Il Giornale d'Italia (1901-1976)

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Il Giornale d'Italia
Stato Italia
Lingua Italiano
Periodicità quotidiano
Genere stampa nazionale
Fondatore Sidney Sonnino, Antonio Salandra
Fondazione 1901
Chiusura 1976
Sede Roma
Direttore Alberto Bergamini, Virginio Gayda
 

Il Giornale d'Italia è stato un importante ed innovativo quotidiano italiano con sede a Roma, nato nel 1901 e chiuso nel 1976.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Fondazione[modifica | modifica sorgente]

Il Giornale d'Italia nacque da un progetto dei politici Sidney Sonnino e Antonio Salandra, esponenti del partito liberale monarchico. All'interno della Destra storica, la componente liberale era in netta minoranza. Il 15 febbraio 1901 si era formato il governo Zanardelli, con Giovanni Giolitti come ministro dell'Interno e figura centrale della maggioranza. Il nuovo quotidiano venne ideato in funzione di una ripresa e rinnovamento della corrente liberale e come voce di contrasto allo schieramento giolittiano. La sede naturale del quotidiano era Roma. I due fondatori scelsero insieme il nome della testata e il suo direttore: consultandosi con Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, la scelta cadde sul persicetano Alberto Bergamini, che stava dando prova di spiccate capacità organizzative all'ufficio di corrispondenza romano del Corriere.[1]

A Bergamini non venne solo affidato il ruolo di gerente responsabile (equivalente a direttore responsabile), ma, secondo il modello che Torelli Viollier (il predecessore di Albertini) aveva ideato al Corriere, ebbe anche il ruolo di socio accomandante della società editrice. La nuova impresa giornalistica vide così la luce sotto la ragione sociale di «Società Alberto Bergamini e Comp.»
I finanziamenti furono presto trovati ed ammontarono a 550.000 lire[2], provenienti da ambienti dell'aristocrazia e dell'imprenditoria immobiliare della capitale[3]. Tra i finanziatori, oltre a Sonnino e Salandra, si trovano i nomi di Pietro Bertolini, Cesare Ferrero di Cambiano, Giovacchino Bastogi, Emilio Maraini, Eugenio Bergamasco ed E. de Asarta.

Nella redazione entrò con un ruolo di primo piano Domenico Oliva, ex direttore politico del Corriere; il corrispondente da Vienna era Alberto Albertini (fratello del direttore del Corriere), mentre da Parigi fu, inizialmente, Ugo Ojetti.
Il primo numero del nuovo quotidiano uscì la sera del 16 novembre 1901. La sede era in Palazzo Sciarra-Colonna, affacciata su via del Corso. Gli impianti tipografici erano moderni: due rotative alimentate a gas, cui lavoravano sessanta operai.

Il programma del nuovo quotidiano venne enunciato a Bergamini da Sidney Sonnino con queste parole:

« Occorre difendere le classi conservatrici e capitalistiche, ma esercitando sempre una forte pressione anche su di esse perché non confidino soltanto nella violenza e nella prepotenza, e perché facciano una parte equa anche alle classi lavoratrici. »

Il programma fu compiutamente realizzato da Bergamini, che scrisse, nell'articolo di fondo del primo numero:

« Lavoreremo alla conciliazione degli animi, a ravvivare i sentimenti di solidarietà fra tutti gli ordini cittadini, a rialzare col minore attrito possibile le condizioni morali ed economiche delle classi più disagiate, dalla cui redenzione dipende per tanta parte l'avvenire d'Italia. »
(Il Giornale d'Italia, Anno I, n° 1, sabato 16-domenica 17 novembre 1901.)

