Idries Shah

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Idries Shah (1924-1996)

Idries Shah (Simla, 16 giugno 1924Londra, 23 novembre 1996) è stato uno scrittore britannico. Autore di alcune decine di libri di argomento psicologico e spirituale, ma anche di diari di viaggio e di studi culturali.[1]

Nato in India, discendente da una nobile famiglia originaria dell'Afghanistan,[1] Shah è cresciuto principalmente in Inghilterra. I suoi primi scritti sono incentrati su temi quali la magia e la stregoneria.[2][3] Nel 1960 ha fondato una casa editrice chiamata Octagon Press, presentando traduzioni dei classici sufi e titoli originali. La sua opera più emblematica è stata I Sufi, che apparve nel 1964, ottenendo una buona accoglienza in ambito internazionale.[4] Nel 1965 Shah fondò a Londra l'Istituto per la Ricerca Culturale (Institute for Cultural Research), un'organizzazione educativa non-profit dedicata allo studio del comportamento umano e delle culture.[5] Un'organizzazione simile, l’Institute for the Study of Human Knowledge (Istituto per lo Studio della Conoscenza Umana), conosciuto anche come ISHK, esiste negli Stati Uniti,[6] sotto la direzione dello psicologo e professore dell’Università di Stanford Robert Ornstein.[7]

Nei suoi scritti Shah presenta il Sufismo come una forma di sapienza universale precedente all’Islam, e ponendo l’enfasi sulla dinamicità del Sufismo, la cui natura non statica sempre si adatta al tempo presente, in accordo al luogo e alla gente coinvolta, egli formulò il suo insegnamento in termini psicologici comprensibili ad un pubblico occidentale. Shah ha fatto largo uso di racconti, insegnamenti tradizionali e parabole, testi che contengono molteplici strati di significati disegnati per attivare l’introspezione e l’autoriflessione nel lettore. Forse la sua raccolta più conosciuta di storie comiche è quella del Mula Nasrudin.[8]

In diverse occasioni Shah è stato criticato da Orientalisti che mettevano in dubbio le sue credenziali e il suo background. Il suo ruolo nella controversia sorta a seguito della pubblicazione, ad opera dell'amico Robert Graves e del fratello maggiore, Omar Ali-Shah, di nuova traduzione del Rubaiyat di Omar Khayyam, fu oggetto di un minuzioso esame.[9] Nonostante ciò ha avuto anche dei difensori, tra cui spicca la scrittrice (e vincitrice del premio Nobel per la letteratura) Doris Lessing. Shah è stato riconosciuto come un portavoce del Sufismo in Occidente e ha preso parte a conferenze in un gran numero di università occidentali. I suoi lavori hanno avuto un ruolo significativo nel presentare il Sufismo come una forma di sapienza spirituale laica e individuale.

Vita[modifica | modifica wikitesto]

Famiglia e primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Idries Shah nacque a Simla, in India, da Sirdar Ikbal Ali Shah, scrittore e diplomatico di origine afgana, e dalla scozzese, Saira Elizabeth Luiza Shah. La casa della famiglia Shah si trovava nei pressi dei giardini di Paghman a Kabul.[10] Il bisnonno paterno, Sayed Amjad Ali Shah, era il nawab di Sardhana nell'Uttar Pradesh nel nord dell'India;[11] la famiglia aveva ottenuto questo titolo ereditario grazie ai servizi resi ai britannici da un antenato di nome Jan Fishan Khan.[12][13]

Shah crebbe principalmente nelle vicinanze di Londra.[14] Secondo L.F. Rushbrook Williams, Shah cominciò ad accompagnare il padre nei suoi viaggi fin dall'infanzia. Nonostante viaggiassero a lungo e con frequenza tornavano sempre in Inghilterra dove la famiglia si era ormai stabilita. Grazie a tali viaggi il giovane Idries poté conoscere e frequentare importanti uomini di stato ed insigni personalità sia orientali che occidentali.

Shah descrisse la sua famiglia come poco convenzionale in un'intervista con Pat Williams della BBC nell’anno 1970. Raccontò di come la sua famiglia e gli amici tentassero spesso di esporre i bambini ad una “molteplicità d’impatti” e ad un’ampia gamma di contatti e di esperienze con l’intento di farli crescere come persone equilibrate. Shah descrisse ciò come “il punto di vista Sufi” sull’educazione.[15]

Dopo che la sua famiglia si fu trasferita da Londra a Oxford nel 1940 per sfuggire ai bombardamenti tedeschi, trascorse pochi anni nella City of Oxford High School (Scuola Secondaria della città di Oxford).[13] Nell’anno 1945 accompagnò suo padre in Uruguay.[16] Ritornò in Inghilterra nell’ottobre del 1946.[13][14]

Shah sposò Cynthia (nota anche come Kashfi) Kabraji nel 1958; da quest'unione nacquero tre figli: Saira, nel 1964, e due gemelli – un maschio, Tahir, e una femmina, Safia – nel 1966.[17]

Libri sulla magia e l’occulto[modifica | modifica wikitesto]

I primi libri di Shah riguardano studi di quelle che chiamava “credenze minoritarie”. Il suo primo libro, Oriental Magic, pubblicato nel 1956, inizialmente doveva essere intitolato Considerations in Eastern and African Minority Beliefs. Il libro successivo, pubblicato nel 1957, fu The Secret Lore of Magic: Book of the Sorcerers, originalmente intitolato Some Materials on European Minority-Belief Letterature. I titoli di questi libri, secondo un collaboratore del libro dedicato a Shah pubblicato nel 1973 , furono cambiati prima della pubblicazione per “esigenze commerciali della pratica editoriale ”[18]

