Flussi migratori in Sardegna
Vari ritrovamenti documentano la presenza umana sull'Isola sin dall'epoca prenuragica. La particolare posizione geografica, inserita al centro del Mediterraneo, le ricchezze minerarie e le fertili pianure, hanno fatto della Sardegna una terra molto ambita dalle potenze coloniali dell'antichità.
[modifica] Le migrazioni nel Paleolitico e Neolitico
| Per approfondire, vedi la voce Sardegna prenuragica. |
Delle pietre scheggiate rinvenute a Perfugas (SS), sono databili al Paleolitico inferiore (un periodo di tempo compreso tra i 400.000 ed i 150.000 anni a.C). Resti di ossa umane appartenenti all'Uomo moderno sono stati ritrovati dagli archeologi nella grotta di Corbeddu a Oliena e sono databili al paleolitico superiore cioè in un periodo di tempo compreso tra 35.000 e i 10.000 anni a.C. In base alle evidenze linguistiche e genetiche è stato ipotizzato che queste prime popolazioni provenissero dall'area iberica, più precisamente basca[1].
L'isola fu poi colonizzata stabilmente nel Neolitico antico (VI millennio a.C.) da genti provenienti presumibilmente dalla penisola italiana[2] e sicuramente anche dalla penisola iberica; i primi insediamenti sono stati rinvenuti sia nel versante settentrionale che in quello meridionale. Nella Sardegna settentrionale si sviluppa un aspetto neolitico, detto facies di Filiestru, accomunabile a quello corso-toscano (gruppo di Basi-Filiestru-Pienza) e ligure mentre nella Sardegna meridionale compare un aspetto neolitico, denominato facies di Su Carroppu, che presenta forti somiglianze con l'aspetto neolitico dell'area franco-iberica[3].
Ma già nel Neolitico recente e poi nell'età del rame, si scorgono sull'Isola vari segni di un notevole progresso dovuto molto probabilmente a uomini venuti da Oriente, forse dalle Cicladi o da Creta. Questi contatti favorirono lo sviluppo della cultura di Ozieri[4] considerata una delle più importanti culture prenuragiche.
[modifica] Durante l'età del bronzo e del ferro
| Per approfondire, vedi le voci Teoria kurganica e Popoli del mare. |
Durante il calcolitico-prima età del bronzo apparve in Sardegna la cultura del vaso campaniforme (2100-2000 a.C.) proveniente dall'Europa centro-occidentale. Secondo gli archeologi è probabile che questa cultura si originò nella zona compresa fra i Paesi Bassi e la regione del fiume Reno[5] e la sua espansione coincise con la prima ondata indoeuropea in Europa occidentale. Marija Gimbutas fa derivare il popolo campaniforme da genti centro-europee "kurganizzate" da tribù guerriere provenienti dalle steppe pontico-caspiche. La società campaniforme era una società spiccatamente guerriera, elemento caratteristico di tale cultura è il cosiddetto brassard, presente in tutte le zone dell'Europa ove si diffuse, ossia una sorta di bracciale di protezione indossato dagli arcieri e il caratteristico vaso a forma di campana rovesciata. La civiltà nuragica vede la luce a partire dal 1800 - 1600 a.C. quando in Sardegna inizia la costruzione dei proto-nuraghi.
La tarda età del bronzo fu il periodo in cui nel Mediterraneo si verificò un vasto movimento guerresco e verso il 1200 a.C., secondo alcuni, la Sardegna e la Corsica furono invase da popolazioni di navigatori-guerrieri provenienti da Oriente: i Popoli del mare, e tra essi i mitici Shardana, popolo misterioso, ma già ben conosciuto dagli antichi Egizi che li rappresentarono nei grandi bassorilievi del tempio di Medinet Habu (XII secolo a.C.). Questa teoria non è generalmente accettata dal mondo accademico mentre è riconosciuta come più verosimile la tesi secondo cui gli Shardana fossero lo stesso popolo che eresse i nuraghi[6], quindi le popolazioni autoctone.
[modifica] Migrazioni successive
I flussi migratori che hanno interessato la Sardegna dal I millennio a.C. fino all'epoca contemporanea hanno avuto poca importanza per quanto riguarda le zone interne essendosi concentrati principalmente verso le città costiere e sub-costiere.
