Guerra d'Etiopia

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Guerra d'Etiopia
Partenza per il fronte dei soldati italiani a Montevarchi
Partenza per il fronte dei soldati italiani a Montevarchi
Data 2 ottobre 1935 - 5 maggio 1936
Luogo Etiopia
Casus belli Incidente di Ual Ual
Esito Vittoria italiana. Annessione dell'Etiopia all'Italia: creazione dell'Africa Orientale Italiana.
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
400.000 uomini 300.000 uomini
Perdite
fino al 31 dicembre 1936: 3.731 soldati e 619 civili italiani morti (totale 4.350)[1]
tra i 3.000 e i 4.500 ascari morti[2]
circa 9.000 feriti
circa 275.000 soldati morti, circa 500.000 feriti[3]
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Con il termine guerra d'Etiopia o seconda guerra italo-etiopica (talvolta nota anche come guerra d'Abissinia o campagna d'Etiopia) ci si riferisce alla guerra condotta dal Regno d'Italia contro lo Stato sovrano dell'Impero d'Etiopia, a partire dal 3 ottobre 1935.

La guerra si concluse, dopo sette mesi di combattimenti caratterizzati anche dall'impiego di armi chimiche da parte italiana, con l'invasione totale del territorio etiope e con l'assunzione della corona imperiale da parte di Vittorio Emanuele III (cosiddetta "Proclamazione dell'Impero"), il 9 maggio 1936. Peraltro le ostilità non cessarono con la fine delle operazioni di guerra convenzionali ma si prolungarono con la crescente attività della guerriglia etiope e con le dure misure repressive attuate dall'Italia.

Con l'inizio della seconda guerra mondiale l'esercito britannico nel 1941, in pochi mesi e con la collaborazione della resistenza etiope, liberò il territorio, determinando il crollo del dominio italiano in Etiopia. Formalmente lo stato di guerra ebbe ufficialmente termine il 10 febbraio 1947, con la stipula del Trattato di Parigi fra l'Italia e lo Stato etiope, che comportò per l'Italia la perdita di tutte le sue colonie africane e la rinuncia a qualsiasi influenza o interesse speciale sull'Etiopia.

Preludio[modifica | modifica wikitesto]

Nel periodo tra le due guerre mondiali l'Etiopia, insieme alla Liberia, al Sudafrica e al Regno d'Egitto, era uno degli Stati africani indipendenti e sovrani ammessi alla Società delle Nazioni (entrò a farne parte il 28 settembre 1923), e quindi universalmente riconosciuti a livello giuridico internazionale, nonostante la schiavitù, abolita solo ufficialmente[4], fosse ancora diffusa e gli schiavi fossero almeno un milione. Oltre a ciò la personalità internazionale dell'Impero d'Etiopia era stata riconosciuta dalle maggiori potenze europee sin dal XIX secolo.

Dopo il 1929, tuttavia, l'espansione imperiale divenne uno dei temi favoriti del governo italiano fascista di Benito Mussolini che aspirava alla ricostituzione di un impero, sullo stile dell'Impero romano. Difatti, osservava Mussolini, Gran Bretagna e Francia possedevano importanti imperi in Africa, così come molte altre nazioni europee; e d'altro canto voleva vendicare la sconfitta subita nel 1896 durante la Guerra di Abissinia ad Adua. Nel 1930 il Duce diede l'ordine di costruire un forte a Ual Ual, un'oasi nel Ogaden: la fortezza era in una zona di confine tra le nazioni non ben definita: oggi è circa 150 km all'interno dell'Etiopia.

Origine della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Il fortino di Ual Ual

Gli atti di ostilità che portarono al conflitto furono gli incidenti di Gondar e di Ual Ual. Il 4 novembre 1934 il consolato italiano di Gondar fu attaccato da gruppi armati etiopici che causarono la morte di numerosi ascari eritrei e il 5 dicembre 1934 la postazione italiana di Ual Ual, presidiata da 200 militari, venne sottoposta all'attacco di 1.500 soldati abissini che causò 80 vittime tra i difensori italiani. Quest'ultimo episodio divenne il casus belli.

Secondo alcuni storici, che si oppongono alle teorie degli studiosi cosiddetti anticolonialisti, lo scoppio dell'ostilità fu provocato dall'Etiopia e dallo stesso negus Selassie, che dalla metà del 1934 consentì a bande armate guidate da ras locali di sconfinare in Eritrea e di attaccare i presidi italiani. L'intenzione era quindi quella di intimorire le autorità italiane e di indurle ad avviare una trattativa per la revisione dei confini, prima che la situazione gli sfuggisse di mano[5]. Coloro che invece danno un giudizio diverso sulle responsabilità del conflitto affermano che è più o meno dal 1925 che Mussolini iniziò a progettare il piano per l'aggressione all'Abissinia[6].

Mussolini chiese delle scuse ufficiali e il pagamento di un'indennità per le famiglie degli uccisi da parte del governo etiope, conformemente a quanto stabilito nell'accordo del 1928. Il negus Selassie, avendone la possibilità in virtù del medesimo trattato, decise invece di rimettersi, tra le riserve italiane, alla Società delle Nazioni (2 gennaio). Ciò provocò la cosiddetta crisi abissina all'interno della Società delle Nazioni che, per far luce sulla vicenda, si impegnò in un arbitrato tra le parti, temporeggiando. Tuttavia i rapporti italo-etiopi erano irrimediabilmente compromessi e le truppe italiane iniziarono a mobilitarsi in previsione di un prossimo conflitto. Come sostenne poi lo stesso Mussolini, fin da dopo la battaglia di Adua gli italiani prepareranno la conquista dell'Etiopia.

Tra il 4 e il 7 gennaio 1935 Mussolini incontrò a Roma il ministro degli esteri francese Pierre Laval, col quale vennero firmati accordi in virtù dei quali la Francia accordava all'Italia delle rettifiche di frontiera fra la Libia e l'Africa Equatoriale francese, fra l'Eritrea e la Costa francese dei Somali e la sovranità sull'isola di Dumerrah. L'accordo conteneva soprattutto un esplicito "desistment" francese per una non ben specificata penetrazione italiana in Etiopia.[7] Tale parola, correttamente tradotta come "disinteressamento", venne interpretata dal governo italiano come "mano libera" da parte della Francia all'invasione dell'Etiopia. Laval sperava in tal modo di avvicinare Mussolini alla Francia, al fine di dar vita a un'alleanza in funzione anti-nazista (Hitler rivendicava l'Alsazia-Lorena, persa dai tedeschi dopo la prima guerra mondiale).

Il 16 gennaio Mussolini assunse la direzione del Ministero delle Colonie e tre giorni dopo la Società delle Nazioni riconobbe "la buona fede" di Italia ed Etiopia nell'incidente di Ual Ual e decise che il caso dovesse essere trattato tra le due parti interessate; tuttavia il 17 marzo gli abissini presentarono un altro ricorso, appellandosi all'articolo XV dell'organizzazione. Nel frattempo il 23 marzo a Om-Hager una pattuglia abissina, oltrepassato il fiume Setit, sconfinò in Eritrea attaccando alcune guardie di confine e uccidendo il buluk-basci Gherenchiel Tesemma.[8] L'8 giugno a Cagliari, di fronte all'ostilità mostrata in tal senso dalla Gran Bretagna, Mussolini rivendicò il diritto dell'Italia ad attuare una propria politica coloniale e, il 18 settembre, in un articolo pubblicato sul Morning Post, garantì che non sarebbero stati lesi gli interessi francesi e britannici nell'Africa orientale.

Un potenziale alleato del governo etiope avrebbe potuto essere l'impero giapponese, nazione presa a modello da molti intellettuali di Addis Abeba: tuttavia il 16 luglio l'ambasciatore nipponico a Roma Sugimura Yotaro dichiarò a Mussolini che il suo governo si sarebbe mantenuto neutrale in caso di conflitto. Questa presa di posizione fu approvata da Tokyo, che preferiva rinsaldare i suoi rapporti con l'Italia piuttosto che avvicinarsi all'Etiopia, nazione con la quale non aveva particolari affinità; il 2 agosto una richiesta d'aiuto bellica presentata dal negus all'Imperatore Hirohito venne rifiutata, così come una successiva offerta di alleanza non militare[9].