Prima della sua morte nel 1969, il padre di Shah affermò che la ragione per la quale tanto lui che suo figlio avevano pubblicato libri sul tema della magia e dell’occulto era quella “di prevenire un probabile popolare sorgere o risorgere di credenza in questo tipo di stupidaggini da parte di un significativo gruppo di persone. Finalmente mio figlio ha completato il lavoro, dopo indagini di diversi anni con la pubblicazione di due libri importanti sull’argomento.”[19]

In un’intervista in Psychology Today del 1975, Shah sviluppò il tema spiegando che “lo scopo principale dei miei libri sulla magia è stato quello di rendere questo materiale disponibile al lettore comune. Per tanto tempo la gente ha creduto che ci fossero libri segreti, luoghi nascosti, e cose meravigliose. Si è attaccata a questa informazione come qualcosa con cui potersi spaventare. Quindi il primo proposito è stato quello d’informare: questa è la magia d’oriente e d'occidente. Questo è tutto. Niente di più. Il secondo proposito di questi libri è stato quello di mostrare che sembrano esserci delle forze, alcune delle quali sono razionalizzate da questa magia o possono essere sviluppate a partire di questa, che non rientrano nell'ambito della fisica conosciuta o dell'esperienza della gente comune. Io penso che tutto questo dovrebbe essere studiato, che dovremmo raccogliere dati e analizzare il fenomeno. Dobbiamo separare la chimica dalla magia dell’alchimia, per così dire”. Shah continua dicendo che i suoi libri su tali argomenti non furono scritti per gli attuali devoti della magia e della stregoneria e che di fatto in seguito dovette evitarli, in quanto sarebbero rimasti delusi da che quello che veramente aveva da dire.[20]

A questi libri seguì la pubblicazione del quaderno di viaggio "Destinazione Mecca" pubblicato nel 1957, il quale fu commentato da David Attenborough in televisione.[21]

Amicizia con Gerald Gardner e Robert Graves, e pubblicazione de I Sufi[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine degli anni '50, Shah aveva contattato i circoli Wiccan a Londra e poi aveva servito per un certo tempo come segretario e compagno Gerald Gardner, fondatore della Wicca moderna.[13][22] In quei giorni, Shah incontrava ogni martedì notte chiunque fosse interessato al Sufismo, intorno a un tavolo al ristorante Cosmo Swiss Cottage (nord di Londra) .[23]

Nel 1960, Shah fondò la sua casa editrice, la Octagon Press; uno dei suoi primi titoli fu la biografia di Gardner - intitolata Gerald Gardner, Witch (Gerald Gardner, Strega). Il libro è stato attribuito a uno dei seguaci di Gardner, Jack L. Bracelin, ma in realtà è stato scritto da Shah.[22][24] Secondo Frederic Lamond, il nome Bracelin è stato utilizzato perché Shah "non voleva confondere gli studenti sufi apparendo interessato a un’altra tradizione esoterica.".[23] Lamond disse che Shah sembrava in qualche modo deluso da Gardner, e un giorno gli aveva detto, durante una visita per il tè: "mentre intervistavo Gerald, a volte avrei voluto essere un giornalista del News of the World. Che meraviglioso materiale per una ricerca documentale! Ma so per certo che questo gruppo sarà la pietra angolare della religione della nuova era. Ma razionalmente, non lo posso vedere razionalmente !"[23]

Nel gennaio del 1961 durante un viaggio a Maiorca con Gardner, Shah incontrò il poeta inglese Robert Graves.[25] Shah scrisse a Graves dalla sua pensione di Palma, chiedendo di poter avere l'occasione di "salutarlo un giorno, prima che passi troppo tempo".[25] Aggiunse che in quel periodo stava indagando sulle religioni estatiche, e "assistendo .... a esperimenti eseguiti dalle streghe nel Regno Unito che prevedevano l’assunzione di funghi e altro" - una questione alla quale per un certo periodo Robert Graves si era interessato.[25][26] Shah disse anche a Graves che era "attualmente profondamente assorbito dall'impegno di portare avanti la conoscenza intuitiva ed estatica."[26] Graves e Shah divennero presto intimi amici e confidenti.[25] Graves si interessò alla carriera letteraria di Shah sostenendolo; lo incoraggiò a pubblicare un trattato autorevole del sufismo adatto al lettore occidentale e corredato degli strumenti pratici per lo studio: questo in seguito diverrà I Sufi. Shah riuscì ad ottenere un considerevole anticipo per il libro, risolvendo così temporanee difficoltà finanziarie.[25]