[modifica] Punici e Romani
| Per approfondire, vedi le voci Storia della Sardegna fenicia e cartaginese e Storia della Sardegna romana. |
I fenici frequentarono le coste sarde a partire dal X secolo a.C. circa dove impiantarono alcuni insediamenti generalmente in località protette quali penisole (Bithia, Nora, Tharros ecc.) o isole come nel caso di Sulki. I cartaginesi subentrarono ai fenici a partire dal VI secolo a.C.; a differenza dei predecessori (i fenici, interessati quasi esclusivamente al commercio limitarono la loro presenza alla fascia costiera da dove intrattenevano scambi di merci con le popolazioni nuragiche) i punici penentrarono gradualmente verso l'interno dell'isola fino ad estendere il loro dominio a tutta l'area meridionale e centro-occidentale della Sardegna. La parte settentrionale e centro-orientale, cosi come nel periodo fenicio, anche nel periodo punico (come testimoniato dalla scarsità di insediamenti fenicio-punici di rilievo nell'area, ad eccezione di Olbia) rimase pressoché immune alla presenza straniera.
Durante la prima guerra punica (238 a.C.) la Sardegna passò assieme alla Corsica sotto il controllo della Repubblica di Roma. In periodo romano, lo sviluppo agricolo e demografico, portò un elevato benessere, principalmente nel periodo imperiale, con mirabili effetti culturali, sociali ed economici.
Una prima migrazione di italici in Sardegna si ebbe probabilmente già in epoca preromana (IV secolo a.C. circa) quando i coloni Falisci provenienti dall'Etruria meridionale fondarono la città di Feronia (forse identificabile con l'attuale Posada) sulla costa nord-orientale dell'isola. Ad un'epoca remota potrebbe risalire anche lo stanziamento dei Siculensi nel Sarrabus, forse Siculi venuti direttamente dal Lazio prima della loro migrazione in Sicilia. Successivamente alla conquista del III secolo, i Patulcenses Campani molto probabilmente provenienti dall'attuale regione della Campania si stabilirono a nord di Caralis nel Parteolla. Nell'area dove sorge l'attuale Porto Torres fu fondata la città di Turris Libisonis popolata dai veterani di Giulio Cesare originari di Roma[7]; coloni romani giunsero anche ad Usellus nella Marmilla. Forte nell'isola era inoltre la presenza di armatori e mercanti italici nonché dei legionari che contrastavano le scorrerie delle popolazioni dell'interno, non ancora piegate al dominio di Roma.
Come di consuetudine, anche in Sardegna i romani deportarono un consistente numero di schiavi che venivano utilizzati principalmente per lavorare nei latifondi. Queste genti provenivano anche da posti molto lontani, sia geograficamente che culturalmente, come dimostrato, ad esempio, dalla recente scoperta di alcune tombe sarmatiche all'interno della necropoli di Pill'è Matta a Quartucciu; è stato ipotizzato che questi sarmati furono condotti sull'isola dai romani per migliorare la coltivazione della vite[8].
L'imperatore Traiano, per combattere le sempre più numerose conversioni al Cristianesimo, deportò nella zona di Tharros 4.000 ebrei liberti. Questi pian piano si stabilirono e si integrarono completamente in tutta la piana dell'alta valle del Tirso. A testimonianza di questa migrazione forzata, restano ancora molti usi e costumi ebrei, diffusi nell'oristanese ed anche in tutta l'isola. La comunità ebraica crebbe poi per tutto il Medioevo fino a quando non fu costretta ad abbandonare la Sardegna nel 1492 a seguito del decreto di espulsione di ebrei e musulmani da tutti i territori appartenenti alle due corone iberiche[9].
[modifica] Vandali, Bizantini e Goti
| Per approfondire, vedi le voci Storia della Sardegna vandala e Storia della Sardegna bizantina. |
Alla caduta dell'Impero romano, la Sardegna venne a far parte del regno dei Vandali, popolazione germanica proveniente dal Nord Europa. Il nuovo regno comprendeva oltreché l'ex provincia di Sardegna e Corsica anche i territori nord-africani della ex provincia romana chiamata Africa. I Vandali confinarono nell'isola alcuni esuli africani tra cui i vescovi cattolici e dei Mauri provenienti dalla Mauretania. Secondo un falso storico questi gruppi di Mauri furono deportati nel territorio del Sulcis; questo equivoco è dovuto alla assonanza tra i termini "Meurreddus" e "Maureddus". Il termine "Meurreddu" deriva da "Meurra" (dal latino "Merula") che tradotto in italiano significa Merlo. Il costume tradizionale maschile del Sulcis ha la particolarità di essere colorato interamente di nero, per questo quando gli uomini indossano quest' abitato essi stessi si dicono "vestiti a modo di merlo" (bistiu a meurreddu) cioè vestiti di nero come è nero il colore del merlo. La storicità del termine "Meurreddu" è attestata anche dal complesso nuragico Meurra nel comune di Giba (basso Sulcis) che nel lontano passato ha avuto grande importanza[10].