L'invenzione della «terza pagina»[modifica | modifica sorgente]

Alla fine dell'Ottocento tutti i quotidiani italiani avevano quattro pagine. La prima ospitava l'articolo di fondo e la cronaca dei fatti più rilevanti della giornata. La seconda era dedicata alla cronaca politica, italiana e straniera. La terza pagina ospitava il romanzo d'appendice e le notizie telegrafiche. La quarta pagina era dedicata alle notizie secondarie ed alla pubblicità. Spesso la domenica, giorno festivo per eccellenza, le pagine diventavano sei. Il Giornale non faceva eccezione.
Appena nato, il quotidiano doveva costituirsi una solida base di lettori. Bergamini sapeva che il suo pubblico, appartenente alla buona borghesia romana, amava molto il teatro. Sapeva anche che i suoi lettori facevano a gara per essere presenti alle prime teatrali, che erano eventi culturali e mondani insieme.
Il 9 dicembre 1901 gli si presentò l'occasione per fare un esperimento in grande stile. Quella sera (un mercoledì) si dava al Teatro Costanzi la prima nazionale della tragedia Francesca da Rimini di Gabriele D'Annunzio, con la grande Eleonora Duse nella parte della protagonista. Bergamini cercò di sfruttare al massimo l'evento preparando un resoconto giornalistico il più possibile completo. Il Giornale (n°‹ 25 del 10 dicembre) uscì a sei pagine, contro le tradizionali quattro dei giorni feriali. In prima pagina fu pubblicato un pezzo su un'intera colonna per richiamare l'attenzione del lettore ed incuriosirlo sull'argomento. Tutta la terza pagina fu dedicata all'evento.

Sebbene l'idea riscosse un certo successo, il quotidiano continuò con gli esperimenti almeno per un biennio, prima di trovare una forma organica stabile. Accadde anche che, per un certo periodo, la cultura fu trattata in altre pagine. La terza pagina come la conosciamo oggi trovò una sistemazione tra il 1904 e il 1905. Collaborarono attivamente alla nascita della terza pagina giornalisti di grande esperienza, tra cui Luigi Federzoni («G. De Frenzi»), Mario Missiroli e Goffredo Bellonci, questi ultimi provenienti dal Resto del Carlino. La terza pagina accrebbe molto il prestigio del giornale e venne presto ripresa anche dagli altri quotidiani[4].

In pochi anni il Giornale d'Italia diventò la voce del liberalismo monarchico. Vi collaborarono pensatori come Giustino Fortunato, Benedetto Croce (per ben 21 anni, dal 1902 al 1923), Gaetano Mosca, Maffeo Pantaleoni e Alfredo Oriani. La terza pagina si arricchì dei contributi di alcuni tra i massimi esponenti del mondo culturale italiano: Antonio Fogazzaro, Federico De Roberto, Carlo Alianello, Luigi Capuana, Giovanni Pascoli, Luigi Pirandello, Alfredo Panzini, Giovanni Papini, Pasquale Villari, Vilfredo Pareto, Rodolfo Lanciani, Marino Moretti, Luigi Pigorini e Cesare De Lollis.
Il Giornale diede spazio al dibattito religioso che segnò i primi anni del secolo: quello sul modernismo, ospitando interventi di Romolo Murri, Ernesto Buonaiuti, Tommaso Gallarati Scotti e dello stesso Fogazzaro.
Altro aspetto del quotidiano romano fu la puntigliosa e dettagliata cronaca parlamentare, molto importante per la sua linea politica. Attraverso le molte edizioni pomeridiane e serali del quotidiano, Bergamini seppe costruirsi un vantaggio di mezza giornata rispetto agli altri quotidiani nazionali, pubblicando sempre in anticipo le notizie di corridoio. In occasione delle elezioni del 1913 il Giornale fu il primo a pubblicare il Patto Gentiloni con la lista dei candidati che vi avevano aderito.
Il Giornale divenne molto popolare anche nel Sud, specialmente in Abruzzo, Puglia e Calabria. Ciò spinse l'editore ad accrescere il suo sforzo produttivo fino a realizzare sette diverse edizioni del quotidiano. Il 18 marzo 1912 nacque anche un'edizione pomeridiana, Il Piccolo Giornale d'Italia[5].