Ormai sicuro di non rischiare un conflitto su più fronti, il 2 ottobre Mussolini proclamò alle folle la guerra all'Etiopia dal balcone di palazzo Venezia: nel proclama il capo del fascismo, rispolverando i temi della "vittoria mutilata", ricordò ai popoli di Gran Bretagna e Francia i sacrifici - non adeguatamente ricompensati - sopportati dagli italiani durante la Grande Guerra; i toni minacciosi ("alle sanzioni militari risponderemo con misure militari, ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra"[10]), un classico dell'oratoria mussoliniana, furono più un artifizio retorico che non un reale progetto di difesa[11]. Al proclama non seguì alcuna formale dichiarazione di guerra ai rappresentanti dello Stato etiope.

L'attacco italiano[modifica | modifica wikitesto]

L'offensiva di De Bono[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Offensiva di De Bono.
Il bando De Bono che sopprimeva la schiavitù nel Tigrè
Emilio De Bono in Abissinia all'inizio della Guerra d'Etiopia

Il 3 ottobre 1935 100.000 soldati italiani ed un considerevole numero di Áscari del RCTC d'Eritrea, sotto il comando del maresciallo Emilio De Bono iniziarono ad avanzare dalle loro basi in Eritrea. Il 5 ottobre il genero del Negus, Hailè Sellasiè Gugsà, passò dalla parte degli italiani permettendo così all'esercito coloniale di avanzare in territorio abissino per molti chilometri, portando con sé alcuni reparti e interrompendo l'unica linea telegrafica che collegava l'Eritrea ad Addis Abeba.[12][13]

Il 6 ottobre, tre corpi d'armata italiani occuparono Adua, cittadina presso la quale gli italiani avevano subito una cocente sconfitta nel 1896 durante la campagna d'Africa Orientale. Il 15 ottobre venne occupata Axum, la capitale religiosa dell'Etiopia. Una delle prime decisioni assunte da De Bono sul territorio abissino conquistato fu la liberazione degli schiavi e l'abolizione della schiavitù il 14 ottobre 1935.[14]

Dopo una lunga sosta non approvata dal Duce[15], il 3 novembre De Bono riprese la marcia verso Macallè con il I Corpo d'Armata del generale Ruggero Santini e il Corpo d'Armata Eritreo del generale Alessandro Pirzio Biroli, raggiungendo l'obiettivo sei giorni dopo.

Contemporaneamente all'inizio della campagna nel nord, un contingente comandato dal generale Rodolfo Graziani avanzò dalla Somalia Italiana sul fronte sud e, in una ventina di giorni, occupò i presidi etiopi di Dolo, Ualaddaie, Bur Dodi e Dagnarei, incontrando deboli resistenze. Fu in questo settore, nell'occasione di uno scontro contro le truppe di ras Destà, che vennero usati per la prima volta i gas asfissianti[16].

Le sanzioni[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio societario.
Roma, manifestazione contro le sanzioni. Nello specifico si tratta di rappresentanze francesi ospiti a Roma

Attaccando l'Abissinia, che era membro della Società delle Nazioni, l'Italia aveva violato l'articolo XVI dell'organizzazione medesima: "se un membro della Lega ricorre alla guerra, infrangendo quanto stipulato negli articoli XII, XIII e XV, sarà giudicato ipso facto come se avesse commesso un atto di guerra contro tutti i membri della Lega, che qui prendono impegno di sottoporlo alla rottura immediata di tutte le relazioni commerciali e finanziarie, alla proibizioni di relazioni tra i cittadini propri e quelli della nazione che infrange il patto, e all'astensione di ogni relazione finanziaria, commerciale o personale tra i cittadini della nazione violatrice del patto e i cittadini di qualsiasi altro paese, membro della Lega o no"[17].

Per questo motivo, la Società delle Nazioni condannò l'attacco italiano il 7 ottobre e il 18 novembre l'Italia venne colpita dalle sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni, approvate da 52 stati con i soli voti contrari di Austria, Ungheria, Albania e Paraguay: questi paesi inviarono i loro osservatori militari per seguire l'andamento delle operazioni militari; in questa commissione di osservatori prese parte anche un colonnello statunitense, mentre l'Albania aveva inviato il tenente colonnello Prenk Pervizi. Gli altri nomi sono andati perduti[18].

La storiografia filofascista fa rilevare che l'organismo internazionale non abbia applicato alcuna sanzione contro il Giappone in occasione dell'invasione della Manciuria nel 1931 e contro la Germania per la tentata annessione dell'Austria nel 1934, a sostegno della tesi secondo cui la Società delle Nazioni sia stata espressione principalmente della volontà della Francia e del Regno Unito (i due stati più forti ed influenti). La Germania, tuttavia, era uscita dalla Società delle Nazioni nel 1933 (essendone stata membro solo dal 1926 al 1933), e non poteva rientrare nei termini dell'articolo XVI per l'anno 1934; il Giappone, a sua volta, ne era uscito nel 1932, subito dopo aver creato, sulla regione invasa, lo stato fantoccio, ma formalmente indipendente del Manciukuò.

Il 18 novembre 1935 furono adottate le sanzioni contro l'Italia. Simili lapidi furono disposte in molti comuni italiani

Le sanzioni, peraltro, risultarono inefficaci perché numerosi paesi, pur avendole votate ufficialmente, mantennero buoni rapporti con l'Italia, rifornendola di materie prime. Tra questi la Germania: di fatto, la guerra d'Etiopia rappresentò il primo punto di avvicinamento tra Mussolini e Adolf Hitler, anche se il Führer permise la fornitura di armamenti al Negus ancora nel 1936. Alcuni paesi come la Spagna e la Jugoslavia, pur avendole votate, comunicarono al Governo italiano che non intendevano rispettarne diverse clausole.

Inoltre, le sanzioni non riguardarono materie di vitale importanza, come ad esempio il petrolio.[19] Londra e Parigi argomentarono infatti che la mancata fornitura di petrolio all'Italia poteva essere facilmente aggirata ottenendo rifornimenti dagli Stati Uniti d'America, che non erano membri della Società stessa: infatti gli USA, pur condannando l'attacco italiano, ritenevano inappropriato che le sanzioni fossero state votate da nazioni con imperi coloniali come Francia e Gran Bretagna.[20] Conseguentemente, il decreto delle sanzioni fu il risultato di un elaborato e controverso compromesso, noto come Patto Hoare-Laval: ciò nonostante, una parte della società britannica non condivideva le sanzioni.[21]

Il 18 novembre le sanzioni divennero operative. Per rispondere alle sanzioni, esattamente un mese dopo, il 18 dicembre, fu proclamata la Giornata della fede, giorno in cui gli italiani furono chiamati a donare il proprio oro (soprattutto le fedi nuziali) per sostenere i costi della guerra[22]. Durante il corso della guerra e nell'immediata fase prebellica, le truppe etiopi vennero rifornite di armi e mezzi da alcune potenze europee, tra le quali Francia, Belgio e Regno Unito, che fornirono anche ufficiali per istruire meglio le truppe del Negus, circa il doppio rispetto a quelle italiane.

Fronte nord (Badoglio)[modifica | modifica wikitesto]

Prima Battaglia del Tembien[modifica | modifica wikitesto]

Un obice da 100/17 italiano nel Tembien.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima battaglia del Tembien.

Il 28 novembre De Bono venne sostituito dal generale Pietro Badoglio, dato che Mussolini riteneva il vecchio quadrumviro troppo cauto nell'avanzata[23]. Giunto Badoglio sul fronte pose il suo quartier generale a Macallè. Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre le avanguardie di ras Immirù attraversato il fiume Tacazzè impegnarono un gruppo bande, al comando del maggiore Criniti.

Il reparto italiano fu costretto alla ritirata incalzato dalle preponderanti forze abissine e le forze di ras Immirù e del degiac Ajaleu Burrù, sfuggite agli avvistamenti aerei, proseguirono nell'offensiva rioccupando lo Scirè[24]. Contemporaneamente le truppe di Ras Sejum e di Ras Cassa attaccarono nel Tembien costringendo gli italiani a ritirarsi sulle posizioni fortificate di Passo Uarieu[25].