I gruppi di Mauri con le loro mogli furono inviati sull'isola probabilmente per sorvegliare le popolazioni dell'interno che non si erano piegate al dominio vandalico[11]. Dopo la sconfitta dei Vandali per opera dei Bizantini, i Mauri, divenuti circa 3000, si diedero alle scorrerie e al saccheggio e si rifugiarono secondo Procopio di Cesarea sui "monti vicino a Carales"; tuttavia la maggior parte degli storici concorda nel situare le loro basi nei pressi di Forum Traiani (Fordongianus). Contro questi il pretorio del prefetto bizantino Salomone pianificò una spedizione militare per l'inverno del 537[12]. Non si conosce invece con certezza la sorte dei Vandali presenti in Sardegna al momento della resa avvenuta nel 534, probabilmente si integrarono con la popolazione locale nella nuova società bizantina.
Durante la guerra gotica l'isola venne occupata e governata per un breve periodo dagli Ostrogoti per poi passare nuovamente in mano bizantina poco tempo dopo. È probabile che l'occupazione gota durata circa un anno (dal 551 al 552) si limitò alla sola Carales, centro politico-amministrativo della Sardegna, e forse a qualche altra città littoranea[13].
Preda molto ambita e oramai abbandonata a se stessa da Bisanzio, a partire dal VIII secolo la Sardegna subì gli attacchi degli Arabi che cercarono a più riprese di conquistarla. I Sardi, che tenevano a conservare la loro fede cristiana, si opposero a tutti i tentativi di invasione degli Aglabiti del Nordafrica e degli Omayyadi di Spagna infliggendo loro molte perdite[14]. Gli Arabi non lasciarono nessuna traccia nella vita sociale e culturale della Sardegna.
[modifica] Pisani e Genovesi
| Per approfondire, vedi le voci Storia della Sardegna Giudicale, Repubblica di Pisa, Romanico pisano e Repubblica di Genova. |
Nel periodo alto giudiacale dei quattro regni, l'isolamento delle popolazioni sarde andò aumentando. I commerci, con l'abbandono delle città costiere, furono interrotti e si affermò una economia autosufficiente, alimentata dalla produzione agricola e pastorale. Solo più tardi, con la penetrazione pisana e genovese, interessati questi ad avere basi sicure nell'Isola per i loro viaggi verso l'Oriente, i commerci ripresero vigore ed anche i matrimoni al di fuori del parentado, arricchendo così il patrimonio ereditario e culturale dei sardi. Durante il dominio pisano furono fondate le città di Villa di Chiesa (Iglesias) popolata da coloni pisani e sardi e Castel di Castro (attuale Cagliari) città che rimase in maggioranza pisana fino all'arrivo degli Aragonesi nel 1324. Anche Sassari e Porto Torres furono investite da flussi migratori prima pisani e poi liguri (principalmente mercanti).
Le aree della Sardegna maggiormente influenzate da Genova furono il Sassarese e il Logudoro dove per volere dei Doria vennero fondate Alghero e Castelgenovese (l'attuale Castelsardo) mentre Sassari venne dichiarata comune confederato a Genova. Nella fascia costiera del Sassarese e dell'Anglona per via della commistione dell'elemento pisano-genovese-corso e sardo si sviluppò la lingua sassarese, tutt'oggi parlata in quella zona in alternanza con l'italiano.
