Il deserto dei Tartari (romanzo)

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Il deserto dei Tartari
Autore Dino Buzzati
1ª ed. originale 1940
Genere romanzo
Lingua originale italiano
Ambientazione Fortezza Bastiani

Pubblicato nel 1940, Il deserto dei Tartari fu il romanzo che segnò la consacrazione di Dino Buzzati tra i grandi scrittori del Novecento italiano.

Lo scrittore bellunese in un'intervista affermò che lo spunto per il romanzo, era nato “dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l'idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell'esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva”.
Il tema centrale del romanzo è dunque quello della fuga del tempo.[1]

Indice

Trama [modifica]

Il romanzo segue tutta la vita di Giovanni Drogo, dal momento in cui questo, ventunenne pieno di ambizioni, arriva alla Fortezza Bastiani, sua prima destinazione dopo la recente nomina a tenente.

La Fortezza, ultimo avamposto ai confini settentrionali del regno, domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”, un tempo teatro di rovinose incursioni da parte dei nemici. Tuttavia, da molti anni nessun attacco è più giunto da quel fronte, e la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica, è rimasta solo una costruzione arroccata su una solitaria montagna, di cui molti ignorano finanche l'esistenza.
Dimenticata da tutti, essa continua tuttavia a vivere secondo le norme ferree che regolano gli organismi militari, ed esercita sui suoi abitanti una sorta di malia che impedisce loro di lasciarla. I militari che la abitano sono, infatti, animati e sorretti da un'unica, inconfessata speranza: vedere apparire all'orizzonte, contro le aspettative di tutti, i nemici. Fronteggiarli, combatterli, diventare eroi: sarebbe l'unica via per restituire alla fortezza la sua importanza, per dimostrare il proprio valore e, in ultima analisi, per dare un senso agli anni spesi in quel luogo.

Anche Drogo, che pure si proponeva di rimanere alla Fortezza per pochi mesi, ne rimarrà affascinato, dalle rassicuranti e pigre abitudini che vi scandiscono il tempo, dalla speranza di una futura gloria che lo porterà ad investire i suoi vent'anni, e poi la sua intera vita, in una speranzosa, e infine rassegnata, attesa.

Soprattutto, domina la certezza di non poter più tornare indietro. Sin dalla sua prima licenza, dopo quattro anni di permanenza, Drogo sentirà un senso di estraneità e smarrimento nel ritornare al suo vecchio mondo, ad una casa che non può più dire sua, ad affetti a cui scopre di non saper più parlare.

Nell'attesa della "grande occasione" si consuma la vita di Drogo e dei suoi compagni; su di loro trascorrono, inavvertiti, i mesi, poi gli anni. Drogo vedrà alcuni dei suoi compagni morire, altri lasciare la fortezza ancora giovani o ormai vecchi. Fino alla beffa finale: proprio nei giorni in cui i nemici, finalmente, avanzano verso il confine, Drogo dovrà lasciare la Fortezza, dopo oltre trenta anni dal suo arrivo, minato da una malattia che non gli consente di proseguire oltre la vita militare. La morte lo coglierà solo, in un'anonima stanza di una locanda di città, ma non in preda alla rabbia e alla delusione.
Drogo, infatti, riflettendo su tutta la sua vita, capirà, nei suoi ultimi istanti, quale fosse in realtà la sua personale missione, l'occasione per provare il suo valore che aveva atteso per tutta la vita: affrontare la Morte con dignità, "mangiato dal male, esiliato tra ignota gente". Drogo non ha quindi centrato l'obiettivo della sua esistenza ma ha sconfitto il nemico più grande: la morte. Con questa raggiunta consapevolezza di aver combattuto questa battaglia decisiva e più importante, Drogo muore riappacificato con la sua storia, della quale ha finalmente trovato un senso che supera la sua individualità personale.

Curiosità [modifica]

  • I Tartari, popolazione nomade dell'Asia centrale a volte identificata con i Mongoli, in realtà non hanno nulla a che vedere con il romanzo. Lo scrittore sfrutta il nome dei Tartari per evocare l'idea di una minaccia militare, di una invasione da parte di un popolo crudele, guerriero e sconosciuto, sulla scia di un immaginario medievale che ha la sua origine ne Il Milione, il primo grande libro di viaggi, in cui lo stupore per il favoloso e il meraviglioso è sempre confuso alla tendenza catalogatrice di Marco Polo.[2]

Opere ispirate [modifica]

Nel 1976 si traspose il romanzo in un poetico film diretto da Valerio Zurlini (nel cast Vittorio Gassman, Jacques Perrin, Philippe Noiret, Max Von Sydow e Giuliano Gemma).

Lo scrittore sudafricano J. M. Coetzee, premio Nobel per la letteratura nel 2003, si è ispirato alla trama de Il deserto dei Tartari per scrivere il romanzo Waiting for the Barbarians, pubblicato nel 1980.

Il cantante Franco Battiato, nel brano omonimo tratto dall'album Dieci stratagemmi del 2004, paragona la sua esistenza alla Fortezza Bastiani sentendosi come il Tenente Drogo in cerca della sua personale missione tra le mura della Fortezza.

In omaggio all'opera di Dino Buzzati, lo scrittore Dario Pontuale nel romanzo L'irreversibilità dell'uovo sodo anagramma il cognome di Giovanni Drogo per adattarlo al proprio protagonista, l'impacciato investigatore privato Gabriele Grodo.

Edizioni [modifica]

  • Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Rizzoli, Milano, 1940.

Bibliografia [modifica]

  • Giuseppe Leone, "Dino Buzzati e le grandi "costruzioni" letterarie - La "fortezza di Bastiani" non è "Il castello" di Kafka", Il Punto Stampa, Lecco, aprile 1997.
  • Vittorio Caratozzolo, La finestra sul deserto. A oriente di Buzzati, Acireale-Roma, Bonanno, 2006.

Voci correlate [modifica]

Note [modifica]

  1. ^ Intervista a Giulio Nascimbeni su cesil.com
  2. ^ Fonte:www.letteratour.it

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Collegamenti esterni [modifica]

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