Nel 1964, uscì I Sufi, [14] pubblicato da Doubleday, con una lunga introduzione scritta da Robert Graves che tra l'altro descrive Shah come saggio, scrittore, principale maestro Sufi contemporaneo, autore di oltre 35 libri, coinvolto anche in una serie di associazioni umanitarie, accademiche, scientifiche e commerciali, evidenziando in particolare la sua partecipazione in qualità di membro fondatore del Club di Roma, da cui è nata la famosa relazione `sui confini della Crescita.[27]Il libro racconta l'impatto del sufismo nello sviluppo della civiltà occidentale e delle sue tradizioni a partire dal VII secolo in poi, attraverso il lavoro di personaggi come Ruggero Bacone, Giovanni della Croce, Raimondo Lullo e Chaucer tra molti altri. Indubbiamente I Sufi è diventato un classico.[28] [29] Come gli altri libri scritti sull'argomento da Shah, I Sufi si contraddistingue per l'assenza di una terminologia che potrebbe far identificare la sua interpretazione del Sufismo con l'Islam tradizionale. Il libro inoltre utilizza volutamente uno stile " a spargimento"; Shah scrisse a Graves dicendo che il suo obiettivo era "eliminare i condizionamenti nella gente, e prevenirne il ricondizionamento"; altrimenti Shah avrebbe potuto usare una forma più convenzionale. In un primo momento il libro non vendette molto, e Shah investì una notevole quantità del proprio denaro per pubblicizzarlo.[30] Graves gli disse di non preoccuparsi. Anche se aveva qualche dubbio circa il tipo di scrittura e nonostante si sentisse ferito dal fatto che Shah non gli avesse permesso di revisionare il testo prima della pubblicazione, Graves disse che era "così orgoglioso di aver collaborato alla sua pubblicazione", e rassicurò Shah dicendo che si era "Un libro meraviglioso, e presto sarà riconosciuto come tale. Lascia che il libro trovi i propri lettori, quelli che sentiranno la tua voce diffusa, e non quelli previsti dalla Doubleday ".[31]

L'introduzione di Graves, scritta con l'aiuto di Shah, descrive Shah come "discendente in linea maschile del Profeta Maometto" e come erede di "misteri segreti dei Califfi, suoi antenati. Egli è, infatti, un Grande Sceicco della Tariqa (via, cammino) Sufi ..."[32] In privato, però, scrivendo a un amico, Graves ammise che si trattava di una descrizione "fuorviante: lui è uno di noi, non un personaggio maomettano. "[25] Lo studioso scozzese LP Elwell-Sutton, in un articolo su Shah scritto nel 1975, disse che Graves aveva cercato di" migliorare "il piuttosto mediocre lignaggio " di Shah, e che il riferimento alla linea di discendenti maschili di Maometto era “piuttosto una sfortunata gaffe", dal momento che tutti i bambini nati da Maometto erano morti durante l’infanzia.[33][34] L'introduzione non è inclusa nelle edizioni di Octagon Premere che furono stampate nel 1983, ma è sempre stata inclusa nelle edizioni di Anchor/Doubleday.[35][36]

John G. Bennett e la connessione con Gurdjieff[modifica | modifica wikitesto]

Nel Giugno del 1962, un paio di anni prima della pubblicazione de I Sufi, Shah aveva anche stabilito dei contatti con i membri di un movimento che si era formato intorno agli insegnamenti mistici di Gurdjieff e Ouspensky.[33][37] Era apparso un articolo sulla stampa che descriveva la visita dell’autore a un monastero segreto nell’Asia Centrale, dove apparentente si insegnavano metodi sorprendentemente simili a quelli di Gurdjieff .[37] Si lasciava intendere che l’improbabile monastero avesse un rappresentante in Inghilterra.[13] Uno dei più anziani discepoli di Ouspensky, Reggie Hoare, il quale inoltre aveva partecipato al lavoro di Gurdjieff dal 1924, contattò Shah attraverso questo articolo. Hoare "attribuì un significato speciale a quanto Shah gli aveva detto circa il simbolo dell’Enneagrama e disse che Shah gli aveva rivelato segreti circa il simbolo che andavano ben oltre quello che aveva sentito da parte di Ouspensky."[38] Attraverso Hoare, Shah fu presentato agli altri Gurdjieffiani, incluso John G. Bennett, un illustre studente di Gurdjieff e fondatore “dell’Istituto per lo studio comparativo della storia, della filosofia e delle scienze", nei pressi di Coombe Springs, una proprietà di 28.000 m2 in Kingston upon Thames, Surrey.[38]

In quell’epoca, Bennett aveva già fatto delle indagini sulle origini Sufi di molti degli insegnamenti di Gurdjieff, basandosi sulle numerose dichiarazioni dello stesso Gurdjieff, e compiendo egli stesso viaggi in Oriente dove aveva incontrato diversi Sheikhs Sufis.[39] Lui era convinto che Gurdjieff aveva adottato molte dell’idee e delle tecniche dei Sufi, e per quelli che avevano assistito alle conferenze di Gurdjieff negli anni 20, "l’origine Sufi dei suoi insegnamenti era fuori di dubbio per chiunque avesse studiato entrambi."[39]

Bennett scrisse del suo primo incontro con Shah nella sua autobiografia Witness (1974):

All’inizio sono stato cauto. Avevo deciso di andare avanti per conto mio e ora un altro 'maestro' era comparso. Una o due conversazioni con Reggie mi convinsero che dovevo almeno incontrarlo. Elizabeth ed io siamo andati a cena a casa dei Hoare per conoscere Shah, il quale risultò essere un uomo giovane di circa quaranta anni. Parlava un inglese impeccabile, e se non fosse stato per la sua barba e per alcuni suoi gesti, poteva essere preso per uno tipo da scuola privata inglese. Le nostre prime impressioni non furono favorevoli. Era inquieto, fumava incessantemente e sembrava che volesse a tutti i costi fare una buona impressione. A circa metà della serata, la nostra opinione cambiò completamente. Riconoscemmo che, non soltanto era un uomo intelligente, ma aveva anche quel non so che di indefinibile che contraddistingue gli uomini che hanno seriamente lavorato su se stessi... Sapendo che Reggie era un uomo per lo più cauto, allenato soprattutto a valutare le informazioni nei tanti anni trascorsi nei servizi di intelligence, accettai le sue garanzie e la sua fiducia nel credere che Shah avesse una missione molto importante in Occidente e che dovevamo aiutarlo a compierla."[38]