Battaglia di Passo Uarieu[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Passo Uarieu.

Per togliere l'iniziativa al nemico, Badoglio iniziò l'attacco il 20 gennaio. L'offensiva si concluse con un discreto successo italiano e alcune posizioni chiave furono occupate. Il giorno seguente però gli abissini passarono al contrattacco e la colonna di camicie nere guidata dal console Filippo Diamanti si trovò isolata in posizione avanzata e, dopo essere stata circondata, venne quasi annientata. Il XII battaglione ascari intervenne per salvare i pochi sopravvissuti e ripiegare nuovamente su Passo Uarieu difeso dalle forze della 2ª Divisione CC.NN. "28 ottobre" del generale Somma: gli italiani furono rapidamente stretti d'assedio dagli abissini.

Fu inoltre utilizzata tutta l'aviazione disponibile che fece abbondante uso di bombe ed iprite sulle truppe etiopiche. Dopo tre giorni di assedio la colonna del generale Vaccarisi raggiunse gli assediati rompendo l'assedio e disperdendo gli assedianti guidati da Ras Cassa. Se la guarnigione di Passo Uarieu avesse ceduto gli abissini sarebbero dilagati nella piana di Macallè compromettendo l'intera campagna bellica.[26] La battaglia terminò la mattina del 24 gennaio, e con essa l'intera Prima battaglia del Tembien.

Battaglia dell'Endertà[modifica | modifica wikitesto]

Il 10 febbraio 1936 Badoglio mosse le truppe verso il massiccio dell'Amba Aradam che fu rapidamente accerchiato. L'armata di ras Mulughietà attaccò quindi l'esercito italiano per spezzare l'assedio il 12 febbraio impegnando seriamente la 4ª Divisione CC.NN. "3 gennaio" del generale Traditi.[27] In questa fase avvenne l'eccidio del cantiere Gondrand. L'imperatore Hailè Selassiè ordinò a Ras Cassa di portare le proprie restanti truppe alle spalle dell'armata italiana ma ciò non fu effettuato. Vista l'impossibilità di proseguire lo scontro con le superiori forze italiane il 15 febbraio le truppe abissine si ritirarono sotto i bombardamenti dell'aviazione italiana. Gran parte dell'armata abissina, durante la ritirata, fu oggetto di attacchi da parte della popolazione locale degli Azebò Galla, in uno di questi attacchi fu ucciso lo stesso ras Mulughietà.

Seconda battaglia del Tembien[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda battaglia del Tembien.

Il 27 febbraio 1936 le truppe italiane si scontrarono con l'armata di Ras Cassa che si trovava accampata nel Tembien. Gli italiani, in questa battaglia, si disposero nel seguente modo: una cortina di truppe eritree incaricata di supportare il primo impatto, seguivano le truppe in grigioverde che appoggiavano l'azione e per ultime le camicie nere. La battaglia si limitò alla conquista italiana della vetta dell'Amba Uork grazie al massiccio impiego di liquido corrosivo come l'iprite, dove Ras Cassa aveva predisposto il proprio quartier generale. La mattina del 27 circa centotrenta uomini tra alpini del VII Battaglione complementi, camicie nere ed ascari scalarono la montagna cogliendo di sorpresa le sentinelle. Lo stesso Ras Cassa sfuggì per poco alla cattura.[28]

L'armata di Ras Cassa fu annientata grazie soprattutto all'impiego dell'iprite mentre quella di Ras Sejum, che era poco distante, fu decimata dalle bombe a gas lanciate dagli aerei. Queste parole vengono citate dal ras Cassa stesso in una lettera scritta a Sua Maestà Haile Selassie: "La mia armata era là, a combattere contro un nemico fuori portata. All'improvviso sopraggiunsero gli aerei; tra i violenti bombardamenti cominciò a cadere una pioggerella impalpabile di liquido corrosivo che faceva cadere i miei uomini a terra, morti. Tutti quelli che le bombe avevano risparmiato, caddero con il gas". Allo stesso modo furono attaccati il ras Imiru e il dedjaz Ayyaleo. Nel corso della Seconda battaglia del Tembien alcuni reparti italiani occuparono l'Amba Alagi.

Battaglia dello Scirè[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia dello Scirè.

A fine febbraio le truppe italiane attaccarono l'armata di Ras Immirù che, forte di 30.000 uomini, si era attestata nello Scirè: inizialmente gli abissini riuscirono a contrattaccare validamente infliggendo pesanti perdite ad una colonna della Divisione Fanteria Gavinana, ma poi per sfuggire all'accerchiamento, d'intesa con l'imperatore, si ritirarono verso il fiume Tacazzè. Come già successo all'armata di ras Mulughietà, anche le truppe di Ras Immirù furono decimate durante la ritirata dagli assalti dei guerriglieri Azebò Galla; inoltre furono sorprese dall'aviazione italiana mentre guadavano il Tacazzè venendo annientate. Ras Immirù con i pochi uomini rimasti fedeli si rifugiò sulle montagne; a questo punto l'esercito italiano occupò tutti i centri più importanti della regione (Gondar, Socotà).

Battaglia di Mai Ceu[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Mai Ceu.

Il Negus, dopo la sconfitta di ras Immirù, radunò la propria guardia imperiale e mosse verso nord, incontro all'esercito italiano. Le due armate si incontrarono nella conca di Mai Ceu e gli italiani, giunti prima, si occuparono di predisporre le fortificazioni e di disboscare il terreno. Le truppe di Haile Selassie arrivarono a fine marzo. Il 31 marzo 1936, all'alba, gli abissini attaccarono gli alpini ma furono bloccati e infine respinti. Infine attaccò la guardia imperiale che riuscì a conquistare diverse posizioni. Il contrattacco italiano fu portato dagli ascari del "Battaglione Toselli" a cui si affiancarono poi gli alpini italiani: la battaglia terminò con gravi perdite in entrambi gli schieramenti. Il giorno seguente Haile Selassie ordinò la ritirata verso Dessiè: anche in questo caso le truppe imperiali in ritirata furono decimate dalla popolazione locale in rivolta. Presso Lalibela le truppe imperiali furono addirittura attaccate dagli Azebu Galla,[29] grazie alla forte propaganda italiana, radicata in quei luoghi da anni. Il 15 aprile il generale Alessandro Pirzio Biroli occupò Dessiè.

Fronte sud (Graziani)[modifica | modifica wikitesto]

La conquista di Neghelli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda battaglia dell'Ogaden.

Sul fronte sud, nel frattempo, mentre Badoglio era impegnato nella Prima battaglia del Tembien, le truppe di ras Destà mossero verso Dolo per attaccare l'armata di Rodolfo Graziani. A Graziani era stato ordinato di mantenere una difesa attiva al fine di mantenere impegnato nel sud il maggior numero di truppe nemiche e di non passare all'offensiva. Prontamente informato del movimento delle truppe di ras Destà, lo attese pronto allo scontro; sulle colonne abissine in marcia fu scatenata l'aviazione che le decimò.

La seguente offensiva italiana ne disperse i resti e il 20 gennaio 1936 Graziani occupò la città di Neghelli. Dopo la vittoria su Ras Destà, contro Graziani furono schierate le truppe al comando di Wehib Pasha, un generale turco al servizio dell'imperatore etiopico. Wehib cercò di attirare Graziani in una trappola facendolo spingere il più possibile nel deserto dell'Ogaden, ma nello svolgere tale operazione i reparti italiani al comando di Guglielmo Nasi e del generale Franco Navarra inflissero gravissime perdite agli abissini da far fallire l'operazione e da mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza dell'armata etiope.

L'occupazione di Harar e Dire Daua[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 aprile Benito Mussolini ordinò a Graziani di raggiungere ed occupare Harar: il generale raggiunse Dagahbùr il 25, ma successivamente le piogge ne rallentarono l'avanzata sull'obiettivo prefissato giungendo a Dire Daua poche ore dopo il passaggio dell'imperatore in viaggio verso l'esilio. Graziani, al fine di intercettare il treno che portava in esilio l'imperatore sconfitto e prenderlo prigioniero, chiese più volte il permesso di bombardare i binari per bloccare il treno ma il permesso gli fu negato dal Duce in persona.[30]. Dopo l'occupazione di Harar, Graziani fu nominato Maresciallo d'Italia e marchese di Neghelli.

