Incidente di Gleiwitz

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La stazione radio di Gleiwitz, teatro dell'incidente

L'incidente di Gleiwitz fu il finto attacco, inscenato contro la stazione radio tedesca di Gleiwitz (l'attuale Gliwice) il 31 agosto 1939, che costituì il casus belli del quale Adolf Hitler si servì per giustificare agli occhi dell'opinione pubblica tedesca l'invasione della Polonia da parte della Wehrmacht, dando inizio alla seconda guerra mondiale.

Le richieste di Hitler alla Polonia[modifica | modifica sorgente]

Durante i mesi che precedettero l'inizio del conflitto Hitler, dopo l'anschluss e l'occupazione della Cecoslovacchia, nel quadro della dottrina contenuta nel Generalplan Ost, rivolse la sua attenzione alla Città Libera di Danzica, la quale, sottratta alla Germania a seguito del Trattato di Versailles dopo la fine della prima guerra mondiale, egli avrebbe voluto riportare entro i limiti del Reich, in quanto abitata in massima parte da cittadini di etnia tedesca.

La richiesta del Führer, unita alla costruzione di una ferrovia ed un'autostrada extraterritoriale che collegasse Danzica alla Germania, passando attraverso il "corridoio", fu respinta dal Governo polacco e, dopo un'intensa attività diplomatica che coinvolse anche l'Unione Sovietica e la Gran Bretagna, egli lanciò un ultimatum che venne nuovamente respinto ed il 30 agosto 1939, l'ambasciatore polacco Józef Lipski si recò a colloquio con il ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop, il quale gli chiese se era in possesso di pieni poteri per trattare ma la risposta fu negativa e quindi il negoziato non poté procedere, ed immediatamente fu trasmessa a Francia ed Inghilterra la comunicazione del rifiuto da parte della Polonia sia dell'offerta che della volontà di intavolare trattative, facendo venire meno tutte le ipotesi di soluzione pacifica del contenzioso territoriale[1].

La pianificazione dell'incidente[modifica | modifica sorgente]

Hitler aveva deciso di iniziare la guerra il 26 agosto 1939 e le forze tedesche avevano iniziato a muoversi verso le linee di partenza il giorno precedente. L'annuncio del patto di sicurezza anglo-polacco nel pomeriggio del 25 agosto però spinse il Führer a posporre l'attacco, ma la comunicazione non raggiunse tutti i reparti; ci fu una serie di scontri al confine, compreso un tentativo da parte di un'unità del Brandeburgo di impadronirsi di un nodo ferroviario e di una galleria sullo strategico passo di Jablonka che attraversava i Carpazi meridionali[2]. Per alcuni giorni le truppe tedesche continuarono a muoversi sul confine; pattuglie intensificarono le loro attività di sabotaggio e la Luftwaffe continuò i suoi voli di ricognizione ad alta quota[2]. Le attività tedesche lungo la frontiera resero chiaro ai polacchi che i loro vicini si stavano preparando ad un attacco in forze e il 30 agosto il maresciallo Edward Rydz-Śmigły ordinò la mobilitazione generale, annullata poco dopo dalla richiesta francese di poter impedire l'attacco tedesco evitando quella serie di mobilitazioni concatenate che portarono allo scoppio della prima guerra mondiale[3].

Il 31 agosto la situazione al confine divenne critica e Rydz-Śmigły ordinò nuovamente la mobilitazione generale, Hitler continuava a sperare che le forze occidentali si sarebbero astenute dall'intervenire in aiuto dei polacchi e così si inventò un pretesto per far ricadere la colpa sui polacchi[3]. Esaurite le possibilità diplomatiche, e scaricando sulla Polonia le colpe del mancato raggiungimento di soluzioni negoziali, il Führer riuscì a creare anche il casus belli per iniziare la guerra, ossia il cosiddetto "incidente di Gleiwitz", che venne reso noto al mondo alle ore 20.00 del 31 agosto. Alla fine di luglio Hitler aveva chiesto all'Abwehr, il servizio d'intelligence militare tedesco, di aiutare Reinhard Heydrich a preparare un'operazione speciale: dovevano essere reperite 150 uniformi polacche, armi e libretti paga dell'esercito polacco forniti dal capo del servizio segreto ammiraglio Wilhelm Canaris, e messi a disposizione a 364 dei suoi uomini capitanati dall'Obergruppenführer Alfred Naujocks[4], alcuni dei quali avrebbero dovuto conoscere la lingua polacca. Gli elementi del Sicherheitsdienst, il servizio segreto delle SS, così camuffati, avrebbero avuto l'incarico di compiere azioni di attacco o di sabotaggio alle installazioni tedesche che si trovavano sul confine con la Polonia ed in particolare fu scelta la stazione radio sita a Gleiwitz, nella regione della Slesia.