| « ... un dialetto plebeo che, secondo tutti gli indizi, si stava formando a poco a poco a partire dal secolo XVI, dopo che varie pestilenze mortalissime avevano decimato la popolazione della città; dei superstiti la massima parte era di origine pisana e còrsa, e non mancavano neanche i genovesi. Così nacque quel dialetto ibrido che oggi si parla a Sassari, a Porto Torres ed a Sorso, la cui base è un toscano corrotto con qualche traccia genovese, e con non pochi vocaboli sardi. » | |
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(Max Leopold Wagner, "La questione del posto da assegnare al gallurese e al sassarese" in "Cultura Neolatina 3", 1943, pp. 243-267)
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[modifica] Catalani e Spagnoli
| Per approfondire, vedi le voci Storia della Sardegna aragonese, Storia della Sardegna spagnola e Dialetto algherese. |
Anche nel periodo di presenza aragonese-spagnola, durata quasi quattro secoli, ci fu un flusso migratorio verso l'Isola. Come d'altra parte nella preistoria, fu alimentato da iberici e venne ritenuto necessario per consolidare il dominio sulla Sardegna. Sicuramente queste popolazioni provenivano dal regno di Aragona (e non tanto dal regno di Castiglia) come avvenne nel 1354 per la popolazione di Alghero, la quale essendosi ribellata al re di Aragona, Pietro il Cerimonioso ed essendo filo-genovese, venne sostituita con popolazioni provenienti dalle Baleari, dall'Aragona e dalla Catalogna.
Anche la città di Cagliari dopo la conquista da parte delle truppe aragonesi e la conseguente espulsione dei pisani residenti (giugno 1326) fu ripopolata da coloni catalani e valenzani[15]; le antiche vie della Càller (Cagliari) catalano-aragonese richiamavano il luogo d'origine dei nuovi popolatori: Carrer de Barchinona, Carrer de Lleyda, Carrer de Gerona, Carrer de Valencia ecc. Per secoli ai sardi fu vietato sostare nel Castello dopo il suono del corno al tramonto, chi non si apprestava subito alle uscite e veniva trovato ancora all'interno della rocca veniva catturato e buttato fuori dalle alte mura, giù negli strapiombi.
Durante il XVI e il XVII secolo in città (capitale del Regno dal 1324) oltre a iberici e sardi erano presenti varie comunità provenienti dalle nazioni straniere con le quali vi erano stretti rapporti di natura politica e commerciale; tra le comunità più importanti si possono citare quella dei genovesi (la cui presenza è testimoniata dall'Arciconfraternita dei Genovesi, tutt'oggi esistente) che si occupava principalmente delle attività portuali e mercantili[16] e la comunità dei siciliani che faceva capo alla chiesa di Santa Rosalia; si ha inoltre notizia della presenza di toscani, campani, marmorari lombardi, liutai tedeschi, medici e chirurghi francesi ecc.[17]. Anche agli stranieri, come ai sardi, era proibito dimorare nel Castello, il quartiere dei governanti e degli aristocratici, per cui le loro abitazioni erano concentrate soprattutto nel quartiere della Marina.
Nel mentre la città di Sassari aveva subito un tentativo di ripopolamento analogo a quello di Alghero e Cagliari quando il 25 agosto del 1330 gli abitanti, che si erano nuovamente rivoltati contro la corona d'Aragona, furono cacciati fuori le mura e sostituiti con elementi iberici e sardi di provata fedeltà[15].
L'impronta spagnola è ancora visibile in tutta la Sardegna, sia negli usi sia nei costumi, ma anche nella lingua e nel patrimonio ereditario dei Sardi.
[modifica] I Corsi
| Per approfondire, vedi le voci Lingua gallurese e Lingua sassarese. |
La presenza di frequenti contatti e movimenti tra la Sardegna e la Corsica è attestata dai ritrovamenti in Corsica di ossidiana proveniente dalla zona del Monte Arci. Nel III millennio a.C., la civiltà megalitica della Cultura di Arzachena nella Gallura settentrionale si estese a tutta la Corsica del sud, per poi venire sopraffatta dalla civiltà nuragica che edificò torri anche in Corsica.
Ancora in epoca romana è attestata dalle fonti la presenza stabile di popolazioni autoctone definite "corse" nella Gallura interna. In quel periodo le popolazioni della Gallura e del Sud della Corsica rappresentavano un continuum etnico e culturale.
Un importante e documentato flusso migratorio dalla vicina isola verso l'intera Sardegna si verificò invece nel Medioevo già nel periodo giudicale, durante il quale sono attestati i primi cognomi corsi fino all'area cagliaritana. Questo fenomeno si accentuò continuativamente nei secoli dal 1400 al 1800 con l'insediamento di un notevole numero di famiglie corse (ormai indelebilmente segnate dall'influsso toscano a seguito del dominio pisano) in Gallura, a Sassari, a Castelsardo e nell'Anglona.
