Il muro di gomma

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Il muro di gomma
Il muro di gomma.png
Una scena del film
Titolo originale Il muro di gomma
Paese di produzione Italia
Anno 1991
Durata 118 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico, poliziesco
Regia Marco Risi
Soggetto Sandro Petraglia, Andrea Purgatori, Stefano Rulli
Sceneggiatura Andrea Purgatori, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Produttore Mario e Vittorio Cecchi Gori, Maurizio Tedesco
Fotografia Mauro Marchetti
Montaggio Claudio Di Mauro
Musiche Francesco De Gregori
Scenografia Massimo Spano
Costumi Roberta Guidi Di Bagno
Trucco Rosario Prestopino
Interpreti e personaggi
Premi

David di Donatello 1992: Migliore fonico di presa diretta (Gaetano Carito)

Il muro di gomma è un film italiano del 1991 diretto da Marco Risi, inerente alla strage di Ustica.

Risi racconta la storia di Rocco, un giornalista del Corriere della Sera che seguì per dieci anni l'evoluzione delle indagini sull'incidente che vide coinvolto il volo civile IH870 della compagnia Itavia, nel quale morirono 81 persone. La pellicola non propone la soluzione al mistero, bensì mostra con drammatico realismo il bisogno di verità che si è creato intorno alla faccenda. Il film è tratto dalla vera esperienza del giornalista Andrea Purgatori, da sempre impegnatosi nel fare chiarezza sul caso Ustica, il quale, oltre ad essere uno degli sceneggiatori della pellicola, appare anche in un cameo in alcune sequenze degli interrogatori della commissione d'inchiesta sul disastro, in cui interpreta uno dei membri della commissione.

Per non avere problemi legali con l'autorità militare per l'uso non autorizzato delle divise i costumisti dotarono gli attori di divise con stellette a 6 punte anziché 5, come avvenuto per altri film italiani dello stesso regista Marco Risi e dello stesso periodo, e che con la loro trama mettevano in luce aspetti poco edificanti delle Forze Armate (come ad esempio Soldati - 365 all'alba).

Il titolo della pellicola deriva dalla frase che utilizza nel film l'avvocato Bruno Giordani per riferirsi alla barriera di omertà sull'incidente, che la dichiarazione del maresciallo Caroli aveva per la prima volta penetrato: «dopo anni e anni per la prima volta uno squarcio si apre in questo muro di omertà, in questo muro di gomma».

Trama[modifica | modifica sorgente]

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27 giugno 1980: la torre di controllo dell'aeroporto di Roma Ciampino perde il contatto con il volo di linea IH870 diretto da Bologna a Palermo ed espletato da un DC-9 della compagnia Itavia marcato I-TIGI. La scena si sposta all'Aeroporto di Palermo-Punta Raisi, dove i parenti e gli amici della vittime dell'incidente ricevono la notizia della scomparsa del velivolo: mentre un responsabile dell'aeroporto elenca i 77 passeggeri, scorrono i titoli iniziali del film.

L'inchiesta giornalistica al Corriere della Sera[modifica | modifica sorgente]

Roma, il giornalista Rocco Ferrante, mentre è nell'appartamento nel quale convive con Anna, riceve una telefonata da un conoscente operatore radar di Ciampino che gli comunica dell'incidente aereo a Ustica, facendo vago riferimento ad un "abbattimento".

