I vecchi e i giovani

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I vecchi e i giovani
Luigi Pirandello 1934 (2).jpg
Pirandello nel 1934
Autore Luigi Pirandello
1ª ed. originale 1913
Genere romanzo
Sottogenere storico
Lingua originale italiano
Ambientazione Sicilia, 1892-1893
Protagonisti don Ippolito Laurentano
Altri personaggi Placido Sciaralla, don Cosmo Laurentano, Caterina Laurentano, Lando Laurentano, Flaminio Salvo, Adelaide Salvo, Roberto Auriti, Ignazio Capolino, Mauro Mortara.

I vecchi e i giovani è un romanzo dello scrittore siciliano Luigi Pirandello, pubblicato per la prima volta nel 1913.

Da esso è stato tratto nel 1979 lo sceneggiato televisivo omonimo - I vecchi e i giovani, appunto - diretto da Marco Leto.

Trama[modifica | modifica sorgente]

È un romanzo sociale di ambientazione siciliana. È la Sicilia dei sanguinosi moti dei "Fasci" del 1893, sconvolta dalle lotte di classe, con i clericali da un lato, tesi ad impedire il consolidamento del nuovo regime liberale, e la classe dirigente dall'altro, che disperde nel disordine morale i sacrifici e i meriti acquisiti.
Più che casi individuali, i personaggi del romanzo interpretano i diversi aspetti della complessa situazione storica che stanno vivendo.

Così il principe don Ippolito di Colimbetra, fedele suddito borbonico; don Flaminio Salvo, esponente della nuova borghesia capitalista; Roberto Auriti, glorioso garibaldino che si spegne in un'esistenza amorfa; il giovane principe Gerlando di Colimbetra, sostenitore delle nuove idee e per questo costretto all'esilio.

I personaggi rappresentano un contrasto di concezioni e di ideali che si risolve nel contrasto tra due generazioni: quella che ha fatto l'Unità e che vede perduta l'eredità del Risorgimento, e quella più giovane, che nel gretto conservatorismo dei padri scorge solo la difesa di interessi reazionari.

Ne I vecchi e i giovani l'autore esprime un giudizio storico molto severo sul processo di riunificazione dell’Italia e dello stato nato da essa. Non a caso Salinari, analizzando questo romanzo, parla di tre “fallimenti collettivi” riferendosi al Risorgimento, come moto generale di rinnovamento del nostro paese, all'unità, come strumento di liberazione e di sviluppo delle zone più arretrate e in particolare della Sicilia e dell'Italia meridionale, e al socialismo, che avrebbe potuto essere la ripresa del movimento risorgimentale. Questi fallimenti si sovrappongono poi a quelli “individuali” «dei vecchi che non hanno saputo passare dagli ideali alla realtà e si trovano a essere responsabili degli scandali, della corruzione e del malgoverno dei giovani».

Nell'ultimo capitolo della seconda parte del romanzo, don Cosmo, il fratello intellettuale di Ippolito, fornisce la chiave di lettura degli avvenimenti e il punto di vista di Pirandello, nel corso della conversazione con Gerlando:

« Una cosa è triste, cari miei: aver capito il gioco! Dico il gioco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché fuori di queste illusioni non c'è più altra realtà... »

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