Incidente del 15 maggio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.

L'incidente del 15 maggio (五・一五事件 Goichigo Jiken?) fu un tentativo di colpo di stato che, avvenuto il 15 maggio 1932 in Giappone, ebbe luogo per mano di esponenti radicali della Marina Imperiale Giapponese, aiutati dai cadetti dell'Esercito Imperiale Giapponese e dai civili rimasti nella Lega dell'Incidente di sangue.

L'Ōsaka Mainichi Shinbun descrive l'incidente del 15 maggio e l'omicidio del Primo ministro Inukai.

Il fatto storico[modifica | modifica sorgente]

Come risultato della ratifica del Trattato navale di Londra, limitante le dimensioni della Marina Giapponese, un movimento finalizzato al rovesciamento del governo e alla sua sostituzione con un regime militare crebbe internamente ai corpi di ufficiali subalterni. Parallelamente, tale movimento si sviluppò anche nella società segreta Sakurakai, interna all'Esercito Giapponese. Gli ufficiali navali stabilirono contatti con l'ultranazionalista Inoue Nissho e la sua "Lega del Sangue", e concordarono con la sua filosofia per la quale l'unica via in grado di condurre alla restaurazione Shōwa dovesse passare attraverso l'assassinio di politici di primo piano e personaggi dell'economia.

Nel marzo 1932, nella Lega dell'Incidente di sangue, il gruppo di Inoue pianificò di uccidere per primo Inoue Junnosuke, Ministro delle Finanze e leader del partito Rikken Minseito, e quindi Takuma Dan, direttore generale del Gruppo Mitsui.

Il 15 maggio 1932, gli ufficiali navali, aiutati dai cadetti dell'Esercito, ed esponenti civili della destra (inclusi Shumei Okawa, Mitsuru Toyama e Kosaburo Tachibana) inscenarono il loro tentativo di concludere ciò che venne iniziato nella Lega dell'Incidente di sangue.

Il Primo ministro Tsuyoshi Inukai fu assassinato da undici giovani ufficiali della Marina (molti dei quali neanche ventenni) nella sua residenza. Le sue ultime parole furono approssimativamente "Se parliamo possiamo comprenderci" (話せば分かる hanaseba wakaru?) alle quali i killer risposero "Non serve discutere" (問答無用 mondō muyō?).[1][2]

L'originale piano di omicidi prevedeva l'assassinio della star Charlie Chaplin, che stava visitando il Giappone proprio in quel periodo. Al momento dell'assassinio del primo ministro, suo figlio Inukai Takeru e Charlie Chaplin stavano assistendo ad un incontro di sumo, fatto che probabilmente salvò a entrambi la vita.

I rivoluzionari attaccarono anche la residenza di Makino Nobuaki, il Supremo custode del sigillo segreto del Giappone, la residenza e ufficio di Kinmochi Saionji, leader del partito politico Seiyūkai, e lanciarono bombe a mano nella Mitsubishi Bank e in varie sottostazioni di trasformatori di corrente.

Ad eccezione dell'omicidio del Primo ministro, il tentativo di colpo di Stato non condusse a nulla, e la ribellione si risolse in un fallimento. I partecipanti presero quindi un taxi e si diressero alla sede centrale della polizia, dove si costituirono alla Kenpeitai.

Gli undici assassini del Primo ministro Inukai furono sottoposti alla Corte marziale; tuttavia, prima della conclusione del processo, giunse alla Corte una petizione recante 350.000 firme impresse col sangue, con cui si invocava clemenza. Successivamente, gli imputati sfruttarono il processo come palco per proclamare la propria fedeltà all'Imperatore e per stimolare la partecipazione popolare richiedendo riforme del governo e dell'economia. In aggiunta alla petizione, la Corte ricevette anche la richiesta di undici giovani di Niigata di essere giustiziati al posto degli ufficiali della Marina, i quali, a dimostrazione della loro sincerità, spedirono alla Corte undici indici mozzati.

La sentenza emessa dalla Corte fu estremamente indulgente, e la stampa ebbe pochi dubbi sul fatto che gli assassini del Primo ministro Inukai sarebbero stati liberati entro un paio di anni se non prima. L'emissione di una sentenza poco severa nei confronti degli esecutori dell'incidente del 15 maggio indebolì ulteriormente lo stato di diritto e il potere del governo democratico giapponese nei confronti di quello militare. Indirettamente, esso condusse all'incidente del 26 febbraio e alla crescente ascesa del militarismo giapponese.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ John Tolland, The Rising Sun: The Decline and Fall of the Japanese Empire, 1936-1945, Modern Library, 2003 reprint, ISBN 0-8129-6858-1.
  2. ^ Marco Del Bene, Mass media e consenso nel Giappone prebellico, Mimesis, 2008, ISBN 978-88-8483-528-4.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Borkwith, Mark. Pacific Century: The Emergence of Modern Pacific Asia. Westview Press (1989). ISBN 0-8133-3471-3
  • Japan: An Illustrated Encyclopedia. Kodansha (1993). ISBN 4-06-205938-X
  • Oka Yoshitake, et al. Five Political Leaders of Modern Japan: Ito Hirobumi, Okuma Shigenobu, Hara Takashi, Inukai Tsuyoshi, and Saionji Kimmochi. University of Tokyo Press (1984). ISBN 0-86008-379-9
  • Sims, Richard. Japanese Political History Since the Meiji Renovation 1868-2000. Palgrave Macmillan. ISBN 0-312-23915-7
Giappone Portale Giappone: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Giappone