Guerra di Cipro (1570-1573)

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Per approfondire, vedi la voce Guerre turco-veneziane.
Guerra di Cipro
Parte delle Guerre turco-veneziane

Cipro e il mar Egeo, principali teatri del conflitto
Data: 1570-1573
Luogo: Cipro, mar Egeo, Grecia, Dalmazia
Esito: Vittoria ottomana
Modifiche territoriali: Conquista turca di Cipro.
Schieramenti
Repubblica di Venezia
1571-73:
Lega Santa

Stato Pontificio
Repubblica di Venezia
Spagna

Sacro Romano Impero
Impero Ottomano

La guerra di Cipro del 1570-1573 o quarta guerra turco-veneziana è un conflitto combattuto tra l'Impero Ottomano e la Repubblica di Venezia per il predominio nel Mediterraneo orientale, conclusosi con la conquista ottomana del Regno di Cipro, ma al contempo con la perdita della supremazia navale turca nella battaglia di Lepanto.

Indice

[modifica] Antefatto

Il nuovo sultano Selim II, salito al trono nel 1566, durante la campagna d'Ungheria della guerra ottomano-asburgica, aveva, tra i primi atti, deposto l'ultimo Duca dell'Arcipelago, Jacopo IV Crispo, vassallo della Repubblica di Venezia.
Selim II, affidato il controllo degli affari di stato al gran visir Sokollu Mehmet Paşa, era riuscito a concludere nel 1568 con l'imperatore Massimiliano II la vantaggiosa pace di Adrianopoli. Assicuratosi così il controllo dei Balcani, il sultano fu libero di rivolgere la propria attenzione su Cipro, il vasto e ricco possedimento veneziano situato a pochi chilometri dalle sue coste, che ben si prestava a garantire la via marittima per il pellegrinaggio alla Mecca.

Venezia, in pace armata coi Turchi sin dal 1540, al termine della terza guerra turco-veneziana, tentava di non dare pretesto a Selim per la guerra, ma il 13 gennaio 1570 il bailo di Costantinopoli, Antonio Barbaro, informò la Serenissima Signoria di essere venuto a sapere delle bellicose intenzioni del sultano. Il 28 marzo giunse a Venezia l'ambasciatore di Selim, recando la richiesta di consegna dell'isola, con il pretesto della sua passata appartenenza all'Islam. La risposta venne rigettata e iniziarono i preparativi di guerra: a Cipro, dove era luogotenente Nicolò Dandolo, venne inviato Giulio Savorgnan, esperto in fortificazioni, il provveditore generale Lorenzo Da Mula mentre venivano dispensati dal partecipare all'elezione del nuovo Doge tutti quei magistrati che avessero avuto parte ai preparativi militari. Girolamo Zane fu nominato Capitano Generale da Mar. A tutti i legni veneziani venne dato ordine di non lasciare i porti senza autorizzazione. Richieste di aiuto vennero inviate in tutta Europa, persino al Patriarca di Costantinopoli, perché istigasse con il suo clero la Morea alla rivolta, e allo Zar Ivan il Terribile perché attaccasse per via di terra.

[modifica] Il conflitto

[modifica] L'invasione di Cipro

La flotta veneziana, forte di cinquanta galee si mosse quindi su Zara per attendere i rinforzi promessi da Filippo II di Spagna. La lunga sosta consentì a flottiglie turchesche di saccheggiare i centri della Dalmazia, mentre la disciplina si allentava tra i veneziani e si diffondevano malattie. Lo Zane decise quindi di puntare su Corfù, giungendovi a estate inoltrata, solo per scoprire che l'ammiraglio spagnolo Gian Andrea Doria non aveva nessun ordine di congiungersi con l'armata veneziana.

Frattanto il 1° luglio i Turchi, al comando di Lala Mustafà Pascià, erano sbarcati in un'incursione a Limisso, seguita, il 3 luglio, dallo sbarco dell'armata. La popolazione cipriota veniva concentrata nella difesa di Nicosia e Famagosta, mentre i borghi e le campagne circostanti venivano spogliati e distrutti per non lasciare ai Turchi nulla di cui servirsi. Per punire la cittadina di Lescara, che, con esempio pericoloso, si era prontamente sottomessa ai Turchi, i Veneziani inviarono un contingente da Nicosia che, nottetempo, distrusse il paese dandolo alle fiamme. I Turchi, dal canto loro, marciarono sulla capitale Nicosia, difesa da cinquantamila uomini, per la quale iniziarono l'assedio e il bombardamento. Il 15 agosto la guarnigione di Nicosia attaccò i Turchi in una sortita, ma il mancato intervento della cavalleria stradiota non permise di rompere l'accerchiamento della capitale. Nella notte i Turchi irruppero in città e il 16 agosto Nicosia era caduta: duemila abitanti furono portati via come schiavi. Seguirono in breve Limassol e Larnaca.

[modifica] L'assedio di Famagosta

Per approfondire, vedi la voce Assedio di Famagosta.

Il 22 agosto iniziò l'assedio di Famagosta.

Il 1° settembre, la flotta veneziana si congiunse finalmente con la squadra navale di Candia e le quarantanove galee spagnole e pontificie, comandate da Marcantonio Colonna, prendendo il mare alla volta di Cipro. Giunta però a Scarpanto, la flotta vide le navi del Doria far vela verso ponente, abbandonando l'armata. Perso così l'alleato, lo Zane dovette ripiegare su Candia, dove venne sostituito da Sebastiano Venier, nominato Capitano Generale il 13 dicembre.

