Il sergente nella neve

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Il sergente nella neve. Ricordi della ritirata di Russia
Autore Mario Rigoni Stern
1ª ed. originale 1953
Genere romanzo
Sottogenere autobiografico, guerra
Lingua originale italiano
Ambientazione Inverno 1942, Ritirata di Russia

Il sergente nella neve è un romanzo autobiografico del 1953 scritto da Mario Rigoni Stern.

È la cronaca personale dello scrittore, quando era sergente maggiore dei mitraglieri, nel battaglione Vestone (divisione Tridentina) durante la ritirata di Russia dell'ARMIR, della quale faceva parte il corpo d'armata Alpino, nel gennaio 1943.

Trama[modifica | modifica sorgente]

In prima linea[modifica | modifica sorgente]

Inverno 1942 in un caposaldo sul fiume Don. Tutto ciò è a volte interrotto dal fuoco dei cecchini russi, da brevi incursioni nemiche e da combattimenti risolti a colpi di mortaio. Ognuno riceve posta e, poiché è Natale, anche auguri, cartoline e razioni di sigarette e cognac.

A seguito della generale offensiva russa e della rottura del fronte di guerra, per cercare di evitare l'accerchiamento delle truppe alpine, giunge l'ordine del ripiegamento: i plotoni sono suddivisi in squadre che a turno dovranno abbandonare il caposaldo e coprire le spalle alla squadra successiva. Tutto procede secondo i piani ed i russi, non accortisi della ritirata, non attaccano il caposaldo. Quando viene però il momento per Rigoni di lasciare il caposaldo, egli si blocca e rimane stordito; in quel posto egli lascia molti suoi compagni morti, molti ricordi e per sfogarsi, prima di andarsene, scarica un paio di caricatori di un mitragliatore e lancia delle granate.

La ritirata[modifica | modifica sorgente]

La colonna in ritirata si riversa così nelle gelide steppe russe nella speranza di non essere incalzata dall'Armata Rossa. Nel tragitto Rigoni incontra il cugino Adriano che gli rievoca ricordi felici, di quando era ancora nel suo paese in Veneto. Rigoni essendo caritatevole ed altruista spesso aiuta i compagni e sprofondando nella neve fino alle ginocchia soffre le pene dell'inferno, incrementate dal pesante zaino che sembra segare le ascelle già irritate dal gelo. Incontrano quindi un villaggio e nelle isbe riposano cercando di riscaldarsi e dormire un po'.

Essendo i soldati finiti in una sacca, accerchiati, tentano di sfondare lungo la strada verso i Carpazi. Assaltano quindi un villaggio e, con l'ausilio dei Panzer tedeschi, riescono presto ad occuparlo. Lasciato il villaggio, dopo aver un po' riposato, una battaglia caratterizza il terreno duro della steppa: T-34 russi contro Tiger tedeschi che con le cannonate illuminano il buio cielo invernale. Sgominati i russi gli italiani raggiungono un grosso fienile che d'improvviso s'apre e lascia uscire decine di prigionieri italiani liberati dalle guardie russe in fuga. In sostituzione del tenente rimasto ferito, è assegnato al plotone di Rigoni un nuovo tenente: scontroso e molto rigido. A Rigoni non piace e per questo chiede al capitano di trasferire l'ufficiale in un altro plotone; il capitano accondiscende. Le marce sono lunghe ed estenuanti e all'orizzonte, di sera, è possibile vedere distanti villaggi in fiamme, rumori di spari. Si vedono nella steppa scheletri neri e fumanti di case e granai e sempre più corpi abbandonati e congelati.