« (...) L'hai saputo del DC9 che è caduto? (...) Quello dell'Itavia. Guarda che l'hanno tirato giù. (...) L'hanno tirato giù con un missile. Adesso però devo tornare in sala, ti saluto. »
(Controllore di Ciampino che segnala a Rocco Ferrante l'abbattimento del DC9)

Alla redazione del Corriere della Sera, tra le direttive impartite ai giornalisti per occuparsi del caso, Rocco viene mandato a Palermo, per incontrare i parenti delle vittime. Qui Rocco fa la conoscenza, all'uscita dell'obitorio dove le salme finora recuperate sono portate per il riconoscimento, di Giannina (Angela Finocchiaro), rimasta sola con la figlia di 8 anni (Silvia) dopo la perdita del marito (Alberto). Rocco cerca poi, invano, di strappare qualche informazione all'amico che gli aveva parlato per telefono dell'abbattimento dell'aereo, e poi torna a Roma. La redazione intera prende istruzioni in audioconferenza dal direttore del giornale (la voce è di Dino Risi), e poi tutti tornano al lavoro sul caso: Rocco assiste attonito alla seduta del parlamento, con solo 16 politici presenti, in cui il Ministro della Difesa (Gianfranco Barra) promette che sarà fatta luce sulla faccenda. Successivamente Rocco si reca al Palazzo dell'Aeronautica, dove il Generale portavoce (Luigi Montini) sostiene come la probabile causa del disastro sia un cedimento strutturale dell'aereo; questa ipotesi è però seccamente smentita da un portavoce dell'azienda statunitense che vende quei velivoli.

L'ipotesi del missile[modifica | modifica sorgente]

Nella mente di Rocco prende allora corpo un'altra ipotesi: essendo l'aereo esploso in volo (i rottami del mezzo ed i cadaveri sono sparsi nel mare coprendo una zona molto estesa) qualcosa deve averlo fatto saltare in aria: una bomba o un missile? L'ipotesi di un ordigno a tempo è scartata perché essendo il volo partito con due ore di ritardo da Bologna il timer lo avrebbe fatto esplodere quando era ancora a terra, ma il missile non è da escludere. E poiché il traffico aereo militare nella zona incriminata è perlopiù dell'aviazione U.S.A., Rocco si reca all'ambasciata statunitense, che nega un qualsiasi coinvolgimento. Tornato a Roma Rocco apprende che è stato ritrovato un MiG libico precipitato sulla Sila il 18 luglio, ma la data (assai successiva alla strage di Ustica) lo fa disinteressare alla notizia.

Rocco incontra allora un giudice che si occupa dell'inchiesta, che segue in Inghilterra per ottenere maggiori informazioni sulle prime perizie che verranno effettuate con le maggiori risorse tecnologiche a disposizione dei britannici. Al suo ritorno in Italia Rocco si accorge di come la sua indagine stia facendo luce in una faccenda che molti, come aveva già capito da alcune confidenze fattegli, volevano tenere riservata e gestita con calma dagli addetti ai lavori: è vittima di telefonate anonime.

La scena si sposta poi negli studi della compagnia assicurativa che si occupa del risarcimento dei familiari delle vittime dell'incidente: il cinismo degli assicuratori stride con la rabbia silenziosa dei parenti, costretti ad accettare cifre irrisorie per la perdita dei loro cari. Tra i parenti c'è anche Giannina, che nell'occasione incontra nuovamente Rocco, con cui parla a lungo, confidandogli la sua situazione di disagio economico a seguito della morte del marito.

« Ho deciso di firmare perché ne ho bisogno, via. Ho bisogno di quei soldi, e Silvia cresce e io devo... noi non abbiamo un conto in banca o una casa di proprietà. Non abbiamo niente. (...) Ho provato a pensare costituirmi parte civile, ma io da sola? E dall'altra parte giudici, ministri o generali? »
(Giannina)

Sviluppi dell'indagine[modifica | modifica sorgente]

Nel 1981 Rocco riceve una lettera contenente uno strano disegno: incontra allora in segreto un esperto che gli dice che quello è il tracciato radar del DC-9 precipitato e che il DC-9 è stato abbattuto perché si è trovato nel posto giusto al momento sbagliato; inoltre lo avverte che il lavoro giornalistico che sta portando avanti sta dando molto fastidio. Rocco decide di approfondire ulteriormente il caso partendo dall'ipotesi che l'aereo fosse stato abbattuto per errore, mentre il bersaglio era un altro.

