Hijab
Il termine hijab (arabo: حِجَاب, ḥijâb) deriva dalla radice h-j-b, «nascondere allo sguardo, celare», e indica «qualsiasi velo posto davanti a un essere o a un oggetto per sottrarlo alla vista o isolarlo». Acquista quindi parimenti il senso di «tenda», «cortina», «schermo». Il campo semantico corrispondente a questa parola è dunque più ampio dell'equivalente italiano «velo», che serve per proteggere o per nascondere, ma che non separa.
Indice |
[modifica] Storia
Ciò che in Occidente viene chiamato "velo" ed erroneamente si pensa sia stato introdotto dall'Islam esiste in realtà ben prima di esso. Una legge del XII secolo a.C. nella Mesopotamia assira sotto il regno del sovrano Tiglat-Pilesar I (1114 a.C. — 1076 a.C.) rendeva di già obbligatorio portare il velo all'esterno a ogni donna sposata. Esso appariva anche nel mondo greco, tant'è vero che Elena, moglie di Menelao, si velava per uscire.
Nel mondo greco la condizione della donna prese a deteriorarsi ed ella subì la sua disfatta storica nel "secolo d'oro" di Pericle (V secolo a.C.). Solo le prostitute avevano all'epoca diritto all'educazione, mentre la donna "onesta" si velava per uscire. Questa situazione si riscontra in tutto il Mediterraneo.[1]
Nella Penisola araba preislamica la situazione della donna era notevolmente contraddittoria. Non pare vi fossero forme istituzionalizzate, in forza delle quali esse potessero reclamare precisi diritti. Eppure troviamo donne imprenditrici e notevolmente attive in campo politico (in un remoto passato si parlava non episodicamente di "regine degli Arabi"). Le bambine potevano occasionalmente essere sotterrate vive per motivi che ci sono rimasti del tutto oscuri e che sembrano coinvolgere la sfera religiosa, ma le donne godevano nondimeno di vasti privilegi in campo coniugale (poliandria mirante alla procreazione di fanciulli sani in caso d'incapacità maritale, possibilità di ripudio del marito e matrimoni a tempo predeterminato (mut'a), per il quale era assolutamente prescritto il libero consenso della donna e in base al quale l'eventuale figlio della coppia rimaneva al padre, che se ne assumeva ogni onere economico).
A ridosso dell'Islam alcuni di questi istituti non risultano essere stati più validi: segno probabile di una rivalsa virile a discapito del ruolo muliebre ed è probabile che l'uso del velo, in questo periodo, fosse comunque abbastanza diffuso, sia pur non generalizzato come in seguito con l'affermarsi dell'Islam.
Secondo alcuni il velo con l'Islam diviene il simbolo d'una dignità muliebre ritrovata, dal momento che la donna diventa soggetto di alcuni precisi diritti (alla dote, ad esempio, obbligatoriamente versata dall'uomo a tutela dell'eventuale vedovanza, ovvero del ripudio subito, senza dimenticare il diritto all'eredità, per quanto normalmente determinata nella metà della quota-parte riservata al maschio avente pari titolo giuridico), secondo altri l'obbligo del velo manifesta invece la subordinazione della donna rispetto all'uomo, vista come una sua proprietà e quindi costretta a nascondere il proprio capo a tutti gli altri uomini, se non a quelli della propria famiglia. La religione islamica chiede inoltre alle donne che si convertono di velarsi per essere distinte dalle donne di condizione servile.
[modifica] Il ḥijāb nel Corano
I musulmani che sostengono l'obbligatorietà di portare il velo, si richiamano a due passaggi coranici. Il primo è quello di Cor., XXXIII:59
| « O Profeta! Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli (jalābīb); questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese. Ma Dio è indulgente clemente! » |
e Cor., XXIV:31
| « E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare. » |
La parola ḥijāb è usata sette volte nel Corano ma in nessun caso fa riferimento a un capo d'abbigliamento femminile, per ognuno dei quali è utilizzato un vocabolo specifico.
Per contro, la parola ḥijāb ha il senso di «cortina, tenda» per indicare l'isolamento delle mogli di Maometto:
| « E quando domandate un oggetto alle sue spose, domandatelo restando dietro una tenda [ḥijāb]: questo servirà meglio alla purità dei vostri e dei loro cuori. sura XXXIII, 53;) » |
Questa separazione, inizialmente riservata alle mogli del profeta Maometto, in seguito sarebbe stata estesa alle donne musulmane libere.
