I 186 gradini - Mauthausen
| I 186 gradini - Mauthausen | |
|---|---|
| Titolo originale | Les 186 marches |
| Autore | Christian Bernadac |
| 1ª ed. originale | 1974 |
| Genere | saggio |
| Sottogenere | storico |
| Lingua originale | francese |
| Ambientazione | XX secolo |
| « La cava era là, con i suoi 186 gradini irregolari, sassosi, scivolosi. Gli attuali visitatori della cava di Mauthausen non possono rendersi conto, poiché in seguito i gradini sono stati rifatti - veri scalini cementati, piatti e regolari - mentre allora erano semplicemente tagliati col piccone nell'argilla e nella roccia, tenuti da tondelli di legno, ineguali in altezza e larghezza. » | |
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(da I 186 gradini - Mauthausen, pagg. 169-170)
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I 186 gradini - Mauthausen è il titolo di un saggio redatto dal giornalista e scrittore francese Christian Bernadac sulla base di ricerche storiche e testimonianze di sopravvissuti al campo di concentramento di Mauthausen-Gusen, presso Linz, nell'Alta Austria (48°15′32″N 14°30′04″E / 48.25889°N 14.50111°E).
Quello di Mauthausen-Gusen fu uno dei più crudeli campi di lavoro in funzione durante il regime nazista del Terzo Reich, che ospitò dal 1939 al 1945 oltre centocinquantamila deportati fra detenuti comuni e detenuti politici appartenenti a diverse nazionalità.[1]
Il libro di Bernadac è stato pubblicato per la prima volta in Francia nel 1974 dalla casa editrice France-Empire;[2] ed è stato successivamente tradotto nel 1977 in lingua italiana da Anna Gerola per i tipi della casa editrice Ferni di Ginevra che lo ha inserito - assieme ad un secondo volume dello stesso autore, Il nono cerchio - Mauthausen, sorta di seguito concernente sempre il famigerato campo di lavoro istituito nella fortezza di Mauthausen e nei sottocampi limitrofi - nella collana "Gli amici della storia".
L'autore descrive minuziosamente, con l'ausilio di documentazione originale costituita da disposizioni scritte, lettere, circolari del comando SS e testimonianze di reduci, quella che era la vita nel campo e nei sottocampi di Mauthausen, vera e propria fortezza del terrore:
| « Fortezza ... Contemporaneamente fortino e acropoli, muraglie gigantesche. Granito e cemento armato dominanti il Danubio: strani speroni coperti da cappelli cinesi; fili spinati e porcellana intreccianti un'insuperabile rete elettrica di protezione. Sì! La più formidabile cittadella costruita sulla Terra dal Medio Evo. Mauthausen. Mauthausen in Austria. Mauthausen dai 155.000 morti. » | |
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(I 186 gradini - Mauthausen, pag. 18)
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Indice |
[modifica] La scala della morte
Il titolo del libro fa riferimento alla scalinata - ricordata da allora in poi come scala della morte - scavata nella roccia della collina su cui sorgeva il campo e che collegava una cava sottostante, aperta nel ventre dell'altura, per l'estrazione del granito.
A partire dal 1943 nel campo era stata intensificata - su disposizione del capo delle SS Heinrich Himmler - l'attività delle industrie che facevano capo alla Deutsche Erd un Steinwerke GmbH (Officine Tedesche delle Terre e delle Pietre Società r.l., talvolta reso con l'acronimo DEST).
Lo scopo di tali aziende era quello di ricavare dalle cave presenti vicino alle principali città tedesche - e quindi sottoporlo a lavorazione - il materiale da destinare alle fastose costruzioni previste dal Reich millenario voluto e disegnato dal fuhrer Adolf Hitler e dal suo architetto del Diavolo, il futuro ministro degli Armamenti Albert Speer.
Prima di allora i gradini della famigerata scala consistevano in blocchi di pietra di formato diverso disposti in maniera disordinata l'uno sopra l'altro. La scala collegava le baracche in cui erano reclusi gli internati e le viscere della cava. Lungo i centottantasei gradini di questa scala i deportati erano costretti a salire e scendere più volte al giorno portando a spalla sacchi pieni di massi. Spesso l'uso della scala era un semplice pretesto per eliminazioni di massa di deportati.