L'impiego dei gas[modifica | modifica wikitesto]

La pianificazione operativa italiana dell'attacco all'Etiopia prevedeva fin dall'inizio la possibilità dell'impiego delle armi chimiche, in particolare gas asfissianti; il deposito principale venne organizzato a Sorodocò dove il "servizio K" dell'esercito ammassò tra l'aprile 1935 e il maggio 1936 6.170 quintali di fosgene, cloropicrina, iprite, arsina, lewisite, oltre a 84.000 maschere antigas. Anche il generale Graziani considerava l'impiego di armi chimiche: l'8 settembre 1935 richiese infatti al generale Federico Baistrocchi l'invio nel suo settore di 55.000 maschere e 60.000 proiettili d'artiglieria, bidoni a scoppio, candele e bombe a mano caricate con aggressivi chimici e gas lacrimogeni[31].

In realtà Mussolini, fin dalle direttive del 31 dicembre 1934 indirizzate al Capo di Stato Maggiore (il generale Badoglio), aveva previsto in modo esplicito - dopo aver stabilito che l'obiettivo della guerra avrebbe dovuto essere "la conquista totale dell'Etiopia" - l'uso dei gas, scrivendo circa la necessità di raggiungere la "superiorità assoluta di artiglierie di gas"[32]. In seguito fu direttamente Badoglio che, a partire dal 22 dicembre 1935, prese la decisione di impiegare in modo cospicuo gli aggressivi chimici.

Questa scelta era motivata dalla situazione operativa sul campo non molto favorevole per l'esercito italiano che si trovava nella necessità di frenare la controffensiva etiopica nello Scirè, nel Tembien e nell'Endertà e venne messa in atto non solo contro le truppe nemiche ma anche per seminare il panico nelle retrovie, tra la popolazione, colpendo con gas tossici villaggi, pascoli, mandrie, laghi e fiumi. Dal 22 dicembre 1935 al 18 gennaio 1936 furono impiegati sui settori settentrionali 2.000 quintali di bombe, di cui una parte con gas; il 5 gennaio 1936 Mussolini aveva richiesto una pausa di queste operazioni per motivi di politica internazionale in attesa di alcune riunioni della Società delle Nazioni, ma fin dal 9 gennaio Badoglio riprese i bombardamenti chimici e comunicò a Roma gli effetti terrorizzanti sul nemico.

Mussolini a più riprese approvò questo comportamento: il 19 gennaio scrisse di "impiegare tutti i mezzi di guerra - dico tutti - sia dall'alto come da terra"; il 4 febbraio ribadì al generale che lo autorizzava a "impiegare qualsiasi mezzo"[33]. Ancora il 29 marzo, alla vigilia della battaglia di Mai Ceu, il dittatore confermò l'autorizzazione a Badoglio "all'impiego di gas di qualunque specie e su qualunque scala"[34]. L'Imperatore d'Etiopia Hailé Selassié denunciò di fronte alla Società delle Nazioni l'uso da parte dell'esercito italiano di armi chimiche contro la popolazione etiope con queste parole nel suo discorso del 12 maggio 1936[35]:

« [...] È mio dovere informare i governi riuniti a Ginevra, in quanto responsabili della vita di milioni di uomini, donne e bambini, del mortale pericolo che li minaccia descrivendo il destino che ha colpito l'Etiopia. Il governo italiano non ha fatto la guerra soltanto contro i combattenti: esso ha attaccato soprattutto popolazioni molto lontane dal fronte, al fine di sterminarle e di terrorizzarle. [...] Sugli aeroplani vennero installati degli irroratori, che potessero spargere su vasti territori una fine e mortale pioggia. Stormi di nove, quindici, diciotto aeroplani si susseguivano in modo che la nebbia che usciva da essi formasse un lenzuolo continuo. Fu così che, dalla fine di gennaio del 1936, soldati, donne, bambini, armenti, fiumi, laghi e campi furono irrorati di questa mortale pioggia. Al fine di sterminare sistematicamente tutte le creature viventi, per avere la completa sicurezza di avvelenare le acque e i pascoli, il Comando italiano fece passare i suoi aerei più e più volte. Questo fu il principale metodo di guerra. [...] A parte il Regno di Dio, non c'è sulla terra nazione che sia superiore alle altre. Se un governo forte acquista consapevolezza che esso può distruggere impunemente un popolo debole, quest'ultimo ha il diritto in quel momento di appellarsi alla Lega delle Nazioni per ottenere il giudizio in piena libertà. Dio e la storia ricorderanno il vostro giudizio. [...] »
(Hailé Selassié, 30 giugno 1936 [36].)

Sul fronte meridionale il generale Graziani fin dal 15 dicembre 1935 comunicò al ministro Alessandro Lessona che riteneva di dover impiegare ogni tipo di arma "contro le orde barbariche" e richiese "libertà di azione per l'impiego dei gas asfissianti"; il giorno seguente Mussolini in persona autorizzò il generale con le parole: "sta bene impiego gas nel caso Vostra Eccellenza ritenga necessario per supreme ragioni di difesa". Il generale quindi bombardò con i gas le truppe di Ras Destà e la città di Neghelli; il 30 dicembre 1935, Graziani autorizzò anche il bombardamento con esplosivi della zona di Gogorù, vicino all'ospedale da campo svedese di Malca Dida, dove era accampato il ras[37]. Nel corso del bombardamento venne colpito l'ospedale da campo svedese con i contrassegni della Croce Rossa provocando la morte di 28 ricoverati e di un medico svedese[38].

La notizia farà il giro del mondo: per giustificare il bombardamento dell'ospedale e l'impiego dei gas nel settore dell'Ogaden e del Giuba venne fatto riferimento alla brutale uccisione il 26 dicembre di due aviatori italiani, Tito Minniti e Livio Zannoni, caduti con il loro aereo oltre le linee nemiche, catturati, uccisi e mutilati da nomadi somali e non da regolari etiopici. Il 1º gennaio 1936 Lessona approvò le azioni di Graziani scrivendo di "azione rappresaglia per infamia commessa contro nostro aviatore giustificatissima"[39]. Lo storico Giorgio Rochat ha sistematizzato i risultati della ricerca sulla guerra chimica condotta dagli italiani in Etiopia; l'esercito inviò in Eritrea 270 tonnellate di aggressivi chimici per fanteria (candele fumogene, lacrimogene e irritanti, bombe a mano, bidoni, automezzi attrezzati) che non sarebbero stati utilizzati per motivi tecnici e per difficoltà operative; furono inoltre inviati 60.000 proietti di artiglieria caricati ad arsina per i cannoni campali, circa 1.300 di questi proietti sarebbero stati impiegati sull'Amba Aradam.

Fu l'aeronautica che ebbe il ruolo principale nella guerra chimica in Etiopia; gli aerei impiegavano l'iprite nelle bombe C.500T da 220 chilogrammi; la disponibilità era di circa 3.300 bombe di cui almeno 1.000 furono impiegati sul fronte, nei documenti dell'aeronautica le missioni di guerra con i gas erano denominate "azioni di sbarramento C"[40]. Secondo Del Boca invece le bombe lanciate sarebbero state 2.582 e alla fine del conflitto circa due terzi dei 6.170 quintali di scorte di aggressivi chimici raccolti nel deposito di Sorodocò sarebbero stati consumati[41]. Del Boca riferisce che l'estensione dell'utilizzo di bombe all'iprite, al fosgene e altri agenti vescicanti dal 22 dicembre in poi avvenne su vasta scala, sia sul fronte sud, sia sul fronte nord.[42]. Rochat calcola che sul fronte sud il generale Graziani abbia impiegato 95 bombe C500T, 186 bombe da 21 kg a iprite e 325 bombe da 41 kg a fosgene, un totale che rappresenterebbe circa un nono del quantitativo lanciato sul fronte settentrionale[43]. Arrigo Petacco riferisce che "l'iprite fu comunque utilizzata sia sul fronte sud che sul fronte nord, ma non su larga scala.[44] e sostiene che questi bombardamenti erano attuati "non con tale frequenza da poter sensibilmente mutare il corso della guerra"[45].