Tuttavia, è importante precisare che l'uso del velo non è pratica esclusivamente e specificatamente musulmana, ma semmai araba e anteriore all'Islam, essendo diffuso anche in varie altre culture e religioni, come quella cristiana orientale e bizantina. Il suo scopo principale è quello di segnalare le differenze sociali, indica ciò che deve essere rispettato, ciò che è sacro.
[modifica] Eliminazione del velo
In Egitto, si considera che la prima contestazione riguardante l'asserita obbligatorietà d'indossare un velo[2] abbia avuto luogo verso la fine del XIX secolo: Qāsim Amīn, che apparteneva allora alla corrente di pensiero "modernista" (più correttamente, iṣlāḥī), che cercava d'interpretare l'Islam per renderlo compatibile con i processi di modernizzazione della società egiziana in particolare, si espresse a favore dell'evoluzione dello status della donna nella sua opera Taḥrīr al-marʾa (La liberazione della donna, pubblicata nel 1899). Si dichiarò in particolare a favore dell'istruzione femminile, della riforma della procedura di divorzio (nel diritto islamico: ṭalāq) e della fine dell'uso del velo e della segregazione muliebre. A quei tempi Qāsim Amīn si riferiva al velo facciale (burqu: velo di mussolina bianca che ricopre il naso e la bocca) che portano le donne di classe agiate urbane, fossero esse cristiane o musulmane. Il ḥijāb d'allora era effettivamente legato all'isolamento delle donne. Si considera generalmente che fu da quel momento che il ḥijāb cessò dall'essere il simbolo d'uno status sociale e di ricchezza per divenire simbolo di arretratezza e di posta in gioco sociale, politica e religiosa.
Nel 1923, Hōdā Shaʿrāwī, considerata come una delle prime femministe, ripudia il suo velo facciale tornando da un incontro femminista svoltosi a Roma, lanciando in tal modo, insieme a molte altre donne, un movimento di "svelamento" che sarà chiamato in arabo al-sufūr.
In Turchia e in Iran, l'abolizione del velo fu imposto all'inizio del XX secolo da Mustafa Kemal Atatürk e dallo Shah d'Iran, che videro l'adozione dell'abbigliamento occidentale come un segno di modernizzazione. In Tunisia, Habib Bourguiba vietò il velo nell'amministrazione pubblica e sconsigliò fortemente alle donne di portarlo in pubblico.
In Marocco, all'avvento dell'indipendenza, il re Mohammed V, padre di Hassan II e nonno dell'attuale sovrano Mohammed VI, chiese a sua figlia di togliersi il velo in pubblico, come simbolo della liberazione della donna. Tuttavia in presenza del re, i deputati donne si videro obbligati a coprire i loro capelli in segno di rispetto per la tradizione.
Nel corso degli ultimi anni della guerra d'Algeria, i francesi organizzarono cerimonie di "svelamento" collettivo, miranti a dimostrare l'opera civilizzatrice della Francia in Algeria, a favore dell'emancipazione delle donne algerine (si veda l'opera di Todd Shepard, La bataille du voile pendant la guerre d'Algérie, in Le foulard islamique en questions, sotto la direzione di Charlotte Nordmann, Parigi, éditions Amsterdam, 2004).
Negli anni Sessanta, portare il velo divenne un fenomeno estremamente minoritario nella maggior parte dei paesi arabi (con l'eccezione dei paesi che si rifacevano al pensiero del wahhabismo).
[modifica] Senso contemporaneo
Attualmente la maggior parte degli autori è d'accordo per renderlo equivalente a zay al-sharʿī o «vestito islamico». Esso indica, in prima battuta, l'abbigliamento che i fondamentalisti musulmani hanno preso ad adottare a partire dagli anni Settanta e che consiste in una tenuta lunga e ampia, il (jilbāb), di colore sobrio e d'un velo, khimār,[3] del pari di colore sobrio, che ricopre interamente i capelli, il collo, le spalle e il petto, in modo tale che - conformemente alla pretesa legge islamica - non appaiano altro che le mani e il viso delle donne.
