Indoeuropeo

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Indoeuropeo è un termine impiegato in linguistica comparativa per indicare:

  • se usato come sostantivo, la protolingua preistorica ricostruita, da cui si ritiene abbia avuto origine la maggior parte delle lingue antiche e moderne diffusesi in gran parte dell'Europa, dell'Iran, dell'India e in alcune regioni dell'Anatolia, dell'Asia centrale, fino ai confini della Cina occidentale -la nozione di indoeuropeo deriva appunto dalla fusione dei nomi delle due regioni estreme dell'area considerata, cioè l'Europa e l'India;
  • se usato come aggettivo, il gruppo linguistico o famiglia che tutte queste lingue comprende.

L'insieme di tribù che parlavano questa protolingua viene indicato complessivamente col nome di Indoeuropei.

Con il più raro termine Indoeuropa si intendono di volta in volta:

  • l'area dell'Eurasia interessata nell'età antica dalla diffusione delle lingue indoeuropee;
  • il panorama linguistico complessivo delle lingue indoeuropee per come sono venute differenziandosi l'una dall'altra nello spazio e nel tempo.

Nella linguistica tedesca viene usato di preferenza il termine Indogermanisch (e indogermanische Sprache), indogermanico ("lingua indogermanica"), creato sempre a partire dalla fusione dei nomi delle due regioni (l'India e la Germania) agli estremi dell'area geografica occupata anticamente dalla famiglia linguistica indoeuropea.

Al posto del termine "indoeuropeo" molti studiosi oggi preferiscono servirsi del tecnicismo proto-indoeuropeo per indicare la proto-lingua ricostruita, definendo invece indoeuropee semplicemente le lingue storicamente attestate, che ne derivano.

Altri, tuttavia, indicano con proto-indoeuropeo (calco sul tedesco Urindogermanisch) la fase più arcaica dell'evoluzione della proto-lingua, a cui si arriva per ricostruzione interna, distinguendola dall'indoeuropeo tardo (calco sul tedesco Spätindogermanisch), ricostruito comparando le fonti più arcaiche delle antiche lingue indoeuropee.

Indice

[modifica] Prima evoluzione degli studi comparativistici

Sir Willams Jones
Friederich Schlegel
Franz Bopp

Il primo riscontro di una sistematica somiglianza strutturale fra alcune delle lingue che poi si sarebbero chiamate indoeuropee fu un caso di serendipità e diede inizio alla linguistica comparativa come scienza intesa nel senso moderno.

Fu la conquista dell'India da parte dell'Impero britannico a determinare l'incontro di culture destinato ad evidenziare le forti analogie esistenti fra le grammatiche e i lessici delle antiche lingue europee (in particolare le due lingue classiche, il greco e il latino) e delle due più antiche lingue documentate dell'India, il Vedico e la sua più tarda evoluzione, il Sanscrito. Nel 1786, l'alto magistrato del Bengala, Sir William Jones (1746-1794), tenne infatti una conferenza in cui avanzava l'ipotesi che il latino, il greco, il celtico, il gotico e il sanscrito stesso scaturissero «da una fonte comune che forse non esiste nemmeno più»: nacque così la teoria di una lingua madre ancestrale (o protolingua) alla base di tutte le parlate affini diffuse in India e in Europa. La scoperta imprevista di tali similarità linguistiche permise di intuire per la prima volta che le lingue mutano nel tempo e nello spazio, seguendo regolari leggi di sviluppo fonetico, morfologico e sintattico, leggi che potevano essere ricostruite in base alla documentazione in nostro possesso, a partire dagli stadi più arcaici delle lingue oggetto di studio

Nonostante la sua ingegnosità precorritrice, l'ipotesi di Jones cadde però nell'oblio e l'idea fu riproposta da Friedrich Schlegel (1772-1829), nel suo libro Über die Sprache und Weisheit der Indier ("Sulla lingua e la saggezza degli Indiani"), nel quale per la prima volta si parla di grammatica comparativa (vergleichende Grammatik).

Con Franz Bopp (1791-1867) e il suo storico Konjugationssystem ("Sistema delle coniugazioni"), si giunse infine a una vera e propria formulazione dei principi concreti e sistematici dell' analisi linguistico-comparativa, e all'ingresso del programma enunciato da Jones e Schlegel nell'ambito della linguistica scientifica propriamente detta. Cominciava così la grande stagione dei linguisti di orientamento neogrammatico. Gli studi dei linguisti neogrammatici fornirono basi certe all'assunto dall'esistenza della protolingua. A partire dai dati linguistici, si giunse poi a formulare ipotesi relative e alla cultura comune delle antiche tribù di lingua indoeuropea alla loro patria originaria o Urheimat.

Per approfondire, vedi la voce Linguistica comparativa.

[modifica] Protolingua e protocultura

Lo studio dell'indoeuropeo come protolingua ha permesso agli studiosi di collocare nel tempo e nello spazio l'ipotetica protocultura comune alle varie tribù che parlavano dialetti indoeuropei. Allo stadio attuale degli studi la maggior parte degli indoeuropeisti, sulla scorta delle indagini archeologiche di Maria Gimbutas, tende a porre l'Urheimat, o sede originaria, degli indoeuropei, nella zona compresa fra i monti Urali e il Mar Nero, e a indicare nella prima età del bronzo (5000 a.C.) il momento della preistoria dell'Eurasia in cui si definisce l'identità originaria degli Indoeuropei, la cui civiltà è per lo più identificata con la cultura dei Kurgan, le grandi sepolture a tumulo diffuse fra il basso Danubio e le pendici del Caucaso. Secondo questa teoria, tendenzialmente maggioritaria, gli indoeuropei si sarebbero poi diffusi in varie ondate, con migrazioni semi-violente o vere e proprie invasioni, sovrapponendosi alle più antiche società neolitiche grazie a due innovazioni tecnologiche: le armi di bronzo, la ruota a raggi e la domesticazione del cavallo.

Teorie alternative rintracciano il punto di irradiazione degli indoeuropei in altre zone:

  • L'archeologo britannico Colin Renfrew individua l'Urheimat in Anatolia, e fa coincidere l'espansione indoeuropea con la diffusione dell'agricoltura nel neolitico, a partire dall'8000 a.C.; nonostante l'ingegnosità dell'approccio, agli occhi della comunità scientifica il punto di vista di Renfrew non riesce però a spiegare coerentemente la presenza degli indoeuropei in India;
  • Il linguista italiano Mario Alinei ipotizza che gli indoeuropei fossero presenti nelle loro sedi già alla fine del paleolitico superiore (teoria della continuità), associandone la diffusione all'arrivo di Homo sapiens in Europa circa 30.000 anni fa; Alinei si spinge a ricondurre al paleolitico fin troppi aspetti dell'attuale situazione geolinguistica europea: agli occhi degli studiosi tale approccio, nonostante alcuni affascinanti spunti teorici, non appare perciò fondato su prove certe e complica inutilmente il quadro linguistico dell'Europa occidentale, che si spiega molto meglio in virtù di eventi storici assai più recenti e ben documentati;

Oltre al tentativo di indentificare la Urheimat, gli archeologi e i linguisti (fra cui spiccano, in Italia, Enrico Campanile, Paolo Ramat e Anna Giacalone Ramat) hanno cercato di ricostruire, per quanto possibile, i tratti comuni alla civiltà indoeuropea. Il lessico della protolingua e le somiglianze antropologiche delle varie tribù, permettono di individuare con sufficiente sicurezza alcuni aspetti originari comuni:

  • la protolingua riflette una cultura della prima età del bronzo (tardo-eneolitica e proto-calcolitica), dato che le uniche sostanze metalliche note ai primi indoeuropei sembrano essere state il rame e la sua lega con lo stagno, entrambe indicate dalla radice alla base della parola latina aes, "bronzo", appunto;
  • dal punto di vista dell'organizzazione della famiglia, gli indoeuropei sembrano essere caratterizzati da un forte patriarcato virilocale; marcate convergenze etnologiche e mitografiche fra popolazioni indoeuropee di età storica e l'usanza di seppellire nei Kurgan, con il principe morto, le sue mogli e concubine, induce gli antropologi a pensare che fra gli indoeuropei si praticasse il sacrificio della vedova; un altro segno della condizione di inferiorità sociale subita dalla donna è fornito dal fatto che nella società schiavistica delle tribù indoeuropee la schiavitù sembra essere stata in origine prettamente femminile;
  • la struttura sociale indoeuropea sembra essere trifunzionale, articolata cioè in sacerdoti, guerrieri e produttori; tale tripartizione di funzioni venne ipotizzata, per gli indoeuropei, da George Dumézil; essa appare tipica di ogni società che mostri qualche primitiva forma di specializzazione;
  • alla testa della tribù indoeuropea è in genere un *regs, un re con funzioni sacrali, che può essere affiancato da un capo militare o può coincidere con esso; figure di capi-clan sottoposti al *regs sono il *wikpotis (signore del *woikos o clan tribale) e il *demspotis (signore della casa, o paterfamilias);
  • un ruolo a parte, nella società indoeuropea, aveva il poeta, cantore orale che come artefice della parola appare dotato altresì di poteri magici ed evocativi, sciamanici;
  • la religione degli indoeuropei rifletteva la loro società: era infatti dominata da figure di divinità maschili associate ai fenomeni celesti, per quanto non manchino del tutto le dee; una figura divina comune ricostruita con abbastanza sicurezza è *Dyeus, il sacerdotale dio Cielo; a *Dyeus si affiancava probabilmente, come moglie, una Madre Terra (*Dhghōm maH2tēr), un guerriero dio delle tempeste *Perkwunos, e infine un pacifico dio organizzatore delle attività produttive del popolo, *H2aryomen; altre figure divine, accanto a queste, sono: il dio delle acque *Neptonos, la dea puledra *"H1ekwonaH2" la dea delle acque profonde *Danu-, i due gemelli celesti "Figli di *Dyeus", la loro sorella e sposa, la "Figlia del Sole", la dea *H2ausos (l'Aurora), il dio della luna *Menot e infine la dea infera *Kelu-;
  • si è tentato di ricostruire alcune pratiche di culto ancestrali, con qualche risultato attendibile: sicuramente il cavallo, animale centrale nell'economia e nella guerra indoeuropea, era al centro di pratiche religiose e sacrifici. Usanze e miti persistenti, comuni a regioni dell'Indoeuropa molto lontane nel tempo e nello spazio, come l'Irlanda medievale e l'Arcadia, fanno pensare che l'elezione del re sacro culminasse con l'accoppiamento del prescelto con una cavalla rappresentante una dea locale; ruoli importanti, come totem, avevano anche il gallo, l'aquila, il toro;
  • la convergenza fra la poesia epica dei Greci, dei Celti e degli Indo-arii permette di individuare alcuni temi e valori comuni, e in particolare: 1) il motivo della "nobile gloria" e della "gloria immortale", come molla per il compimento di imprese eroiche; 2) la presenza di miti originari come il duello fra il dio delle tempeste *Perkwunos e un mostruoso drago, o il rapimento della bella Figlia del Sole, che viene liberata e riscattata dai suoi due fratelli e sposi, i "Figli di *Dyeus" -studii completi e approfonditi della religiosità e dei miti degli indoeuropei, nonché della loro struttura narrativa sono stati recentemente messi a punto da Calvert Watkins e Martin Litchfield West.
Per approfondire, vedi la voce indoeuropei.

[modifica] La grammatica ricostruita dell'Indoeuropeo

Con il confronto tra le lingue di attestazione più antica e, in mancanza di queste, tra le lingue moderne, si giunge a ricostruire l'ipotetica lingua da cui esse sarebbero derivate. Di questa lingua si ricostruisce ovviamente tutta la grammatica, comprendente un sistema fonologico, morfologico, sintattico, lessicale ecc.

[modifica] Fonologia

Tenendo conto dell'attuale dibattito scientifico fra i linguisti, si ricostruisce oggi per l'indoeuropeo una sistema fonologico così articolato:

  • vocali brevi: *a *e *o (?) *i *u
  • vocali lunghe: *ā *ē *ō *ī (?) (?)
  • dittonghi: *au *eu *ou *ai *ei *oi
  • semivocali: *y *w
  • nasali e liquide: *m *n *l *r (queste ultime possono assumere valore sillabico, assumendo l'articolazione di sonanti)
  • consonanti fricative dentali: *s (con l'allofono sonoro *z)
  • consonanti fricative laringali: *H1 (fricativa laringale sorda /h/) *H2 (fricativa velare sorda /x/) *H3 (fricativa labiovelare con articolazione sonora)
  • consonanti occlusive bilabiali: *p *b *bh
  • consonanti occlusive alveolari: *t *d *dh
  • consonanti occlusive velari: *k *g *gh
  • consonanti occlusive palatali: *ḱ *ğ *ğh
  • consonanti occlusive labio-velari: *kw *gw *gwh, ngwh.

Il sistema fonologico ricostruito appare però squilibrato per varie ragioni.

Si notano infatti, fra gli altri problemi:

  • la relativa rarità di *a originaria;
  • lo statuto poco chiaro delle vocali lunghe, che alcuni indoeuropeisti riducono universalmente a risultanti di incontri di vocale + laringale o a fenomeni di contrazione e allungamento di compenso;
  • la rarità di *b
  • la difficoltà tipologica di un sistema di occlusive in cui sono presenti triplette di consonanti costituite da sonora, sorda, sonora aspirata, essendo deboli le attestazioni pan-indoeuropee delle sorde aspirate *ph *th *kh *ḱh *kwh, la cui presenza è peraltro ancora oggi sostenuta da Oswald Szémerenyi.

La questione della rarità di *a ha indotto il linguista spagnolo Josè Villar, sulla scorta delle proposte teoriche di Francisco Rodríguez Adrados a postulare per l'indoeuropeo più arcaico un sistema a quattro vocali (*a *e *i *u), con un'articolazione arrotondata della *a e un'articolazione medio-bassa della *e; nonostante l'eleganza formale e tipologica di tale soluzione, resta tuttavia assodato che un sistema a cinque vocali, con *a *e *o distinte, doveva essere già ampiamente affermato nel tardo indoeuropeo comune, visto che l'opposizione fra *e ed *o risulta sistematicamente funzionale in ambito morfologico. Lo stesso dicasi per la questione delle vocali lunghe, che in tutte le lingue indoeuropee sembrano funzionali ad operare distinzioni morfologiche fondamentali. Appare dunque probabile che l'indoeuropeo comune avesse effettivamente, sin da epoche abbastanza remote, un sistema a cinque vocali brevi e cinque vocali lunghe; tuttavia, nel corso della sua evoluzione interna, la distribuzione originaria dei suoni vocalici è stata alterata da fenomeni fonetici dalle dinamiche non sempre chiare.