« Secondo me chi ha abbattuto il DC9 si è sbagliato. Voleva colpire un altro aereo. (...) Quel DC9 si è trovato nel posto giusto al momento sbagliato. Per questo poi sono stati tutti così bravi. (...) Gli articoli scritti su questa storia sono tutti raccolti dentro un bell'archivio che li valuta per efficacia e attendibilità. Usa due punteggi: dalla A alla Z e dall'1 al 10. I suoi sono quasi tutti 10 Z. Forse farebbe bene a darsi una calmata. (...) Ci sono stati 81 morti...

facciamo che non diventino 82. »

(Esperto che consegna a Rocco il tracciato radar)

Nonostante da più parti gli vengano intimidazioni più o meno velate, il giovane giornalista si dedica anima e corpo al caso, trascurando anche la relazione con Anna, che qualche tempo dopo lo lascerà per un altro. Poco tempo dopo arriva in redazione l'avvocato Bruno Giordani, incaricato di rappresentare la parte civile nel processo sulla strage di Ustica: Giordani è un uomo onesto in cerca di giustizia e chiede, trovandolo, aiuto a Rocco per approfondire la sua conoscenza della vicenda.

1982: Rocco, che teme di avere il telefono sotto controllo, si reca alla BBC per cercare ulteriore materiale su un'eventuale presenza di aerei vicini al DC-9 il giorno dell'incidente. Grazie ad un'amica giornalista ottiene il permesso di visionare e pubblicare in Italia una scottante ricostruzione dell'evento di un esperto americano che aveva lavorato sullo stesso tracciato che fu spedito a Rocco: prima e dopo l'esplosione dell'aereo un radar aveva captato una traccia presumibilmente appartenente ad un caccia militare, che potrebbe aver sparato un missile verso un bersaglio ignoto, che per errore potrebbe aver colpito l'aereo dell'Itavia. La redazione è inizialmente restia a pubblicare l'articolo di Rocco, e lo stesso direttore afferma di aver ricevuto parecchie telefonate per invitare il Corriere a seguire i fatti senza presentare ipotesi azzardate. Alla fine però si decide di pubblicare il servizio in prima pagina: Rocco va di persona a cogliere le impressioni a caldo di alcuni pezzi grossi dell'Aeronautica, tra cui il Generale portavoce e il Capo di Stato Maggiore, che però non danno peso all'imminente uscita dell'articolo e alle informazioni in esso contenute. L'articolo esce e solleva un polverone. Rocco continua a ricevere telefonate anonime e lo stress aumenta, fino a sfiorare l'ossessione: al culmine del nervosismo reagisce con violenza ad uno scherzo di un collega di redazione.

Il MiG[modifica | modifica sorgente]

Gli anni passano, siamo nel 1985: un giorno, mentre butta nella spazzatura alcuni vecchi documenti, Rocco scopre da un fascicolo militare che il 18 luglio 1980, data in cui era stato accertato fosse caduto sulla Sila il MiG-23MS con i colori dell'Aeronautica Militare libica, nel Canale di Sicilia era in atto una simulazione aeronavale interalleata di notevoli dimensioni. Con il grande spiegamento di forze militari nella zona è impossibile che il MiG fosse riuscito ad arrivare fino alla Sila senza essere visto. Rocco si reca allora in Calabria, per raccogliere informazioni: parlando con il medico che aveva effettuato l'autopsia sul cadavere del pilota del Mig scopre che questo aveva ricevuto pressioni per dichiarare che la morte fosse avvenuta a metà luglio, mentre dallo stato di decomposizione essa era individuabile nel periodo dell'incidente di Ustica.