Così Bernadac descrive la scala della morte:
| « Tra l'ingresso del campo e i primi gradini della cava c'era una discesa assai ripida. Questa, in inverno, era spaventosa perché il terreno gelato assomigliava a una pista di pattinaggio e le suole di legno degli zoccoli, sul ghiaccio, sembravano làmine di pattini. Le numerose scivolate erano drammatiche poiché, nella confusione generale, alcuni perdevano l'equilibrio e cadevano verso sinistra, cioè verso il precipizio, e la voragine della cava li inghottiva dopo una caduta verticale di cinquanta o sessanta metri; invece, quelli che partivano in scivolata verso destra, oltrepassavano la zona proibita e i tiratori scelti aprivano il fuoco su quei fuggiaschi. » | |
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(I 186 gradini - Mauthausen, pag. 10)
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Le sofferenze patite dai prigionieri del campo di Mauthausen-Gusen - aperto nel 1938 e affidato al comando di Franz Ziereis, che lo tenne fino all'arrivo dei soldati statunitensi nel maggio 1945 - sono state, per testimonianza di diversi sopravvissuti all'Olocausto, assolutamente terribili.
Spesso i prigionieri, esausti, collassavano di fronte ad altri prigionieri che formavano la linea, travolgendone a decine in un terribile effetto domino. Le guardie armate di mitragliatrice si divertivano, per scommessa, a spingere verso il basso qualche internato per vedere quanti altri venivano travolti nella caduta. Un malcapitato, dopo essere stato spinto da una guardia, la trascinò con sé nel vuoto; dopo questo episodio le guardie mantennero un'adeguata distanza dai prigionieri.
Talvolta tale brutalità era ulteriormente accentuata: infatti, alcune volte, le guardie SS costringevano i prigionieri - esausti per ore e ore di duro lavoro e arsi dalla sete e dalla fame - a salire le scale con i blocchi.
Una volta in cima, alcuni prigionieri venivano allineati lungo il bordo del precipizio conosciuto come il muro dei paracadutisti e venivano costretti a scegliere se ricevere un colpo di pistola o a gettare di sotto il prigioniero che gli stava vicino.
Ad aggravare il tutto erano poi le pessime condizioni di vita al campo, la quasi totalità dei prigionieri era malnutrita e i decessi a causa delle allucinanti condizioni igienico-sanitarie erano all'ordine del giorno.
È stato calcolato che, approssimativamente, 122.000 internati trovarono la morte a Mauthausen-Gusen, sebbene gli archivi dell'amministrazione del campo abbiano calcolato in 71.000 le vittime del campo di lavoro.
[modifica] Luogo della memoria
Come luogo della memoria,[3] la località nel nord dell'Austria in riva al Danubio è diventata, dopo la fine della seconda guerra mondiale, meta di visite da ogni parte del mondo. È stato calcolato che almeno diecimila persone visitino annualmente il complesso dell'ex-lager (un sentiero che attraverso i diversi luoghi del campo è punteggiato dai monumenti eretti dalle diverse nazioni a ricordo delle proprie vittime).
Un dettagliato resoconto di come la località prossima al villaggio di Mauthausen (poco più di quattromila abitanti) si sia trasformata nel tempo - e in un certo senso, adattata ad un turismo di massa sia pure spinto da motivi di ricerca all'interno della storia del XX secolo - è stato girato nel 2006 dal regista britannico Rex Bloomstein in un documentario dal laconico titolo di Kz (contrazione di Konzentrationslager: appunto, campo di concentramento).[4]
[modifica] Edizioni
- Christian Bernadac, I 186 gradini - Mauthausen, collana Amici della Storia[5], traduzione di Anna Gerola, Edizioni Ferni, Ginevra, 1977, pp. 378, cap. ventuno.
[modifica] Note
- ^ Fonte: Deportati.it
- ^ Worldcat.org
- ^ Approfondimento e immagini: "Mauthausen calvario dei deportati"
- ^ Vedi: Bbc.co.uk
- ^ Vedi: Saggistica sui campi di concentramento nazisti
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