In Gallura, a seguito dello spopolamento della regione per varie epidemie e dell'abbandono delle coste per le incursioni piratesche degli Arabi, l'elemento corso divenne nuovamente prevalente in gran parte del territorio, riappropriandosi dell'originale specificità gallurese ed evidenziandola sia negli usi che nei costumi, ma anche con una maggior diffusione della lingua gallurese.
L'elemento corso ha lasciato inoltre ampie tracce nella regione di Sassari e Castelsardo (in cui era significativa la presenza di nuclei originari della Corsica e dove il sassarese presenta ancora notevoli punti di comunanza con il gallurese e il corso) e tracce minori (influenze lessicali e fonetiche) nelle regioni dell'Anglona e del Logudoro settentrionale.
[modifica] Liguri e Piemontesi
| Per approfondire, vedi la voce Dialetto tabarchino. |
Nel XVIII secolo, arrivarono altre popolazioni e precisamente sull'isola deserta di San Pietro, ripopolata da Liguri provenienti da Tabarca, un'isoletta vicino alla Crumiria, in Tunisia: questi fondarono poi Carloforte.
Popolazioni piemontesi e ancora liguri arrivarono a Sant'Antioco, a Calasetta, a La Maddalena. Sempre in quel pediodo ci fu anche un tentativo di insediare nella Planargia di Bosa, nella località di Villa San Cristoforo dei Salti di Montresta, alcuni emigrati greci provenienti della vicina Corsica, senza grande successo.
Pescatori liguri di Camogli si stabilirono durante il XIX secolo nella Nurra e all'Asinara, contribuendo alla nascita di Stintino.
[modifica] Nella Sardegna mineraria del XIX secolo
| Per approfondire, vedi le voci Storia mineraria della Sardegna, Monteponi, Buggerru, Ingurtosu, Montevecchio e Argentiera. |
Nel XIX secolo il riassetto degli impianti minerari sardi attiro nell'isola numerosi lavoratori forestieri e diede un impulso al rinnovamento sociale, economico e culturale della Sardegna. Inizialmente, a causa della carenza di tecnici specializzati e di manodopera, questo riassetto fu organizzato da maestranze straniere. Già nel 1848 un primo gruppo di operai austriaci provenienti dalla Stiria, sotto la guida dell'ingegnere ungherese Giulio Keller, aveva riattivato la miniera di Montevecchio presso Guspini mentre la miniera di Ingurtosu fu rimessa a regime da un altro gruppo di capi-minatori tedeschi della scuola di Friburgo guidati dall'ingegnere tedesco George Bornemann[18].
Nel mentre presero vigore i flussi migratori di lavoratori provenienti principalmente dal nord Italia; infatti dalla metà dell'Ottocento fino al decennio 1870-1880 nelle miniere sarde circa i 2/3 dei minatori e degli operai spiecializzati adibiti alle miniere erano di origine peninsulare, i più numerosi erano i piemontesi provenienti in maggioranza dal Canavese e i lombardi in particolare del Bergamasco[19], cospicua era inoltre la presenza dei toscani e dei romagnoli[20]. I lavoratori continentali venivano favoriti rispetto ai sardi in quanto più resistenti alla fatica come scrisse l'ingegnere del regio corpo delle miniere Eugenio Marchese:
| « "L'operaio sardo uso a cibarsi molto parcamente e non avente lunga abitudine di esercizi continuati di forza muscolare, non possiede nell'opera faticosa del minatore la costanza dell'operaio continentale e non riesce in generale a compiere la stessa quantità di lavoro" » |
Le comunità dei minatori "continentali" si stabilirono soprattutto (e in parte definitivamente) nell'Iglesiente dove nel 1882, secondo un rapporto dell'ingegnere francese Leon Goüine, risiedevano 9.780 minatori (6.229 sardi e 3.571 forestieri) su una popolazione totale di poco inferiore ai 30.000 abitanti ma anche nel Sarrabus e nella Nurra, nel sito dell'Argentiera[21][22]. Nei primi decenni del novecento i sardi divennero la maggioranza in tutte le miniere isolane tuttavia i minatori peninsulari formavano ancora un nucleo numeroso. La rinata attività mineraria ridiede slancio anche alla città di Cagliari che attirò molti immigrati dalla penisola e dalla Svizzera, in particolare imprenditori e commercianti[23].