Questa prevedeva l'esplosione di colpi di arma da fuoco a vuoto contro altri elementi dell'SD, con indosso uniformi delle guardie di confine tedesche, l'occupazione della stazione radio e l'interruzione dei programmi allo scopo di trasmettere un messaggio antitedesco; per rendere maggiormente credibile l'accaduto furono prelevati prigionieri dai tratti slavi dai campi di concentramento, i quali, dopo essere stati vestiti con le uniformi polacche, sarebbero stati uccisi, lasciati sul posto come prova dell'aggressione polacca a beneficio dei fotografi e dei cronisti stranieri fatti arrivare sul posto come prova dell'incursione polacca in territorio tedesco[3][5].

L'azione[modifica | modifica sorgente]

L'interno della stazione radio di Gleiwitz

Alle ore 20:00 del 31 agosto, quando già da molte ore Hitler aveva ordinato l'attacco contro la Polonia che avrebbe avuto inizio alle ore 04.45 del giorno successivo, Naujocks ed i suoi 12 insorti simularono l'assalto alla stazione[4] e, dopo avere interrotto il programma in quel momento in onda, misero in atto il piano: dal microfono furono udite grida, spari e messaggi sediziosi rivolti alle minoranze polacche nella Germania orientale affinché prendessero le armi contro i tedeschi[3]. Prima che la squadra dell'SD si allontanasse, vennero lasciati sul posto alcuni cadaveri come prova dell'avvenuto incidente[3].

Immediatamente la macchina della propaganda si mise in moto e le fonti tedesche comunicarono che:

« La stazione radio di Gleiwitz è stata presa d'assalto da un gruppo di insorti polacchi e momentaneamente occupata[4] »

e che questi erano stati

« ricacciati oltre confine dagli agenti del posto di polizia di frontiera; nello scontro a fuoco uno degli insorti è stato ferito mortalmente »

Il mattino del 1º settembre, ad attacco già in corso, i giornali uscirono con la notizia della provocazione polacca mentre Hitler, durante la lettura alla nazione del messaggio di entrata in guerra, denunciò altri 13 attacchi ad installazioni tedesche[6].

La torre della radio, miracolosamente, scampò alle distruzioni della guerra ed è tuttora visibile, anche se non più funzionante dal 2004.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il governo polacco consentì all'ambasciatore Lipski di recarsi a colloquio con Ribbentrop solo
    « per non lasciare spontaneamente una mosca su quella ragnatela »
    mentre Hermann Göring ammonì Hitler, sostenendo che sarebbe stato troppo rischioso giocare vabanque spiel, ossia giocando tutta la posta, ma la risposta del Führer fu:
    « nella mia vita ho sempre giocato vabanque spiel »
    -Vedi: E.Biagi, op. cit., p. 36.
  2. ^ a b S. Zaloga, op. cit., p. 36.
  3. ^ a b c d e S. Zaloga, op. cit., p. 38.
  4. ^ a b c Salmaggi-Pallavisini1981, op. cit., p. 11.
  5. ^ Reinhard Heydrich, nelle istruzioni che recapitò ad Alfred Naujocks scrisse: «la prova tangibile degli attacchi polacchi è essenziale, tanto per la stampa straniera, che per la propaganda tedesca», e la parola d'ordine in codice per l'inizio delle operazioni fu «la nonna è morta». Vedi: AA.VV., op. cit., p. 38.
  6. ^ Salmaggi-Pallavisini1989, op. cit., p. 11.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AA. VV., Il Terzo Reich, vol. I - "La guerra nell'ombra", Fabbri Editori, 1993, ISBN non esistente.
  • Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, 1995, ISBN non esistente.
  • Cesare Salmaggi, Alfredo Pallavisini, Continenti in fiamme 2194 giorni di guerra - cronologia della seconda guerra mondiale, Mondadori, 1981, ISBN non esistente.
  • Cesare Salmaggi, Alfredo Pallavisini, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1989, ISBN 88-04-39248-7.
  • Steven J. Zaloga, L'invasione della Polonia - la guerra "lampo", Milano, RBA Italia [2002], 2009, ISBN non esistente.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]