Arbeit macht frei

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All'ingresso del Campo di concentramento di Auschwitz ancora è visibile la scritta "Arbeit macht frei" che sovrasta la cancellata, eseguita dall'internato Jan Liwacz.

Arbeit macht frei (che in tedesco significa: "Il lavoro rende liberi") era l'ironico e crudele messaggio di benvenuto posto all'ingresso di numerosi campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale.

La scritta assunse nel tempo un forte significato simbolico, essendo in grado di riassumere in sé tutta la menzogna, la crudeltà e la barbarie dei campi di concentramento nazisti, nei quali i lavori forzati, la condizione di privazione inumana dei prigionieri e non ultimo il destino finale di morte, stridevano con grottesca ironia rispetto all'apparente candore etico del motto.

L'idea di porre la scritta ad Auschwitz è probabilmente dovuta al maggiore Rudolf Höß, primo comandante responsabile del campo di sterminio; la frase, comunque, costituiva il titolo di un romanzo del 1872 dello scrittore tedesco Lorenz Diefenbach. I prigionieri che lasciavano il campo per recarsi al lavoro, o che vi rientravano, erano costretti a sfilare sotto il cancello d'entrata accompagnati dal suono di marce marziali eseguite da una orchestra di deportati appositamente costituita. Contrariamente a quanto rappresentato in alcuni film, la maggior parte dei prigionieri ebrei era detenuta nel campo di Auschwitz II - Birkenau e non passava quindi da questo cancello.

Questo motto era presente in molti campi di concentramento e sterminio (ed è ancora presente per memoria storica nei campi dismessi) tra i quali: il campo principale di Auschwitz, Dachau, Flossenbürg, Gross-Rosen, Sachsenhausen, e al ghetto-campo di Terezin.

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