Dolci inganni

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Dolci inganni
Francesca (Catherine Spaak)
Francesca (Catherine Spaak)
Titolo originale Dolci inganni
Lingua originale Italiano
Paese di produzione Italia, Francia
Anno 1960
Durata 95 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Alberto Lattuada
Soggetto Alberto Lattuada, Francesco Ghedini
Sceneggiatura Alberto Lattuada, Francesco Ghedini, Claude Brulé, Franco Brusati
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Laetitia Film (Roma) - Les Films Marceau (Parigi)
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Gábor Pogány
Montaggio Leo Catozzo
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Maurizio Chiari
Costumi Lucia Mirisola
Interpreti e personaggi

Dolci inganni[1] è un film del 1960 diretto da Alberto Lattuada.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Francesca, che ha sedici anni, è innamorata di Enrico, un architetto che ha vent'anni più di lei. A scuola la ragazzina parla con le sue amiche delle esperienze vissute con Enrico. Uscita da scuola Francesca accompagna la signora Margherita a fare compere e incontra un ragazzo, presentato come amico intimo della famiglia (in realtà un gigolò), che la porta nella villa patrizia di una principessa che lo "usa" nel tempo libero. Arriva la sera e l'adolescente sente il bisogno di rivedere Enrico e lo raggiunge sul posto di lavoro. Piano piano però Francesca si rende conto di essersi sbagliata sul suo conto.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

« Erano sensazioni che si afferravano nell'aria, turbamenti che percepivo nelle giovani donne che vedevo uscire dalle scuole, ancora infagottate in quegli abiti che ormai non riuscivano più a contenere i corpi. [...] [Catherine Spaak] l'avevo vista la prima volta a otto anni nella villa del padre del quale ero amico. Venne in giardino, in tutù e fece una danza per noi. Dissi al padre: "Le voglio far fare un film". E lui: "È ancora troppo piccola". Passò qualche anno, la rividi mentre prendeva lezioni di pianoforte e tornai alla carica, ma il padre mi fece aspettare ancora. Quando compì 15 anni rinnovai la richiesta e lui mi disse: "Va bene, io te la consegno ancora vergine, tu me la devi restituire com'era. »
(Alberto Lattuada su l'Unità del 20 agosto 1994[2])

Lattuada cercò di cavalcare l'onda del successo del romanzo Lolita, incentrando il film sul medesimo tema, dichiarando però che il suo lavoro voleva avere ben più ampio respiro che occuparsi di una questione di cocente attualità. Nella stesura del soggetto consultò numerosi psicologi, medici, insegnanti, religiosi e persino dirigenti del Centro prematrimoniale di Milano, il quale approvarono il contenuto del suo film.[3]

Secondo il primo abbozzo, il film doveva intitolarsi Le ninfette.[4]

Censura[modifica | modifica wikitesto]

A causa del tema di natura sessuale il film venne pesantemente modificato dalle direttive censorie. La censura, accusando il film di "prendere le mosse del lolitismo oggi imperante", "un concentrato di situazioni riprovevoli e assolutamente inaccettabili" e "un film degradante, che non fa certo onore al cinema italiano, e che lascia lo spettatore nauseato e disgustato"[5] ordinò subito la modifica di 14 dialoghi[6]. Con tali modifiche, il film esce nelle sale nazionali l'11 ottobre 1960 col divieto ai minori di 16 anni; il 26 novembre il Ministero del Turismo e dello Spettacolo, per ordine del Procuratore della Repubblica milanese Carmelo Spagnuolo, emise un'ordinanza verso le prefetture di tutta la penisola affinché il film venisse immediatamente sequestrato e ritirato dalla programmazione[7][8][9][10][11], addirittura interrompendo in alcuni casi la proiezione in corso.[12]

« [...] Il film, privato del tema iniziale, diventa quello che non è, una storia immorale e stupida senza spiegazione logica, senza tema e senza conclusione; il personaggio di Francesca scade così al rango di ninfetta [...]. »
(Alberto Lattuada[13])

Il 5 marzo 1961 la censura autorizzò la distribuzione ma, oltre alle modifiche ai dialoghi, ordinò l'eliminazione di 8 scene per un totale di 301,5 metri di pellicola.[14][15]

Il 29 febbraio 1964 il giudice istruttore Generoso Petrella proscioglie Lattuada e il produttore Goffredo Lombardo da ogni accusa di oscenità, ordinando il dissequestro della pellicola col suo minutaggio originario.[16][17]

« La sentenza di assoluzione fu una specie di lode, infatti il giudice disse che il film era opera morale, opera di critica, che esigeva una rivalutazione ecc. Ma questo tre anni dopo e tre anni dopo il mondo pareva completamente cambiato. »
(Alberto Lattuada, “Filmcritica”, n. 158, giugno 1965[11])

Il regista ricorda:

« [...] Il film, in realtà non fu censurato per le scene audaci, ce n’erano pochissime, ma perché, alla fine di questa esperienza trasgressiva, la protagonista non si pente di quello che ha fatto, della sua trasgressione d’amore. Ricordo che mi dicevano: ma come? neppure piange, non si confida neppure col confessore, è impossibile accettare una cosa del genere! [...] »
(Alberto Lattuada su l'Unità del 20 agosto 1994[2])

La revisione del 3 novembre 1998 elimina il divieto ai minori e reintegra i tagli della prima revisione.[18] Il finale del film, quindi, è una delle cause del sequestro della pellicola. Tale finale nella prima versione della sceneggiatura aveva un esito molto differente:

« Sua madre ha cenato in camera, ed è rimasta sveglia ad attenderla. Francesca corre a trovarla, e fra loro si svolge un lungo colloquio sul letto, al buio, lei quasi tutta rannicchiata contro il corpo dell’altra, come quando era bambina. Non si confessa, ma avrebbe una gran voglia di farlo. Sua madre, d’altra parte, dev'essere una donna estremamente leale poiché se è abbastanza intelligente per rendersi conto che qualcosa di strano deve essere successo alla figlia nel corso della giornata, non vuol costringerla a mentire, ed evita perciò domande troppo precise. Chiacchierano assieme, sottovoce, interrompendosi, ascoltandosi, con qualche silenzio improvviso. Sono due donne una più esperta della vita, l’altra meno, ma entrambe serene, capaci di portare senza drammi le loro responsabilità. Francesca esce dal colloquio pervasa da un’allegria folle, piena di gratitudine verso la madre, verso il prossimo, verso il mondo »
(Alberto Lattuada[11])

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Sulle pagine de l'Unità il critico Mino Argentieri si scagliò duramente contro la censura:

« È questo un film che abborda un problema scottante del nostro tempo: quello del passaggio dall'adolescenza alla maturità. Lattuada lo affronta con molto pudore, al di fuori di qualsiasi compiacimento morboso, e senza nulla concedere a un gusto plateale e lascivo. Su che cosa, dunque, si appuntano le isteriche e davvero assurde impennate della censura'?. Agli occhi dei censori, il regista avrebbe commesso il reato di porre in discussione il problema della verginità, ignorando che l'imperante tartufismo vuole che questo problema sorga obbligatoriamente con il matrimonio. Nel Dolce inganno, così come spesso accade nella realtà, l'appuntamento è anticipato in rapporto all'istituto della famiglia, e Lattuada non scaglia né fulmini, né anatemi sulla sua eroina, la quale — supremo scandalo! — non si dichiara pentita di quel che ha fatto. Esaminato sotto una luce di eresia, l'incidente censorio non presenta parecchie alternative: l'imputazione, infatti, non verte su alcune scene giudicate sconvenienti e inopportune, ma investe il contenuto della pellicola.
Poiché non esiste una morale di Stato, a nostro parere, la controversia dovrebbe avere una facile soluzione; si aggiunga, inoltre, che il film incriminato ha le carte in regola con le esigenze della creazione artistica, e per le persone oneste e sane di mente automaticamente ne discende che qualsiasi ostacolo alla libera circolazione dei Dolci inganni equivale a un atto illegale e arbitrario. [...][19] »
« Bocciato dalla censura in prima istanza, è poi passato nella seconda non senza evidenti rimanipolazioni specie nei dialoghi. Ne ha scapitato la chiarezza: quel che vi era di scabroso è diventato ambiguo. [...] L'ambiguità di cui s'è detto investe soprattutto questo finale dove le battute, volendo coprire l'ardimento, confondono la situazione. Già i dialoghi non sono mai felici; in apparenza elementari, in effetto lambiccati. Ma anche questo si spiega con la soggezione che soggetti come questi, più adatti al racconto che al film, ispirano a qualunque anche più spregiudicato regista.
Non potendo arrivare all'ultima franchezza, Lattuada ha caricato di espressioni il volto della sua giovanissima interprete, la promettente Catherine Spaak, figlia del noto sceneggiatore; con effetti spesso intensi, come nella scena iniziale del risveglio. Ha anche introdotto episodi e figure non strettamente necessarie (la principessa e il gigolò, la madre dell'amica); ma in complesso ha raffinato la materia scabrosissima e nella bellezza delle immagini ha rasentato quell'innocenza che più ancora che alla Francesca stava a cuore a lui come regista di un tema scandaloso. E non è soltanto colpa sua se il film non riesce a esprimersi tutto; se, non parliamo nella morale, ma neanche nella amoralità, non risulta convincente. »
(Leo Pestelli su La Stampa del 16 ottobre 1960[4])
« Ne I dolci inganni Alberto Lattuada ha voluto evidentemente ispirarsi al fenomeno della precoce iniziazione sessuale delle emancipate adolescenti del giorno d’oggi (che vorremmo evitare di definire con l’abusato termine “ninfette”, estraneo fra l’altro allo spirito di questo film) attraverso un’angolazione delicata e non volgare, ma anche sottilmente polemica. In contrapposizione alla vecchia concezione retorica dell’ex errore giovanile” e della “colpa d’amore”, che sottintende l’altrettanto logoro cliché della ragazza sedotta per debolezza e inesperienza, egli ha analizzato le ragioni che spingono coscientemente Francesca, una fanciulla di appena diciassette anni, alla prima concreta esperienza amorosa. [...] »
(Giulio Cattivelli su Cinema Nuovo, 1960[20])
« [...] Il film vale soprattutto per quei luoghi dove la protagonista è sola, cioè in compagnia di Lattuada. Quanto dire che il film è in parte, e avrebbe dovuto esserlo del tutto, una specie di monologo interiore a sfondo sessuale. [...]. »
(Alberto Moravia su L'Espresso del 30 settembre 1960[13])

Colonna sonora[modifica | modifica wikitesto]

  1. Arrivederci, di Bindi/Calabrese, cantata da Don Marino Barreto Junior (1959)
  2. Tornerai, di Olivieri/Rastelli (1937)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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