Howard Da Silva

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nel ruolo di Benjamin Franklin nel film 1776 (1974)

Howard Da Silva (Cleveland, 4 maggio 1909Ossining, 16 febbraio 1986) è stato un attore cinematografico, teatrale e televisivo statunitense.

Vita e carriera teatrale[modifica | modifica wikitesto]

Nato con il nome di Howard Silverblatt a Cleveland, Ohio, suo padre Benjamin e sua madre Bertha erano entrambi emigranti yiddish provenienti dalla Russia.

In gioventù lavorò nelle miniere d'argento in Pennsylvania per pagarsi la retta alla scuola di recitazione del Carnegie Institute. Dopo aver terminato i suoi studi, assunse il nome d'arte di origine portoghese Howard Da Silva, pur non avendo alcun legame con questa terra, ed entrò a far parte della troupe teatrale di Eva Le Gallienne, dove divenne celebre per i suoi monologhi, recitati con la sua voce profonda, nello spettacolo Ten Million Ghosts, che lo portarono all'attenzione di Orson Welles, il quale lo volle nelle sue produzioni del Mercury Theatre.

Dopo il suo approdo nei teatri di Broadway, si rese celebre con l'interpretazione di Jack Armstrong nel musical Abe Lincoln in Illinois (che reinterpretò nella versione cinematografica del 1940), e di Jud Frye in Oklahoma!, dei celebri compositori Rodgers e Hammerstein. La sua carriera teatrale continuò fino al 1969, quando interpretò il personaggio di Benjamin Franklin nel musical 1776, che riprese nella successiva versione cinematografica del 1972.

Carriera cinematografica[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante le sue prime apparizioni sul grande schermo risalgano al 1934, Da Silva non ottenne la notorietà se non intorno agli anni quaranta, quando la Paramount Pictures lo scelse tra molti altri attori per interpretare il barista nel dramma Giorni perduti (1945), con la regia di Billy Wilder, che gli consentì di affermarsi come caratterista di talento[1][2]. Tra le sue migliori interpretazioni sono da ricordare quella dell'ambiguo Eddie Harwood, amante di una donna alcolizzata (Doris Dowling) in La dalia azzurra (1946), di Elmo Chickamaw Mobley, uno dei galeotti evasi ne La donna del bandito (1949), e il sanguigno ufficiale di polizia Moskar in 14ª ora (1951).

Tuttavia la promettente carriera dell'attore venne ben presto frenata a causa delle sue simpatie di sinistra, per le quali venne messo sotto inchiesta da parte della famigerata House Un-American Activities Committee (HUAC), la Commissione contro le celebrità simpatizzanti del comunismo voluta dal senatore Joseph McCarthy. Richiamandosi al quinto emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, Da Silva diventò una delle molte vittime della Lista Nera e, impossibilitato a trovare una scrittura sia nel cinema che in televisione, dal 1951 non apparì sugli schermi per circa un decennio[2]. Tuttavia poté contare sul proprio background teatrale, che gli consentì di tornare a recitare con successo a Broadway[1] e di curare regie e produzioni teatrali[2]. Ricevette un Tony Award per la sua partecipazione al musical Fiorello! del 1959.

La sua carriera cinematografica ebbe un nuovo impulso grazie all'interpretazione del Dr. Swinford, medico di una clinica psichiatrica, nella pellicola David e Lisa (1962), per la quale ricevette dalla critica britannica il Premio BAFTA. Grazie a questo successo venne scritturato dalla televisione per la voce narrante nella versione statunitense della celebre serie di fantascienza Doctor Who, e venne premiato con l'Emmy Award per la sua partecipazione, a fianco di Sissy Spacek, nel film per la tv Verna: USO Girl (1978). Da Silva partecipò inoltre sia alla versione cinematografica de Il grande Gatsby del 1949 sia alla versione del 1974, entrambe nel ruolo di Meyer Wolfsheim.

La sua ultima interpretazione di rilievo fu nel film Mammina cara (1981) di Frank Perry, in cui impersonò Louis B. Mayer, potente boss della MGM.

Morì per un linfoma ad Ossining, New York, nel 1986.

Filmografia parziale[modifica | modifica wikitesto]

Doppiatori italiani[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Le Garzantine - Cinema, Garzanti, 2002, pag. 272
  2. ^ a b c Il chi è del cinema, De Agostini, 1984, Vol. I, pag. 128-129

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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