I sette navigatori dello spazio

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I sette navigatori dello spazio
Titolo originale Планета Бурь - Planeta bur
Lingua originale russo
Paese di produzione Unione Sovietica
Anno 1962
Durata 85 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere fantascienza
Regia Pavel Klushantsev
Sceneggiatura Aleksandr Kazantsev, Pavel Klushantsev
Produttore L. Presnyakova, Vladimir Yemelyanov
Casa di produzione Lennauchfilm (Леннаучфильм)
Fotografia Arkadi Klimov
Montaggio Volt Suslov
Effetti speciali V. Shelkov, A. Lavrentyev
Musiche Iogann Admoni, Aleksandr Chernov
Interpreti e personaggi

I sette navigatori dello spazio (Планета Бурь - Planeta bur), conosciuto anche come Il pianeta delle tempeste,[1] è un film di fantascienza del 1962 per la regia di Pavel Klushantsev (Па́вел Влади́мирович Клуша́нцев).

È considerato un classico del cinema di fantascienza.[1]

Roger Corman, che ne acquistò i diritti di distribuzione per gli Stati Uniti, utilizzò le sequenze del film per produrre altre pellicole, quali Voyage to the Prehistoric Planet (1965) e Voyage to the Planet of Prehistoric Women (1968).[1]

Trama[modifica | modifica sorgente]

Tre navi spaziali sovietiche, Sirio, Vega e Capella, sono in viaggio verso il pianeta Venere. La Capella viene colpita da un meteorite e distrutta. Le restanti due navi, la Sirio e la Vega, proseguono il viaggio, ma la missione prevista richiede tre navi. Viene allora inviata dalla Terra un'altra astronave, la Arktur, che però non potrà arrivare prima di due mesi. I cosmonauti a bordo di Sirio e Vega decidono che intraprendere uno sbarco e l'esplorazione del pianeta è preferibile che stare ad aspettare.

Ivan e Kern scendono dalla Vega in aliante, lasciando la cosmonauta Masha ad attenderli in orbita. Sono costretti ad atterrare in una palude, poi ogni contatto si interrompe. La Sirio atterra all'incirca nelle vicinanze e sbarca un equipaggio di tre uomini con un mezzo anfibio per trovarli. Durante il loro tragitto, odono in lontananza il canto di una donna misteriosa e incontrano animali preistorici, alcuni pacifici altri aggressivi. Ivan e Kern, nel frattempo, hanno dovuto combattere alcuni predatori simili a tirannousari a grandezza d'uomo e si sono diretti a incontrare gli uomini della Sirio, ma si ammalano e accusano sintomi di febbre.

Il loro robot, chiamato John, rimane a fare la guardia. L'equipaggio della Sirio è costretto a immergere il veicolo anfibio per sfuggire a uno pterodattilo. In tal modo, i cosmonauti scoprono quella che doveva essere un'antica città. Alexy rinviene una strana roccia triangolare ed essi trovano anche una statua di uno pterodattilo con rubini al posto degli occhi. Una volta giunto sulla terraferma, l'equipaggio della Sirio contatta il robot e gli ordina di somministrare un farmaco antifebbrile. Ivan e Kern lo raggiungono proprio mentre un vulcano erutta fiumi di lava. Ordinano a John di farli attraversare, ma a metà strada il robot rimane vittima di malfunzionamenti, impazzendo.

Il mezzo anfibio si presenta giusto in tempo per salvarli. Il robot rimane distrutto nella lava. Tutti e cinque cercano di fare ritorno alla Sirio, ma temono che Masha possa avere fatto atterrare la Vega da qualche parte, condannandoli a rimanere sul pianeta. Un terremoto e un'alluvione dovuta alla pioggia torrenziale compromettono la stabilità della Sirio, quindi hanno bisogno di andarsene immediatamente. Alexey scopre che la sua strana roccia triangolare è in realtà una scultura dal volto di donna, il che dimostra che ci potrebbe essere ancora vita intelligente su Venere. I superstiti decollano, per scoprire che Masha è rimasta in orbita. Si dirigono infine verso casa.

Adattamenti[modifica | modifica sorgente]

Scena dal film Voyage to the Planet of Prehistoric Women (1968)

Roger Corman acquistò i diritti di distribuzione del film per gli Stati Uniti e ne utilizzò le sequenze per produrre altre due pellicole.[1]

Nel 1965 Curtis Harrington aggiunse numerose scene girate negli Stati Uniti, interpretate da Basil Rathbone e Faith Domergue, e distribuì la pellicola doppiata che ne risultava col titolo Voyage to the Prehistoric Planet.[1] Dal momento che vennero rimossi tutti gli accrediti, gli attori sovietici furono accreditati con nomi non russi (Gennadi Vernov come Robert Chantal, Georgiy Zhzhonov come Kurt Boden), o non furono affatto citati.

Nel 1968 il regista debuttante Peter Bogdanovich (con lo pseudonimo di Derek Thomas) aggiunse varie nuove scene che vedevano Mamie Van Doren e numerose altre donne attraenti in bikini di conchiglie, distribuendo il film come Voyage to the Planet of Prehistoric Women[1] (in questo caso accreditando anche gli attori sovietici del film originale); tra le scene furono anche inserite delle sequenze tratte da un altro film sovietico di fantascienza, Stazione spaziale K9 (Небо зовет - Nebo zovet) di Mikhail Karyukov (che fu a sua volta rieditato allo stesso modo dal giovane Francis Ford Coppola come Battle Beyond the Sun). Questa versione è essenzialmente la storia del primo film, rinarrata con il punto di vista parallelo delle donne telepatiche la cui divinità (uno pterodattilo) viene ucciso dagli uomini provenienti dalla Terra. Vi è un ironico colpo di scena alla fine quando le donne trovano un nuovo dio.

Entrambi i film statunitensi sono entrati nel pubblico dominio.

Critica[modifica | modifica sorgente]

« Nonostante l'ingenuità dell'insieme, il film di Klushantsev è considerato un vero e proprio classico della fantascienza cinematografica per aver dettato un "percorso strutturale" a successive produzioni americane incentrate sull'esplorazione della galassia. Il disastro nello spazio, l'atterraggio di fortuna, il robot impazzito, la fuga dal pianeta ostile sono momenti che con puntualità cronometrica occuperanno la mente degli sceneggiatori e misureranno il talento e la fantasia dei registi a venire [...]. »
(Fantafilm[1])

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g Bruno Lattanzi e Fabio De Angelis, I sette navigatori dello spazio in Fantafilm. URL consultato il 16 gennaio 2014.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]