« Vermi grossi così. Avevano fatto nidi un po' in tutto il corpo. Quando provai a prendere le impronte, la pelle si sfilò tutta, così. Il viso del pilota libico non c'era quasi più, il cervello era ormai un liquame, la milza un sacchetto vuoto, surrenale e pancreas dissolti, allo stato gassoso. (...) non era morto certo il 18 di luglio, quando l'aereo si è schiantato sulla montagna. Era morto da 15, 20 giorni, verso la fine di giugno. (...) Il giudice disse che bastava la ricognizione del cadavere, insomma una semplice formalità. Avevamo fretta. Più cercavo di non pensarci, più i dubbi aumentavano. Chiamai il mio collega, anche lui era turbato. Alla fine decidemmo di buttar giù una perizia che rimetteva in discussione la data del decesso, e la consegnammo in Procura. (...) Il giorno dopo il comandante dei Carabinieri ci convocò in caserma e ci presentò uno venuto da Roma. Era in borghese, però disse di essere un ufficiale. (...) Il nome non l'ha detto. Ci mostrò una polaroid del cadavere del pilota col sangue ancora fresco. Io con tutto il rispetto gli feci notare che quella foto era senza data, perciò niente provava che fosse stata scattata proprio il 18 luglio. Mi sembrò parecchio irritato dalla risposta. »
(il medico che ha eseguito l'autopsia a Rocco Ferrante)

Molte autorità del posto negano versioni diverse da quelle accertate ufficialmente, anche se intervistando abitanti del luogo Rocco trova conferme del fatto che il Mig si fosse schiantato proprio il 27 giugno.

« E mo' chi se l'aspettava che veniva addirittura un giornalista, da Roma, dopo tanto tempo. Io proprio non me l'aspettavo più. Bello, eh? (...) certo che l'ho visto. Sì, veniva giù in picchiata, verso la Sila. Ma però non era il 18 di luglio, come avete detto voi, era prima, molto prima. E perché io ero ancora qua a lavorare. Avevo portato giù la famiglia, però ancora non ero andato in ferie. (...) come non me lo ricordo, era il 27 di giugno. Garantito. Boh, l'ora precisa precisa non ve la saprei dire, però era... era... stava facendo buio, ecco, verso sera. »
(il benzinaio di Castelsilano a Rocco Ferrante)

Rocco a questo punto torna a Roma per far pubblicare un articolo sulla sua versione dei fatti: il giorno della strage di Ustica ci sarebbe stato uno scontro tra aerei libici e statunitensi, nel corso del quale, oltre al Mig, ci va di mezzo l'I-TIGI Douglas DC-9 dell'Itavia. Il 18 luglio, durante un'esercitazione, un caccia dell'aviazione U.S.A. esce di formazione e simula il suo schianto sulla Sila per far trovare il Mig. Il capo redazione si rifiuta di pubblicare il pezzo, da una parte per alcune lacune nella ricostruzione, dall'altra perché, anche se non lo ammette, la storia scotta e meno se ne parla meglio è. Se il Corriere deve pubblicare una versione "sgradita", dati i fortissimi interessi in gioco, deve avere riscontri attendibili su quello che scrive, e prove concrete.

« Quello che credo io o credi tu vale zero! Qui c'è di mezzo la NATO, la Libia, i servizi segreti, tanto per cominciare. Io non voglio qualche pezza d'appoggio. Ne voglio un milione! »
(Giulio, il Caporedattore del Corriere della Sera)

Rocco è scoraggiato, ed in un pranzo con alcuni colleghi traspare la sua delusione per i sacrifici fatti per quella storia che non potrà mai venire a conoscenza della gente.

Il recupero del relitto[modifica | modifica sorgente]