[modifica] Campani e Siciliani
Alla fine del XIX secolo sorsero nuovi insediamenti con la migrazione di pescatori campani (provenienti da Ponza e Torre del Greco) e siciliani, che si stabilirono nei centri marinari della costa sud orientale e a La Maddalena e Santa Lucia di Siniscola[24]
[modifica] Durante il Ventennio
| Per approfondire, vedi la voce Città fondate durante il fascismo. |
Arrivarono durante il ventennio popolazioni venete, chiamate da Mussolini ad insediarsi nelle bonifiche dell'oristanese e che fondarono Mussolinia (1928), chiamata poi Arborea. Molti minatori giunsero da diverse parti d'Italia per popolare il grosso centro minerario di Carbonia, nel Sulcis (1938), in particolare dal Veneto, Marche, Abruzzo, Basilicata e Sicilia. Gli ultimi arrivi di popolazioni in ordine temporale furono i Giuliano-Dalmati nel 1947, scampati all'epurazione etnica perpetrata in Dalmazia e nell'Istria: si stabilirono a Fertilia, presso Alghero, nella Nurra.
[modifica] Dal dopoguerra ad oggi
Il flusso migratorio verso la Sardegna nei primi decenni del dopoguerra fu in maggioranza costituito da lavoratori specializzati provenienti da varie regioni[25]. Negli ultimi anni sono giunti nuovi immigrati provenienti in particolare dall'Europa centro-orientale, dall'Asia e dall'Africa. La popolazione straniera il 31-12-2009 ammontava a circa 33.000 presenze, il 2% della popolazione totale sarda, le cui nazionalità principali sono[26][27]:
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[modifica] Note
- ^ Blasco Ferrer - Paleosardo , Paleobasco , Iberico
- ^ Il neolitico nell'Italia centrale pg.139-140
- ^ il Neolitico in Sardegna
- ^ Giovanni Lilliu: Prima dei nuraghi in La società in Sardegna nei secoli, pag. 9
- ^ James Patrick Mallory, Douglas Q. Adams - Encyclopedia of Indo-European Culture (1997) pg.53-54-55
- ^ SardiniaPoint.it - Intervista a Giovanni Ugas
- ^ Popoli antichi, Turris Libisonis
- ^ La necropoli punico-romana di Pill'e Matta (Quartucciu-CA): antropologia e archeologia - Rosalba Floris , Roberto Angioni , Davide Camboni , Andreina Catte , Giovanni U Floris , Emanuele Pittoni , Donatella Salvi , Enea Sonedda , Elena Usai.
- ^ Francesco Cesare Casula - La storia di Sardegna (1994) pg.442-443
- ^ Sabertulantiga - Poita si naraus Maurreddus
- ^ Francesco Cesare Casula - La storia di Sardegna (1994) pg.127
- ^ Pier Giorgio Spanu - La Sardegna Bizantina fra VI e VII secolo (1998) pg.174
- ^ Francesco Cesare Casula - La storia di Sardegna (1994) pg.140-141
- ^ Francesco Cesare Casula - La storia di Sardegna (1994) pg.158-159
- ^ a b Francesco Cesare Casula - La storia di Sardegna (1994) pg.424
- ^ Maria Luisa Plaisant - Genova e la Sardegna nell'era moderna
- ^ Enrico Fanni, Stranieri nella Cagliari del XVI E XVII secolo
- ^ Stefano Musso, op. cit., p.314
- ^ La Voce di Iglesias, articolo sui minatori bergamaschi di Iglesias
- ^ Stefano Musso, op. cit., p.315
- ^ Storia delle miniere in Sardegna
- ^ La Via dell'Argento
- ^ Paolo Fadda : Imprenditori forestieri nella Cagliari sabauda
- ^ Cronache isolane. Il mondo della pesca
- ^ Cisl 50 anni
- ^ Rapporto Istat - La popolazione straniera residente in Italia al 31º dicembre 2009
- ^ ISTAT - Cittadini Stranieri. Popolazione residente per sesso e cittadinanza al 31 dicembre 2009
[modifica] Bibliografia
- Manlio Brigaglia, Storia della Sardegna, Sassari, Soter Editore, 1995.
- Stefano Musso, Tra fabbrica e società: mondi operai nell'Italia del Novecento, Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 1999.
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