Il 26 gennaio 1571 giunsero a Famagosta 16 galee veneziane guidate da Marcantonio Querini, provveditore agli ordini del Venier, con viveri, rifornimenti e nuove truppe, circa 1.600 uomini. Un successivo convoglio, con a bordo circa 800 fanti arrivò in marzo.

[modifica] La Lega Santa

Per approfondire, vedi la voce Lega Santa (1571).

Il 2 luglio 1571, Venezia, il Papato e la Spagna siglarono un'alleanza contro i Turchi passata alla Storia come Lega Santa.

Il 2 agosto, però, Famagosta, ormai indifendibile, si arrese con l'assicurazione che la popolazione avrebbe potuto lasciare indenne la citta. Mustafà Pascià, però, avendo perso più di 52.000 uomini nell'assedio e, tra questi, il suo stesso figlio, non mantenne la parola e i venezini vennero resi schiavi, mentre il 17 agosto, venerdì, il comandante della fortezza, il senatore Marcantonio Bragadin era stato scorticato vivo di fronte ad una folla di musulmani esultanti e la sua pelle, conciata e riempita di paglia, era stata innalzata come un manichino sulla galea di Mustafà Lala Pascià insieme alle teste di Astorre Baglioni, Alvise Martinengo e Gianantonio Querini, gli altri comandanti. I macabri trofei vennero quindi inviati a Costantinopoli, esposti nelle strade della capitale ottomana ed infine portati nella prigione degli schiavi.

[modifica] La battaglia di Lepanto

Per approfondire, vedi la voce Battaglia di Lepanto (1571).

La flotta della lega, riunitasi a Messina al comando di Don Giovanni d'Austria, contava 50 navi veneziane tra galee sottili, navi da carico, imbarcazioni minori e 6 potenti galeazze, 79 galee della Spagna, compresi i domini di Napoli e Sicilia e l'aiuto dei Savoia, appartenenti all'impero, 12 galee toscane noleggiate dal Papa, 28 galee genovesi e le forze maltesi degli Ospitalieri.

Giunta il 5 ottobre nel porto di Viscando, la flotta cristiana fu raggiunta dalla notizia della caduta di Famagosta e dell'orribile fine inflitta dai musulmani al Bragadin. Nonostante il maltempo le navi della Lega presero il mare verso Cefalonia, sostandovi brevemente, e giungendo, il 6 ottobre davanti al golfo di Patrasso, nella speranza di intercettare la potente flotta che i cristiani sapevano essergli stata opposta dagli Ottomani. Domenica 7 ottobre 1571, l'armata cristiana si scontrò con quella turca nelle acque di Lepanto: la furiosa battaglia, segnata dall'apparizione di una nuova arma, la galeazza, vide la fine del predominio marittimo turco e la distruzione della flotta di Selim II.

Il 18 ottobre, all'ora sesta, giunse a Venezia la fusta che recava la notizia della vittoria e le insegne catturate al nemico: vennero decretati sette giorni di festeggiamenti e intonato il Te Deum, come accadeva in tutte le città d'Europa all'arrivo della notizia.

[modifica] Il fallimento della Lega Santa

Il desiderio di Filippo II di non avantaggiare troppo i Veneziani lasciò però la flotta della Lega inattiva, mentre gli Spagnoli si rifiutavano di attaccare le fortificazioni costiere di Corone, Modone e Lepanto. In tal proposito il gran visir Sokolli disse al bailo veneziano di Istanbul che i Veneziani si sarebbero potuti fidare più del Sultano che degli altri Stati europei: sarebbe stato sufficiente cedere al volere del Sultano, cioè perdere la libertà.

Mentre la flotta alleata si scioglieva per svernare, Venezia, che nonostante tutto vedeva ancora chiaramente la minaccia turca, iniziò a fortificare la sua laguna contro eventuali incursioni nemiche. Selim II, infatti, oltre che ordinare il massacro dei cristiani presenti in Istanbul, aveva già provveduto ad avviare l'allestimento di una nuova armata.

In questo periodo la Dalmazia interna viene ripresa da Venezia, assieme a Brazza e Maina, che si erano consegnate nel maggio 1571.

Nel 1572 il nuovo Capitano Generale, Jacopo Soranzo, obbedendo agli ordini del Senato veneziano riprese le operazioni navali senza attendere il ricongiungimento della flotta alleata. Il 2 agosto gli si unirono però ugualmente le navi di Marcantonio Colonna e di Don Giovanni d'Austria, assieme alle quali la flotta giunse nelle acque di Igumenitsa, scontrandosi il 16 settembre con l'armata turca, che poi ricoverò a Modone, mentre la flotta veneziana andava a stazionare a Navarino, sbarrandogli il passo del mare aperto. Don Giovanni e il Colonna, però, abbandonarono il 6 ottobre la posizione per cercare rifornimenti, costringendo anche i Veneziani ad abbandonare il blocco e ripiegare a Corfù.

[modifica] Epilogo

Il 7 marzo 1573 venne firmato il trattato di pace tra Venezia e l'Impero ottomano: Venezia rinunciava al possesso di Cipro.

[modifica] Bibliografia

  • AA.VV. Storia di Venezia, Treccani, 12 Voll., 1990-2002
  • Diehl, Charles: La Repubblica di Venezia, Newton & Compton editori, Roma, 2004. ISBN 8854100226
  • Romanin, Samuele: Storia documentata di Venezia, Pietro Naratovich tipografo editore, Venezia, 1853.


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