Shah diede a Bennett una “Dichiarazione della Gente della Tradizione” e lo autorizzò a condividerlo con gli altri Gurdjieffianiani.[40][37] Il documento annunciava che ora esisteva una opportunità per la trasmissione di una certa “forma di conoscenza superiore, speciale, occulta, segreta”; questo, combinato con l’idea personale che si era fatta di Shah, convinse Bennett che Shah fosse un emissario genuino del "Monastero Sarmoung" in Afghanistan i cui insegnamenti avevano inspirato Gurdjieff.[37][41]

Bennett e Shah, durante i pochi anni seguenti, ebbero colloqui settimanali privati che duravano delle ore. In seguito, Shah tenne anche conferenze per gli studenti in Coombe Springs. Bennett disse che i piani di Shah includevano "arrivare a quelle persone che occupavano posizioni di autorità e potere e che fossero già semi-coscienti del fatto che i problemi dell’umanità non potevano più essere risolti attraverso azioni economiche, politiche o sociali. Queste persone erano toccate, diceva lui, dalle nuove energie che si muovono nel mondo per aiutare l’umanità a sopravvivere alla crisi imminente."[38]

Bennett era d’accordo con queste idee e anche con il fatto che “le persone attratte dai movimenti apertamente spirituali o esoterici, raramente possedevano le qualità necessarie per raggiungere ed occupare posizioni di autorità” e anche che “c’erano ragioni sufficienti per credere che nel mondo esistevano persone che occupavano importanti posizioni, le quali erano capaci di guardare oltre le limitazioni imposte dalla nazionalità e dalla cultura e di capire da soli che l’unica speranza per l’umanità dipende dall’intervento di una Fonte Superiore.”[38]

Bennett scrisse: “Ho visto abbastanza di Shah per sapere che non era un chiacchierone o un ciarlatano e che era profondamente serio circa il compito che si era prefissato”.[38] Desiderando appoggiare il lavoro di Shah, nel 1965 Bennett decise, dopo lunghe ed estenuanti discussioni sull’argomento con il consiglio dei membri dell’Istituto, di cedere a Shah la proprietà di Coombe Springs, insistendo sul fatto che detta offerta doveva avvenire senza alcun tipo di condizione.[13][37] Una volta che la proprietà fu trasferita a Shah, quest'ultimo proibì ai soci di Bennett di visitare la tenuta e fece in modo inoltre che Bennett non si sentisse benevenuto.[37]

Bennett disse di aver ricevuto un invito alla festa chiamata ”Festeggiamenti del solstizio di estate” durata due giorni e due notti, organizzata da Shah in Coombe Springs principalmente per la gente giovane che a quel epoca Shah stava attraendo.[38] Anthony Blake, che lavorò con Bennett per quindici anni, disse: “Quando Idries Shah acquisì Coombe Springs, la sua principale attività era organizzare feste. Io ebbi pochi incontri con lui, però godevo tanto del suo atteggiamento irriverente. Bennett mi disse una volta che ‘Nel lavoro esistono diversi stili. Il mio è come quello di Gurdjieff, basato sulla lotta con la propria negatività. Però la forma di Shah è quella di trattare il lavoro come se fosse una barzelletta’.”[42]

Dopo alcuni mesi, Shah vendette il terreno – valutato in più di 100.000 libre sterline – ad un promotore e utilizzo il ricavato per stabilirsi in Langton House, Langton Green, vicino Tunbridge Wells, una proprietà di 50 ettari una volta di appartenenza della famiglia di Lord Baden-Powell, fondatore dei Boy Scouts.[13][43]

Insieme alla proprietà di Coombe Springs, Bennett lasciò anche nelle mani di Shah la cura del gruppo dei discepoli costituito da circa 300 persone.[37] Shah promise che avrebbe integrato quelli che avessero dimostrato di essere adatti; quasi la metà di loro trovò posto nel lavoro di Shah.[37] Circa 20 anni più tardi, l’autore gurdjieffiano James Moore suggerì che Bennett era stato fregato da Shah.[13] Bennett stesso disse nella sua autobiografia (1974); che la condotta di Shah dopo il trasferimento della proprietà era stata “difficile di tollerare”, però disse anche che Shah era “un uomo dai modi squisiti e di delicata sensibilità”, e considerò che forse Shah aveva deliberatamente adottato un simile atteggiamento “per essere sicuro che tutti i legami con Coombe Springs fossero spezzati”.[37] Aggiunse anche che Langton Green era un luogo molto più appropriato per il lavoro di Shah di quello offerto in Coombe Springs, e disse che non sentiva nostalgia del fatto che Coombe Springs avesse perso la sua identità; concluse il suo racconto affermando che aveva “guadagnato libertà” attraverso il suo contatto con Shah, e che aveva imparato ad “amare le persone che non riusciva a comprendere”.[44]