Gli anni del successo[modifica | modifica sorgente]

Nel 1913 la testata era una delle più prestigiose del Paese, posizionandosi al quarto posto su scala nazionale per vendite, dopo il Corriere della Sera, Il Secolo e La Stampa. La diffusione media giornaliera si attestava sulle 130.000 copie, superando il concorrente La Tribuna e quasi doppiando Il Messaggero.
Nel marzo 1914 Antonio Salandra diventò presidente del Consiglio[6]. Il Giornale, da foglio d'opposizione, diventò un organo quasi ufficioso agli occhi del pubblico. La proprietà assicurò a Bergamini ampia libertà di manovra, nonostante ciò il quotidiano perse un po' di quel mordente e di quella funzione di stimolo avuta durante il periodo giolittiano.
Allo scoppio della prima guerra mondiale il Giornale scelse di mantenere una posizione neutrale, pur dichiarandosi fedele alla Triplice alleanza. Quando, tra 1914 e 1915, Sidney Sonnino si convertì all'interventismo, il giornale lo seguì, abbracciando la tesi dell'inevitabilità del conflitto. Durante la Grande guerra le vendite raggiunsero quota 200.000 copie[7]. Dal fronte di guerra si distinsero le cronache di Achille De Benedetti.

Nel dopoguerra Il Giornale d'Italia potenziò l'offerta informativa pubblicando due settimanali: il supplemento della domenica La Voce d'Italia e Il Giornale d'Italia agricolo, il cui primo numero uscì il 21 luglio 1918.
Il 9 novembre 1923, dopo 22 anni nel ruolo di gerente responsabile e socio accomandante (cioè amministratore) del quotidiano, Bergamini lasciò, quando capì che sul suo quotidiano si stavano allungando le mire del regime fascista. Alberto Bergamini dichiarò che il Giornale d'Italia stampava in media 300.000 copie[8]. Il controllo del giornale fu ceduto al presidente del neonato Partito Liberale Italiano, Emilio Borzino; il quotidiano adottò una linea politica favorevole al regime.
Nel marzo 1926 passò di nuovo di mano. Fu costituita una nuova società di gestione, la «Società anonima Il Giornale d'Italia», società per azioni controllata dall'industriale Giovanni Armenise[9], a capo della quale venne posto Enrico Corradini[10].

La direzione di Virginio Gayda

Virginio Gayda fu direttore del quotidiano dal 1926 al 1943. Gayda, burocrate prestato al giornalismo, resse il Giornale in un periodo, gli anni del regime fascista, in cui raccontare la politica italiana significava essenzialmente raccontarne la politica estera. Grande conoscitore di questioni diplomatiche, amico personale di Benito Mussolini, l'articolo di fondo che pubblicava ogni domenica sulla prima pagina del Giornale fu in pratica la voce del ministero degli Esteri[11]. Per questo, Il Giornale d'Italia divenne il quotidiano italiano più citato all'estero. Il 15 luglio 1938 sulle colonne del Giornale d'Italia fu pubblicato un articolo anonimo dal titolo "Il fascismo e i problemi della razza", che venne poi ripreso dal resto della stampa italiana. L'articolo, in seguito comunemente chiamato Manifesto degli scienziati razzisti, anticipava le leggi razziali del regime.

Nel 1938 l'editrice del Giornale d'Italia (che gestiva il quotidiano e comprendeva anche le testate Il Piccolo, La Voce d'Italia e Il Giornale d'Italia agricolo) fu ceduta alla Confederazione fascista degli agricoltori. Nel 1942 il nuovo proprietario divenne la Banca Nazionale dell'Agricoltura.

