Corasmia, nella provincia di Khorasan. Khorasan aveva già conosciuto la furia mongola. All'inizio della guerra, i generali Jebe e Subatai avevano viaggiato attraverso la provincia mentre cacciavano lo Shah fuggiasco. Comunque, la regione era ben lontana dall'essere soggiogata, molte grandi città erano libere dal governo mongolo, e la regione era ricca di ribelli verso le forze mongole presenti nella regione, a seguito delle voci che dicevano che il figlio dello Shah, Jalāl al-Dīn Mankubirnī stava radunando un esercito per scacciare i mongoli. L'esercito di Tolui consisteva in circa 50.000 uomini, che comprendevano un nocciolo di soldati mongoli (circa 7.000 secondo le stime[13]), con l'aggiunta di un gran numero di stranieri, come i turchi e i cinesi. L'esercito comprendeva anche "3.000 macchine in grado di lanciare frecce infuocate, 300 catapulte, 700 mangani per lanciare botti piene di nafta, 4.000 scale d'assalto e 2.500 sacchi di terra per riempire i fossati."[7] La prima città a cadere fu Termez quindi fu la volta di Balkh. La città più grande che cadde sotto l'esercito di Tolui fu Merv. Juwayni scrisse così di Merv: "Nella distesa di territorio essa eccelle tra le terre di Khorasan e l'uccello della pace e sicurezza vola tra i suoi confini. Il numero dei suoi uomini colti è maggiore del numero delle gocce di pioggia d'aprile e la sua terra compete con il paradiso."[13]

Il battaglione a Merv contava solo 12.000 uomini e la città era invasa dai fuggitivi del Khwarezm. Per sei giorni Tolui assediò la città, e durante il settimo giorno l'assaltò. Comunque, il battaglione respinse l'attacco e lanciò un contrattacco, ma fu rimandato in città. Il giorno successivo, il governatore della città si arrese a Tolui a patto che egli risparmiasse la vita dei cittadini. Non appena la città gli fu consegnata, Tolui ruppe il patto e macellò ogni persona che gli si era arresa, in un massacro che fu pari a quello di Urgenč. Dopo la sconfitta di Merv, Tolui si diresse verso ovest, attaccando le città di Nishapur e Herat.[14] Nishapur cadde in soli tre giorni; qui Tokuchar, un fratellastro di Gengis, fu ucciso in battaglia e Tolui uccise ogni cosa vivente nella città, compresi cani e gatti, con la presenza della vedova di Tokuchar.[13] Dopo la caduta di Nishapur, Herat si arrese senza combattere e fu risparmiata. Bamian nello Hindukush fu un altro teatro di carneficina, dove la rigida resistenza causò la morte di un nipote di Gengis. Dopo ci furono le città di Toos e Mashad. Dalla primavera del 1221, la provincia del Khorasan fu sotto il controllo mongolo. Lasciando le città in mano a fidati comandanti, Tolui tornò indietro per riunirsi al padre Gengis.

Invasione finale e conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Dopo la campagna in Khorasan, l'esercito dello Shah era distrutto. Jalāl al-Dīn, che prese il potere dopo la morte del padre, cominciò a riorganizzare le forze in Afghanistan, con quello che era rimasto dell'esercito del padre. Gengis inviò delle forze per distruggere il nascente esercito guidato da Jalal al-Din. Le due parti si scontrarono nella primavera del 1221 nella città di Parvan. La battaglia fu una tremenda sconfitta per l'esercito mongolo. Adirato, Gengis andò egli stesso a sud, e sconfisse Jalāl al-Dīn vicino al fiume indo. Jalāl al-Dīn, sconfitto, si rifugiò in India. Gengis passò un po' di tempo a sud per cercare il nuovo Shah, senza riuscirci. Gengis Khan tornò a nord, accontentandosi di lasciare lo Shah in India.

Dopo la distruzione dell'ultima resistenza, Gengis ritornò in Mongolia, lasciando il comando della zona a truppe fidate. La distruzione e l'assorbimento dell'Impero della Corasmia fu un segno di quello che sarebbe accaduto in seguito al mondo islamico e all'est Europa.[10] Il nuovo territorio si rivelò un'importante base di partenza per l'esercito mongolo sotto il regno di Ögedei, figlio di Khan, per invadere la Rus' di Kiev e la Polonia e le successive campagne verso l'Austria, il Mar Baltico e la Germania. Per il mondo islamico, la distruzione della Corasmia, lasciò Iraq, Asia Minore e Siria completamente aperte. Tutte e tre saranno soggiogate successivamente dai futuri Khan.