Secondo Bennett, tempo dopo Shah avrebbe avuto altre discussioni con gli incaricati dei gruppi di Gurdjieff in New York. In una lettera a Paul Anderson del 5 Marzo, 1968, Bennett scrisse: “Madame di Salzmann e tutti gli altri… sono coscienti delle loro proprie limitazioni e non fanno più di quello che riescono a fare. Mentre stavo a New York, Elizabeth ed Io, visitammo la Fondazione e abbiamo incontrato le figure più prominenti del gruppo di New York, come anche la stessa Jeanne de Salzmann. Qualcosa si sta preparando, ma quando darà i suoi frutti non lo so. Mi riferisco alla connessione che hanno avuto con Idries Shah e la sua capacità di mettere tutto sotto sopra. Per il momento, possiamo solo sperare che succeda qualcosa di buono e intanto continuare con il nostro proprio lavoro…”[45]

L’autore e psicologa clinica Kathleen Speeth scrisse più tardi:

Essendo testimone del crescente conservatorismo all'interno della Fondazione [Gurdjieff], John Bennett sperava che nuova linfa e leadership giungessero da qualche altra parte… Nonostante una sorta di infatuazione per Shah, nulla accadde. La sensazione predominante [tra i capi del lavoro di Gurdjieff] che nulla dovesse cambiare, che il tesoro in loro custodia dovesse essere preservato nella sua forma originale a tutti i costi, era più forte di qualsiasi desiderio di una nuova ventata ispiratrice.”[45]

Studio Sufi e Istituzioni[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1965, Shah fondò la Society for Understanding Fundamental Ideas -SUFI- (Società per la comprensione di idee fondamentali), che più tardi prese il nome di Institute for Cultural Research (Istituto per la Ricerca Culturale)- IRC -, una organizzazione educativa senza scopo di lucro orientata a stimolare lo “studio, il dibattito, l’educazione e la ricerca in tutti gli aspetti del pensiero, della cultura e del comportamento umani ”.[27][46][47] Inoltre istituì la Society for Sufi Studies (Società per gli Studi Sufi) - SSS - .[48]

Shah intuì che il modo migliore per introdurre la saggezza Sufi in Occidente, e allo stesso tempo di superare il problema di guru e culti tanto in voga, era quello di chiarire la differenza tra culto e sistema educativo, e di contribuire alla conoscenza. In una intervista, spiegò: "Devi lavorare all'interno di un modello educativo, non nell’area delle chiacchere astruse."[49] nel quadro di questo approccio, svolse la mansione di Direttore degli Studi dell' ICR.[49] Tenne anche conferenze sugli studi del Sufismo in Occidente presso l’Università del Sussex, durante l’anno 1966. Queste sono state successivamente pubblicate come monografia intitolata "Special Problems in the Study of Sufi Ideas".[50]

La Langton House in Langton Green si trasformò in un luogo di riunione e di discussione per poeti, filosofi e statisti provenienti da tutto il mondo ed ebbe una parte considerevole nella scena letteraria di quell’epoca.[51] L’ICR ospitava riunioni e organizzava conferenze, consegnando borse di studio ad eruditi e ricercatori come Sir John Glubb, Aquila Berlas Kiani, Richard Gregory e Robert Cecil, capo degli studi europei della Università di Reading, il quale inoltre fu presidente dell’ICR ne primi anni '70.[51][52] Shah fu tra i primi membri e sostenitori del Club di Roma, e diverse presentazioni sono state fatte presso l'Istituto da scienziati quali Alexander King.[53][54][55]

Altri visitatori, allievi ed aspiranti discepoli furono il poeta Ted Hughes, i romanzieri J. D. Salinger, Alan Sillitoe y Doris Lessing, lo zoologo Desmond Morris, lo psicologo Robert Ornstein. L’interno della casa era una decorata in stile medio-orientale e ogni domenica ai visitatori erano offerti pranzi a buffet allestiti in una grande sala mensa che prima era stata chiamata "L’ Elefante" (in riferimento al racconto orientale "I cechi e l' elefante").[56]

Durante gli anni seguenti, Shah sviluppò Octagon Press come mezzo per pubblicizzare e distribuire ristampe di traduzioni di numerosi classici Sufi .[57] Inoltre, raccolse, tradusse e scrisse migliaia di racconti Sufi, mettendoli a disposizione del pubblico occidentale attraverso libri e conferenze. Molti dei libri di Shah presentano il personaggio del Mulla Nasrudin, talvolta con illustrazioni create da Richard Williams. Nell'interpretazione di Shah, i racconti del Mulla Nasrudin, in precedenza considerati semplicemente parte del folclore delle culture islamiche, sono presentati come parabole Sufi .[58]

Nasrudin compare nel documentario che Shah fece per la televisione chiamato “Dreamwalkers", che fu trasmesso dalla BBC nel 1970. Tra gli altri segmenti c’era una intervista a Richard Williams sul suo film incompiuto ispirato a Nasrudin, ed una allo scienziato John Kermisch a proposito dell’uso dei racconti di Nasrudin nella RAND. Altri invitati furono lo psichiatra britannico William Sargant che discusse gli ostacolanti effetti del lavaggio del cervello e del condizionamento sociale sulla creatività e sulla capacità di risoluzione dei problemi e il commediante Marty Feldman che parlò con Shah del ruolo dell’umorismo e i delle abitudini rituali nella vita umana quotidiana. Il programma finiva con Shah che affermava che l’umanità potrebbe agevolare la sua propria evoluzione al "spezzando le limitazioni psicologiche" e che però esisteva un "costante incremento di pessimismo che efficacemente impedisce che l’evoluzione, sotto questa forma, possa andare avanti... l’uomo è addormentato deve morire prima di risvegliarsi?"[59]