Più spinosi interrogativi sorgono dall'anomalia tipologica del sistema di occlusive. Una risposta possibile è fornita dalle proposte del linguista americano Paul J. Hopper e dai linguisti sovietici Thomas V. Gamkrelidze e Vjacheslav V. Ivanov, secondo cui le consonanti indoeuropee che tradizionalmente si ricostruiscono come sonore avevano in origine una articolazione glottidale (rara per le consonanti labiali, il che spiegherebbe fra l'altro la rarità di *b), mentre le consonanti sonore aspirate andrebbero concepite come semplici sonore; l'articolazione aspirata delle sorde e delle sonore sarebbe stata allofonica. Questo è il nucleo della teoria glottidale, che sta riscuotendo un certo successo fra gli studiosi, non senza però suscitare forti resistenze.

Agli occhi di una parte cospicua dei linguisti la teoria glottidale, pur nella sua semplicità ed eleganza, sembra infatti causare più problemi di quanti non ne risolva. Una soluzione più economica, altrettanto elegante e plausibile, viene appoggiata fra gli altri, in Italia, dal già ricordato E. Campanile, e prevede che l'indoeuropeo avesse effettivamente triplette di consonanti occlusive quali quelle che emergono dalla ricostruzione tradizionale; una simile situazione, per quanto rara, è comunque attestata: se ne ha un esempio nel kelabit, una lingua austronesiana del Borneo. Tuttavia, come nel kelabit, le consonanti sonore aspirate come *bh venivano concretamente realizzate come occlusive sonore con soluzione sorda aspirata (in pratica, come una consonante sonora seguita da fricativa laringale sorda).

Nella presente voce si è deciso di seguire la ricostruzione tradizionale, che al momento sembra rendere conto della maggior parte dei fenomeni.

Per approfondire, vedi la voce Fonologia dell'Indoeuropeo.

[modifica] Prosodia e accento dell'indoeuropeo

Il panorama delle forme di accento delle antiche lingue indoeuropee è assai vario.

Alcune sottofamiglie indoeuropee, come le lingue celtiche, le lingue italiche (tranne il latino a partire dal V-IV secolo a.C.), le lingue germaniche, mostrano un accento fisso demarcativo, dinamico o espiratorio (percepito cioè dai parlanti come uno sforzo espiratorio più pronunciato nell'articolare la sillaba accentata).

Altre lingue, come il latino classico o il sanscrito, mostrano un accento di carattere prevalentemente musicale (percepito cioè come elevazione di tono della voce in corrispondenza della sillaba accentata.

Il vedico (fase arcaica del sanscrito), il greco antico e il lituano mostrano un accento di mora a tre toni (un tono ascendente, o acuto -in ved. udhatta-, un tono discendente o circonflesso -in ved. anudattha-, un tono grave).

Una larga maggioranza di linguisti tende ad ammettere che l'accento indoeuropeo fosse prevalentemente musicale, piuttosto che espiratorio; la convergenza fra tre lingue come il greco, il vedico e il lituano, poste ai lati estremi dell'Indoeuropa, induce alcuni studiosi a pensare che il tardo indoeuropeo comune fosse esso stesso caratterizzato da un sistema tritonale, rispetto a cui gli accenti musicali del latino e del sanscrito, così come gli accenti espiratori del celtico e del germanico, si pongono come innovazioni.

Per approfondire, vedi la voce Prosodia dell'Indoeuropeo.

[modifica] Morfo-fonologia

Alcuni fenomeni fonetici di interesse morfologico (morfo-fonologici) accomunano tutte le lingue indoeuropee:

  • Le radici delle lingue indoeuropee sono generalmente monosillabiche;
  • i morfemi sono costituiti in base a una legge di sonorità crescente, per cui la sonorità dei fonemi che li compongono cresce man mano che si avvicina al nucleo sillabico; per un meccanismo di eufonia, i fonemi consonantici occlusivi si radunano intorno al nucleo vocalico della radice a partire dal punto di articolazione più esterno (ad es. la consonante occlusiva labiale precede la dentale e non viceversa: è perciò possibile *pter ma non *tper); per la stessa ragione è raro incontrare radici in cui una occlusiva dentale precede una velare (uno dei pochi esempi è *dhghom-, terra);
  • l'indoeuropeo evita la costituzione di radici che si aprono e si chiudono con consonanti occlusive sonore (è possibile *teg ma non *deg);
  • presenza di non meglio definiti "determinativi radicali": alcune radici mostrano doppia forma, con una *s- iniziale oscillante (la rad. teg- "coprire", è attestata anche come *s-teg-);
  • le radici indoeuropee mutano vocale in base alla loro funzione morfologica (apofonia): così, a seconda del tempo verbale che va a formare, la rad. *-leikw-, "lasciare", presenta un grado pieno *-loikw- e un grado zero *-likw-;
  • diffusi sono i fenomeni di assimilazione consonantica, in base ai quali due consonanti contigue tendono ad assumere un punto di articolazione simile o identico;


Per approfondire, vedi la voce Morfo-fonologia dell'Indoeuropeo.

[modifica] Morfologia

Dal punto di vista tipologico, l'indoeuropeo tardo ricostruito è una lingua flessiva o fusiva, con un alto grado di sinteticità (come il vedico, il greco, il latino, il tedesco, il russo). Ciò vuol dire che nella protolingua più funzioni morfologiche si addensano nello stesso morfema. Indizi derivanti dalla ricostruzione interna inducono tuttavia i linguisti a ipotizzare che in una fase molto remota della sua storia, l'indoeuropeo avesse una struttura di lingua agglutinante (con ogni morfema usato a indicare una e una sola funzione morfologica, come accade oggi in turco o in finlandese) o di lingua polisintetica (con fusione di più elementi morfosintattici eterogenei all'interno della stessa parola, come accade nelle lingue degli Eschimesi).

La comparazione sistematica delle morfologie delle antiche lingue indoeuropee permette ai linguisti di ricostituire in maniera abbastanza attendibile l'identikit della flessione del nome, dell' aggettivo, del pronome e del verbo indoeuropei.

[modifica] Parti variabili e invariabili del discorso

Le parti del discorso ricostruibili per l'indoeuropeo non coincidono in tutto e per tutto con la situazione delle lingue figlie:

  • per quanto attiene alle parti variabili del discorso, si distinguono nella protolingua una morfologia del nome, dell'aggettivo, del pronome, del verbo, ma manca completamente ogni traccia di articolo: frutto di innovazioni più tarde sono infatti gli articoli del greco, di alcune lingue slave antiche, delle lingue germaniche moderne e delle lingue neolatine;
  • quanto alle parti invariabili, l'indoeuropeo non ha una vera e propria preposizione ma piuttosto si affida all'uso dei casi del nome, e all'impiego della posposizione (posposizioni ricostruite sono ad es. *em e bhi, "a, in direzione di", nonché *ed, "da"); le particelle che nelle lingue figlie appaiono usate come preposizioni proprie, in indoeuropeo rivestono il ruolo di avverbi di luogo e di tempo, o di posposizioni improprie (è il caso di *per-i "per, intorno", o *eks, ", fuori da, da"); quanto agli avverbi di modo e alle congiunzioni, la situazione della protolingua non è sempre ricostruibile in modo univoco, dato che l'indoeuropeo sembra essere ricorso diffusamente all'uso avverbiale dei casi accusativo, ablativo, locativo, strumentale di nomi, aggettivi e pronomi.