L'obbligo di velarsi è oggi controverso, ma generalmente dedotto da un insieme di versetti già esposti del Corano e di ḥadīth del profeta Muḥammad. Non si trova traccia d'una tale controversia nei testi degli ʿulamāʾ e degli esegeti ( mufassirūn ) antichi. Il soggetto del loro disaccordo era piuttosto quello di appurare se il velo fosse obbligatorio per coprire o meno il volto delle donne. L'obbligo di nascondere le altre parti del corpo (escluso il viso, le mani e i piedi per alcuni) è del pari riportato nei libri consacrati al tema del consenso ( ijmāʿ), come quello di Ibn Ḥazm (|XI secolo), i Marātib al-ijmāʿ (I gradi del consenso).
Il ḥijāb, secondo l'Islam più tradizionalista, indica dunque una tenuta conforme alle pretese descrizioni coraniche e implica, secondo la lettura che ne dà la cultura islamica, modestia e pietà (laddove per l'antislamismo sarebbe la marca della sottomissione muliebre all'uomo). Esso può anche costituire il segno ostentato del rifiuto dell'"occidentalizzazione" (tagharrub) e della globalizzazione determinata dall'Occidente, in grado di eliminare in breve tempo le differenze e le specificità identitarie. In tal modo il ḥijāb può acquistare talvolta una nuova valenza e il suo uso non si limita più sempre e necessariamente all'ambito culturale, ideologico e religioso del fondamentalismo islamico, ma si estende anche a chi intende sottolineare una differenza anche estetica con l'Occidente, sulla falsariga di quanto avvenuto con l'abolizione della cravatta in ambito iranico post-rivoluzionario.
[modifica] Galleria fotografica
[modifica] Note
- ^ J. Lecerf, nel lemma «ʿĀʾila», in: The Encyclopaedia of Islam. Sull'uso del velo muliebre nell'Impero bizantino (malgrado non si escluda che il velo islamico sia invece di derivazione persiana sasanide), si veda più in particolare Judith Herrin, Byzantium: The Surprising Life of a Medieval Empire, Londra, Penguin Books, 2007.
- ^ Che si tratti di un obbligo religioso è senz'altro discutibile. Il versetto coranico che ad esso viene riferito (XXIV:31) è il seguente: «E dì alle credenti che abbassino gli sguardi e coprano le loro pudenda e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto ciò che di fuori appare e pongano un velo sui loro seni (wa li-aḍribna bi-ʿumurihinna ʿalā ǧuyūbihinna)…»).
- ^ Il Dizionario Hoepli: [1] riporta erroneamente la parola himār (arabo: ﺣﻤﺎﺭ, che vuol dire invece "asino"), anziché il corretto khimār (ﺧﻤﺎﺭ), probabilmente per l'errata interpretazione del segno traslitterativo della consonante khāʾ (ﺥ) con la ḥāʾ (ﺡ).
[modifica] Voci correlate
- Tipi di velo islamico
- Burqa
- Chador
- Fondamentalismo islamico
- Islam
- La condizione della donna nell'Islam
- Niqab
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Hijab
[modifica] Collegamenti esterni
- Velo a scuola in Belgio (in francese)
- [2] Anne Collet, « Le voile islamique se déploie sur l'Europe », in Courrier international del 19/10/2006 (in francese)
[modifica] Bibliografia
- Le citazioni del Corano sono prese dalla traduzione curata da Alessandro Bausani (Firenze, Sansoni, 1961 e succ. ried.);
- Lemma «Hidjâb» (J. Chelhod), Encyclopédie de l'Islam, Leiden-Parigi, E.J. Brill-G.P. Maisonneuve & Larose, 1975, t. III, p 370.
- Arlene Elowe Mac Leod, Accommodating Protest, New Veiling and Social Change in Cairo, 1992 (interpretazione del fenomeno del nuovo velarsi da parte della classe media urbana egiziana).
- Leïla Djiti, Lettre à ma fille qui veut porter le voile, Parigi, La Martinière, 2004 ISBN 2-84675-136-6
- Leïla Babès, Le voile démystifié, Parigi, Bayard, 2004.
- Chahdortt Djavann, Bas les voiles!, Parigi, Gallimard, 2003.
- Le foulard islamique en question (Parigi, Éditions Amsterdam, 2004), pubblicato sotto la direzione di Charlotte Nordmann, con i contributi di Etienne Balibar, Saïd Bouamama, Dounia Bouzar, Christine Delphy, Françoise Gaspard, Nilufer Göle, Nacira Guénif-Souilamas, Farhad Khosrokhavar, Emmanuel Terray e Pierre Tournemire.
- Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo (a cura di), Senza velo: donne nell’Islam contro l’integralismo, Intra moenia, Napoli 2005