Shah organizzò anche gruppi di studio Sufi negli Stati Uniti. Claudio Naranjo, uno psichiatra cileno che insegnava in California verso la fine degli anni '60, disse che dopo "essere stato deluso in quanto la scuola di Gurdjieff implicava una discendenza vivente", si era rivolto al Sufismo, "divenendo parte di un gruppo sotto la guida di Idries Shah."[60] Naranjo in seguito fu con Robert Ornstein co-autore di un libro intitolato On The Psychology of Meditation (1971). Dopo entrambi furono associati della University of California, dove Ornstein era uno psicologo ricercatore del Langley Porter Psychiatric Institute.[61]

Un altro degli associati di Shah, lo scienziato e professore Leonard Lewin, che a quell’epoca insegnava telecomunicazioni presso la University of Colorado, istituì gruppi di studio Sufi e altre attività per la promozione delle idee Sufi come l’Istituto per l’investigazione della diffusione della conoscenza umana (IRDHK), e pubblicò anche un'antologia di scritti per e su Shah intitolata "The Diffusion of Sufi Ideas in the West" (1972).[62][63]

Shah spiegò più tardi che le attività Sufi erano divise in diversi compartimenti o dipartimenti : "studio 'nel' Sufismo", "studi 'del' Sufismo", e "studi 'per il Sufismo".[64]

Gli studi "per" il Sufismo aiutavano a condurre la gente verso il Sufismo, e includevano la promozione della conoscenza che poteva mancare nella cultura, più la necessità di ristabilirlo e di diffonderlo, come per esempio l’informazione che aiuta a comprendere il condizionamento sociale ed il lavaggio del cervello, la differenza tra i modi di pensiero razionale e intuitivo (emisfero sinistro e destro), e altre attività per che le menti della gente potessi diventare più libera e di maggiore ampiezza. Studi "di" Sufismo includevano istituzioni e attività, come conferenze e seminari, i quali fornivano informazione circa i Sufi e creavano un nesso culturale tra i Sufi ed il pubblico. Finalmente, gli studi "nel" Sufismo si riferivano al fatto di stare in una scuola Sufi, portando avanti quelle attività prescritte da un Maestro come parte di una specie di allenamento, fatto che poteva adottare diverse forme che non necessariamente coincidevano con le nozioni di una idea preconcetta su una “scuola mistica”.[64]

Gli obiettivi Sufi di Shah e le sue metodologie furono anche delineate nella "Dichiarazione della Gente della Tradizione" tenuta a Coombe Springs:

Oltre a fare questo annuncio, di alimentare certi campi del pensiero con certe idee e segnalare alcuni fattori che circondano questo lavoro, i progetti di questa dichiarazione hanno un’attività pratica. Questa attività è quella di localizzare individui che hanno la capacità di ottenere la conoscenza speciale dell’uomo che sta a disposizione; aggrupparli in una forma speciale non aleatoria, permettendo che ogni gruppo formi un organismo armonioso; il farlo nel luogo adeguato e nel momento adeguato; provvede un formato tanto esterno come interno con il quale lavorare, come anche una formulazione di 'idee' appropriata alle condizioni locali; il bilanciare la teoria con la pratica.[37]

La controversia “Omar Khayyam”[modifica | modifica wikitesto]

Ai fini degli anni 60 e inizi dei 70, Shah fu attaccato dovuto ad una controversia che si creò a partire della pubblicazione nel 1967, di una nuova traduzione del Rubaiyat de Omar Khayyam. , realizzata da Robert Graves e il fratello maggiore di Shah, Omar Ali Shah.[27][65] La traduzione, che presentava al Rubaiyat come se fosse un poema Sufi, si basai su un “foglietto”, forse derivato da un manoscritto che era stato in potere della famiglia Shah per 800 anni.[66] L. P. Elwell-Sutton, un orientalista dell’ Università di Edimburgo, e altri che esaminarono il libro sono stati convinti che la storia dell’antico manoscritto era falsa.[65][66]

Robert Graves contava con che il padre di Shah, il Sirdar Ikbal Ali Shah, presentasse il manoscritto originale per cosi finire di ripulire l’assunto, pero morì in un incidente di transito nel Tanger, durante Novembre 1969.[67] Un anno più tardi, Graves chiesi a Idries Shah che producesse il manoscritto. Shah contestò in una lettera che il manoscritto non era nel suo potere, pero anche se lo avessi avuto, il solo fatto di farlo vedere non era prova alcuna, dovuto a che la sua anzianità non poteva essere confermata servendosi dei metodi che all’epoca si utilizzavano, per lo tanto la sua autenticità ancora sarebbe stata impugnata.[67] Shah scrisse che “era ora che ci rendessimo conto che se le iene stano facendo tanto rumore è semplicemente perché stano montando una campagna di opposizione e distruzione, accettiamolo che nessuno in realtà sta ascoltando”.[67] Aggiunse che suo padre era tanto furibondo con chi lanciava queste calunnie che si rifiutava di collaborare con loro e che sentiva che la risposta di suo padre era stata la corretta.[67] Graves, notò che era diventato una vittima del grande inganno dei fratelli Shah, e che inoltre questa faccenda influì nei suoi ingressi per le vendite dei suoi altri scritti storici , insistendo che far vedere il manoscritto si era trasformato in una faccenda “di onore famigliare”.[67] Fece pressione nuovamente a Shah, ricordandoli delle sue precedenti promesse di mostrare il manoscritto se fosse necessario.[67]