[modifica] Morfologia nominale

La morfologia del nome e dell'aggettivo, nelle lingue indoeuropee, mostra una flessione sistematica secondo la nozione del caso grammaticale e del numero, e una flessione semi-sistematica secondo il genere. Al di là di questo tratto comune, le antiche lingue indoeuropee mostrano un ampio ventaglio di varianti: dai dieci casi del Tocario, ai cinque casi del greco. I dati linguistici sembrano comprovare che lingue con un minor numero di casi ne avevano di più in fasi precedenti della loro evoluzione (ad es. il dialetto miceneo, variante di greco della tarda età del bronzo, di casi ne ha sei). D'altro canto i dieci casi del Tocario, e i nove dell'antico Ittita sembrano essere il risultato di influssi di vicine lingue non indoeuropee (pressioni di adstrato). Si ritiene per lo più che la situazione originaria si sia conservata nelle lingue indo-arie, e si suppone che come queste ultime, la protolingua avesse otto casi:

  • il vocativo: caso del complemento di vocazione;
  • il genitivo: caso del complemento di specificazione
  • l'ablativo: caso dei complementi di moto da luogo, origine, provenienza, separazione
  • il dativo: caso dei complementi di termine e vantaggio
  • lo strumentale-sociativo: caso dei complementi di mezzo, strumento, causa efficiente, compagnia, unione;
  • il locativo: caso indicante lo stato in luogo.

L'indoeuropeo conosceva tre generi: il maschile e il femminile e il neutro (quest'ultimo indicante la categoria dell'inanimato); si ricostruiscono, anche se oggi più problematicamente che in passato, tre numeri: il singolare, il plurale e il duale (quest'ultimo per indicare le coppie di enti animati e inanimati). Non è implausibile che nell'indoeuropeo i casi fossero ben distinti solo al singolare, o in altre parole, che essi mancassero del tutto di determinazione quanto al numero.

La declinazione nominale e aggettivale conosceva, nelle lingue indoeuropee, due varianti:

  • una flessione tematica, caratterizzata dal fatto che le desinenze dei casi si impiantano su una originaria vocale tematica *-e-, che nella flessione appare come *-o- nei maschili e nei neutri e come -a- nei femminili, per le pressioni del contesto fonetico;
  • una flessione atematica, propria dei temi in consonante, in *-i- (salvo alcuni femminili in *-iH2), in *-u- e in dittongo.

Qui di séguito forniremo in tabella le sole desinenze generali:

Singolare
Nominativo
  • *-s (maschili tematici e atematici; femminili atematici)
  • *-H2 (femminili tematici in *-aH2 e *-iH2);
  • neutri atematici: nessuna desinenza;
  • neutri tematici *-m
Vocativo nessuna desinenza (il vocativo ha il tema o la radice puri)
Accusativo *-m (che si sonantizza dopo consonante)
Genitivo
  • forme atematiche: *-es, *-os, *-s; *
  • forme tematiche *-osyo, *-esyo
Ablativo
  • forme atematiche *-es, *-os, *-s;
  • forme tematiche -*ōd nei temi in *-o-
Dativo *-ei (nei nomi di declinazione tematica si contrae con la vocale tematica)
Strumentale *-e (nei temi di declinazione tematica si contrae con la vocale tematica)
Locativo *-i

Per lo strumentale singolare sono attestati altri allomorfi, verosimilmente varianti diacoriche: in particolare, -*bhi (cfr. greco omerico îphi "con forza", derivante da un miceneo wî-phi), e *-mi (in genere le desinenze di strumentale, dativo e ablativo con elemento *-m- prendono il sopravvento su quelle con elemento *-bh- nelle aree baltica, slava e germanica).

Duale
Nominativo *-e (maschile e femminile), *-i per il neutro
Vocativo *-e (maschile e femminile), *-i per il neutro
Accusativo *-e (maschile e femminile), *-i per il neutro
Genitivo *-ous(?)
Ablativo *-bhyoH3 (variante diacorica: -*moH3)
Dativo *-bhyoH3; (variante diacorica: -*moH3)
Strumentale *-bhyoH3 (variante diacorica: -*moH3)
Locativo *-ou
Plurale
Nominativo
  • *-es (maschile e femminile);
  • *-H2 (nel neutro: nei neutri tematici dà invece luogo ad -eH2> aH2)
Vocativo
  • *-es (maschile e femminile);
  • *-H2 (nel neutro: nei neutri tematici dà invece luogo ad -eH2> aH2)
Accusativo maschile e femminile *-ns (con sonantizzazione dopo consonante finale di radice); *-H2 (nel neutro: nei neutri tematici dà invece luogo ad -eH2> aH2)
Genitivo *-om, *ōm
Ablativo *-bh(y)os (variante diacorica *-mos)
Dativo *-bh(y)os (variante diacorica *-mos)
Strumentale *-bhis (variante diacorica *-mis), *-oHis nei temi in *-o-
Locativo *-su, *-oisu, nei temi in *-o-


Per approfondire, vedi la voce Morfologia nominale dell'Indoeuropeo.

[modifica] Flessione dell'aggettivo

La presenza di un aggettivo sistematicamente identificato come parte del discorso vòlta a contrassegnare sul piano sintattico l'attributo e determinate forme del complemento predicativo sembra essere un tratto peculiare della morfo-sintassi della famiglia linguistica indoeuropea. In diverse lingue dell'area mediterranea non indoeuropea (come ad esempio, nelle lingue semitiche), gli aggettivi sono spesso assenti, in quanto sostituiti da formazioni verbali o da costruzioni con sostantivi.

Gli aggettivi indoeuropei si conformavano in tutto e per tutto alla flessione del nome: si declinavano infatti per genere, numero e caso, come del resto accade nelle lingue classiche, in vedico, in tedesco e nelle lingue slave (che però hanno diffusamente innovato). Come per i nomi, così per gli aggettivi si distingueva una flessione tematica e una atematica.

L'aggettivo indoeuropeo formava i gradi di comparazione tramite inserzione di suffissi appositi nella radice:

  • il comparativo di maggioranza veniva formato con il suffisso *-ison- o *-iyon- (alla base del comparativo latino -ior, della forma greca atematica -ίων, nonché dei comparativi germanici);
  • il superlativo assoluto e relativo si formava con i suffissi elativi *-to-, *-is-to-, -mo-, t-mo;
  • esisteva inoltre un suffisso *-tero-, che indicava la distinzione fra due gruppi (ad esempo *dhelu-tero-: "femminile, non maschile).

Qui di séguito alcuni esempi di aggettivi:

aggettivi tematici:


  • *kaikos, *kaikaH2, *kaikom "cieco, oscuro" (cfr. latino caecus, e il greco καικία "vento del nord dalle nuvole nere")
  • *akros *akraH2 *akrom "acre"
  • *newos *newaH2 *newom "nuovo, giovane" (cfr. il greco νέος)
  • *rudhros *rudhraH2 *rudhrom "rosso, rubizzo" (latino ruber)
  • *koilos *koilaH2 *koilom "cavo, vuoto" (cfr. il greco κοιλὸς, e il latino coelum, coelus "cielo" - il grande vuoto)
  • *elngwhros, *elngwhraH, *elngwhrom "leggero" (cfr. il greco ἐλαφρὸς)


aggettivi atematici:


  • *swaH2dus (>*sweH2dy-) *swaH2dwiH2 *swaH2du "soave, dolce" (latino suavis)
  • *brgwhus *brgwhwiH2 *brgwhu "breve"
  • *lgwhus *lgwhwH2 *lgwhu "lieve"
  • *tnus tnwiH2 tnu "tenue, lungo"
  • *mldus *mldwiH2 *mldu "molle, morbido"
  • *oH3kus (*>eH3ku-) oH3kwiH2 *oH3ku "veloce" (latino ocior ocius, greco ὠκὺς)

Sono aggettivi atematici con tema in -nt i participi attivi, di cui si registra il paradigma sotto la flessione verbale.