Mentre i capi etiopici ed alcuni giornalisti ed osservatori stranieri hanno considerato l'impiego delle armi chimiche il fattore decisivo della vittoria italiana, Del Boca ritiene che le cause della sconfitta abissina siano legate soprattutto a fattori strategici e organizzativi ma conferma i terribili effetti morali e materiali dei bombardamenti a gas e ritiene che essi logorarono duramente gli etiopici e accelerarono la vittoria italiana[46]. I numeri che forniscono Del Boca e Rochat sono stati ripresi nel 1996 dalla relazione del generale Domenico Corcione, allora ministro della Difesa, che riferì al Parlamento che dal dicembre 1935 al maggio 1936 gli italiani sganciarono in Etiopia circa 85 tonnellate di iprite con bombe da aereo, nonché proiettili di artiglieria caricati ad arsine e vescicanti.

Di fronte alla resistenza degli etiopi Mussolini nel febbraio 1936 non esitò a prospettare il ricorso addirittura alla guerra batteriologica; il generale Badoglio espresse forti riserve a questa proposta del Duce per ragioni di opportunità di politica internazionale e perché l'impiego dei gas stava già dando "buoni effetti"; Mussolini finì per rinunciare scrivendo che concordava con Badoglio "circa l'impiego della guerra batteriologica"[47]. Badoglio e l'apparato militare italiano mantennero uno stretto segreto sulla guerra chimica, i giornalisti furono tenuti lontano, le squadre del "servizio K" bonificarono il terreno vicino alle truppe italiane, solo pochi ufficiali e alcuni piloti furono informati.

Grazie a queste precauzioni, la grande maggioranza dei soldati italiani non venne a conoscenza dell'impiego dei gas e non ebbe esperienza diretta dei fatti, al contrario le testimonianze sono numerossissime tra gli ex-combattenti etiopici. A Mai Ceu, secondo i racconti, i soldati abissini, istruiti a "sentire l'odore", "cambiare strada" e "lavarsi subito se contaminati", avrebbero attraversato, prima di entrare in battaglia, un "cordone di iprite" che durante la notte aveva perso parte della sua efficacia[48]. Nonostante le precauzioni dell'apparato militare di Badoglio, le ricorrenti proteste internazionali, dopo la denuncia del Negus alla Società delle Nazioni del 30 dicembre 1935, testimonianze di osservatori e giornalisti stranieri e il bombardamento italiano di ospedali da campo svedesi e belgi, costrinsero il regime, dopo avere prima negato recisamente, ad ammissioni parziali, minimizzando le dimensioni dei fatti e giustificandoli come ritorsioni "legittime" per l'impiego di pallottole esplosive Dum-dum da parte etiopica, vietati dalla convenzione di Ginevra.

Le denunce italiane, erano basate inizialmente su un telegramma falsificato che accusava una ditta britannica delle forniture di queste pallottole; in realtà, in piccole quantità, gli etiopici fecero uso di queste pallottole, generalmente di proprietà personale dei soldati che le impiegavano per cacciare[49]. Gli abissini inoltre praticarono torture e brutalità contro i loro prigionieri di guerra. Lo storico svizzero Aram Mattioli intravede nella brutalità della guerra italo-etiopica uno dei germi della Seconda guerra mondiale, nel senso che qui come nella Guerra civile di Spagna il regime fascista "sperimentò" le nuove tecniche belliche stile Blitzkrieg e di sottomissione fisica delle popolazioni occupate.[50]

La vittoria e l'impero[modifica | modifica wikitesto]

L'occupazione di Addis Abeba[modifica | modifica wikitesto]

Di fronte ad una situazione sempre più disperata, il 2 maggio Haile Selassie abbandonò la guida delle truppe etiopi e la capitale e si recò in esilio col tesoro della corona, con il quale continuò a finanziare la resistenza all'occupazione italiana fino al 1941. Il 5 maggio le truppe di Badoglio entrarono nella capitale Addis Abeba.

La proclamazione dell'Impero[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Africa Orientale Italiana e Impero coloniale italiano.
Impero coloniale italiano
La vittoria della guerra d'Etiopia in un'allegoria di Achille Beltrame de La Domenica del Corriere

La vittoria venne ufficialmente comunicata da Mussolini al popolo italiano la sera del 5 maggio 1936, dopo un messaggio del maresciallo Badoglio. Il 7 maggio l'Italia annetté ufficialmente l'Abissinia e quattro giorno dopo, dal balcone di Palazzo Venezia, il Duce annunciò la fine della guerra e proclamò la nascita dell'Impero[51], riservando a Vittorio Emanuele III la carica di Imperatore d'Etiopia e per entrambi quella di Primo Maresciallo dell'Impero.

Mussolini stabilì che, nell'indicare la data sui documenti ufficiali e sui giornali, occorresse scrivere, accanto al conteggio degli anni a partire dalla nascita di Gesù, anche quello a cominciare dal 28 ottobre 1922 (tale disposizione era già in uso) affiancato da quello dalla fondazione dell'impero (ad esempio, il 1936 era indicato come "anno 1936, XIV dell'Era Fascista, I dell'Impero").

Eritrea, Abissinia e Somalia vennero riunite sotto un unico Governatore e il nuovo possedimento coloniale venne denominato Africa Orientale Italiana. Il 4 luglio la Società delle Nazioni decretò terminata l'applicazione dell'articolo XVI e le sanzioni caddero il 15 dello stesso mese (l'unico stato che si oppose fu il Sudafrica). Roma richiese infine alla Società delle Nazioni di riconoscere l'annessione dell'Etiopia: tutti le nazioni partecipanti, con l'eccezione dell'Unione Sovietica, votarono a favore.

Per un certo periodo in Etiopia si verificarono continui attacchi della guerriglia fedele all'Imperatore appena deposto, che vennero prontamente represse da Graziani con fucilazioni sommarie, uso di gas, azioni terroristiche dimostrative, come la distruzione del convento copto di Debra Libanos, con la morte di 2000 tra monaci, diaconi, novizi e pellegrini in visita alla città santa. Un'importante conseguenza della vittoria italiana fu la liberazione di oltre 400.000 schiavi (su un totale esistente, stimato dalla SDN, di 2 milioni) in quanto l'Etiopia, pur avendo ricevuto l'obbligo da parte della stessa SDN di abolire la schiavitù quale passo necessario alla sua ammissione, non aveva fatto che operazioni di facciata in questo senso[52].

Regio Esercito italiano in Etiopia nell'aprile 1936[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Divisioni del Regio Esercito durante la guerra di Etiopia.
Galeazzo Ciano e Benito Mussolini passano in rassegna un reparto militare al rientro in Italia di Ciano dall'Africa Orientale Italiana - Brindisi, 17 maggio 1936

Il comandante superiore fu il generale Emilio De Bono (3 ottobre - 14 novembre 1935), poi sostituito dal Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio (dal 15 novembre 1935). Le truppe Italiane in Etiopia, nell'aprile 1936 erano così composte:

Le perdite umane[modifica | modifica wikitesto]

Perdite italiane[modifica | modifica wikitesto]

Per quanto riguarda la Guerra d'Etiopia, le statistiche fino al 31 dicembre 1936 (e quindi comprendenti oltre 6 mesi di guerriglia dopo la fine del conflitto vero e proprio) parlano di 2.317 morti per l'esercito, 1.165 della milizia, 193 dell'aeronautica, 56 della marina, 78 civili nell'eccidio del cantiere Gondrand, 453 operai e 88 uomini della marina mercantile, per un totale di 4.350 morti; di questi "solo" 2.000 caduti in combattimento, gli altri per malattia. Inoltre circa 9.000 feriti e 18.200 rimpatriati per malattia[53].