Nessuno dei fratelli mai fece vedere il manoscritto, fatto che portò al nipote e biografo di Graves, a riflettere che era molto difficile credere che – tenendo conto delle tante obbligazioni che i fratelli Shah avevano verso Graves – avessero trattenuto il manoscritto se realmente fosse esistito in primo luogo.[67] Secondo la vedova di Graves, che scrisse una lettera molti anni dopo, affermava che Graves aveva “una fede completa” nella autenticità del manoscritto dovuta alla sua amicizia con Shah, ancora quando lui mai ha avuto l’opportunità di vedere il testo in persona.[68] Attualmente il consenso degli esperti indica oggi che il manoscritto “Jan-Fishan Khan” fu un inganno e che la traduzione di Graves/Ali-Shah era fatta su un analisi fatto da un erudito dell’epoca vittoriana, con delle fonti usate da Edward FirztGerald, previo traduttore del Rubaiyat.[13][65][69][70]

Anni posteriori[modifica | modifica wikitesto]

Shah scrisse durante le prossime decade una dozzina più di libri, molti dei quali basati su fonti classiche Sufi.[13] Logrando una enorme circolazione mondiale,[46] i suoi scritti attrassero principalmente un tipo di pubblico occidentale orientato verso l’inteletuale.[29] Al tradurre gli insegnamenti Sufi a un linguaggio psicologico contemporaneo, presentò detti insegnamenti in termini accessibili e vernacolari.[71] Suoi racconti folclorici, che illustrano saggezza Sufi attraverso esempi e aneddoti, risultarono essere particolarmente popolari.[29][46] Shah ricevete e accettai inviti per tenere conferenze in qualità di professore visitante in varie istituzioni accademiche come l’Università di California, l’Università di Genova, l’Università Nazionale de La Plata e altre università inglesi.[72] Besides his literary and educational work, he found time to design an ionisador de aire] and run a number of textile, ceramics and electronics companies.[73] Oltre al suo lavoro come letterario ed educativo, trovò il tempo per progettare uno ionizzatore ed amministrare un certo numero di aziende nel settore tessile, le ceramiche e la elettronica.74 Realizzò anche diversi viaggi nell’antica Afghanistan e si coinvolse direttamente per stabilire in luogo aiuti umanitari, dopo utilizzò tali esperienze per scrivere la sua unica novella, Kara Kush.[27]

Per la fine della primavera 1987, circa un anno dopo della sua ultima visita in Afghanistan, Shah soffrì due attacchi cardiaci massici in sucessione.[47][74] Le hanno detto che del suo cuore era rimasto soltanto l’8% della sua funzione e che le sue aspettative di vita erano nulle.[47] Nonostante gli episodi intermittenti di malattia, continuò a lavorare e produsse più libri durante i nove anni sucessivi.[47][74] Idries Shah morì a Londra il 23 Novembre 1996, ai 72 anni di età. In accordo al suo necrologico pubblicato sul The Daily Telegraph, Idries Shah è stato un collaboratore dei Mujahideen nella guerra Afgano-Sovietica, anche Direttore degli Studi per l’Istituto per la Ricerca Culturale (Institute for Cultural Research) e membro del Consiglio della Reale Società Umana (Royal Humane Society) e del Royal Hospital and Home for Incurables.[47] Shah è stato anche membro del Athenaeum Club.[13] Al momento della sua morte, si erano venduti nel mondo, più di 15 milioni di esemplari dei suoi libri, tradotti in una dozzina di lingue,[14] oltre ad essere stati in rassegna nei principali periodici e riviste internazionali.[75][76]

Insegnamenti[modifica | modifica wikitesto]

Sufismo come una forma di saggezza senza tempo[modifica | modifica wikitesto]

Shah presentò il Sufismo come una forma di saggezza senza tempo che precedete l’Islam.[77] Enfatizzò che la natura del Sufismo era (o è) viva, nos statica, e che sempre si adattava alle manifestazioni visibili secondo i nuovi tempi, luoghi e persone: “le scuole Sufi sono come onde che rompono sugli scogli: (sono) dello stesso mare, con diverse forme, con lo stesso scopo,” scrisse Shah citando Ahmad al-Badawi.[48][77] Shah usualmente era sprezzante con le descrizioni che gli orientalisti facevano del Sufismo, sostenendo che lo studio tanto personale come accademico delle sue forme storiche e metodi non erano una base sufficiente per ottenere un corretto e fondamentale intendimento del Sufismo.[77] Di fatto, una ossessione con le sue forme tradizionali poteva trasformarsi in un ostacolo: “mostrali ad un uomo troppe ose di cammello o mostraglieli troppo spesso e non saprà riconoscere un cammello vivo quando si presenti d’avanti..è come esprimeva questa idea in uno dei suoi libri.[77][78]