Per approfondire, vedi la voce Morfologia dell'aggettivo indoeuropeo.

[modifica] Aggettivi numerali

Una struttura a sé mostrano gli aggettivi numerali, che costituiscono uno degli aspetti più solidi della grammatica ricostruita dell'indoeuropeo.

Qui di séguito una ricostruzione dei numerali cardinali da uno a cento in indoeuropeo, in base alle ricostruzioni presenti nell'Introduzione alla liguistica comparativa di O. Szémerenyii, modificate parzialmente in base a un approccio laringalistico:

*sems, *smiH2, *sem 1; *ojos *ojaH2 *ojom, *oinos *oinaH2 *oinom, *oikos *oikaH2 *oikom (varianti per "unico, solo");

*d(u)wō 2; *(am)bhoH3 "entrambi";

*trej-es; *trisres *trih2 3;

*kwettwor-es *kwettusres *kwettwor 4;

*pénkwe 5;

*(s)weks 6;

*septm 7;

*H3oktoH3 8;

*(H1)newn 9;

*dékm(t) 10;

*(d)wihkomt 20;

*trihkomt 30;

*kwettwrkomt 40;

*penkwekomt 50;

*(s)wekskomt 60;

*septmkomt 70;

*H3okteH3komt 80;

*H2newnkomt 90;


*kmtòm 100.


Per le centinaia è possibile che l'indoeuropeo, come il vedico, ricorresse a tre dinamiche di formazione:


1. la creazione di un sostantivo neutro a partire da *kmtòm (dinamica presente anche in gotico): esempio *triH2 *kmtaH2 *gwowòm "tre centinaia di vacche" seguito, come si può vedere, da un genitivo partitivo;

2. la creazione di un aggettivo composto: esempio *trkmtōs *trkmtaH2s *trkmtaH2 (come in vedico, greco e latino e nella maggior parte delle lingue indoeuropee);

3. la creazione di un composto usato come collettivo e seguito dal genitivo partitivo, esempio *trkmtom gwowòm (come in vedico e in latino arcaico).

Non esiste una formazione univocamente ricostruibile per il numerale 1000. Tuttavia la maggior parte degli studiosi ritiene plausibile che:

1. il sanscrito sahasram, l'avestico hazahra-, il greco antico χείλιοι, il latino mille da *mi-hi-li (dove mi < *smi-H2, femminile di *sem-), risalgano a locuzioni come *sem (*sm-) *gheslo-m o *smiH2 *ghesliH2;

2. il germanico, il baltico e lo slavo abbiano innovato, creando una nuova forma a partire dal participiale *tūsntiH2 "abbondante".


Gli aggettivi numerali ordinali venivano formati per lo più con l'inserzione dei suffissi *-o-, *-to-, *-mo-

Per approfondire, vedi la voce Morfologia dell'aggettivo indoeuropeo.

[modifica] Morfologia pronominale

Il pronome indoeuropeo seguiva anch'esso una flessione per genere numero e caso. Per l'indoeuropeo i linguisti ricostruiscono con certezza i pronomi di prima e seconda persona singolare (*H1egH-om, *em-, *m-,"io" e *tou "tu"), nonché il pronome riflessivo *sw-, riconducibile a una radice dal significato originario di "famiglia, genere".

Accanto a questi due pronomi, sono oggetto di ricostruzione abbastanza univoca i temi pronominali dimostrativi *so- *to- (con significato cataforico) e *i- (*ei-) (con significato anaforico). Questi temi pronominali costituiscono rispettivamente la declinazione dei dimostrativi so saH2 tod e is iH2 id. Dai questi temi pronominali si sono ricavati, nelle lingue figlie, pronomi indefiniti e relativi.

Sufficiente attendibilità fornisce anche la ricostruzione del pronome interrogativo-indefinito *kwis kwid ("qualcuno, qualcosa, chi?, che cosa?").

Erano attestati largamente nella protolingua anche i pronomi e aggettivi indefiniti *alyos ("altro", fra molti) e *e-tero-, al-tero- ("altro", fra due).

Non esisteva in indoeuropeo un vero e proprio pronome relativo, a cui probabilmente sopperiva un uso correlativo dell'anaforico *is e dell'indefinito kwis, situazione che è alla base dei differenti sviluppi del ramo celtico-italico (che privilegiò *kwis) da un lato, e del ramo greco-indo-iranico (che privilegiò il tema pronominale *i-) dall'altro.

Per approfondire, vedi la voce Morfologia pronominale dell'Indoeuropeo.

[modifica] Morfologia verbale

Il verbo indoeuropeo si coniugava in base alle categorie di persona e numero, ed era ovviamente articolato in modi e tempi; a differenza del verbo delle lingue semitiche, non era sessuato (cioè determinato per generi), se non nelle forme aggettivali (participio, aggettivo verbale). Aveva inoltre una coniugazione sintetica (con desinenze proprie) per la diatesi del medio-passivo. Queste caratteristiche strutturali distintive sono ampiamente attestate nelle antiche lingue indoeuropee sin dal loro stadio più arcaico, e devono pertanto ritenersi proprie della stessa protolingua ricostruita.

In concreto, la morfologia verbale dell'indoeuropeo, quale viene ricostruita dai linguisti, presenta le seguenti caratteristiche generali:

  • la presenza di due coniugazioni: una atematica (più primitiva) e una tematica;
  • la presenza di tre numeri (singolare, duale e plurale);
  • la presenza di due forme, l'attivo e il medio (quest'ultimo con funzioni che ricoprono, approssimativamente, quelle del verbo di forma passiva e riflessiva delle lingue moderne);
  • quattro modi verbali, l'indicativo, il congiuntivo, l'ottativo, l'imperativo, più un'ampia schiera di formazioni nominali de-erbali fra cui spiccano il participio e un infinito di ricostruzione dubbia; i modi sono caratterizzati da suffissi specifici: 1) nella coniugazione atematica, l'indicativo e l'imperativo non hanno alcuna caratteristica morfologica, l'ottativo ha il tipicp suffisso -*(i)yeH1-, *-iH2-, il congiuntivo assume come suffisso una vocale tematica breve con alternanza fra -*e- ed *-o- (quest'ultima davanti a desinenze che iniziano per consonanti nasali o labiali); nella coniugazione tematica, l'indicativo e l'imperativo hanno come caratteristica una vocale tematica breve, con alternanza fra -*e- ed *-o- (quest'ultima davanti a desinenze che iniziano per consonanti nasali o labiali), l'ottativo assume il tipico suffisso *-o-y- * -o-i-, il congiuntivo ha una vocale tematica lunga;
  • una distinzione sistematica fra temi temporali, ricavati spesso dalla radice verbale tramite l'apofonia; i temi temporali identificano la qualità dell'azione, l'aspetto, ancor prima che la sua collocazione nel tempo; per l'indoeuropeo si ricostruiscono quattro tempi: il presente, l'imperfetto, l'aoristo (forma di preterito con affine al passato remoto delle lingue neolatine), il perfetto (indicante uno stato compiuto nel presente, conseguenza di un'azione passata); dubbia, o comunque non chiaramente ricostruibile, è l'esistenza di un piucchepperfetto (indicante uno stato compiuto nel passato, come conseguenza di un'azione passata precedente); è assente una forma univoca di futuro, essendo spesso usati come futuri il presente indicativo, il presente congiuntivo e l'aoristo congiuntivo, o forme di presente con significato desiderativo;
  • collegate alla formazione dei tempi sono cinque caratteristiche peculiari del verbo indoeuropeo: 1) la distinzione, sia nell'attivo, sia nel medio, fra desinenze primarie (tipiche del presente indicativo e spesso contrassegnate da una caratteristica *-i) e desinenze secondarie (tipiche degli altri tempi e dei modi diversi dall'indicativo) -una situazione a sé è propria degli imperativi, che hanno desinenze a sé con affissi in -*u e -*ōd; 2) la presenza di un ampio ventaglio di suffissi per le formazioni di presente atematico e tematico; 3) l'attestazione di desinenze distinte per il perfetto; 4) l'attestazione oscillante dell'aumento, un prefisso *e- tipico dell'indicativo dei tempi passati (imperfetto, aoristo); la presenza, nel perfetto (e in certe forme di aoristo), del raddoppiamento (consistente nella reduplicazione della consonante iniziale del verbo seguita da una *-e-. La presenza o l'assenza dell'aumento nei tempi passati è probabilmente regolata dalla legge del Koniugationsreduktionssystem (sistema di riduzione della coniugazione), identificata per il vedico dal linguista polacco Jerzy Kuriłowicz: tale legge prescrive che alcuni affissi verbali (come l'aumento o la caratteristica *-i delle desinenze primarie) siano omessi, nel periodo, a partire dalla seconda proposizione di una catena di frasi coordinate.

Qui di séguito, in tabella, lo schema delle desinenze generali del verbo indoeuropeo tematico e atematico:

  • coniugazione atematica attiva:
Desinenze primarie Desinenze secondarie Imperativo
I pers. sing. *-mi *-m (manca)
II pers. sing. *-si *-s *-dhi, *-tōd
III pers. sing. *-ti *-t *-tu, *-tōd
I pers. du. *-wes *-we (manca)
II pers. du. *-tH1es *-tom *-tom
III pers. du. *-tes *-taH2m *-taH2m
I pers. plur. *-mes *-me (manca)
II pers. plur. *-te *-te *-te, *-tōd
III pers. plur. *-nti *-nt *-ntu, *-ntōd


Per approfondire, vedi la voce Morfologia verbale dell'Indoeuropeo.

[modifica] Sintassi

L'indoeuropeo, come le più antiche lingue flessive che ne derivano, sembra essere stato una lingua con ordine sintattivo OV (tendenza dell'oggetto a precedere il verbo transitivo nella frase non marcata)

Per approfondire, vedi la voce Sintassi dell'Indoeuropeo.

[modifica] Prime diramazioni della famiglia indoeuropea

[modifica] Aspetti della ricostruzione non strettamente grammaticali

[modifica] Ipotesi sulla metrica della poesia indoeuropea

Le forme metriche della poesia (in particolare della poesia epica, ma non solo) presso le diverse popolazioni indoeuropee sono naturalmente le più varie, come c'è da aspettarsi. Sembrerebbe dunque impossibile, a prima vista, giungere a ricostruire quale forma abbia mai effettivamente avuto un'ipotetica poesia epica e teogonica indoeuropea. Alcune teorie in merito sono state tuttavia proposte dagli studiosi, e non sembrano affatto prive di elementi persuasivi a loro favore.

Le basi di partenza di tali ipotesi sono, ancora una volta, il greco e il vedico (che, ricordiamo, è la forma più arcaica del sanscrito). Il greco e il vedico, unitamente al lituano, ci forniscono già di per sé stessi le basi per la ricostruzione della prosodia dell'indoeuropeo, il quale pare abbia posseduto un accento musicale, assolutamente libero (non libero solo nelle ultime tre sillabe come in greco e in latino, o nelle ultime quattro, come il sanscrito della grammatica di Pāṇini), caratterizzato da tre toni: uno ascendente (acuto), uno discendente (corrispondente al circonflesso del greco), uno grave.

Sempre il greco e il vedico ci forniscono un indizio su che tipo di ritmo possa aver impiegato la poesia delle popolazioni che parlavano le varianti diacoriche del tardo indoeuropeo flessivo, all'inizio dell'età del bronzo.

Sia la metrica del greco antico, sia la metrica del vedico fondano i loro ritmi sull'alternanza di sillabe lunghe e brevi, non sull'alternanza di sillabe accentate e non accentate. Questa metrica quantitativa è comune anche al latino classico (sia l'antichissimo saturnio, sia gli altri metri latini, tutti in vario modo mutuati dal greco, sono quantitativi). Tuttavia il latino più arcaico (quello del Carmen Saliare e di altri testi tipici della religiosità primeva del mondo romano-italico) e altre lingue indoeuropee (ad esempio il germanico) non hanno una metrica quantitativa, bensì una metrica accentativa (basata sull'alternanza di sillabe accentate e non accentate), basata su membri ritmici con numero di accenti fisso, numero di sillabe non accentate variabile, parallelismi, e soprattutto figure di suono (allitterazioni, assonanze, consonanze, quando non vere e proprie rime). La domanda che si pone è, chiaramente, quale delle due situazioni rifletta meglio lo statuto originario della poesia indoeuropea, considerando che, a rendere intricato il quadro, interferiscono anche fattori di natura più astrattamente tipologica, relativi a certe forme di comunicazione poste a metà strada fra poesia e formularità magico-rituale.

Procedendo con ordine, si dovrà argomentare che la metrica del greco e del vedico è figlia del sistema tri-tonale dell'accento indoeuropeo originario; la metrica del latino dei secoli settimo e sesto a.C. è figlia dell'accento fisso sulla prima sillaba, espiratorio, del latino arcaico, che rappresenta un'innovazione rispetto all'indeuropeo originario. Questo accento fisso, espiratorio o dinamico, sulla prima sillaba, è tipico anche del germanico. Dato pertanto che le metriche basate sull'isocolia (parallelismo dei membri ritmici, delle frasi ritmate) e sull'accento sono figlie di una prosodia non originaria, ma innovativa, devono essere considerate in prima battuta anch'esse non originarie, ma figlie dell'innovazione prosodica tipica del germanico e della fase arcaica dell'italico. Necessaria conseguenza è che la metrica originaria dei canti epici indeuropei oralmente tramandati sia stata senz'altro quantitativa.

