Gusto (filosofia)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il gusto in estetica, settore della filosofia che si occupa della definizione del bello naturale e artistico e del suo giudizio, è la capacità di cogliere, apprezzare la bellezza e sentirsene soddisfatti.[1]

Il concetto di gusto fin dall'inizio viene filosoficamente correlato con quello di sentimento del piacere: i due concetti infatti sono visti come collegati alla soggettività considerata, nel suo aspetto di inclinazioni, passioni e simpatie, come autonoma rispetto alla pura razionalità.

La caratteristica della soggettività nella definizione del gusto si deve soprattutto ai moralisti francesi le cui teorie furono parzialmente modificate da Hume il quale riteneva eccessivo ridurre tutto al soggetto quando lo stesso senso comune insegna che al gusto sono da riferire non solo l'apprezzamento ma anche la creazione stessa dell'opera artistica.[2]

Un ulteriore limite alla teoria soggettivistica del gusto è nel pensiero di Edmund Burke che rilevava come «la causa di un gusto errato è un difetto di giudizio»[3] riportando così alla razionalità piuttosto che al sentimento la nozione di gusto.

Secondo Alexander Gerard (17281795) la concezione del gusto come un sentimento lasciato all'arbitrarietà del singolo soggetto è errata poiché ogni espressione estetica è in qualche modo collegata ai propri principi razionali e morali.

« Le operazioni dell'immaginazione sono i princìpi da cui nascono i sentimenti del gusto. Per il fatto che essi nascano dall'immaginazione non significa che essi siano fantastici, immaginari o ideali. Essi sono universalmente prodotti dalla forza dell'immaginazione, che è estremamente importante, visto che essa influisce sulle operazioni dell'anima.[4] »

Per i filosofi francesi del XVIII secolo nel concetto di gusto sembrerebbe insito un atteggiamento di giudizio individuale che tuttavia viene a mancare quando riferendosi ad esempio ad opere della classicità esso acquista il carattere condiviso di universalità.[5]

Per Voltaire[6] come per Montesquieu nel gusto è presente sia la facoltà intuitiva di cogliere il bello sia anche la ragione che giunge a definirlo per via analitica.[7]

Il complesso di queste considerazioni filosofiche trova sistemazione e coronamento nell'estetica kantiana della Critica del giudizio:

« [Il gusto è] la facoltà di giudicare su ciò che rende universalmente comunicabile, senza la mediazione di un concetto, il sentimento suscitato da una data rappresentazione.[8] »

Il gusto quindi si basa sulla possibilità dell'accordo universale con altri soggetti («universalmente comunicabile») e non è legato all'oggetto stesso ma a quella attività estetica che è una sfera autonoma del nostro modo di sentire:

« Il giudizio di gusto determina il suo oggetto, per ciò che riguarda il piacere (in quanto bellezza), pretendendo il consenso d'ognuno, come se il piacere fosse oggettivo. Dire che questo fiore è bello vai quanto esprimere la propria pretesa al piacere di ognuno. Il piacevole del suo odore non ha simili pretese. Ad uno piace, ad un altro dà alla testa. E che cosa si potrebbe presumere da ciò se non che la bellezza dovrebbe essere considerata come una proprietà dell'oggetto stesso, non regolata dalla diversità degli individui e dei loro organismi, ma su cui invece questi dovrebbero regolarsi, volendone giudicare? E nondimeno non è così. Perché il giudizio di gusto consiste proprio nel chiamar bella una cosa soltanto per la sua proprietà di accordarsi col nostro modo di percepirla.[9] »
« Per decidere se una cosa sia bella o no, noi non poniamo, mediante l’intelletto, la rappresentazione in rapporto con l’oggetto, in vista della conoscenza; la rapportiamo invece, tramite l’immaginazione (forse connessa con l’intelletto), al soggetto e al suo sentimento di piacere e di dispiacere. Il giudizio di gusto non è pertanto un giudizio di conoscenza; non è quindi logico, ma estetico: intendendo con questo termine ciò il cui principio di determinazione non può essere che soggettivo.[10] »

Il gusto e il genio[modifica | modifica sorgente]

Il gusto in autori come il già citato Armand Gerard collegano la nozione del gusto distinguendola da quella del genio:

« Le operazioni che dipendono dall'immaginazione possono esser assai forti per formare del gusto, ma mancare nello stesso tempo della vivacità e dell'estensione che fanno il genio. »
(Armand Gerard, Saggio sul gusto[4])

Così Kant, come anche Diderot, nella concezione del gusto, come possibilità di godere dell'opera d'arte, lo distingue dal genio che è il creatore dell'opera.[11] Questa differenziazione kantiana scompare quasi del tutto nelle estetiche, come quella crociana, dove l'interprete dell'opera d'arte in un certo modo è anche quello che la ricrea.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Enciclopedia Treccani, voce corrispondente.
  2. ^ D. Hume, Saggi morali e politici (1741).
  3. ^ E. Burke, aggiunta del 1758 all'opera Indagine filosofica sull'origine delle idee del sublime e del bello (1757).
  4. ^ a b A. Gerard, Saggio sul gusto (1759).
  5. ^ Voltaire, Dizionario filosofico alla voce "gusto".
  6. ^ «Per il gusto non basta vedere conoscere la bellezza di un’opera, è necessario sentirla, esserne colpiti…e conoscerne le sfumature … [per cui] l’uomo di buon gusto percepirà con un’occhiata la mescolanza di due stili; noterà l’imperfezione accanto alla grazia.» Voltaire, op.cit.
  7. ^ Montesquieu, Enciclopedia alla voce "gusto".
  8. ^ I. Kant, Critica del giudizio, p. 40.
  9. ^ I. Kant, op.cit.
  10. ^ I. Kant, Critica del giudizio, Parte prima, Sezione prima (Analitica del giudizio estetico), Libro I (L’analitica del bello).
  11. ^ Il genio «puro dono di natura» in Diderot, Enciclopedia alle voci "arte" e "antichi e moderni".

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Filosofia Portale Filosofia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Filosofia