Il sergente nella neve

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Il sergente nella neve. Ricordi della ritirata di Russia
Autore Mario Rigoni Stern
1ª ed. originale 1953
Genere romanzo
Sottogenere autobiografico, guerra
Lingua originale italiano
Ambientazione Inverno 1942, Ritirata di Russia

Il sergente nella neve è un romanzo autobiografico del 1953 scritto da Mario Rigoni Stern. Si tratta della cronaca dell'esperienza personale vissuta dallo scrittore durante il servizio prestato come sergente maggiore dei reparti mitraglieri nel battaglione Vestone, nel corso della Ritirata di Russia dell'ARMIR nel gennaio 1943, di cui faceva parte il Corpo d'armata alpino. È uscito come sedicesimo libro della collana I gettoni di Elio Vittorini[1], con il sottotitolo Ricordi della ritirata in Russia. Rigoni Stern, fatto prigioniero dai tedeschi intorno all'8 settembre 1943, aveva scritto la prima stesura del suo diario bellico nel Lager IB in Masuria, allora exclave della regione della Prussia.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Inverno 1942. In un caposaldo sul fiume Don, i mitraglieri si difendono dal fuoco dei cecchini russi, da brevi incursioni nemiche e da aspri combattimenti, risolti in genere colpi di mortaio. Ogni recluta riceve e spedisce periodicamente posta da parte o per conto dei parenti e, nel periodo di Natale, anche biglietti di auguri, cartoline, stecche di sigarette e bottiglie di cognac. A seguito di un'offensiva russa e della conseguente rottura del fronte di guerra, per evitare di subire l'accerchiamento dalle truppe nemiche, giunge l'ordine del ripiegamento: i plotoni vengono suddivisi in squadre, che a turno devono abbandonare il caposaldo e coprire le spalle alla squadra successiva in partenza. Tutto procede a gonfie vele, e i russi, del tutto ignari della ritirata degli alpini, seguitano ad attaccare il caposaldo. Quando però arriva il momento per Rigoni Stern di lasciare il caposaldo con la sua squadra, rimane di colpo stordito, riflettendo sul fatto che andandosene è costretto a lasciare i corpi di molti suoi compagni uccisi. Prima di abbandonare il fortino, scarica un alcuni caricatori di un mitragliatore e lancia delle granate in segno di disperazione.

La colonna in ritirata si riversa così nelle gelide steppe russe, nella speranza di tenere lontana l'Armata Rossa. Durante il tragitto, Rigoni incontra il cugino Adriano, che lo richiama ai ricordi dei bei momenti trascorsi nel suo paese, in Veneto. Rigoni, abnegante e altruista, offre spesso il proprio supporto ai compagni durante una camminata nella neve, aiutandoli ad attraversare il tratto senza sprofondare. Giungono quindi in un villaggio, nelle isbe, e riposano cercando di riscaldarsi e di prendere sonno. Ma presto si rendono conto di essere accerchiati, e tentano allora di sfondare lungo la strada verso i Carpazi. Assaltano un villaggio e con l'ausilio dei [Panzer] tedeschi riescono in breve ad occuparlo. Lasciato il villaggio e ripresa la dura sodaglia della steppa, i militari vengono sorpresi da una nuova battaglia, che contrappone T-34 russi a Tiger tedeschi, che con le loro cannonate illuminano il cupo cielo invernale. Sgominati i russi, gli alpini raggiungono un grosso fienile, che d'improvviso si apre, dal quale escono decine di prigionieri italiani, liberati dalle milizie russe messe in fuga. In sostituzione al tenente rimasto ferito, è assegnato al plotone di Rigoni un nuovo ufficiale, dal temperamento rigido e intransigente. Rigoni, insoddisfatto della sua gestione, chiede al capitano che neo-tenente venga trasferito in un altro plotone, ma senza successo. La marcia prosegue lunga ed estenuante. La sera, è possibile scorgere all'orizzonte tanti villaggi in fiamme, anche molto distanti l'uno dall'altro, mentre l'aria è attraversata continuamente da rumori di spari. Si vedono inoltre scheletri anneriti dagli incendi di case e di granai, e sempre più corpi abbandonati al gelo invernale.