La guerra portò anche alla luce un importante problema di successione. Gengis non era giovane all'inizio della guerra e aveva quattro figli, ognuno dei quali era un forte guerriero con i suoi leali seguaci. Questa rivalità tra pari venne a galla durante l'assedio di Urgenč, Gengis designò Ögödei come suo successore, disponendo di fatto che i futuri Khan non dovevano essere necessariamente diretti discendenti del comandante precedente. A dispetto di questa decisione, i quattro figli sarebbero arrivati ad uccidersi tra loro per ottenere il potere e questo dimostrava l'instabilità dell'Impero creata da Gengis.

Jochi non perdonò mai suo padre e se ne andò a nord, non prendendo parte alle ulteriori guerre mongole e rifiutandosi di recarsi da suo padre quando era convocato.[2] Infatti, all'epoca della sua morte, il Khan stava considerando di marciare contro il suo figlio ribelle. L'amarezza che derivò da questa vicenda si trasmise ai suoi figli, e specialmente ai suoi nipoti, Batu Khan e Berke Khan (dell'Orda d'oro), che avrebbero conquistato la Rus' di Kiev e gli Stati russi, portando guerra aperta all'impero e causandone la caduta.[9] Quando i Mamelucchi d'Egitto riuscirono a infliggere una delle più pesanti sconfitte della storia ai Mongoli nella battaglia di Ain Jalut in 1260, Hulegu Khan, uno dei nipoti di Gengis Khan da parte di suo figlio Tolui, che aveva saccheggiato Baghdad nel 1258, fu incapace di vendicare quella sconfitta quando Berke Khan, suo cugino (che si era convertito all'Islam), lo attaccò nel Transcaucaso per aiutare la causa dell'Islam, e per la prima volta i Mongoli combatterono contro altri Mongoli. I semi di quella battaglia erano stati gettati proprio nella guerra con la Corasmia, quando i loro padri si erano disputati la supremazia.[10]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ The Islamic World to 1600: The Mongol Invasions (The Il-Khanate)
  2. ^ a b c Nicolle, David, The Mongol Warlords
  3. ^ Ibn Battuta's Trip: Part Three - Persia and Iraq (1326 - 1327)
  4. ^ a b c J. J. Saunders, The History of the Mongol Conquests
  5. ^ a b Hildinger, Eric, Warriors of the Steppe: A Military History of Central Asia, 500 B.C. to A.D. 1700
  6. ^ Soucek, Svatopluk, A History of Inner Asia
  7. ^ a b Michael Prawdin, The Mongol Empire.
  8. ^ Vedi anche "Tattica e organizzazione militare mongola".
  9. ^ a b Chambers, James. The Devil's Horsemen
  10. ^ a b c d e Morgan, David The Mongols
  11. ^ Greene, Robert "The 33 Strategies of War"
  12. ^ Central Asian world cities
  13. ^ a b c Stubbs, Kim. Facing the Wrath of Khan.
  14. ^ Mongol Conquests

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Amitai-Preiss, Reuven. The Mamluk-Ilkhanid War, Cambridge University Press, 1996. (ISBN 0-521-52290-0)
  • Chambers, James. The Devil's Horsemen: The Mongol Invasion of Europe, Atheneum, 1979. (ISBN 0-689-10942-3)
  • Greene, Robert. The 33 Strategies of War, New York: Viking Penguin, 2006.
  • Hildinger, Erik. Warriors of the Steppe: A Military History of Central Asia, 500 B.C. to A.D. 1700, Sarpedon Publishers, 1997. (ISBN 1-885119-43-7)
  • Morgan, David. The Mongols, 1986. (ISBN 0-631-17563-6)
  • Nicolle, David. The Mongol Warlords, Brockhampton Press, 1998.
  • Reagan, Geoffry. The Guinness Book of Decisive Battles, New York: Canopy Books, 1992.
  • Saunders, J.J. The History of the Mongol Conquests, Routledge & Kegan Paul Ltd, 1971. (ISBN 0-8122-1766-7)
  • Sicker, Martin. The Islamic World in Ascendancy: From the Arab Conquests to the Siege of Vienna, Praeger Publishers, 2000.
  • Soucek, Svatopluk. A History of Inner Asia, Cambridge, 2000.
  • Stubbs, Kim. Facing the Wrath of Khan.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]