Le stime sulle perdite degli ascari sono assai vaghe, da 3.000 a 4.500 morti[54]. Nel complesso, gli italiani persero più uomini per malattie e incidenti che non per la guerra. Ad esempio, per quanto riguarda l'aeronautica, se si considerano solo le perdite nel periodo della campagna, i morti scendono a 160: di questi solo 40 in combattimento e 44 in incidenti aerei; lo stesso vale per gli aerei: solo 8 velivoli furono abbattuti dagli abissini, mentre ben 65 furono perduti per incidenti o avarie. Anche ai caduti durante il periodo della guerriglia successivo alla fine "ufficiale" delle ostilità, furono concesse onorificenze al Valor Militare; è il caso ad esempio del tenente pilota Alfredo De Luca.

Perdite abissine[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la guerra, il negus Hailé Selassié fornì alla Società delle Nazioni la sua stima ufficiale di morti etiopici: 760 mila. Per gli studiosi però si tratta di una cifra decisamente eccessiva: ad esempio secondo Angelo Del Boca - certamente uno degli storici meno clementi con il colonialismo italiano - fra il 1890 e il 1941 morirono 450.000 fra etiopici, somali, libici ed eritrei. Il trattato di Parigi fra l'Italia e le potenze alleate firmato tra la Repubblica Italiana e gli Alleati il 10 febbraio 1947 includeva il riconoscimento formale da parte italiana dell'indipendenza dell'Etiopia e il pagamento delle riparazioni di guerra nella cifra stabilita di 25 milioni di dollari.

Al tempo di questo trattato, il governo etiope presentò un documento proprio sui danni inflitti durante il corso dell'avventura coloniale voluta da Mussolini. Era rivendicata la perdita di 2.000 chiese e di 525.000 case nonché l'abbattimento e/o la confisca di sei milioni di bovini da carne, sette milioni di pecore e capre, un milione di cavalli e muli, 700.000 cammelli. Il conto che l'Italia avrebbe dovuto pagare ammontò a 184.746.023 sterline e fu inviato alla Commissione Economica[55]. Inoltre, le perdite umane furono quantificate dagli etiopi in questo modo:

275.000 - combattenti uccisi in azione
78.500 - patrioti uccisi durante l'occupazione (1936-1941)
17.800 - civili uccisi dai bombardamenti
30.000 - massacro del febbraio 1937
35.000 - persone decedute nei campi di concentramento
24.000 - patrioti giustiziati dalle Corti Sommarie
300.000 - persone morte per privazioni dovute alla distruzione dei loro villaggi
760.300 - TOTALE[55]

La formulazione del trattato di pace venne subito contestata dalla stampa nazionale conservatrice, che iniziò a parlare di diktat imposto al paese e rivendicò la diversità della condizione tedesca da quella italiana in rapporto al comportamento del Regio Esercito nelle colonie africane e nei territori occupati dei Balcani. In particolare venivano respinte le accuse mosse dall'Etiopia e dalla Jugoslavia e si affermava l'impossibilità di pagare da parte italiana ai paesi che avevano subito l'occupazione militare del Regio Esercito le ingenti riparazioni di guerra stabilite dal trattato internazionale:

« [...] È poi salito sul podio Akliù, un grosso Amara europeizzato [...] ministro degli esteri del Negus. Egli ha condotto una dura requisitoria accusando l'Italia [...] : "secondo accertamenti ufficiali - egli ha detto - sono state uccise 750.000 persone, sono state distrutte 5.000 abitazioni, 2.000 chiese e 14 milioni di capi di bestiame [...] è stata in poche parole una guerra totale.[56] »

Canzoni derivate dalla Campagna[modifica | modifica wikitesto]

Sono derivate molte canzoni dalla Guerra etiope: tra questa la più famosa è certamente Faccetta nera, cantata anche in dialetto romanesco, tedesco, inglese e francese. Si ricordano anche Topolino va in Abissinia, Povero Selassiè, O morettina, Noi tireremo dritto, In Africa si va, Adua, Stornelli neri e L'ha detto Mussolini.

La guerriglia[modifica | modifica wikitesto]

A guerra ufficialmente conclusa, il conflitto continuò contro le forze locali. Anche l'esercito italiano ricorse all'arruolamento di bande di irregolari[57]

Il massacro di Amezegna Uascia[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 9 e l'11 aprile 1939 una carovana di «salmerie» dei combattenti di Abebè Aregai, guida del movimento di guerriglia, con un seguito di donne e bambini, si rifugiò nella grotta di Amezegna Uascia (antro dei ribelli) del monte Amba Aradam dopo essere stata individuata dall'aviazione italiana. Pur essendo circondata, la carovana rifiutò di arrendersi, e venne attaccata con il ricorso di bombe all'iprite. Circa 800 sopravvissuti all'attacco uscirono allo scoperto per arrendersi e furono fucilati, mentre le truppe italiane minavano le entrate delle grotte vista l'impossibilità di entrarvi per portare a compimento lo sterminio con i lanciafiamme.[58] Vi sono comunque scritti che dissentono sulla versione dello sterminio, adducendo che fu un'azione bellica condotta con Bande coloniali[59].

Fine dell'Impero[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagna dell'Africa Orientale Italiana (1940-1942).

Alcuni alti ufficiali militari italiani ritennero impossibile difendere e mantenere in possesso l'Africa orientale in caso di guerra contro la Gran Bretagna, giudicando arduo rifornire la colonia attraverso lo stretto di Gibilterra e il canale di Suez, controllati dai britannici. L'Africa Orientale Italiana cessò definitivamente di esistere nel dicembre 1941 sotto i colpi dell'esercito britannico, dopo una resistenza disperata messa in atto dalle truppe italiane, soprattutto nella battaglia di Cheren e nel novembre al comando del generale Guglielmo Nasi a Gondar, l'ultimo baluardo di resistenza dopo che Addis Abeba si era arresa alle forze britanniche in maggio.

L'Abissinia venne liberata dai britannici, i quali restaurarono sul trono l'imperatore Hailè Selassiè. Con il trattato di pace di Parigi del 1947 l'Etiopia ingrandì il suo territorio raggiungendo lo sbocco sul mare, annettendo l'Eritrea, la quale ha riconquistato l'indipendenza solo negli anni Novanta, in seguito alla vittoria del Fronte di Liberazione Eritreo. La Somalia invece venne affidata nel 1950 dalle Nazioni Unite all'Italia con amministrazione fiduciaria per poi essere dichiarata indipendente nel 1960, una volta unita alla parte già sotto dominio britannico.

La Relazione Baistrocchi[modifica | modifica wikitesto]

Come in molti casi i mezzi, le armi e gli uomini utilizzati sono imprecisi. La fonte principale da cui gli storici cominceranno a formulare dati precisi è la Relazione Baistrocchi, piuttosto precisa, ma essendo stata stesa in tempi rapidissimi[60] presenta alcune lacune (i dati si riferiscono al 1º giugno 1936):

  • Fucili e moschetti: 420.000
  • Fucili mitragliatori e mitragliatori: 10.000
  • Pezzi d'artiglieria: 1.123
  • Carri L/3: 234
  • Stazioni Radio: 1.600
  • Quadrupedi: 90.700
  • Automezzi: 16.000 (da aggiungere i 2.100 autocarri e i quasi 200 trattori cingolati acquistati negli Stati Uniti per le esigenze di Graziani in Somalia)
  • Ospedali da campo: 144
  • Gavette: 532.000
  • Teli da tenda: 1.174.000
  • Scarpe: 4.650.000[61]

Il dato che presenta la maggiore lacuna è l'artiglieria, che probabilmente non superava gli 800 pezzi. Comunque, tutti questi dati fanno pensare alle dimensioni di questa guerra, la più grande guerra coloniale fino alla guerra d'Algeria. Inoltre sarà proprio la guerra d'Etiopia insieme alla guerra di Spagna a consumare le forze italiane che non avranno divisioni autocarrate rispetto alle medesime, dove era presente persino un eccesso di mezzi. La Relazione Baistrocchi inoltre fornisce questi dati sui soldati (1º giugno):