Tra il 1941 al 1943 la Terza pagina del quotidiano si arricchì della collaborazione di Silvio D'Amico, uno dei massimi critici teatrali del suo tempo.
L'esperienza di Gayda al Giornale si concluse dopo il 25 luglio 1943, con l'arresto di Mussolini e la conseguente caduta del regime.

Il dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Le vicende della seconda guerra mondiale portarono l'Italia ad un radicale cambiamento dell'assetto istituzionale: fu abolita la monarchia e fu instaurata la repubblica. Venne a mancare così una delle ragioni d'essere del quotidiano.

La direzione di Santi Savarino

Nel 1946 il quotidiano era tornato nelle edicole dopo un anno di sospensione, con la nuova testata «Il Nuovo Giornale d'Italia». La proprietà venne restituita alla famiglia Armenise, che affidò la direzione del quotidiano a Santi Savarino, letterato e senatore del Regno, con Remigio Rispo vice direttore. Il quotidiano si stampava in 5 edizioni, che uscivano in momenti diversi della giornata, dalla mezzanotte fino alle 18,30; quella principale era l'edizione «pomeridiana» (pronta nelle edicole alle 11 di mattina). La tiratura prevista fu di 60.000 copie.
Nel 1950 Osvaldo Restaldi, fotoreporter romano inviato in Sicilia per il Corriere della sera e Il Giornale d'Italia fotografò il corpo senza vita del pericoloso latitante Salvatore Giuliano. Fu uno scoop.
Il 13 maggio 1954, sulle colonne del Giornale, don Luigi Sturzo (fondatore nel 1919 del Partito Popolare) accusò il sindaco di Firenze Giorgio La Pira di statalismo. L'articolo ebbe larga risonanza, ne nacque una polemica aspra ma di alta levatura culturale tra i due intellettuali.
Il principale collaboratore di Savarino era Rocco Moràbito, caporedattore. La redazione esteri era composta da: Osea Felici, Giuseppe Piazza, Amedeo Ambrosi. Il Giornale aveva un corrispondente in ogni grande capitale del mondo (Parigi, Bruxelles, Londra, New York). Le firme principali erano Giuseppe Solari Bozzi, Bruno Tedeschi, Mario Franchini, Nantas Salvalaggio. Il vaticanista era Filippo Pucci (che fece poi carriera a La Stampa). Elio Battistini curava la Terza pagina. Negli Spettacoli si potevano leggere le firme di Raul Radice per il teatro, Gino Visentini per il cinema (era stato presidente della Mostra di Venezia) e il maestro Ferdinando Lunghi per la musica. Dello sport si occupava Maurizio Barendson.
Al Giornale di Savarino crebbero giornalisti che poi diventarono firme di primo piano: Gaspare Barbiellini Amidei (futuro direttore de Il Tempo), Alberto Sensini (che avrebbe poi diretto La Nazione di Firenze), Aldo Rizzo (che avrebbe diretto il "Gr1"), Federico Orlando (che avrebbe codiretto dapprima Il Giornale e in seguito La Voce di Indro Montanelli).
Il successore, Angelo Magliano[12], proseguì la linea politica del Giornale improntata al centrismo. Il quotidiano si posizionò al fianco della corrente dorotea della DC, in opposizione ad Amintore Fanfani[13].