Parigi, inverno 1986: Mentre Rocco detta svogliato al telefono un articolo sulla "Guerra del vino" tra Francia e Italia, assiste alla diretta televisiva dell'insediamento del nuovo presidente della repubblica italiana Cossiga, commentata da un giornalista francese il quale, parlando del disastro di Ustica quale tragico evento al centro del dibattito in Italia, accenna all'ipotesi della bomba come la più probabile; Rocco, infastidito e frustrato, spegne la tv. Poco dopo, sempre in Francia, incontra una persona a Parigi, probabilmente un agente di un non meglio identificato servizio segreto, che gli suggerisce come i responsabili del disastro aereo di Ustica possano essere i francesi. La verità ovviamente non deve venire a galla, perché aumenterebbe la sfiducia della gente verso le istituzioni, e quindi gli apparati dello Stato (Esercito, Carabinieri, Servizi Segreti...) si adoperano per celarla. Rocco, data l'imminenza del recupero del relitto, confida all'uomo la speranza che questo faccia finalmente luce su quello che è avvenuto realmente. Questi però gli fa notare come non è detto che qualcuno non sia già stato là sotto per "sistemare" alcune cose, e lo invita a informarsi sulla società a cui è stato affidato il recupero dell'aereo.

« E se qualcuno ci fosse già stato là sotto? Eh? E se qualcuno ci fosse già stato? Chi lo sa, può darsi che mi sbagli, eh? Ma lo sa a che società hanno affidato il recupero dell'aereo? Di che Paese è questa società? No? Non lo sa? Faccia il suo mestiere, si informi. Faccia il suo mestiere. Vedrà che sorprese! Che grande città! »
(sconosciuto agente a Rocco Ferrante)

Nell'estate del 1987 il relitto del DC-9 viene finalmente recuperato e Rocco assiste ad un servizio del telegiornale sull'evento insieme a tutta la redazione: la scatola nera non viene ritrovata, e Rocco, infuriato per la notizia, informa i colleghi del fatto che la società addetta al recupero sia di Marsiglia, e collaboratrice con i Servizi Segreti Francesi.

Barlumi di verità[modifica | modifica sorgente]

Nel 1988 Rocco riceve, in esclusiva ed ancora prima che sia messa a disposizione delle autorità italiane, la perizia sulla carcassa del DC-9: l'aereo dell'Itavia è stato con ogni probabilità abbattuto da un missile. La notizia viene immediatamente pubblicata. Durante la cerimonia d'inaugurazione per un nuovo anno accademico per i cadetti di un'accademia militare, il Ministro della Difesa respinge ogni eventuale accusa all'Esercito, per reticenze, omissioni o altre irregolarità occorse durante le indagini sulla strage di Ustica, oltre a negare ogni responsabilità, diretta o indiretta, dell'Aeronautica sull'incidente. Poco tempo dopo, un altro successo: la Procura incrimina 23 membri dell'Aeronautica e il Parlamento incarica una Commissione Stragi, al fine di indagare sulla sciagura del DC-9.

Estate 1989: interrogato al processo, il maresciallo Luciano Caroli racconta le ultime azioni del DC-9 che aveva seguito grazie alla traccia del radar. Egli afferma di aver visto chiaramente l'aereo cadere, di aver visto ad un certo punto la traccia che cominciava a scadere di qualità, cioè ad essere debole. Immediatamente, egli prosegue, segnalava lo strano evento al tenente che gli sedeva a fianco. In quel momento il DC9 doveva essere sul mare, e contemporaneamente si metteva in contatto con Punta Raisi e con Fiumicino per avere notizie sull'ora del decollo, per verificare un possibile ritardo. Il maresciallo dichiara inoltre che Punta Raisi rispose che stavano aspettando il DC9 a momenti, e che nel frattempo il tenente cercava di chiamare l'aereo per radio, senza avere risposta. Tutto questo è in netto contrasto a quanto sempre affermato dai vertici dell'Aeronautica nei 9 anni passati sino a quel momento. All'uscita dalla sala, l'avvocato Giordani dà la notizia alla stampa: Rocco, notando un po' di rimestio alle spalle dei suoi colleghi, si dirige allora verso alcuni Sottufficiali dell'Aeronautica Militare convocati per l'interrogatorio e reticenti presenti fuori dall'aula e che stanno inveendo verso il Maresciallo Caroli. Uno di quei sottufficiali, durante la discussione col giornalista, si lascia scappare come il bersaglio della "battaglia aerea" che portò all'erroneo abbattimento del DC-9, fosse forse un aereo libico con a bordo un influente personaggio politico (Gheddafi?) di cui loro avevano avuto un piano di volo sulla tratta Tripoli-Varsavia. L'uomo ricorda a Rocco la propria situazione con le seguenti parole:

« (...) Tanto a pagare siamo sempre noi! Quelli che non contano niente, gli stracci, come me, come lui, come quel fesso di Caroli! Certo, per voi è facile fare gli eroi con la penna in mano. Siete pagati per fare gli scandali! Per noi invece è diverso! Se noi parliamo, se cascettiamo, ci cacciano via, e noi abbiamo famiglia. Perciò mi faccia la cortesia, non ci rompa le palle, altrimenti le dico cosa penso di lei e di questa specie di processo! (...) perché il primo quaquaraquà qua dentro sono io. »
(Sottufficiale dell'Aeronautica interpretato da Tony Sperandeo)

Conclusione[modifica | modifica sorgente]

Nel 1990 vengono interrogati i militari dell'Aeronautica incriminati per aver inquinato e depistato le indagini sulla strage di Ustica, molti dei quali (tra cui il Ministro della Difesa) appaiono visibilmente turbati e impauriti per quello che gli sta succedendo. All'uscita dall'aula Rocco, nonostante la pioggia battente, segue fino alla macchina l'ammiraglio che lo aveva aggredito verbalmente anni addietro quando ricopriva il ruolo di Capo di Stato Maggiore della Difesa, rinfacciandogli le accuse di essere pagato da qualcuno per alimentare quello scandalo.

« Chi ci paga, Ammiraglio? Avanti, i nomi! Faccia i nomi! (...) Siamo noi i depistatori, eh? Siamo noi giornalisti che abbiamo depistato! (...) Lei lo sa chi ci paga, ammiraglio? Lo sa? (...) Io voglio sapere da chi sono stato pagato in tutti questi anni, Ammiraglio! Lo voglio sapere! (...) La verità, ammiraglio! Dica la verità! Ce la deve dire la verità! Sono dieci anni che aspettiamo! Dieci anni! »
(Rocco Ferrante)

Sempre sotto la pioggia si chiude il film: Rocco detta l'articolo sui fatti degli ultimi giorni da una cabina telefonica, riassumendo tutte le manovre di depistaggio e menzogna attuate dagli uomini ora sotto processo, elencando le loro responsabilità e concludendo con un sofferto: "Perché?".

« Ci sono voluti dieci anni, dieci anni di bugie, dieci anni di perché senza risposta. Perché chi sapeva è stato zitto? Perché chi poteva scoprire non si è mosso? Perché questa verità era così inconfessabile da richiedere il silenzio, l'omertà, l'occultamento delle prove? C'era la guerra quella notte del 27 giugno 1980: c'erano 69 adulti e 12 bambini che tornavano a casa, che andavano in vacanza, che leggevano il giornale, o giocavano con una bambola. Quelli che sapevano hanno deciso che i cittadini, la gente, noi non dovevamo sapere: hanno manomesso le registrazioni, cancellato i tracciati radar, bruciato i registri, hanno inventato esercitazioni che non sono mai avvenute, intimidito i giudici, colpevolizzato i periti. E poi, hanno fatto la cosa più grave di tutte: hanno costretto i deboli a partecipare alla menzogna, trasformando l'onestà in viltà, la difesa disperata del piccolo privilegio del posto di lavoro in mediocrità, in bassezza. Ora, finalmente, mentre fuori da questo palazzo, dove lo Stato interroga lo Stato, piove, a molti sembra di vedere un po' di sole. Aspetta. Queste ultime tre righe non mi piacciono. Aggiungi soltanto... Perché? »
(Rocco Ferrante)

Uscito dalla cabina, Rocco si volge verso i parenti delle vittime, a colloquio con l'avvocato Giordani: saluta Silvia, la figlia di Giannina, ormai diciottenne, e si allontana.

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