  • Ascari: 87.000
  • Milizia: 316.000
  • Ufficiali: 15.000

Con i civili mezzo milione in totale. Anche questi uomini, specialmente gli ascari che si moltiplicheranno, si sacrificheranno per la scelta di Mussolini del totale controllo d'Etiopia, senza affidamenti a ex ras fedeli all'Italia che porteranno alla guerriglia. La situazione migliorerà dal 1939 in poi, ma tale incremento arrivò troppo tardi per stabilizzare la situazione dato che oramai la Seconda guerra mondiale era imminente.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi, pag. 128.
  2. ^ Angelo Del Boca, La conquista dell'impero, pagg. 717-718.
  3. ^ Matthew White, Abyssinian Conquest (1935-41): 400,000 in Secondary Wars and Atrocities of the Twentieth Century.
  4. ^ Richard Pankhurst, The Aethiopians, Oxford 2000, pag. 211: "Nel 1924 ras Tafari [il futuro Haile Sellassie ndt] cominciò ad affrontare, più efficacemente di prima, la questione della schiavitù. Aveva emanato un primo decreto pratico per la graduale eradicazione della schiavitù e istituì un ufficio e una scuola per gli schiavi liberati."
  5. ^ Guido Mussolini, Filippo Giannini, Benito Mussolini, l'uomo della pace: da Versailles al 10 giugno 1940, Greco e Greco, Roma, 1999, vol. VIII, pag. 104.
  6. ^ Samuele Tieghi, Guerra fascista contro l'Etiopia: un eccidio con i gas asfissianti in Storia in network, nº 102, aprile 2005.
  7. ^ Langer, William L. (ed.), An Encyclopaedia of World History. Houghton Mifflin Company, Boston, 1948, pag. 990.
  8. ^ Roberto Festorazzi, Starace, il mastino della rivoluzione fascista, Milano, Mursia, 2002, pag. 136: "Il 23 marzo del 1935, alla frontiera tra Eritrea ed Etiopia, avvenne un incidente dal significato premonitore. A Om-Hager, il vicebrigadiere dei carabinieri Gennaro Ventura e il buluk-basci Gherenchiel Tesemma, in servizio lungo la linea di confine del fiume Setit, scorsero un gruppo di etiopici che avanzavano in armi. Il carabiniere intimò l'alt, ma gli abissini risposero con una scarica di fucileria che abbatté il buluk-basci, colpito a un polmone."
  9. ^ (EN) J. Calvitt Clarke, Japan and Italy squabble over Ethiopia: The Sugimura affair of July 1935 in Selected Annual Proceedings of the Florida Conference of Historians, 6-7, Dec. 1999, pp. 9-20.
  10. ^ Il testo completo del discorso in Golem l'indispensabile.
  11. ^ Denis Mack Smith, Mussolini, BUR, 1999, pag. 317
  12. ^ Domenico Quirico, Lo squadrone bianco, Edizioni Mondadori Le Scie 2002, pag. 321: "Il 5 ottobre il genero (Hailè Sellasiè Gugsà) passa armi e bagagli al nemico, portandosi dietro la sua piccola armata oltre le linee italiane dopo aver distrutto l'unica linea telegrafica che collega la frontiera a Addis Abeba. Apre così un gigantesco varco nelle linee di ras Sejum che ci fronteggia, garantendoci una passeggiata militare di decine di chilometri con cui abbellire i nostri primi giorni di guerra."
  13. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, pag. 89: "Inoltre, la stampa nazionale diede molto rilievo alla defezione del degiac Gugsà, il primo dei tanti capi abissini che si lasceranno conquistare da quella che lo storico Giovanni Artieri, allora corrispondente di guerra, definiva scherzosamente "la cavalleria di san Giorgio", alludendo all'immagine raffigurata sulle sterline, grazie alle quali gli inglesi si erano impossessati di gran parte del loro impero.
  14. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, pag. 90: "Il primo atto ufficiale compiuto da De Bono subito dopo l'inizio del conflitto fu la liberazione degli schiavi. E non poteva non farlo: l'abolizione della schiavitù era il principale motivo con cui l'Italia giustificava l'aggressione all'Etiopia davanti alla Lega delle Nazioni".
  15. ^ Edoardo e Duilio Susmel, Mussolini Opera Omnia, La Fenice, Firenze, 1959, vol. XXVII, pagg. 300-301; si notino in particolare i telegrammi del 20, 27 e 29 ottobre
  16. ^ Vanni Beltrami, Italia d'oltremare. Storie dei territori italiani dalla conquista alla caduta, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2013, p. 262
  17. ^ Alessio Fratticcioli, 3 ottobre 1935: l’Italia invade l’Etiopia in Giornalettismo, 2 ottobre 2010.
  18. ^ Pjeter Hidri, Le General Pervizi, Bruxelles, Dorian, 2009.
  19. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera": storia della conquista dell'impero, pag. 98 "Le misure economiche applicate contro l'Italia erano peraltro non molto gravose. Si limitavano alla proibizione di qualsiasi credito e all'embargo sulle armi e su una serie di prodotti necessari alle industrie di guerra, salvo però il carbone e il petrolio. Soprattutto di quest'ultimo l'Italia aveva assoluto bisogno, visto che allora non ne produceva neppure un litro".
  20. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera": storia della conquista dell'impero, pag. 99. "Secondo il governo di Washington, tradizionalmente anticolonialista, la guerra all'Abissinia era certamente ingiusta e l'Italia meritava la condanna, ma altrettanto era ingiusto che le sanzioni fossero state applicate per volontà del Regno Unito che, essendo un impero coloniale, non aveva maggiori giustificazioni dell'Italia. Meglio quindi restarne fuori e mantenere buoni rapporti con gli italiani".
  21. ^ Arnold H.M. Jones e Elizabeth Monroe, Storia d'Etiopia, 1935: "Nessuno dovrebbe avere a ridire sull'espansione italiana, notevole e pressante. L'Italia è una nazione che abbisogna di materie prime per le sue industrie in via di sviluppo e di uno sbocco per la sua popolazione in eccesso. È arrivata ultima nella corsa alle colonie e a causa di un governo inefficiente è stata poco considerata alla Conferenza di Versailles. Le si deve una riparazione".
  22. ^ Enzo Biagi, Storia del fascismo, Vol. 2, Sadea-Della Volpe Editori, Firenze, 1964, p. 291
  23. ^ Le guerre coloniali: Etiopia in ANPI.
  24. ^ Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa orientale II", Edizioni Mondadori 2000, pag. 477: "Fra il 13 e il 14 dicembre le avanguardie di ras Immirù e del degiac Ajaleu Burrù, sfuggendo miracolosamente all'osservazione aerea, si avvicinano ai guadi del Tacazzè e nella notte fra il 14 e il 15 attraversano il fiume in due punti. Circa duemila uomini, al comando del fitautari Sciferra, uno dei luogotenenti di Ajaleu, guadano il Tacazzè a Mai Timchet, dove passa la carovaniera Gondar-Adua, e subito impegnano il Gruppo Bande del maggiore Criniti, forte di mille ascari e appoggiato dallo squadrone di carri veloci Esploratori del Nilo al comando del capitano Crippa. Un secondo contingente, costituito da tremila soldati di ras Immirù, in divisa cachi e dotato del miglior armamento (mitragliatrici pesanti, mitra di fabbricazione belga e bombe a mano), varca il fiume ad Addi Aitecheb, quindici chilometri più a monte e, guidato dai monaci di Debrà Abbai e da paesani, punta per viottoli ritenuti impraticabili al passo di Dembeguinà, con il proposito di tagliare la ritirata agli ascari del maggiore Criniti."
  25. ^ Arrigo Petacco, op. cit., p. 115 "Nei giorni che seguirono gli abissini incoraggiati dallo scacco inferto al nemico, proseguirono nell'offensiva: Immirù riconquistò la regione dello Scirè giungendo alle porte di Axum, mentre le armate di ras Cassa e di ras Sejum dilagarono nel Tembien. Il giorno di Natale del 1935 gli italiani furono costretti ad abbandonare anche il villaggio di Abbi Addi e a lasciare agli etiopi tutto il Tembien meridionale. Si ritirarono infatti sul passo Uarieu che sbarrava l'ingresso alla conca di Macallè, dove si riorganizzarono in un campo trincerato".
  26. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, pag. 115 "Se ras Cassa fosse riuscito a superare il passo avrebbe avuto via libera per penetrare nel profondo delle retrovie dello schieramento italiano e aggirando Macallè sfondare verso Adua e l'Eritrea.".