Il declino

Nei primi anni cinquanta il Giornale d'Italia fu acquistato dalla Confindustria. Negli anni sessanta l'organizzazione nominò l'industriale Giovanni Balella, responsabile dei rapporti esterni, direttore amministrativo del Giornale e lo incaricò di rilanciare il quotidiano.
Giovanni Balella costituì una nuova società editrice, la STEC («Società tipografico-editoriale capitolina») e acquistò un terreno a piazza Indipendenza, in zona Campo Marzio. Nel 1965 il Giornale cambiò sede per la prima volta dalla sua fondazione: da Palazzo Sciarra-Colonna si trasferì nel nuovo edificio, a due passi dalla Stazione Termini. Il piano di Balella prevedeva, anche, che una parte dell'edificio sarebbe stata data in affitto ad altri giornali, ammortizzando gli alti costi di gestione. Furono impiantate nuove rotative Mann.
Nel 1969 l'industriale Attilio Monti, rilevò il quotidiano dalla Confindustria. Sconfessando il piano Balella, Monti decise di trasferire la sede del giornale in un edificio di sua proprietà nella zona a sud di Roma. In attesa del trasferimento sulla Via Appia Nuova, il quotidano venne ospitato presso uno stabilimento tipografico sulla via Tiburtina[14], allargato per ospitare anche la redazione e potenziato con l'adozione della stampa in offset. Il Giornale uscì in due edizioni giornaliere.
La direzione fu affidata a Nino Badano, che aveva già diretto Il Quotidiano, organo della Conferenza Episcopale Italiana. Badano chiamò, in virtù di un'amicizia di lunga data, Randolfo Pacciardi nel ruolo di editorialista. Inoltre lanciò nuove firme come Giano Accame, Gianfranco De Turris, Carlo De Risio e Mauro Mita.
Quando lo stabilimento in Via Appia Nuova fu pronto, il quotidiano vi si trasferì. La nuova sede non portò fortuna: le vendite calarono ancora e Il Giornale d'Italia non si risollevò più dallo stato di sofferenza.
Il quotidiano fu chiuso definitivamente con il numero del 24 luglio 1976. Celebre, anche se funesto, il titolo dell'articolo di fondo: “Silenzio, si chiude”.

Alla chiusura del giornale, l'archivio redazionale fu trasferito nella sede de il Resto del Carlino, quotidiano bolognese di proprietà del gruppo Monti. Il 7 settembre 1980 il materiale venne trasferito a San Giovanni in Persiceto, paese natale di Bergamini.

Direttori[modifica | modifica sorgente]

Graditi al regime fascista

Dopo la caduta del fascismo: nomina approvata dal Minculpop defascistizzato

Graditi al regime della R.S.I.

Sospeso per deliberazione dell'«Allied Publication Board» anglo-americano il 7 giugno 1944, le pubblicazioni riprendono il 9 aprile 1946 con la testata Il nuovo Giornale d'Italia.

Scelti dalla Confindustria

Scelti dal gruppo Monti

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Capo della sede romana del Corriere della Sera era Michele Torraca (1840-1906).
  2. ^ Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, pag. 149.
  3. ^ Claudio Santini, Giornalisti, n° 75, settembre 2009, pag. 7.
  4. ^ La “terza pagina” contraddistinse fino agli anni ottanta del XX secolo il giornalismo italiano in Europa.
  5. ^ «Il Piccolo» avrà vita fino al 1944.
  6. ^ Il governo Salandra I durò fino al 5 novembre 1914; il successivo governo Salandra II rimarrà in carica fino al 18 giugno 1916.
  7. ^ Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, pag. 208.
  8. ^ Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, pag. 338.
  9. ^ Che già possiede un altro importante quotidiano romano, La Tribuna.
  10. ^ La presidenza di Corradini fu breve, poiché il senatore toscano morì nel 1931.
  11. ^ Mussolini mantenne sempre, durante il suo ventennale governo, la carica di ministro degli Esteri, delegandola a Ciano soltanto negli ultimi anni.
  12. ^ Angelo Magliano, ligure di Porto Maurizio; durante la seconda guerra mondiale membro giovanissimo della "Franchi" di Edgardo Sogno, poi direttore del Corriere Lombardo. Vinse un premio Viareggio.
  13. ^ Danilo Breschie Gisella Longo, Camillo Pelizzi, 2003, pag. 351.
  14. ^ Lo stabilimento era di proprietà dei Pinto, una famiglia di tipografi ed editori.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Felice Borsato, «Terza pagina». Cento anni di giornalismo d'autore, in: L'Opinione, 23-24-25 gennaio 2002.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]