Il 26 gennaio 1943 Rigoni combatte contro i russi giorno e notte con Antonelli, che spara alla mitraglietta. Dopo l'ennesima marcia stremante, giunge in un villaggio, dove in un'isba divora un pezzo di pollo insieme a soldati mai visti prima. Il giorno dopo, al risveglio, si accorge che gli hanno rubato il moschetto, che lo aveva accompagnato in molte battaglie. In compenso, rimedia nella stessa isba un grosso e pesante fucile da caccia, e si incammina di fretta per raggiungere la compagnia. Il suo piede è ferito, ha una piaga dolorosa e ciò gli rende il cammino difficile tanto che si vede costretto a usare un bastone a mo' di gruccia. Raggiunge in ogni caso la colonna in marcia. Tra i soldati rincontra Romeo, un compagno già conosciuto al corso dei rocciatori. Dopo lunghe marce riesce, ad ogni modo, insieme ai suoi compagni ancora vivi ad uscire dalla sacca e a raggiungere finalmente un caposaldo tedesco, dove si lava, si medica e dorme per due interi giorni. Procedendo nel cammino verso casa, approda in Bielorussia, dove il cammino viene agevolato dall'arrivo della primavera.

Tematiche affrontate[modifica | modifica wikitesto]

Il romanzo può essere nettamente diviso in due parti distinte e contrapposte: il "caposaldo" e la "sacca". Nella prima parte, quasi totalmente ambientata nelle postazioni difensive italiane e caratterizzata da una voluta staticità, viene descritta con scrupolo la difficoltà della vita dei soldati e la monotonia delle giornate nel gelido e restrittivo inverno russo, in condizioni igieniche indicibili, avulsi dal mondo e soli in un paese immenso e del tutto ignoto. Emerge la condizione disagiata dei soldati italiani, che penano a trovare cibo e persino a comunicare tra loro. Questa incomunicabilità raggiunge l'acme della propria potenzialità nel momento in cui, abbandonato da tutti, il quali si accingono a lasciare per sempre il caposaldo, Rigoni comprende la più ruggente, distruttiva comunicabilità dei ricordi, delle memorie destinate rimanere in quel luogo senza che nessuno se ne curi, e per tale ragione, attanagliato da un oscuro sentimento di rabbia, inizia a sparare e lanciare granate a vuoto, lasciato sgomento e abulico dalla straordinaria comunicabilità delle memorie vicine che non al contrario della parola, che, per immediate ovvietà, dovrebbe costituire il canale comunicativo per antonomasia.

La seconda parte, la "sacca", è caratterizzata da un contrappunto di dinamismo, che occorre nel descrivere l'estenuante marcia degli alpini, non priva di pericoli e insidie, e in continua progressione per scampare alla "tenaglia" che i nemici russi tendono alle truppe italiane. La marcia è scandita da un'andatura sonnambolica, ripetitiva. L'intensità descrittiva di certi brani, poi, non conosce uguali nella letteratura italiana del dopoguerra: la crosta di formaggio rosicchiata nel sangue delle gengive; i vigliacchi che cercano riparo nelle case dei contadini russi; i "bocconi" di neve per simulare la masticazione del cibo; il cammino degli uomini affamati, senza più armi né munizioni, sull'orlo del tracollo e del congelamento.

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

  • I Mercanti di Liquore hanno tratto dal romanzo la canzone omonima, incisa nell'album Sputi scritto con Marco Paolini, il quale ha tratto dal libro una pièce teatrale, dal titolo Il sergente.
  • Elio Vittorini, che negli anni '50 curava per la casa editrice Einaudi la collana in cui doveva essere inserito Il sergente nella neve, impose a Rigoni di riscrivere il romanzo per ben sette volte.[senza fonte]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ I gettoni, collana di Elio Vittorini sez.#Libri

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]