Nikolajewka[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'ennesima marcia stremante giunge in un villaggio ed in un'isba si mangia un pezzo di gallina in compagnia di alcuni soldati che non conosce. Si addormenta ed al suo risveglio si accorge che gli hanno rubato il caro moschetto compagno di mille battaglie. Nella stessa isba trova un grosso e pesante fucile da caccia che tuttavia può usare le sue munizioni e si incammina in fretta per raggiungere la compagnia. Il suo piede è ferito, ha una piaga dolorosa e ciò gli rende il cammino difficile tanto che è costretto ad usare un bastone come stampella. Raggiunge in ogni caso la colonna in marcia e incontra Romeo, un compagno che conobbe al corso per diventare rocciatori, così chiamato perché una sera si arrampicò a una finestra per far visita a una pastorella e cantarle una serenata. Dopo lunghe marce riesce, ad ogni modo, insieme ai suoi compagni ancora vivi ad uscire dalla sacca e raggiunge finalmente un caposaldo tedesco dove si lava, si cura e dorme per due giorni. Procedendo il cammino verso casa, arriva in Bielorussia dove il cammino viene agevolato dall'arrivo della primavera.

L'importanza dell'opera[modifica | modifica sorgente]

Il sergente nella neve uscì nel 1953, sedicesimo de "I Gettoni" di Elio Vittorini con il sottotitolo Ricordi della ritirata in Russia. Mario Rigoni Stern, suo autore, fatto prigioniero dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943, aveva scritto la prima stesura del suo diario bellico nel Lager IB in Masuria, regione della Prussia. Nella voce del sergente maggiore Rigoni Mario di GioBatta, matricola 15454 del 6º reggimento alpini, battagliano del Vestone (divisione Tridentina), plotone mitraglieri, gli italiani si sono riconosciuti come gli americani o gli inglesi nei grandi romanzi bellici usciti nelle librerie subito dopo il conflitto. Il romanzo è diviso in due parti distinte: "Il caposaldo" e "La sacca". Nel primo, quasi totalmente ambientato nelle postazioni difensive italiane e caratterizzato da una staticità unica, viene descritta con assoluta precisione la difficoltà della vita dei soldati e la monotonia delle giornate fredde del gelido inverno russo, in condizioni igieniche pessime, lontani dal mondo e soli in un vasto, enorme paese che non conoscono: gatti da mangiare, sigarette Macedonia per la truppa, siciliani e bresciani impegnati ad esprimersi con difficoltà tra di loro, la morte del tenente Sarpi e l'arrivo del tenente Cenci, Natale e Capodanno passati nelle tane a mangiare la dura polenta bergamasca, la continua e preoccupante voce del soldato Gianin (« Sergentmagiù, ghe rivarem a baita? »). La prima parte termina col ripiegamento ordinato dai comandi supremi per evitare che l'armata italiana venga circondata dal nemico. Il protagonista viene lasciato da solo a coprire la precipitosa partenza dei compagni. Osservando le tane vuote, con le fotografie delle ragazze lasciate in patria, una sensazione di abbandono assale Rigoni e accende nel suo animo l'oscura rabbia che lo spinge a sparare nel nulla, a tirare bombe e infine a piangere. "La sacca" è caratterizzato da un dinamismo che occorre nel descrivere l'estenuante marcia di ritorno dei soldati italiani, non priva di pericoli soltanto climatici ma in continua corsa per scampare alla "tenaglia" che i soldati e i partigiani nemici russi tendono alle truppe italiane. La marcia è descritta con andatura sonnambolica, ripetitiva: « Un passo dietro l'altro, un passo dietro l'altro ». L'intensità descrittiva di certi passi, poi, non conosce uguali nella letteratura italiana del dopoguerra: la crosta di formaggio rosicchiata nel sangue delle gengive; i vigliacchi che cercano riparo nelle case dei contadini russi; i "bocconi" di neve per simulare la masticazione del cibo; il cammino degli uomini affamati, senza più armi né munizioni, sull'orlo del tracollo e del congelamento.

Influenza culturale[modifica | modifica sorgente]

  • I Mercanti di Liquore hanno tratto dal romanzo la canzone omonima, incisa nell'album Sputi scritto con Marco Paolini, il quale ha tratto dal libro una pièce teatrale, dal titolo Il sergente.
  • Elio Vittorini, che negli anni '50 curava per la casa editrice Einaudi la collana in cui doveva essere inserito Il sergente nella neve, impose a Rigoni di riscrivere il romanzo per ben sette volte.[senza fonte]

Edizioni[modifica | modifica sorgente]