Internato Militare Italiano

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Internati Militari Italiani in Germania 1943-45 (IMI)

Indice

[modifica] La fine dell’Asse

A seguito della resa senza condizioni dell’Italia dell’8 settembre 1943, circa seicentomila soldati dell’esercito italiano furono fatti prigionieri dai tedeschi su vari fronti. La cattura dei militari italiani, trasformatisi all’improvviso da alleati a traditori rivestiva una grande importanza strategica per i tedeschi che, a partire dal 1943, evidenziavano una notevole carenza di manodopera da impiegare nell’industria bellica in patria. I soldati italiani vennero così avviati al lavoro coatto nell’industria bellica (35,6%), nell’industria pesante (7,1%), nell’industria mineraria (28,5%), nell’edilizia (5,9%) e nel settore alimentare (14,3%). Dopo il disarmo, a soldati e ufficiali venne chiesto di decidere all’istante se continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania. Solo il 10 per cento accettò l’arruolamento. Gli altri vennero considerati “prigionieri di guerra”, in seguito cambiarono status divenendo “internati militari” ed infine dall’autunno del 1944, alla fine della guerra “lavoratori civili”.

[modifica] Condizioni di vita e di lavoro

Le condizioni di lavoro degli IMI erano durissime. L’orario settimanale nell’industria pesante era in media di 57,4 ore, nelle miniere di 52,1. Spesso si aggiungevano turni lavorativi domenicali. Le professionalità più richieste erano gli operai specializzati, gli elettricisti, gli artigiani e i meccanici. Il luogo di lavoro poteva distare dal campo di internamento dai due ai sei chilometri da percorrersi a piedi. A fronte di un pesantissimo impegno lavorativo non corrispondeva un’alimentazione adeguata. Il pasto consisteva in una zuppa acquosa contenente rape e talvolta altri ortaggi come carote o rape rosse. Ad esso si accompagnavano pochi grammi di pane spesso ammuffito. Nei giorni festivi vi erano delle integrazioni a base di margarina o zucchero. Dai racconti dei reduci si apprende che era prassi comune cercare bucce di patate e rape nelle immondizie, come cacciare piccoli animali come topi e lumache per sfamarsi. Gli internati ricevevano un salario spettante ai prigionieri di guerra sottoposti a lavoro coatto secondo le Convenzioni internazionali. Il potere d’acquisto era basso e limitato a procurarsi prodotti per l’igiene personale negli spacci interni oppure tabacco da usare come merce di scambio con le guardie. La vita quotidiana era scandita da numerosi controlli e ispezioni e frequenti erano le punizioni anche di carattere corporale con percosse che in alcuni casi provocavano lesioni mortali. Non infrequenti erano le punizioni collettive benché ufficialmente vietate come anche l’inasprimento delle condizioni lavorative o la riduzione del vitto. Gli alloggi consistevano in baracche prive di servizi igienici che ospitavano brande di due o tre piani. Ad ogni internato veniva assegnato un pagliericcio e due coperte corte. Anche l’abbigliamento era insufficiente, gli internati disponevano perlopiù della divisa con la quale erano stati catturati. Cosicché quelli che provenivano dal fronte greco o balcanico indossavano divise estive, inadatte all’inverno tedesco. La malattia era spesso una conseguenza delle dure condizioni di vita. Le patologie principali erano la tubercolosi, polmonite, pleurite e disturbi gastro-intestinali. In alcuni Lager scoppiarono anche epidemie di tifo.

[modifica] La fine della guerra

Con la fine della guerra ebbe termine l’odissea degli IMI che vennero rimpatriati dagli eserciti liberatori. Il rientro avvenne su treni merci sovraccarichi. Non pochi furono gli incidenti mortali a causa del sovraffollamento. Non si conosce con esattezza il numero degli IMI deceduti durante la prigionia. Gli studi in proposito stimano una cifra intorno ai 30.000 morti.

[modifica] Bibliografia

Hammermann G. Gli Internati militari in Germania Il Mulino 2004

Bartolini A. Storia della resistenza italiana all'estero, Padova 1965

Ricordi personali dell'ex internato Celestino Buffa

[modifica] Collegamenti esterni

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