Shah, come Inayat Khan, presentò il Sufismo come un camino che trascendeva le religioni individuali adattandolo ad un pubblico occidentale.[57] Comunque, a differenza di Khan, Shah levò l’enfasi e gli addobbi religiosi e spirituali e ritrattò il Sufismo come una tecnologia psicologica, un metodo o scienza che poteva essere utilizzata per raggiungere l’autorealizazzione.[57][79] Per farlo in questo modo, il suo punto di vista sembrava essere diretto ai seguitori di Gurdjieff, studenti del Human Potential Movement (Movimento Potenziale Umano), e intellettuali familiarizzati con la psicologia moderna.[57] Per esempio, Shah scrisse che, “il Sufismo … afferma che l’uomo potrebbe tornarsi obiettivo, e che detta condizione permetterebbe all’individuo comprendere fatti “superiori”. Per lo tanto l’uomo è invitato a spingere la sua propria evoluzione verso quello che nel Sufismo molte volte si chiama “intelletto superiore”.[57] Shah insegnò che l’essere umano poteva acquisire nuovi organi di percezione sottili come risposta alla necessità.[48]

Shah rispinse altre proiezioni del Sufismo tanto orientali come occidentali per essere “torbide, generalizzate o parziali”; incluse in questo gruppo non solamente la versione di Khan, anche le forme di Sufismo apertamente musulmane che si trovavano nella grande maggioranza dei paesi Islamici.[57] I testi dei soci di Shah insinuavano che era lui il “Grande Sheikh dei Sufi” – una posizione di autorità minata dal no riconoscimento della sua esistenza da parte degli altri Sufi.[57]

Shah frequentemente caratterizzava suo lavoro come realmente una tapa preliminare al vero studio Sufi, della stessa maniera che imparare a leggere e scrivere poteva essere visto come una preparazione preliminare allo studio della Letteratura: “a meno che la psicologia stia correttamente orientata, no c’è spiritualità anche se possa esserci ossessione ed emotività, questioni che normalmente si confondono con essa.”[80][81] “ Chiunque intenti rinsertare pratiche spirituali su di una personalità non rigenerata ” argomentava lui, “finirà con una aberrazione.”[80] Per questa ragione, la maggior parte del lavoro che produsse dopo I Sufi è stata di natura psicologica, focalizzata nell’attaccare i Nafs, i falsi Io: “Non ho nulla da darvi , eccetto la maniera per comprendere come cercare – pero voi pensate che già potete fare quello.”[80] Shah era molto spesso criticato per non nominare troppo a Dio nei suoi scritti, le sue risposte erano che dato che lo stato presente dell’uomo, non aveva molto senso parlare di Dio.[80] Lui illustro questo problema in una parabola nel suo libro Pensatori d’Oriente: “Rendendomi conto di cosa poteva dire il linguaggio delle formiche, mi avvicinai ad una e le domandai, 'Com’è Dio? Si assomiglia ad una formica?' Essa rispose, 'Dio! Per niente – noi abbiamo solo un pungiglione Dio, Lui ne ha due!'”[80][82]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

L'attività in Europa di Idries Shah con numorose pubblicazioni e seminari aveva come fine il reindirizzamento del sufismo (o misticismo islamico rappresentato da ordini spirituali) ad una universalità sovraculturale di modo che ogni "compagno di viaggio" indipendentemente dalla sua etnia e dal suo credo potesse riconosceresi in essa. Principio comunque valido per il sufismo storico che però chiede nella fase di entrata nell'ordine l'essere musulmani. L'ordine sufi Naqshband trasmesso di generazione in generazione dalla famiglia Shah ha trovato in Idries Shah un colonizzatore capace di adeguare in occidente una tradizione di evoluzione umana. Come elemento caratterizzante gli strumenti sufi l'umorismo, da qui la novellistica su mullah Nasrudin a cui Idries Shah diede particolare rilievo. Numerosi scrittori famosi si sono rifatti a questo insegnamento come Doris Lessing e Robert Ornstein. Nel 1960 avviò le edizioni Octagon per pubblicare libri sul sufismo e di ricerca spirituale e con esso L'Istituto per la ricerca Culturale" col medesimo intento di trasmettere le idee sufi.

Pubblicazioni[modifica | modifica wikitesto]

I libri di Idries Shah sono stati venduti in oltre 15 milione di copie e tradotti in 12 lingue.

  • Idries Shah, La Strada del Sufi, Roma, Casa editrice Astrolabio-Ubaldini,1971. ISBN 88-340-0269-5.
  • Idries Shah, Imparare a Imparare, Roma, Casa editrice Astrolabio-Ubaldini,1988
  • Idries Shah, I Sufi, Roma, Edizioni Mediterranee, 1990. ISBN 88-272-0922-0.
  • Idries Shah, Pensatori dell'Est, Milano, Mondadori, 1991.
  • Idries Shah, Cercatore di Verità, Roma, Casa editrice Astrolabio-Ubaldini,1995
  • Idries Shah, L'Io che Comanda, Roma, Casa editrice Astrolabio-Ubaldini, 1996
  • Idries Shah, I Racconti dei Dervisci, Roma, Casa editrice Astrolabio-Ubaldini,1997
  • Idries Shah, Karakush, Reverdito Editore,1987 (romanzo sulla guerra di resistenza afgana)
  • Idries Shah (a cura di), Pensiero e Azione Sufi, Torino, Libreria Editrice Psiche,1992 (lavoro di gruppo)
  • H.B.M.Dervisch, In Viaggio con un Maestro Sufi, Vicenza, Edizioni il Punto d'Incontro, 1991 (le vicende di un suo allievo)

Note[modifica | modifica wikitesto]

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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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