  27. ^ Angelo Del Boca,Gli italiani in Africa orientale II, Edizioni Mondadori 2000, pag. 552 "Il 12, mentre la manovra di Badoglio si va ormai delineando con l'investimento e il tentativo di aggiramento delle posizioni etiopiche, gli uomini di ras Mulughietà si fanno finalmente vivi sulla sinistra dello schieramento italiano, impegnando sul costone di Enda Gaber le camicie nere della 3 gennaio. Per almeno dieci volte, approfittando anche della nebbia che grava sulla zona di Taga Taga, i soldati del degiac Uodagiò Ubiè scendono all'attacco dal costone di Enda Gaber, appoggiati da un nutrito fuoco di mitragliatrici e di pezzi da 47"
  28. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, pag. 139 "Ma nelle prime ore del 27 febbraio si svolse lo spettacolare episodio della "conquista della Montagna d'oro", che accenderà la fantasia degli stessi abissini. Centotrenta uomini, fra alpini, camicie nere e ascari, armati di moschetto, pugnale e bombe a mano, dopo un'arditissima scalata notturna della montagna, raggiunsero la cima alle sei del mattino cogliendo di sorpresa le sentinelle. Ras Cassa fece appena in tempo a fuggire".
  29. ^ Domenico Quirico Lo squadrone bianco, Edizioni Mondadori Le Scie, 2002, p. 321 "Il massacro più metodico e orribile subito dall'esercito di Hailè Selassiè non lo compiono i nostri ascari, gli aeroplani o i gas di Badoglio, ma gli Azebu galla e gli Zabagnà che fanno a pezzi, derubano ed evirano migliaia di guerrieri intenti penosamente a tornare a casa. E questo per rubare loro il fucile, i talleri che hanno in tasca, un mantello più colorato, un muletto, e per saldare i vecchi conti. Sono loro che hanno sgozzato il vecchio signore della guerra, ras Mulughietà, mentre affranto, vegliava il corpo del figlio, anch'egli vittima di quegli instancabili sciacalli."
  30. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, pag. 165 "Viaggiando lentamente sull'altipiano fradicio di pioggia (Graziani aveva chiesto al Duce il permesso di farlo bombardare, ma gli era stato negato), il convoglio giunse a Dire Daua dove il negus, nonostante le notizie allarmistiche circa la vicinanza degli italiani, volle fermarsi per salutare il suo vecchio amico Edwin Chapman Andrews, console britannico a Harar"
  31. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. III, pagg. 303 e 308.
  32. ^ R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso, pagg. 607-608.
  33. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. III, pagg. 487-488.
  34. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. III, pag. 617.
  35. ^ Lorenzo Mazzoni, "Haile Selassie I. Discorsi scelti 1930 - 1973"., Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri, 2011. ISBN 978-88-6222-159-7.
  36. ^ Intervento di fronte all'assemblea generale della Lega delle Nazioni in polyarchy.org.
  37. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. III, pagg. 504-505.
  38. ^ Andrea Molinari, La conquista dell'impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale, Hobby & work, pag. 99.
  39. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. III, pag. 505.
  40. ^ G. Rochat, Le guerre italiane. 1935-1943, pagg. 65-67.
  41. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. III, pag. 489.
  42. ^ Angelo Del Boca, La guerra d'Etiopia. L'ultima impresa del colonialismo
  43. ^ G. Rochat, Le guerre italiane. 1935-1943, pag. 74.
  44. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, pag. 118.
  45. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera": storia della conquista dell'impero, ibidem
  46. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. III, pagg. 492-493.
  47. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. II, pag. 489.
  48. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. II, pagg. 493-494 e 625-626.
  49. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. II, pagg. 494-495.
  50. ^ (DE) Aram Mattioli, Experimentierfeld der Gewalt: der Abessinienkrieg und seine internationale Bedeutung, 1935-1941, Zurigo, Orell Füssli, 2005.
  51. ^ Benito Mussolini, Proclamazione della sovranità italiana sull'impero Etiopico (9 maggio 1936) in Comitato Guglielmo Marconi International.
  52. ^ A. Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale, Vol. 2
  53. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi, pag. 128
  54. ^ Angelo Del Boca, La conquista dell'impero, pagg. 717-718, che si basa su un articolo di G. Giardina, "Uno sguardo alla guerra d'Africa", in «Giornale di medicina militare», febbraio 1938.
  55. ^ a b Barker, A. J., The Rape of Ethiopia 1936, pag. 159
  56. ^ Il Tempo, L'Etiopia si paragona alla Francia e ci accusa di barbarie teutonica, 3 agosto 1946
  57. ^ E. Formento, Kai Bandera. Etiopia 1936-1941: una banda irregolare, Ugo Mursia Editore, 2000.
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  59. ^ Paolo Angi e Gabriele Zorzetto, Gruppo Bande irregolari "Uollo Ambessel" in Milites, nº 31, Voghera, Marvia, Settembre/Ottobre 2008.
  60. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi, pag. 128
  61. ^ Relazione sull'attività svolta per l'esigenza AO (nota anche come Relazione Baistrocchi) del ministero della Guerra, pubblicata in gran fretta nell'ottobre 1936 dal sottosegretario Federico Baistrocchi per rivendicare la parte sua e dell'esercito nella vittoria nella guerra d'Etiopia, con molte notizie e cifre, non sempre però soddisfacente.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Lorenzo Mazzoni. "Haile Selassie I. Discorsi scelti 1930 - 1973". Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri, 2011. ISBN 978-88-6222-159-7
  • Elvio Cardarelli (a cura di Daniele Camilli ed Emanuele Trevi). Dove la vita si nasconde alla morte: la guerra d'Etiopia raccontata da un soldato. Vetralla, Ghaleb Ed., 2008.
  • Lucia Ceci, Il papa non deve parlare. Chiesa, fascismo e guerra d'Etiopia, Roma-Bari, Laterza 2010.
  • Emilio De Bono. La preparazione e le prime operazioni. Roma, Istituto Nazionale Fascista di Cultura, 1937.
  • Angelo Del Boca. L’Africa nella coscienza degli italiani. Miti, memorie, errori e sconfitte.. Milano, Mondadori, 1992.
  • Angelo Del Boca. La guerra d'Etiopia. L'ultima guerra del colonialismo.. Milano, Longanesi, 2010.
  • Angelo Del Boca. I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d'Etiopia. Roma, Editori Riuniti, 1996.
  • Angelo Del Boca. La guerra d’Abissinia 1935-1941. Milano, Feltrinelli, 1965.
  • Ennio Di Nolfo, Storia delle Relazioni Internazionali, Bari, Laterza, 2000, ISBN 88-420-6001-1.
  • Matteo Dominioni. Lo sfascio dell'impero. Gli italiani in Etiopia (1936-1941), Roma-Bari, Laterza, 2008.
  • Adriano Grande. "La legione Parini". Edizioni Vallecchi, prima ed. 1937.
  • Rodolfo Graziani. Fronte del Sud. Milano, A. Mondadori, 1938.
  • Nicola Labanca. Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana. Bologna, Il Mulino, 2007. ISBN 88-15-12038-6.
  • Nicola Labanca. Una guerra per l'impero. Memorie della campagna d'Etiopia. Bologna, Il Mulino, 2005. ISBN 88-15-10808-4.
  • Aram Mattioli. Experimentierfeld der Gewalt: der Abessinienkrieg und seine internationale Bedeutung, 1935-1941. Zurigo, Orell Füssli, 2005. ISBN 3-280-06062-1 (in tedesco)
  • Sonia e Mario Montara. Capitano Cip, libro fascista dell'epoca, 1940.* Anthony Mockler. Haile Selassie's War. New York, Olive Branch Press, 2003.
  • Achille Starace. La marcia su Gondar. Milano, A. Mondadori, 1937.
  • Goffredo Orlandi Contucci. Africa Orientale Italiana - La conquista dell'Impero nel ricordo del tenente Goffredo Orlandi Contucci, a cura di Antonio Orlandi Contucci. Monte Colombo/Coriano, Edizioni My Life, 2009.
  • F. Formento Kai Bandera. Etiopia 1936-1941 Mursia, Milano ISBN 978-88-425-4407-4

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