La letteratura greca, sin dall'ottavo-settimo secolo a.C., mostra un ventaglio di forme metriche estremamente ricco e variegato. Complessivamente, la versificazione quantitativa del greco antico segue due vie: quella dei metri ionici, così chiamati perché associati per tradizione alla poesia epica, all'elegia, al teatro - generi non cantati, ma recitati, caratterizzati da dialetto ionico e attico e associati culturalmente al mondo ionico, Ionia Microasiatica in particolare -, e caratterizzati dalla possibilità di sostituire, all'interno del verso, una sillaba lunga con due sillabe brevi e viceversa due sillabe brevi con una lunga (e questo fa sì che i versi ionici non abbiano mai lo stesso numero di sillabe, ma siano caratterizzati da una pronunciata oscillazione sillabica, mentre quello che resta fisso è lo spazio ritmico di durata del verso); quella dei metri eolici, tipici della lirica cantata a solo (melica monodica) e collegati culturalmente, e linguisticamente, al mondo eolico - Tessaglia, Beozia, isola di Lesbo, Troade in Asia Minore. I versi eolici erano caratterizzati da elementi distintivi totalmente opposti a quelli dei metri ionici: mentre i metri ionici variano per numero di sillabe, i versi eolici si contraddistinguono per un rigoroso isosillabismo; inoltre è tipico dei versi eolici l'accostamento, all'interno di ogni singolo verso o membro ritmico, di una parte quantitativamente del tutto libera (in genere le due sillabe iniziali, che possono essere indifferentemente lunghe o brevi) detta base hermanniana accanto a una parte di ritmo quantitativamente definito in modo rigoroso.

La metrica vedica e sanscrita, anch'essa quantitativa e anch'essa ricca di forme complesse (come quella greca) mostra essenzialmente versi caratterizzati da isosillabismo, in cui le prime sillabe (in genere le prime quattro) sono quantitativamente libere, mentre la seconda parte del verso è scandita da un ritmo estremamente rigoroso sul piano quantitativo. In poche parole, lo stesso fenomeno che si riscontra in greco nei cosiddetti versi eolici.

La deduzione che da questi dati empirici si ricava è la seguente: i poeti greci di stirpe eolica e i poeti epici indo-arii non ebbero alcun contatto diretto in età storica, né alcuna, sia pur minima, interferenza culturale è postulabile fra India e Grecia prima che medi e persiani stabilissero in qualche modo un canale di comunicazione stabile fra il Mediterraneo e la valle dell'Indo. Le chandas vediche e sanscrite sono più antiche dell'Impero Persiano e Medo. Dunque gli aspetti tipologici che la metrica vedica e quella greca hanno in comune possono essersi trasmessi solo a partire da un archetipo di versificazione originaria, che caratterizzava la lingua madre. Tale versificazione originaria si basava sulla tendenza all'isosillabismo; i versi tardo-indoeuropei isosillabi erano formati da una base ritmica quantitativamente libera di un numero x di sillabe (quattro, probabilmente) a cui si accostava una sequenza ritmicamente meglio definita.

La ricostruzione linguistica è andata anche oltre, riuscendo a individuare delle formule tipiche di quella che doveva essere la poesia epica degli Indoeuropei. Gli studiosi hanno infatti riscontrato la presenza autonoma e indipendente, tanto nell'epos di Omero che nell'epica indiana antica, di una caratteristica coppia aggettivo + nome: kléos àphthiton in greco, śràvas àksitam in sanscrito: le due locuzioni significano entrambe "gloria immortale", e la loro forma indoeuropea sarebbe *klewos *ndhghwitom. Le due formule, inoltre, sono, quanto a misura metrica e a sequenza di sillabe lunghe e brevi, assolutamente identiche. In tutte le produzioni epiche, le formule fisse servono a facilitare al poeta, che compone oralmente, il compito di improvvisare i suoi versi: questo significa che la formula ricostruita potrebbe gettare anche una luce sulla struttura metrica del verso. Un'altra formula comune a vedico e greco è isirenam manas, corrispondente a ieròn menos "sacra potenza" - dell'eroe - (comune a Omero e ai Veda, nonché ad altri poemi antichi indiani). Inoltre, si presuppone che la formula omerica nyktòs amolgōi faccia riferimento a una fase tardo-indoeuropea: tale formula significa "nella mungitura della notte, nella schiuma del latte della notte", dunque "nel cuore della notte, nel buio notturno" (amolgòs < amelgo "mungere", per cui cfr. il latino mulgeo e l'inglese milk). L'espressione non trova spiegazione nella cultura greca; essa tuttavia si comprende se si pensa che nel mondo indoiranico la notte è associata a una dea madre giovenca, che dà latte (si consideri anche il mito astronomico greco della Via Lattea, ben visibile nel cielo notturno, la quale secondo la leggenda nasce come schizzo di latte delle generose mammelle della dea Era, costretta ad allattare Eracle). Un'altra formula, presa dall'ambito strettamente religioso, è riferita probabilmente al supremo dio celeste *Dyeus o *Werunos. In greco e in persiano, il dio supremo, incarnazione del cielo luminoso, è chiamato con l'epiteto euryopa (Omero) e vouru-chasani (Avesta). Questa espressione rimanda a una formula arcaicissima, ricostruibile come *Weuru-okw- "dall'ampio occhio, dall'ampia vista" (tipico di un dio celeste il cui occhio è il sole). Secondo altri, però, la formula deriverebbe da *weuru-wokw- "dall'ampia voce, tonante", tipica di un dio celeste la cui voce è il tuono. Gli studiosi arrivano inoltre a definire tutta una serie di caratteristiche formali dello stile epico comune alle epopee indoeuropee arcaiche: ad esempio la ridondanza di termini accoppiati come "animo e cuore", "cuore e mente", oppure le antitesi, come "ricordo, non dimentico", "per poco, non per molto". Tuttavia, quando si scivola dal terreno delle formule, parzialmente riconoscibile, a quello degli archetipi di stile e narrativi, la situazione si fa incerta, poiché molti aspetti comuni alle epiche indoeuropee sono tipici dello stile epico di tutte le letterature. Gli esempi che abbiamo riportato qui si ascrivono tuttavia, con una certa sicurezza, alle forme ipotetiche di una letteratura epica orale tardo-indoeuropea.

Un ruolo particolare potrebbe aver avuto inoltre, nella versificazione orale indoeuropea, la presenza di figure di suono (rima, allitterazione ecc.). La poesia germanica e la poesia latina arcaica fanno largo uso dell'allitterazione; tuttavia i parallelismi e l'uso voluto, per quanto libero, di rime anche in testi come i poemi omerici o la Bhagavadgita indicano che l'uso delle figure di suono (che del resto è un espediente naturale, in poesia) era diffuso sin dall'inizio.

[modifica] Contenuti della poesia indoeuropea: archetipi narrativi

Da quanto abbiamo detto sulle formule più ricorrenti della poesia indoeuropea, "gloria immortale" e "sacra potenza", si può dedurre una constatazione abbastanza semplice: la società tardo-indoeuropea kurganica esprimeva una poesia di carattere epico, che già riconosceva, come suo valore primario, la ricerca della gloria in quanto unica possibile forma di eternità concessa all'uomo. Ne consegue che il poeta, fra gli indoeuropei, aveva probabilmente un ruolo particolare. Ne rendono testimonianza il ruolo che agli aedi attribuisce la poesia omerica, così come l'articolata complessità di figure di poeti conosciute dal mondo indo-ario.

Sul piano delle tematiche dell'ipotetica poesia indoeuropea, è verosimile l'idea che in essa fossero già presenti alcuni nuclei narrativi ricorrenti delle epiche indoeuropee storicamente note, e alcuni miti cosmogonici che gli indoeuropei, come del resto i semiti e altre popolazioni dell'Eurasia, avevano ereditato dalle più antiche culture del neolitico sin dall'epoca dell'invenzione e dell'assimilazione delle tecnologie legate alla pratica dell'agricoltura. Temi come il ritirarsi dell'eroe offeso, che reca disgrazia alla comunità, o il ritorno dell'eroe, che ristabilisce una situazione di equilibrio, o archetipi narrativi come il compianto dell'amico dell'eroe (che si ritrovano per altro anche in epiche non indoeuropee) devono risalire a una fase molto remota.

[modifica] Diverse ipotesi sull'origine e sulla relazione con altre lingue

Sebbene la teoria esposta sia generalmente accettata nella comunità scientifica, da più parti ed in più momenti sono state avanzate critiche o riformulazioni in contesti più vasti della teoria dell'Indoeuropeo.

[modifica] L'ipotesi dello Sprachbund indoeuropeo

Possiamo ricordare il suggerimento di Vittore Pisani, secondo il quale l'ultima fase della comunità indoeuropea deve essere interpretata come sprachbund, in cui si distingue chiaramente la componente fondamentale del "protosanscrito".

Sebbene un simile punto di vista abbia aspetti di plausibilità, si comprende bene che questa proposta non fa che spostare la questione dall'Indoeuropeo al "protosanscrito" (secondo Pisani). In tale prospettiva alcune somiglianze tra le lingue indoeuropee si potrebbero in parte spiegare anche come contatti secondari, ossia condivisioni di tratti linguistici tra lingue geograficamente vicine. È chiaro che in tal caso alcuni dei tratti che normalmente si fanno risalire ad un proto-indoeuropeo potrebbero invece risultare miraggi di ricostruzione, essendosi diffusi in alcune lingue dello sprachbund in un'epoca in cui queste erano differenziate e separate. Naturalmente questa interpretazione può spiegare alcuni aspetti, ma risulta essenzialmente limitata dalla semplice constatazione che normalmente solo il lessico viene scambiato con una certa facilità, mentre più difficilmente lo stesso accade con gli elementi morfologici.

Oggi l'ipotesi dello Sprachbund è abbandonata dalla più parte degli studiosi, i quali sono convinti che l'indoeuropeo, specie nelle fasi più tarde, si presentasse come un diasistema, cioè un insieme di dialetti caratterizzati da intellegibilità reciproca, ma ricco di varianti locali (un po' come i dialetti delle varie aree linguistiche neolatine).


[modifica] Le lingue del Vecchio Mondo nell'ottica delle superfamiglie

Si deve ricordare uno studio apprezzabile da un punto di vista archeologico e cronologico che si basa sulle parentele tra le famiglie linguistiche del Vecchio Mondo, portato avanti dalle teorie rivali della superfamiglia Nostratica e della superfamiglia Eurasiatica.

Per approfondire, vedi la voce Nostratico.

Nella prospettiva di tali teorie, l'Indoeuropeo (forse insieme all'Ugrofinnico) si sarebbe staccato dal corpo principale della superfamiglia (Nostratica o Euroasiatica, a seconda della teoria) in un momento che alcune teorie fanno risalire alla fine del Neolitico (Renfrew), altre invece al Paleolitico superiore, probabilmente prima della glaciazione Wurm (Mario Alinei, Franco Cavazza e assertori delle teorie della continuità paleolitica).

Per approfondire, vedi la voce Teoria della continuità.

Alla remota fase del distacco dal nostratico (o dall'eurasiatico), qualunque datazione si proponga per essa, si dovrebbero far risalire le più antiche e genuine somiglianze tra Indoeuropeo, nella sua interezza, e le famiglie sorelle, non escludendo naturalmente fenomeni successivi di convergenza linguistica (quali i prestiti).

Nell'ottica di alcune di queste ipotesi, quindi, viene in parte ridiscussa l'ipotesi dell'Urheimat così come delineata finora.

[modifica] Antiche proposte di famiglie comprendenti l'Indoeuropeo

Può essere utile, al fine di cercare di comprendere la complessità del problema delle somiglianze tra Indoeuropeo e altre famiglie linguistiche, avere una panoramica delle ipotesi, più o meno ragionevoli, proposte in letteratura.

[modifica] Teorie quasi-nostratiche

Sempre nella prospettiva della superfamiglia preistorica, non si può non osservare che l'Ugro-Finnico è, tra le altre famiglie linguistiche, quella che sembra presentare il maggior numero di somiglianze sistematiche con l'Indoeuropeo: di qui l'ipotesi dell'Indo-uralico di Collinder e Pedersen, antesignana del Nostratico.

Si vuole ricordare anche il tentativo di Pedersen, Meriggi e Heilmann con l'ipotesi dell'Indo-Semita, dove la macro-famiglia verrebbe formata dall'Indoeuropeo e dal solo ramo semitico dell'Afro-asiatico. Tentativi simili furono proposti precedentemente da Møller (appoggiandosi anche all'ipotetica presenza delle laringali), Cuny, e indipendentemente da Ascoli.

[modifica] L'Indoeuropeo lingua creola?

In qualche modo affine alla proposta dell'Indo-Uralico (e non del tutto incompatibile con essa), è la proposta del doppio strato per l'antico Indoeuropeo, con la quale si proponeva l'Indoeuropeo come frutto di una antica creolizzazione tra una lingua ugrofinnica e una lingua di tipo Caucasico Settentrionale, il che spiegherebbe, tra l'altro, l'apparente ergatività dell'antico Indoeuropeo (ipotesi di Uhlenbeck, 1935). Un'ipotesi affine è stata recentemente riproposta da F. Kortlandt.

Analoghe proposte furono avanzate anche da Trubeckoj e Tovar, che considerarono la possibilità di includervi anche contributi semitici.

Per approfondire, vedi la voce doppio strato dell'indoeuropeo.

[modifica] Proposte alternative ed eterodosse

Infine diversi sono stati i tentativi, più o meno apprezzabili, di collegare l'Indoeuropeo con:

[modifica] Conclusioni

Come si può notare, le teorie sull'origine dell'indoeuropeo e sulla sua ricostruzione ed evoluzione costituiscono un capitolo assai complesso della storia degli studi linguistici. L'inventario fonetico e i paradigmi qui presentati, conformi come sono a una ricostruzione tradizionale e "neogrammatica" in parte riveduta e ampliata, non riscuotono essi stessi un consenso unanime presso tutti i linguisti.

Di fronte a questo mare magnum di ipotesi e constatazioni di somiglianze più o meno fondate, si capisce facilmente come, in linguistica, ci sia stata la volontà di perfezionare l'armamentario analitico, cercando anche di utilizzare strumenti il più possibile quantitativi e non sempre qualitativamente validi allo scopo di poter costruire, e discutere, finalmente teorie veramente sensate.

[modifica] Bibliografia

  • Enrico Campanile; Comrie Bernard, Watkins Calvert, Introduzione alla lingua e alla cultura degli Indoeuropei, Il Mulino, 2005. ISBN 8815107630
  • Vittore Pisani, Le lingue indoeuropee, 3a ed. Paideia, 1979. ISBN 8839400273
  • Colin Renfrew, Archeologia e linguaggio, 2a ed. Laterza, 1999. ISBN 8842034878
  • Oswald Szemerényi, Introduzione alla linguistica indoeuropea, Milano, Unicopli. ISBN 8840000089
  • Michael Meier-Brügger, Indo-European Linguistics, Berlin/New York, de Gruyter, 2003. ISBN 3-11-017433-2
  • Francisco Villar, Gli indoeuropei e le origini dell'Europa, Bologna, Il Mulino, 1997. ISBN 8815057080
  • Paolo Milizia, Le lingue indoeuropee, Carrocci, 2002. ISBN 88-4302-330-6

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

Lingue indoeuropee
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